Arte

Una riforma sbagliata

Al ministro Franceschini va riconosciuto il merito di stare prendendo molto sul serio la gestione del suo dicastero, forse perché questo è capitato in mano a un politico dal forte e autorevole passato, invece di essere, come per lo più è accaduto in passato, una scialba starlet di secondo ordine, da gratificare con qualche assegnazione a sua volta non di prima fila. Tuttavia il suo attivismo non mi pare si possa approvare, se si prende in esame il recente provvedimento consistente in due parti, in primo luogo una selezione di venti tra i musei statali da considerare di serie A, e quindi da porre sotto la guida di figure manageriali di cui si è ritenuto non ci fosse il modello tra la nostra attuale dirigenza, dovendo quindi ricorrere a concorsi specifici. E già qui ci sarebbe da contestare questa selezione assolutamente opinabile, volta a introdurre una classificazione non so quanto giustificabile, forse un ricorso a qualche TAR o addirittura alla corte costituzionale potrebbe rimetterla in forse. Poi, in secondo luogo, scatta il principale inconveniente, riportabile al vecchio proverbio che non si può immettere del vino nuovo in un sistema di vecchie botti. Che mai potranno fare questi super-direttori posti alla testa appunto di organismi che restano del tutto conformi a vecchie modalità di conduzione? Si troveranno alla testa di una schiera di dipendenti del tutto rispondenti alle solite regole di ingaggio, che riuscirà ben difficile trasportare su nuovi sentieri. Questo radicamento a uno stato di fatto comincia dagli stessi contenitori, cioè dagli edifici che ospitano questi muesi di prestigio, e che da noi hanno avuto origine in epoca postrinascimentale, si pensi agli Uffizi, alla Galleria Borghese, alle veneziane Gallerie dell’Accademia, laddove i competiori stranieri, come i Paesi che li hanno istituiti, sono nati in piena età moderna, tra Sette e Ottocento, e dunque sono ampi, spaziosi, vi si entra senza file estenuanti. Così è al Metropolitan di New York, al Louvre, alla National Gallery di Londra. Questi miracolosi curatori scelti con arduo e pensoso concorso riceveranno anche una bacchetta magica per allargare i rispettivi edifici? Come potrà il nominato agli Uffizi rendere più capaci di pubblico i loggiati degli Uffizi, magnifici ma proprio perché usciti fuori da una lontana progettazione ed edificazione che fa a pugni con le esigenze attuali? E come allargare quello scrigno prezioso, ma colmo come un uovo, della Galleria Borghese? Forse questi pretesi super manager dovranno limitarsi a rendere più attraenti i book shop e i ristoranti annessi, ma a questo modesto fine potevano provvedere i tradizionali soprintendenti, magari rimuovendo quanti non fossero risultati adatti ad assicurare questi compiti elementari. Del resto i predecessori di Franceschini qualcosa in tale senso avevano pur fatto, si pensi all’aggregazione dei principali musei di Roma, Firenze e Napoli in “poli”, anche col tentativo di dotarli di una fruizione autonoma delle rispettive entrate.
Caso mai, il il nostro dinamico ministro era meglio se agiva in due altre direzioni, lubrificando le norme che nel nostro Paese consentono la defiscalizzazione di eventuali largizioni ai musei o al sistema dei beni culturali. E soprattutto intervenendo al basso della catena, cioè mettendo a concorso centinaia di posti per giovani ispettori.

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