Arte

Jean-Francçois Millet. davvero in lui semi di attualità

Riprendo le mie visite puramente virtuali spingendomi con lo sguardo elettronico fino al Museo Van Gogh di Amsterdam che molto giustamente ospita nelle sue sale una mostra dedicata al francese Jean-François Millet, mostra quanto mai opportuna, dato che proprio Van Gogh, nella sua carriera disordinata, non ha mancato di ispirarsi a quel suo predecessore. Che in definitiva non ha goduto di una fortuna pari ai suoi meriti, quanto meno nel nostro Paese, dove per tutto l’ambito del contemporaneo ha fatto danni la lezione di Roberto Longhi, a netto favore nei confronti del quasi coetaneo ma oppositore di Millet quale fu Gustave Courbet (1814-1875 il primo, 1819-1877 l’altro, come si vede quasi una sincronia, ma con destini diversissimi). Il culto di Courbet, sicuramente dominante nel nostro Paese, nasce anche come rimbalzo del precedente culto sviscerato tributato, sempre dal longhismo, a Caravaggio, di cui il pittore francese è sembrato il naturale erede per tutta la seconda metà dell’Ottocento, Ma la lezione courbettiana giungeva troppo carica, lutulenta, fangosa, tanto che gli Impressionisti, i supposti profittatori di quel precedente, per prima cosa dovettero alleggerire, schiarire, attenuare, pur accettando l’impegno su motivi di quotidianità. Una diagnosi, questa che vale alla perfezione per i casi di Manet e di Degas, e per il francese acquisito che fu Whistler, portato davvero a polemizzare col più anziano maestro (anche per questioni personali, di sesso). Al contrario Millet appare leggero, quasi aereo, il che quindi sembra limitarlo, se la posta in gioco è quella di un realismo schietto e risoluto. Eppure i due si ritrovavano per esempio nel comune impegno sui temi di figure sottoposte ai duri cimenti del lavoro, e nella versione più faticosa e umile come l’agricoltura. E’ curioso che Millet, se si guarda il suo curriculum, partecipò davvero alla Scuola di Barbizon, ma senza condividerne l’interesse primario per il paesaggio, da lui sempre lasciato sullo sfondo, a fare da quinta, da cassa di risonanza agli umili temi georgici, come, tanto per menzionare alcuni titoli celebri, “Le spigolatrici”, “Il seminatore”, “Il piantatori di patate”, “Mietitori a riposo”. Ma, invece di caricare queste immagini, di portarle a un’esasperazione, a una aperta protesta sociale, al modo di Courbet, Millet al contrario sembra preoccuparsi di alleviare quelle fatiche, di addolcirle con qualche riferimento mistico alla preghiera, alla meditazione, alla consapevolezza della sacralità di quel medesimo triste immergersi nella volgarità del quotidiano; Come dire, in termini di critica marxiana, che Millet fa annusare ai suoi contadini un po’ di aura religiosa, che si merita la taccia appunto marxiana di dover essere considerata alla stregua di una droga, di un consumo oppiaceo. Da qui, ovviamente, il celebre “Angelus”, ovvero i poveri rappresentanti del quarto stato invece di imboccare fieramente le vie del conflitto sociale chinano la testa, si arrendono al fato, ai misteri dell’aldilà. Ma a quel modo Millet entra in consonanza con una linea che verrà dopo di lui e che in Francia avrà il massimo rappresentante in Pierre Puvis del Chavannes, anche lui pronto a far chinare il capo, nel suo caso, a poveri pescatori, ma in un comune atteggiamento di accettazione del destino, anche se perverso e punitivo. E quel che più conta, di questo chinare il capo per entrare in sintonia con valenze superiori, si dà una pronta trasposizione stilistica, infatti nei dipinti di Millet compaiono linee curve che in qualche modo si spingono in avanti, ad anticipare il fitomorfismo di cui si compiacerà l’arte fin-de-siècle del Simbolismo. E si dà anche un preannuncio del Preraffaellismo inglese, addirittura con un vantaggio rispetto a Rossetti e compagni, che in definitiva non riuscirono ad alleggerire a sufficienza le loro tavolozze, mentre Millet appunto sa essere leggero, quasi volatile. Del resto, proprio di questa congiunzione tra la pietas per un’umanità povera e derelitta e una sublimazione formale in ritmi curvilinei, arricciati sarà buon erede proprio l’ospite numero uno di questo museo, lo stesso Van Gogh, sempre alla ricerca di qualche soluzione più soddisfacente, per coprire le sue ansie sperimentali, non per niente poste giustamente dal nostro Francesco Arcangeli all’insegna di un “eterno apprendistato”. Ma purtroppo l’artista olandese, benché attratto da quel possibile matrimonio mistico, non seppe liberarsi dalle sue mani pesanti, continuando a portarsi dietro uno spessore di pasta, contro cui si levava la protesta commiserante del compagno di viaggio Gauguin, molto più coerente nel comprendere che, se si volevano inserire davvero dei ritmi sinuosi, bisognava accoglierli in un clima disteso, quasi astratto. Ma ritornando al dissidio Millet-Courbet, quest’ultimo non scavalca il secolo, del resto, come detto, non giunge neppure all’Impressionismo, non parliamo del Simbolismo, e caso mai ritorna ai nostri giorni nelle soluzioni ugualmente grevi di Lucian Freud. Mentre si sa bene che il misticismo di Millet è stato recuperato in chiave onirica e psicoanalitica da uno dei grandi protagonisti della stagione Surrealista, Salvador Dalì.
Jean-François Millet. Piantare i semi dell’arte moderna, Amsterdam, Museo Van Gogh, fino al 12 gennaio.

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