Arte

Un capolavoro del Reni in Notre Dame

Il “Corriere di Bologna” di mercoledì scorso 17 aprile ricordava che per fortuna, dall’immane tragedia dell’incendio di Notre Dame, si sono salvate fra l’altro due tele di autori di scuola bolognese, chiedendone notizie al miglior conoscitore in materia, Daniele Benati, ordinario di storia dell’arte moderna al Dipartimento delle arti del nostro Ateneo. La prima di queste è di Ludovico Carracci, ma è opera tarda di questo maestro, eseguita poco prima della sua morte, quando ormai era entrato in una parabole discendente, e non giova certo all’apprezzamento del dipinto il fatto che in archivio se ne trovi solo una riproduzione in bianco e nero. L’altra invece, un San Giobbe quale protettore dell’arte della seta, è un capolavoro di Guido Reni, del livello della “Strage degli Innocenti” o giù di lui. Come il dipinto del Carracci, venne trafugato da Napoleone nelle sue campagne di conquista in Italia, e non più restituito, rimanendo quasi nascosto su una parete della chiesa, dove però non era sfuggito all’attenzione di due massimi conoscitori di quel momento glorioso della nostra pittura quali Denis Mahon e Andrea Emiliani, e dunque questo mio breve scritto è anche un modo per rendere omaggio a quest’ultimo a pochi giorni dalla sua scomparsa. Se il dipinto fosse giunto a Parigi all’epoca della sua realizzazione, secondo o terzo decennio del Seicento, avrebbe accresciuto la stima che l’ambiente francese dedicava al nostro artista, non per nulla detto “le divin Guide”, e in definitiva preferito al rivale Caravaggio, anche se pure il Merisi aveva goduto di una ardente stagione di consensi a Parigi, ma poi era venuto Poussin a infliggergli una stangata accusandolo di aver rovinato l’arte di quel secolo. E così era, se nel grande Nicolas si vede il fautore di un classicismo maturo e rigoroso, nei cui confronti ci si deve guardare da una rapida accusa di conservatorismo. Se il Caravaggio apre la strada al grande realismo-naturalismo dell’Ottocento, da Géricault a Courbet, come sarebbe venuto Roberto Longhi a catechizzarci, da Poussin si fa un balzo in avanti, in lui ci sono già i germi di Cézanne, di una composizione di straordinario e ben controllato formalismo. Quanto alla tela del Reni, è un capolavoro di leggerezza, di ariosità, di gesti ampi, larghi, con quel suo fare come affidandosi a movimenti di danza, pronto a cogliere le migliori proposte di Raffaello, con le due spettatrici che si affacciano in secondo piano da una balconata. E certo, se qualcuno cerca il dramma, resta deluso, in quanto tutto qui appare lieve, arioso, proprio come per un balletto ben organizzato. E beninteso la gamma cromatica è perfettamente consona a questo inno alla leggerezza, fatta com’è di toni delicati, quasi fosforescenti, pronti quasi a picchiare con una bacchetta su corpi, muscolature, teste, volti per imprimere loro un carattere magico, come obbedendo agli ordini di un regista che chiede di muoversi con agilità, di non fare massa, di non concedere alle tenebre. Una precettistica che va in senso del tutto contrario all’imporsi delle tenebre richiesto dalla linea del Caravaggio, di cui proprio in questi giorni si ha il pieno trionfo nelle tele del periodo napoletano del Merisi esposte a Capodimonte. Non si potrebbe dare maggiore contrasto, tra il trionfo dell’oscuro, delle tenebre e ombre nelle opere del Gran Lombardo, e invece questa danza quasi aerea, pneumatica, suggerita dal Divino Guido, pronto a fare scuola ai pittori del Re Sole e oltre. Anche senza aver visto quel dipinto, ma valendosi di altre presenze del Reni, marceranno per quella strada cercando una piena esposizione alla luce della ragione i Le Sueur e Lebrun in arrivo. Il secondo Seicento francese è tutto irrorato dai lumi provenienti da Guido e magari anche dal Domenichino, mentre contro il caravaggismo viene pronunciato un convinto ”vade retro Satana”. Siamo stati fortunati che, almeno, dall’incendio di Notre Dame sia saltato fuori con forza integra quel raggio di luce.

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