Letteratura

Morpurgo, un romanzo a due facce

Siamo in un momento curioso, caratterizzato da una crisi del cartaceo a stampa, che vede infatti le edicole dei giornali chiudere per mancanza di clientela, mentre esce una selva di opere narrative, che giungono a lambire perfino uno come me, fuori dai giochi che contano. Tuttavia rispetto il dovere di dare riscontro delle opere ricevute, tra queste Il passo falsodi Marina Morpurgo, un’autrice di cui non so nulla, devo andare a leggere nel quarto di copertina, dove apprendo che ha un consistente passato di giornalista e che viene proprio dai luoghi di cui parla nel suo romanzo, cioè  da quel manzoniano ramo eccetera. L’opera ha una certa originalità perché appare spaccata in due  realtà a lungo  non comunicanti, che solo nel finale, con sorpresa quasi degna di un giallo, trovano un appiglio, un passaggio tra loro. Domina una prima parte abbastanza consueta, che pesca nelle acque travagliate tra gli annunci e lo scoppiare della seconda guerra mondiale, con casi abbastanza soliti e tante altre volte percorsi dai colleghi della Nostra. Da un lato, c’è un giovane di bell’aspetto e di maniere signorili, Giuseppe, che potrebbe essere scambiato per un tedesco, ma l’apparenza non lo redime dal guaio di essere un ebreo, soggetto quindi a persecuzione, con l’obbligo di cercare il salvataggio espatriando, attraverso percorsi innevati e con peripezie degne di  un campione di sport invernali, Accanto a lui, c’è un opposto, un tale Antonio, rozzo, di poca cultura, quindi facile preda di un capo popolo, tale Funaroni, perfetto rappresentante della categoria dei fascisti violenti, prevaricatori, ispiratori di ogni male. Antonio avrebbe una possibilità di salvezza attraverso un fresco amore nutrito per Irma, che però viene contrastato dai genitori di lei. I vari sviluppi discendenti da questi dati, qui sinteticamente richiamati, riempiono la maggior parte delle pagine del romanzo, mentre con salto brusco siamo riportati a una realtà del tutto diversa e, diciamolo pure, più originale, più invitante, dove vediamo all’opera un anziano, tale Emilio Rastelli, che era stato professore nei suoi begli anni, ma ora è un rudere, costretto al ricovero coatto, con a fianco una sorta di badante che ne controlla ogni atto, e c’è anche nelle retrovie una moglie ugualmente implacabile. Diciamo pure che ci risultano simpatiche le fughe da questa prigione messe in atto dall’anziano prigioniero, che cerca di ritrovare qualche libertà di mosse, qualche piacere nel fumo o nel cibo. Ma si aggira nell’aria l’interrogativo, quale sia il nesso tra le due metà del racconto, che appaiono così aliene tra di loro. Uno spiraglio lo dà proprio il nome di Irma, che se casualmente echeggia alle orecchie dell’anziano Rastelli suscita in lui qualche sentimento. Sarà l’aggancio che permetterà alla Morpurgo di ricucire le due fette della sua storia in apparenza, ma anche in  realtà, così aliene in tutto, nei tempi, nei luoghi, nelle professioni. Purtroppo, mentre il professor Rastelli è  personaggio presente e vivo, perfino simpatico nelle sue intemperanze quasi giovanili, la cucitura tra le due fette è del tutto inverosimile, o, si potrebbe dire, “romanzesca” nel senso deteriore dell’aggettivo. Infatti si riferisce a un ritorno in  scena di Antonio, reduce dalla guerra, che va subito alla ricerca della sua Irma, ma poi ritiene di essersi macchiato di un  delitto irreparabile, il che però non è avvenuto, ma questo basta per indurlo a cancellare quella parte del suo vissuto. Muore il ragazzo prosaico e banale, spunta, ma quale salto indebito e gratuito, il volitivo e bizzoso Rastelli. La famiglia riesce addirittura a ritrovar la perduta Irma, che viene a confermare, e a tentare di dare una parvenza di credibilità, a una vicenda assurda, meglio lasciarla vivere nelle sue due metà autonome.

Marina Morpurgo, Il passo falso, Astoria, pp. 240, euro 17.

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