Arte

A Rimini una Biennale delle meraviglie

A Rimini si è rinnovato per la terza volta il miracolo della Biennale del disegno, l’evento che, tra tante Biennali sparse nel mondo, l’intelligenza critica e la capacità organizzativa di Massimo Pulini hanno saputo creare nella città romagnola dedicandola alla cenerentola delle arti, sottraendola a un destino minore, e giocandone invece molto bene le carte, sia nella larghezza con cui il tema viene affrontato, dai capolavori del Seicento fino alle prove di oggi, sia nella varietà degli spazi. Il punto centrale di partenza è senza dubbio il Museo della città, utilizzato sia negli spazi canonici, sia nel corpo aggiunto consistente nell’aver acquisito, ormai da decenni, ben tre piani di un ex-ospedale. Non meraviglia che Pulini inizi questo suo percorso nel sacro nome del Guercino, cui ha appena dedicato una monografia, illustrandola proprio con i disegni che l’autore di Cento ha disseminato con abbondanza lungo il suo percorso. Ma al solito Pulini non manca mai di estrarre carte impensate dalla manica, infatti dopo una giusta antologia di grafica del Maestro e suoi allievi, compare un fenomeno sorprendente e di difficile classificazione, quel falsario che, un secolo dopo, lo imitò in modo efficace, quasi da confonderlo con l’originale, in una specie di reviviscenza, di ricomparsa dall’altro mondo. Segue, sempre nelle stanze centrali del Museo, un omaggio a Stefano Della Bella, incisore-principe del ‘600, padrone assoluto di quella dimensione “micro” che ovviamente della grafica è il primo requisito, e che a lui ha permesso di coltivare tutti i generi, il ritratto, il paesaggio, la ricostruzione di eventi storici, di scene immaginarie, in un felice ibridismo da fare concorrenza a un Salvator Rosa, che quella stessa varietà di temi la sapeva coltivare in formato grande. Ma sempre a stare in quelle stanze, la grande sorpresa ci viene dalla rassegna dedicata a Fortunato Duranti, un marchigiano vissuto a cavallo tra fine ‘700 e buona parte dell’800, che appartiene alla razza di quegli autori quasi fuori classifica, come un Fuessli, un Blake, per i quali riesce impropria l’etichetta di Romanticismo, in quanto sapevano passeggiare in su e giù lungo i secoli, magari, come fa proprio Duranti, resuscitando i fantasmi del Manierismo, ma poi correndo in avanti fino ad anticipare soluzioni da dirsi quasi cubiste, con disegni in cui i corpi si smembrano, si “quadrettano” in modi audaci, tanto da prendere in contropiede i più “normali” neoclassici e puristi, che pure gli vengono accostatati, ma per misurare quanto egli appartenga a un’”altra” dimensione. Con passaggi interni, ma anche con l’aiuto di comodi ascensori, si giunge poi ai tre piani dell’ex-ospedale dove viene offerta una sfilata di artisti di oggi, dove il visitatore si sente bombardato da tante presenze, e magari si limita a prendere nota solo di qualche ospite particolarmente gradito, come potrebbero essere i tracciati raffinati di Alvise Bittente, o i trucioli di matita allineati da Stefano Ronci, o i tralci, pronti a scivolare nel regno degli insetti, annodati da Barbara Nicoli.
Ma l’abbondanza dello spettacolo incalza, e dunque conviene lasciare il porto centrale del Museo della città, rispondere all’invito della piazza grande e dell’Arengo, che al piano terra ospita un “macchiaolo” versato nella floricoltura quale Davide Benati, assieme ad acquerelli di Vanessa Beecroft, che però appartengono a un passato, ormai superato da fasi posteriori e più mature del suo lavoro. E rechiamoci pure, per un gran finale, a Castel Sismondo, altro cuore della rassegna, dove i pezzi forti sono forniti dal più illustre e noto dei figli di Rimini, Federico Fellini. Qui si attua un felice accorgimento, che è di proiettare in grande le opere più ridotte degli artisti, per una comoda contemplazione in un’ampia sala centrale. Ma diciamolo pure, Fellini appartiene alla categoria degli alti talenti in qualche arte, come la poesia per Montale e Pasolini, o la critica per Barthes, che però quando prendono in mano matita e pennelli appaiono meno convincenti, anche se nelle sue prove grafiche Fellini senza dubbio sperimenta i fantasmi barocchi cui poi riesce a dare uno sbocco più convincente nei film. Il guaio è che gli viene posto alle costole un genio dilagante, in tutte gli aspetti del visivo, quale Picasso, che potrebbe apparire come uno Stefano della Bella del nostro tempo, anche lui vario, poligrafo, qui poi proprio chiamato in scena per una serie di piccole incisioni concepite per illustrare la Célestine di Fernando de Rojas. Forse è indebito che i nidi densi, gremiti nel piccolo formato, del genio spagnolo vengano esposti in grande, facendoli uscire dalle nicchie protettive degli inchiostri, ma in tal modo lo spettacolo è davvero piacevole. Lo stesso non si può dire, tra le altre cose fornite da una selezione sempre varia e sorprendente, per una serie di disegni di Adolfo De Carolis, ma relativi agli anni tardi del maestro marchigiano, quando i palpiti del “ver sacrum” avevano dato luogo a forme neo-rinascimentali un po’ troppo pesanti. Non è ancora finita, ci attende un’ultima sorpresa, dal cilindro del prestigiatore Pulini, infatti un percorso invero alquanto tortuoso ci porta in un corpo laterale dove viene sciorinata la retrospettiva, credo la più completa mai fatta, dell’artista ceco Jiri Kolàr, dove di nuovo è il trionfo del “micro”, di un artista che ha come coltivato colonie di insetti, o colture di bacilli, di enzimi, portandoli poi a espandersi sui fogli, o ad andare a corrodere nei fianchi taluni recipienti, vasi, statue, con quell’azione diffusiva che in tempi posteriori è stata ripresa felicemente da Keith Haring e da altri graffitisti.
Biennale del Disegno 2018, a cura di Massimo Pulini con la collaborazione di Annamaria Bernucci e altri, Rimini, sedi varie, fino al 15 luglio.

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