Arte

Vale sempre la pena di rivedere Carrà

Confesso che sono stato alquanto indeciso se riesaminare i casi fin troppo noti della carriera di Carlo Carrà, ora presentati quasi al completo in una mostra al Palazzo reale di Milano, oppure se trascurarli, come una delle troppe repliche che i nostri musei dedicano a personaggi resi obsoleti per un numero eccessivo di visite, si pensi, poniamo, a Mirò, Magritte, Chagall, fino magari al pur grande Modigliani. Ma in definitiva Carrà non è scivolato nell’elenco di questi nomi alquanto logorati, e bisogna riconoscere che almeno fino al 1930 ha scandito le tappe essenziali della nostra arte, magari a lungo con un ruolo di luogotenente, accanto a Boccioni, negli anni ruggenti del Futurismo milanese, ma col compito di ammorbidire, graduare, “tonalizzare”, laddove il compagno più ardito urlava coi suoi colorismi sfacciati, mentre il nostro Carrà era quello che andava più vicino al Cubismo ben temperato soprattutto di Braque, meritandosi fin da quel momento il consenso di Roberto Longhi, che non gli sarebbe più mancato. Poi, al momento della grande crisi della prima ondata del Futurismo, Carrà è stato il primo a uscire allo scoperto, già nel ’15, quando invece Boccioni ancora tergiversava e non sapeva bene dove andare a parare. Invece il Nostro fece il passo più ardito della sua carriera, mettendo anche da parte il suo fare morbido e ben levigato, tuffandosi vertiginosamente indietro nel tempo, fino a resuscitare soluzioni di un arcaismo barbarico, stampate nel vuoto. Ecco così le proposte volutamente sgangherate della ”Carrozzella”, dei “Romantici”, del “Fiasco”, con cui tendeva la mano ai cugini fiorentini di “Lacerba” rispolverando anche lui soluzioni di un atavismo quasi contadino. Ma forse non gli era adatto un ruolo di capofila, e così si lasciò attrarre, attorno al’16, dall’esempio di De Chirico, che procedeva inesorabile nel suo compito di risuscitare i fantasmi del museo, ma ricorrendo a una tavolozza estrema, volutamente stonata, da “pittore d’insegne”, il che gli valse l’ostracismo di Longhi. Invece, se anche Carrà sotto l’influenza di De Chirico sentì l’obbligo di risalire un po’ la china e di portarsi a frequentare immagini quasi classiche, rotondeggianti, di severa plasticità, lo fece pur sempre curando una pulizia di tavolozza, il che appunto gli confermò l’appoggio di Longhi, e in questa Metafisica dai toni sobri e puliti si portò dietro pure Giorgio Morandi, in tacito, elegante contrappunto rispetto alle soluzioni estreme care a De Chirico. Tanto è vero che poi sia Carrà che Morandi se ne allontanarono, lasciando che il socio temporaneo procedesse da solo nel suo cammino di risvegliare i morti, ma con baci pungenti, velenosi, dissacranti, il che peraltro gli avrebbe permesso di risalire a galla periodicamente, sul filo dei decenni. Invece Carrà fece un passo indietro, fino a soluzioni di un verticalismo estenuato quasi da dirsi gotico, e venne quel capolavoro assoluto che sono le “Figlie di Loth”, stranamente non presente in mostra. Ma il suo robusto plasticismo, sempre alleato a un altrettanto sicuro tonalismo, faceva di lui un membro che avrebbe potuto entrare nella pattuglia del “Novecento” della Sarfatti, degno di essere messo alla testa di quel gruppo, forse addirittura meglio di un Sironi, per esempio. E forse anche meglio del compagno Morandi, che lo aveva seguito sulla medesima strada di cauto allontanamento dalle soluzioni più clamorose della Metafisica dechirichiana. Col vantaggio, rispetto al Bolognese, che Carrà non disprezzava certo il tema di figura, e anzi sapeva erigere dei feticci corposi, voluminosi, a sfida proprio di Sironi e degli altri del Novecento, e pur essendo di origini spiccatamente terragne, riusciva perfino a trattare il mare, ma visto come una specie di livida lavagna, cui affidare la sorte di imbarcazioni fragili, pronte a tracciarvi un solco. E così via, fino almeno alla soglia del ’30 il cammino di questo maestro è continuato sicuro, pur con debite e opportune svolte e cambiamenti di pedale. Ma purtroppo il ’30 è stato quasi un limite proibito, per gran parte dei Maestri del primo Novecento, e non solo per gli Italiani, il referto vale anche per gli stranieri più reputati, caduti quasi tutti nella maniera di se stessi, in una reputazione neppure troppo “differente”, e sono proprio le mostre da evitare, anche per non oscurare i loro passati anni di gloria. Dopo il ’30 Carrà è regredito, fino a soluzioni tardo-ottocentesche, quasi sul tipo di quelle dei Macchiaioli, in una produzione accanita, ma ormai priva di una vera necessità, intenta a fare la eco di sé, tuffandosi in soluzioni più tradizionali e risapute.
Carlo Carrà a cura di Maria Cristina Bandiera, Milano, Palazzo reale, fino al 3 febbraio. Cat. Marsilio.

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