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Omaggio a Duane Hanson

Duane Hanson

La Fondazione Beyeler di Basilea, forse la più importante in Europa, ha avuto la buona idea di festeggiare un proprio anniversario con una personale dedicata a Duane Hanson (1925-1996). Anch’io mi sento stimolato a intervenire su questo grande artista, che certo non basta qualificare come esponente dell’Iperrealismo. Questo movimento, infatti, per lo più si è limitato a sfidare col mezzo pittorico la fotografia, rimanendo quindi a esiti di superficie, non mi risulta che i suoi esponenti più noti si siano impegnati anche nella terza dimensione, un compito che sarebbe stato svolto quindi da Hanson quasi in esclusiva. Ma mi sembra che tenerlo legato a questa etichetta, peraltro effimera e di poca durata, sia un modo di limitarlo.  Hanson è stato il principale esponente di un fenomeno più vasto e co n tanti altri praticanti, anche qui in Italia.   Per tutti loro si può parlare di una vertigine del reale, fare la realtà più vera di quanto non sia, magari sfruttando certi nuovi materiali che consentono questa copia perfetta del vero. Ma i cultori italiani in genere non hanno limitato la figura umana, quasi presi da scrupolo o timore, come profanare un divieto divino, o invece, diciamolo pure , per incapacità ad affrontare la prova in questo tema particolarmente arduo. Penso ai tappeti natura di Gilardi, che come si sa hanno sfruttato fino all’ultimo il poliuretano espanso, in questa imitazione spinta oltre ogni limite, fino a rimanerne prigioniero. Più di recente in questi cimenti si sono impegnati i due romagnoli Bertozzi e  Casoni, sfruttando la plasticità della  ceramica, perfetta nel simulare animali e vegetali, ma anche loro trattenuti davanti alla prova estrema della figura umana. Ora poi il duo è in crisi per la scomparsa di Casoni.  Il pregio di Hanson invece sta proprio nell’essersi specializzato nella simulazione perfetta degli esseri umani sfruttando sia un materiale classico come il bronzo sia soprattutto quelli nuovi come le resine sintetiche e le fibre di vetro. Ma il suo merito principale è stato quello di rendere omaggio, per queste vie ad altissima fedeltà, alle persone comuni, e proprio la mostra alla Beyeler lo mette bene in  rilievo perché queste sagome di gente comune, di brave massaia intente alla spesa o di rozzi artigiani al lavoro,  vengono accostati ai capolavori di cui la Fondazione  è ricca, i Picasso, i Giacometti. Ne risulta qualcosa da ricordarci la visita di Sordi e signora alla Biennale di Venezia dove non esitano certo a dichiarare la loro incomprensione ed estraneità davanti a quel mondo di figure che “fanno lo strano”. Per questo accanito omaggio all’uomo comune Duane mi ricorda Kerouac, che certo non si è espresso  col mezzo plastico ma con la lingua, portandola però  a dichiarare che perfino in una scatola di fagioli ci può essere Dio. Ebbene, anche quegli umili protagonisti dell’epopea di Hanson sembrano sempre in presenza di qualcosa più grande di loro che li esalta, o è proprio la loro stessa pochezza,  ma così bene messa in rilievo, che li esalta, ne fa davvero una folla di eroi anonimi della strada, quasi  da sentire l’obbligo di inchinarci davanti ad essi.

 

 

 

 

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