Letteratura

Troppa Chiarezza in Carofiglio

Gianrico

Ho letto con qualche noia l’ultimo romanzo tra i molti stesi, e da  me variamente commenati, di Gianrico Carofiglio, con un titolo del tutto fantasioso, L’orizzonte della notte, e del tutto irrelato al contenuto della vicenda narrata. Lascio a quel laudatore d’ufficio che è Fabio Fazio di inscenare una lode sperticata di questo autore, come ha fatto qualche sera fa nella sua rubrica, fra l’altro contravvenendo a tutte le regole deontologiche che proibiscono di fare pubblicità a un prodotto che si presenta sul mercato, anche se sotto il segno del capolavoro. Sono stati puniti dei presentatori televisivi solo perché nel loro abbigliamento compariva qualche minima icona pubblicitaria, ma allora perché permettere a questo rubrichista di anticipare di poco opere destinate a uscire a breve scadenza? Perché mai editori  e produttori di altre opere non protestano contro questa indebita pubblicità, non certo occulta? Ma veniamo al romanzo, in cui l’autore, al solito, resta prigioniero della sua indubbia conoscenza professionale dei meccanismi della giustizia, avendone fatto parte nel suo passato. Tutte le buone regole del giallo qui sono tradite, in quanto non c’è ombra di dubbio, la protagonista, Elvira Castell, è colpevole di avere ucciso con un colpo di pistola l’amante della sorella, tale Petacci, rubacuori da strapazzo, forse colpevole del suicidio che si è data la sorella gemella di Elvira, Elena, e ora questo intruso non vuole sapere di andarsene dall’appartamento, senza neppure attenderebbe la lettura di un testamento, che forse glielo lascerebbe   in eredità. La punitrice si è presentata a lui armata di una pistola che il padre teneva pronta, caricata, in un cassetto segreto, sena neppure che lei fosse in possesso di un porto d’armi. Tutto chiaro insomma, senza ombra di dubbio, non c’è spazio neppure per ricorrere a quel marchingegno della doppia morte, qualche giallista, con un po’ più di fantasia del Nostro, potrebbe scoprire che qualcuno aveva già sparato al malcapitato prima che Elvira gli sparasse a bruciapelo quella pistolettata. Il personaggio principe di Carofglio è l’avvocato Guido Guerrieri, che si attacca agli specchi per evitare l’ergastolo alla sua assistita, avvalendosi dei cocci di un alambicco caduto in terra, forse arma con cui la vittima ha minacciato la colpevole provocandone la reazione, e dunque si tratterebbe  di legittima difesa. In definitiva Guerrieri, con l’aiuto di intelligenti collaboratori, ce la fa a ridurre  il carico finale alla sua cliente, a cui i giudici non comminano certo l’ergastolo ma solo qualche anno di galera, addirittura con la condizionale, e così Elvira può tornarsene a casa. Carofiglio si deve essere accorto di quanto tenue e troppo lineare fosse la sua vicenda, indegna di un  vero giallo, a differenza dei tanti che ora pullulano nel mercato della narrativa, e allora ha pensato di aggiungere uno spaccato sulla propria biografia, lacerata da qualche dramma familiare e quindi bisognosa, dell’intervento di uno strizzacervelli, tale dott. Carnelutti, ma questa parte della storia resta un peso morto, nulla ha a che fare con l’altra metà del racconto, come potrebbe succedere a uno scolaro che si accorge di essere stato corto nello svolgimento del tema di un compito in classe. Giamburrasca, a questo punto, nel suo diario micidiale era andato a rubare pagine dai diari delle sorelle combinando guai a non finire, qui questa aggiunta indebita non scompiglia niente, resta solo un peso indigesto, un corpo arbitrariamente aggiunto.

Gianrico Carofiglio, L’orizzonte della notte, Einaudi stile libero, pp. 288, euro 18,50.

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