Letteratura

Starnone, vano ricorso alla “Confidenza”

E’ una fortunata coincidenza che, dopo essermi occupato nel domenicale scorso del recente romanzo della Ferrante, ora mi venga a tiro l’ultimo prodotto di Domenico Starnone, “Confidenza”. Questo mi permette di ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia assurda la pretesa di coloro che dietro l’incognita presenza di quella scrittrice sospettano il celarsi del suo concorrente al maschile. Per quale mai ragione un buon produttore come lui si dovrebbe sfibrare stendendo le lunghe lasse dell’altra, oltretutto affidandole a un anonimato, assolutamente inutile e incomprensibile nel suo caso? Ma soprattutto, conta la differenza stilistica con cui viene trattata una materia che, sì. qualche affinità la potrebbe avere, ma mentre gli svolgimenti della Ferrante, come dicevo la volta scorsa, sono troppo diluiti, “ronronnanti”, privi di nerbo, viceversa le vicende, magari anche in questo caso amorose, dipanate dallo Starnone si svolgono nel segno della crisi, della rottura, dell’eccezione. C’è in lui un fondo di “autofiction”, in quanto i suoi protagonisti, come nella sua esistenza, frequentano il mondo della scuola, o dell’università, e dunque è quasi inevitabile che intreccino amori, o anche soltanto tresche, con studentesse, ma queste relazioni non hanno mai un decorso placido, prevedibile, anzi, risultano scosse da traumi incertezze, come è quello subito sbandierato in primo piano tra il nostro Pietro Vella e una allieva modello, di sicuro avvenire, tale Teresa Quadraro. Ma, siccome entrambi hanno gli artigli, non sarà un rapporto facile, anzi, presto interverrà l’interruzione, però non definitiva, in quanto quell’amore continuerà a covare sotto la cenere, pronto a risorgere. Se prendiamo il titolo dato al romanzo, “Confidenza”, questo vale al modo del proverbiale “lucus a non lucendo”, nega cioè la sostanza della cosa, nelle faccende sentimentali non ci può essere confidenza, tutto è a rischio, perfino un rapporto più tranquillo con Nadia, che alla fine il turbolento protagonista accoglie come legittima consorte, quasi per evitare rischi, ma anche là ci sono insidie, su entrambi i fronti, dato che il nostro intellettuale non rinuncia a qualche giro di valzer con una redattrice che gli viene messa a fianco, quando sale di grado e diventa un apprezzato autore di saggi. Dopotutto, l’ultima volta che mi ero misurato su Starnone, era stato all’uscita di “Scherzetto”, un’avventura nel mondo infantile, ma che si può estendere e ricavarne quasi una norma di vita, considerata come un susseguirsi di scherzetti che ci infliggiamo gli uni con gli altri, da cui una apprezzabile nota di perenne ironia che costella la prosa del Nostro, mentre non ce ne sono tracce nei plumbei decorsi della Ferrante. Ma diciamo pure che l’attuale uscita non aggiunge molto, a quanto già conosciamo di questo scrittore, assai più ampia, e significativa, fin dal titolo, era risultata l’“Autobiografia critica di Aristide Gambia”, che del resto, mutatis mutandis, potrebbe valere anche per la recente prestazione. Un cui aspetto meritevole sta in una circostanza che mi aveva fatto temere il peggio, il fatto che, correndo all’indice, vi si trovassero menzionati un primo, un secondo e un terzo racconto, come se fossimo in presenza di un’operazione raccogliticcia, con la fatica di dover ricominciare ogni volta daccapo. Invece si tratta della consacrazione di un metodo poggiante su mosse ardite e ben articolate, quasi una sorta di cubismo, di sfaccettatura, con cambio di punti di vista, e anche di fasi temporali. Infatti i casi paterni, patetici e ironici allo stesso tempo, vengono avvistati da una figlia, Emma, quando cresce ed è in grado di giudicare il genitore, anche nei suoi tradimenti, proprio quando la “confidenza” in lui è stata posta in crisi. Poi arriva la consacrazione finale, senile, del nostro eroe, e a officiare la consegna di una prestigiosa onorificenza viene proprio richiamato in scena il lontano amore, Teresa, frattanto anche lei cresciuta di importanza, divenuta una austera e rinomata studiosa statunitense. E’ quasi una reazione chimica, per andare a vedere se due metalli sono ancora capaci di reagire reciprocamente, di mandare qualche scintilla. Ma il protagonista preferisce non tentare la sorte, non condurre l’esperimento, meglio chiudere la vicenda, respingendo la vanità della tribuna pubblica e delle vacue onoranze previste.
Domenico Starnone, Confidenza, Einaudi, pp. 141, euro 17,50.

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