Arte

Il segno libero di Ejzenstein

Mostra molto curiosa e insolita, quella che ci viene offerta dagli Uffizi, al primo piano, Sale di Levante, dedicata al grande regista russo Ejzenstein. L’aspetto di novità non sta tanto nel fatto che ci si rivolga a un artista dell’arte del movimento, a un massimo regista cinematografico. Infatti il Direttore dell’intero complesso degli Uffizi, Eike Schmidt, nello scritto introduttivo ci ricorda che tra quelle ampie mura erano esistiti almeno due teatri in piena attività, ai tempi dei Medici, e dunque si tratterebbe di un sacrosanto ritorno, oltretutto propiziato dal clima di celebrazione di fatti e personaggi russi legati alla Rivoluzione d’ottobre, in una serie di eventi programmati in tanti musei di ogni Paese. Giusto anche che i visitatori possano assistere a spezzoni dell’opera cinematografica del grande regista russo. Ma la sorpresa sta nel modo imprevisto con cui Ejzenstein affronta questa sua vocazione di fondo. Infatti si potrebbe pensare che un interprete coinvolto nel massimo realismo delle immagini di celluloide, anche a livello di bozzetti e appunti grafici, non possa dimenticare questo suo impegno, ci si aspetterebbe cioè qualche immagine attentamente definita, perfino con mano pesante. Invece scopriamo una produzione “leggera”, eseguita con tracciato filante, nel segno di una libera astrazione, dove il termine va preso alla lettera, come di un disegnatore che cava fuori dalle varie situazioni affrontate un riassunto quanto mai sintetico. Del resto, è una produzione concentrata negli anni Trenta del regista, forse da vedere strettamente legata al periodo messicano, quando dialoga da vicino con i grandi esempi dei muralisti Orozco e Siqueiros, e sono forse proprio loro a imporgli quella regressione a un linearismo forzato, che deve essergli sembrata la via più diretta ed eloquente per svolgere un mondo di sagome essenziali, portatrici di un senso di pena, di angoscia, di afflizione, o al contrario di festa popolare, quasi di carattere etnico, folclorico. E’ insomma un Ejzenstein che retrocede alle soluzioni iniziali del grande periodo delle avanguardie russe, fino a contendere a Larionov e alla Gonciarova il segreto di affidarsi a tracciati schematici, magari addirittura in anticipo rispetto alle linee arricciate e gonfie dell’Art Déco. Bene hanno fatto Marzia Faietti e Pierluca Nardoni a ricordare, nei loro saggi in catalogo, il clima di un Espressionismo ritornante nei decenni, dagli anni Dieci ai Venti ai Trenta, o forse ancor prima, come del resto fanno i due studiosi, che ci parlano di primitivismo, di discesa verso soglie quasi di sapore ritualistico, come celebrare delle cerimonie sacre, adempiere a dei balletti iniziatici. In una situazione del genere, conta poco menzionare i mirabili capolavori contenuti nel museo fiorentino, forse quelle sacre immagini hanno davvero alimentato l’estro creativo del regista su pellicola, ma l’artista, il grafico, ha voluto dimenticare quei riferimenti troppo dotti e sapienti, ha voluto ritrovare una specie di docta ignorantia di specie popolare, potremmo addirittura osare parlare di un clima Pop, da santini dimessi, per un culto immediato, di facile comprensione e adesione, ma nello stesso tempo neppure privo di grazie, di eleganze, come rivelano le bombature, i moti inarcati dei corpi. Insomma, si potrebbe parlare di un Ejzenstein che ha voluto combattere ad armi pari con l’universo ultra-popolare cui stavano dando sangue e corpo i colleghi messicani, porsi sulla loro stessa lunghezza d’onda, anzi, se possibile, un poco più avanti, quanto meno in audacie stilizzanti. La matita vola sul foglio, si inanella, libera, capricciosa, quasi nel tentativo di dimenticare, di lasciarsi alle spalle la presenza cupa, greve, imponente dei fotogrammi in bianco e nero.
Ejzenstein. La rivoluzione delle immagini, a cura di Marzia Faietti, Pierluca Nardoni e Eike Schmidt. Firenze, Uffizi, Sale di Levante, fino al 7 gennaio. Catalogo Giunti.

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