Letteratura

Rapino, i primi saranno gli ultimi

Niente da fare, anche quest’anno mi trovo a dover capovolgere da cima a fondo la cinquina del Campiello. L’opera migliore è quella di Patrizia Cavalli, troppo difficile per un pubblico generico, privo di una corretta educazione letteraria. Avrebbero bocciato implacabilmente anche la grande stilista Gianna Manzini, se si fosse presentata al loro giudizio, così come, se non ricordo male, a suo tempo hanno pure bocciato Alberto Arbasino. Guccini meritava il posto di buon secondo, mentre al terzo, come via di mezzo, ci può stare Ade Zeno col suo “L’incanto del pesce luna”, andrò a vedere in un prossimo domenicale. Mentre per una collocazione all’ultimo posto potrei avere qualche esitazione tra il primo arrivato, Remo Rapino, e il secondo, Sandro Rizziero. Ma no, è giusto infierire su Rapino e sul suo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, forse perché certe sue pretese raffinatezze hanno fatto colpo su elettori non ben preparati. Sedotti, forse, da quello che a loro è apparso un fiore stilistico, l’adozione sistematica del “che”, come congiunzione di trapasso tra le principali e le subordinate. Appunto un pubblico grossolano crede di trovarsi in presenza di una mossa ardita, non sa che questa era già stata ben utilizzata dal numero uno dei nostro Veristi, Giovanni Verga, a cui serviva per stabilire un ponte tra il suo stato di buon borghese facoltoso e acculturato e la folla dei proletari cui intendeva avvicinarsi con autentica partecipazione. Poi il “che” come chiave “passepartout” era stato ripreso da Edoardo Sanguineti nel suo “Capriccio italiano”, ma non come indizio di non acculturazione, bensì di regressione psichica in stati primitivi di onirismo. Invece il nostro Rapino ne fa un uso sistematico per sancire lo stato di degrado del suo personaggio, dal principio alla fine di una lunga cavalcata, che entra in contatto con questo povero membro del quarto stato, del disagio, della miseria, fin dal lontano 1926 e poi lo segue per quasi un secolo. Sempre uguale, cosa evidentemente impossibile, in un così lungo arco di tempo. Anche gli ultimi della terra, se non altro grazie alla televisione, qualche passo avanti negli usi linguistici lo hanno fatto. Invece il nostro autore continua implacabile, negando al protagonista ogni possibile sviluppo. E dire che al momento dell’infanzia e dell’adolescenza gli aveva pure fatto riconoscere, da un maestro, qualche attitudine all’apprendimento, peraltro ferma solo ad apprezzare la lettura del deamicisiano “Cuore”. Ma anche in questo caso, come negare al personaggio una qualche maturazione, se non altro grazie alla TV o alla lettura di fumetti e altro? Del resto, di questo suo osservatore inossidabile, tetragono ad ogni lievito esterno, lo scrittore si fa un assiduo testimone di quanto può capitare in un lungo arco di tempo. Servizio militare, prime avvisaglie del sesso, verginità a lungo mantenuta, poi frequentazione regolare di casini, finché ci sono, quindi di puttane, ma, come nel ricordo di “Cuore”, il nostro fedelissimo e immarcescibile si porta dietro la donna del primo amore, anche se questa non ha tardato a dimenticarlo e a passare a nozze più confortevoli, Ma poi nella sua affannosa rincorsa lungo i decenni, Il Liborio salta gli ostacoli, si concede evasioni di specie onirica, immagina di consumare una tardiva relazione con la fiamma giovanile, come del resto sul punto di morire convoca in scena, per una passerella finale, tutti i protagonisti della sua esistenza, siano essi stati davvero vicini a lui o invece assenti, come un genitore che lo ha abbandonato troppo presto. Con la tuta d’amianto del “che” pronto ad ogni uso. Bonfiglio Liborio si tuffa in tante situazioni, anche in quella della malattia psichica, subendo un ricovero che peraltro gli riesce confortevole. Forse in merito gli sprovveduti votanti sono stati del tutto inconsapevoli di una delle tante rivisitazioni del romanzo, rivolta in questo caso al “Memoriale” di Paolo Volponi, venuto però al momento giusto della storia.
Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, Minimum fax, pp. 265, euro 17.

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