Letteratura

Perché Camilleri difende Caino?

Quando Camilleri è scomparso, commosso come tutti, avevo ritenuto che il modo migliore per ricordarlo fosse di parlare della sua “Conversazione su Tiresia”, non avendolo fatto al momento giusto, quando lui stesso aveva recitato quel suo monologo in modo del tutto appropriato e avvincente, da Tiresia redivivo, sia per il fatto di riviverne la cecità sulla sua pelle, sia per averne acquisito la connessa sapienza e preveggenza. E dunque, ero in piacevole attesa del passo successivo, della già annunciata “Autodifesa di Caino”, nella speranza che fosse un equivalente di tanta prestazione, sia nel testo sia nella recita. Ora che, in forma cartacea, quel testo è uscito, devo confessare una certa delusione, consistente soprattutto in una mancanza, o non chiarezza, circa la finalità globale del monologo, ben diversamente da quanto avveniva nel caso di Tiresia, anche se la procedura per tanti versi è la stessa: evocazione del mito, anche attraverso le varianti di cui si è impadronita la tradizione, e poi suo riecheggiamento in testi letterari o teatrali anteriori. Ma mentre ogni tappa di un simile procedere nel caso di Tiresia scorreva via, essenziale, tesa, sempre di buon effetto, qui al contrario la trama si imbroglia ad ogni passo, con tante precisazioni che tolgono fascino alla vicenda, ne moltiplicano i personaggi, in un omaggio a testi biblici di cui il nostro Occidente ha perso la memoria. C’è insomma una volontà di precisione quasi filologica che ovviamente, trattandosi di grandiose vicende mitiche, non è per nulla richiesta, come quella di dirci che il serpente tentatore in realtà era un diavolo maligno, Alialel, reo fra l’altro di essere stato a sua volta sedotto dal fondoschiena di Eva, così da avere un rapporto sessuale con lei. E poi, diciamoci la verità, forse che proprio la decisione di Eva di mangiare il frutto proibito superando l’interdetto divino non meriterebbe, esso sì, un elogio da parte di uno spirito laico e spregiudicato come Camilleri? Non è lodevole, ai nostri giorni, la decisione di contestare un principio autoritario, enunciato con tono ultimativo quanto immotivato, o col futile motivo, da parte di Dio, di tenere solo per sé i buoni frutti del giardino incantato? Ma parliamo della coppia al centro della vicenda, Abele e Caino, che intanto, anche loro, si moltiplicano avendo al fianco ciascuno delle sorelle gemelle, tra cui si adombrano anche possibili rapporti incestuosi. Ma soprattutto quello che nuoce alla vicenda è una non netta divisione di ruoli, di responsabilità. Abele non è certo il buono, anzi, è violento pure lui, usa la sua forza contro il fratello, al punto che l’omicidio cui Caino giunge nei suoi confronti si potrebbe anche configurare come legittima difesa, o come violenza preventiva, in quanto Caino si sente sicuro che, se non imbocca per primo la via dell’omicidio, sarebbe Abele a farlo fuori. Siamo quasi a una storia degna di un western, a una gara tra chi compie per primo l’uccisione. Poi, certo, c’è la difficoltà di disfarsi del corpo della vittima, ma in merito ha saputo fare molto meglio Dario Fo, con una ilare, comica difesa di Caino, alle prese proprio con il grosso problema di come sbarazzarsi di quel cadavere, per impedire che si manifesti apertamente il misfatto compiuto. In ogni caso, emerge, domina l’intera parabola un interrogativo di fondo: quale la sua morale? Che bisogno c’era di difendere Caino, colpevole se non altro di aver infranto un divieto assoluto di farsi giustizia da sé, di portare offesa su altri esseri umani, da considerarsi tutti come fratelli? O il messaggio è proprio di una specie di indulgenza totale, vietato condannare, non si deve applicare la legge del taglione? Insomma, in questa circostanza il nostro Camilleri non appare illuminato, forse anche una sua recita diretta non avrebbe salvato un testo ambiguo e incerto nei suoi fini.
Andrea Camilleri, Autodifesa di Caino. Sellerio, pp. 81, euro 8.

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