Arte

Gentileschi, fedele fino in fondo al Caravaggio

La visita virtuale di questa domenica mi porta a Cremona, Pinacoteca Ala Ponzone, che ha il merito di ospitare due tele di Orazio Gentileschi aventi per tema “La fuga in Egitto”, praticamente identiche. Da cui subito il problema di stabilire se una delle due è un duplicato per mano di qualche imitatore fedele, o se è lo stesso artista che, contento di quella sua prestazione, l’ha replicata di propria iniziativa. Una procedura del genere non era certo insolita a quei tempi, l’ha adottata anche il grande Caravaggio, si pensi al caso di una “Giuditta e Oloferne” comparsa all’improvviso in una collezione francese, su cui ovviamente si è accesa la disputa tra gli specialisti. Duplicato originale o copia fedele? Io allora mi sono schierato con Nicola Spinosa, ritenendo autentico quel rifacimento di soggetto già affrontato dal Merisi, ed esposto anche a Brera, seppure col punto interrogativo circa la sua originalità o meno. Ma nel caso di Gentileschi questa duplice apparizione, nella mia ottica, rilancia una questione essenziale concernente il primo tempo proprio del Caravaggio, appena giunto a Roma, dove dipinge dei capolavori con forme sode, intatte, immerse in una tersa luminosità. Su quella fase neppure i grandi esperti, a cominciare dallo stesso Roberto Longhi, si sono espressi in modi convincenti. La carta del rifarsi a origini lombarde, usata e abusata dal Longhi, non spiega affatto quella maniera caravaggesca, che si spinge fino alla prima versione delle tele della Cappella Cerasi in S. Maria del Popolo, poi sostituite dallo stesso artista, quando è passato alla sua maniera scura e tempestosa. Invece, questo è il punto, il nostro Gentileschi, in una lunga carriera (1563-1639), con inizio addirittura prima del Merisi, è l’unico che poi lo fiancheggia proprio in quella stessa maniera, non se ne trovano altri capaci di dipingere con pari forza robusta, intatta, quasi smaltata. Ma il bello è che poi non viene meno a quei requisiti, non si adegua al passo mutato del suo maestro di quegli anni, pur in una lunga carr6iera che lo porta nelle Marche, poi in Francia, infine a Londra, dal 1626 fino alla morte. E forse è proprio quella la fase in cui esegue le due tele, forse commissionate dal leggendario Duca di Buckingham, quello consacrato da Dumas padre nei “Tre moschettieri” in qualità di amante di Anna, regina di Francia. Si guardi il gruppo forte, robusto di forme, ma nello stesso tempo immerso in un’atmosfera quasi di alabastro della Madonna e figlio, mentre Giuseppe ci appare reclinato. E’ quasi una variante del favoloso tema analogo svolto dal Caravaggio proprio in quella sua prima fase misteriosa, e non abbastanza indagata, come se il seguace fosse ritornato sui medesimi passi sdraiando la figura di Giuseppe, ma sempre insistendo nel ricorso a “forme tornite e belle”, come diceva una vecchia canzone popolare. Si aggiunga anche che il padre trasmette alla figlia Artemisia quelle stesse virtù, infatti la nostra pittrice si distingue tra la folla dei comprimari non solo per quel dato anagrafico di riuscire a imporsi malgrado l’appartenenza allo svantaggiato e negletto sesso debole, ma perché, al modo del padre, sgrana i corpi, dà loro rilievo, autonomia, illuminazione concentrata, e presta ben scarso tributo al tenebrismo cui invece indulgono in quegli anni tutti i caravaggeschi, di prima o di seconda ondata, in attesa che su quei modi cada l’interdetto e scatti una sorta di richiamo all’ordine, di ritorno cioè a ricette di un eterno classicismo.
Orazio Gentileschi, La fuga in Egitto, a cura di Marco Rubbi, Cremona, Pinacoteca Ala Ponzone. Fino al 10 gennaio 2021.

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