Arte

Morandi e Ontani

Domani domenica 30 agosto 2015 la Festa dell’Unità di Bologna assegnerà a Luigi Ontani la tradizionale Targa Volponi con cui negli anni scorsi si sono già premiati illustri pittori bolognesi più anziani dell’artista di Vergato, quali Bendini, Cuniberti, Pozzati. In questo momento Ontani è forse l’artista italiano più celebrato in patria, quindi non può meravigliare che a lui vada questo riconoscimento, magari saltando personaggi intermedi negli anni. Oltretutto, a convincere in questa direzione ha contribuito senza dubbio il fatto che Ontani quest’estate sia stato l’ospite d’onore all’appuntamento con Grizzana Morandi, a cura di Eleonora Frattarolo, non per nulla concelebrante assieme a me questo prossimo rito. Ma non si danno artisti più diversi, quasi opposti, e per fortuna l’odierna fama del ben più giovane dei due sottrae l’intera vicenda artistica petroniana dal rischio di apparire eternamente sottomessa al genio di Via Fondazza, pronto a trovare una succursale nel paesino appenninico. Volendo ricorrere a frasi latine, diremo che Morandi è la migliore incarnazione dell’”hic et nunc”, della formula che esprime l’esserci, i valori dell’esistenza, di una corporalità–oggettualità presenti, incalzanti, da verificare con quella che un grande filosofo francese, Merleau-Ponty, definirebbe una fenomenologia della percezione. A Ontani spetta invece la formula di una ricerca continua di alibi, ovvero, alla lettera, di essere altrove, di fuggire via da sé, ivi compresa la effettiva localizzazione geografica. Il bello è che l’artista è nato a poca distanza dal nido morandiano, a Vergato, e dunque a sua volta anche questa località del nostro Appennino potrebbe ricevere il propizio nominativo di questo suo cittadino divenuto illustre, ma non sarebbe un modo per ribadire i valori intrinseci di quella terra. Ontani ha voluto fuggire via dal suo luogo natale, portando a spasso il suo corpo, come un uccello migratore che attraversa gli oceani e va a fare il nido altrove. Non che con ciò egli si sia distaccato dalla sua propria identità, anzi, l’ha celebrata come non si potrebbe di più, succube in questo senso di un parossistico narcisismo, pronto cioè a imporre il suo volto in mille occasioni e situazioni aliene, e forse è proprio questo amore quasi delirante per i propri connotati a spingerlo a incursioni sistematiche, affidate in primo luogo alla fotografia, pronta a insinuarsi per ogni dove, a coltivare il museo, e infatti vediamo la faccia e il corpo del Nostro entrare nelle sembianze di eroi della pittura, della letteratura, di ogni manifestazione di successo. Questo se l’alibi è ricercato nella storia, ma all’ingordigia di Ontani non basta il tempo, ci vuole anche lo spazio, eccolo quindi compiere viaggi continui diretti verso le terre che più si tengano lontane dai valori prosaici del nostro Occidente, e dunque in primo luogo questa ansia di fuga verso orizzonti più appaganti si è rivolta all’Oriente, all’India e alle sue isole, dominate dall’ansia di costituire un sistema unico, dove il Bello non abbia un destino autonomo e contrapposto alle urgenze della vita pratica, come purtroppo succede da noi. Un noto studioso di antropologia ha scoperto che a Bali non esiste la nozione del bello, cioè del produrre con cura e con arte, perché là, ogni cosa che si fa, tende al meglio, ovvero è fatta con arte. Giunto in quellìisola, o in qualsivoglia altro lembo dell’Oriente, Ontani si rivolge alle maestranze locali cui affida il compito di perpetuare questa fuga da sé, o immedesimazione in personalità più accattivanti, attraverso l’intaglio di maschere raffinatissime, come dalle nostre parti non si saprebbero più realizzare. Naturalmente non basta alterare la propria fisionomia, cioè concentrarsi solo sul volto, questa fuga da sé l’artista l’affida anche agli abiti, che vuole siano favolosi, splendenti di colori, lontanissimi dall’austerità che la nostra civiltà borghese e affarista, calvinista nel suo fondo, ha preteso di dover assumere. Cosicché, anche quando il Nostro rientra dai suoi viaggi asiatici, si porta dietro una folata di ricchezza, di fasto, di straniamento, lo vediamo circolare presso di noi come un principe azzurro in esilio. E non basta occuparsi dei propri immediati dintorni, occorre che questo uccello nobilissimo conformi il proprio nido a standard elevati ed eccezionali, e dunque egli dovrà farsi produttore di stoffe, di mobili, di vetri. Morandi, quando d’estate si recava a Grizzana, si portava dietro i severi impasti delle sue nature morte, continuava a secernere da sé una vicenda di colori smorti, terrosi, materici. Invece Ontani ha trasformato una delle dépendances che a Riola attorniano la Rocchetta Mattei in un luogo di sogno, di estasi, da Mille e una notte, e speriamo che malgrado le insorte difficoltà economiche il superbo edificio voluto da Mattei, personaggio per tanti versi anticipatore del Nostro, diventi il luogo permanente in cui le peregrinazioni ontanesche potranno trovare un “ubi consistam”, quasi una prigione degna della loro generosa ampiezza ondivaga. Intanto, l’artista provvede a imporre la sua personalità magica e metamorfica alla natia Vergato, tentando di sollevare anche questa da una sua consistenza comune verso cieli di raffinatezza squisita. E se invitato appunto, dalla Frattarolo, a rendere omaggio al suo predecessore Morandi, non fa proprio nulla per adeguarsi a quel mondo di privazioni e di rinunce, ma fascia i poveri oggetti quotidiani intonati all’esistenza prosaica del genio di Via Fondazza con una calotta smagliante di colori, come infilare dei fiori nelle bottiglie e brocche e recipienti dell’antico abitatore di quelle stanze, rovesciandole di segno, dal grigiore di una monotona e ossessiva esistenza quotidiana a una dimensione di fasto e di ricchezza, anche se ottenuti non certo col ricorso a materiali intrinsecamente preziosi ma in forza di splendidi frutti dell’immaginazione.

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