Letteratura

Moresco: un po’ di forbici!

Sono entrato in contatto con Antonio Moresco nel 2010, quando erano comparsi i suoi “Canti del Caos”, su cui avevo steso una recensione piena di sbalordita ammirazione per la potenza del suo discorso, da me ricondotto a parametri di massimo valore per tutta la metà del secolo appena trascorso, dichiarandolo all’altezza di Gadda o di Busi, data la forza delle invenzioni, la impudenza delle provocazioni sessuali, il moltiplicarsi di figure, di soluzioni fascinose. Ma già sulla fine di quell’epopea mi sembrava che il passo si bloccasse in ripetizioni alquanto stereotipate. Non gli avevo negato il consenso neppure in presenza del successivo “Gli incendiati” del 2010, lodandone la bella invenzione di equiparare i vivi e i morti, però già foriera di pericoli. Infatti il capovolgere simmetricamente i rispettivi destini veniva già a limitare l’audacia e originalità delle soluzioni, dando luogo a estensioni alquanto automatiche e ripetitive. Il consenso darebbe strato ancora più scarso a proposito della “Lucina” del 2013, se avessi modo di farlo apparire. Mi sembrava che nella sua bramosia e bulimia smoderate Moresco non mancasse di alimentarsi a fonti già da altri sperimentate, quel suo bambino misterioso ricordava le soluzioni di qualche extraterrestre, o di qualche morticino, sull’onda di un film strepitoso nel sondare l’aldilà quale è stato “The Others”. Ora mi trovo allibito, sconcertato, di fronte all’alluvione delle mille e passa pagine de “Gli increati”, come se mi capitasse di sorvolare in aereo un paesaggio inondato, su cui si stende una coltre di acque limacciose, troppo simili tra loro, o come se mi sentissi immerso in una notte oscura e stinta in cui, per dirla con la famosa espressione usata da Hegel contro Schelling, tutte le vacche affondano in un medesimo grigiore, con ben poche “lucine” emergenti. O se si vuole un’altra metafora, è come quando si calca troppo su qualche comando del computer e ne sgorga fuori una serie illimitata di formule che si moltiplicano, sempre uguali. Credo che solo un contatore automatico potrebbe registrare, per esempio, le troppe volte in cui in questo dettato straripante compare la formula “la morte che viene prima e la vita che viene dopo”. Moresco appare come un maestro di scuola che non si stanca di ripetere anche ai banchi un suo slogan immutabile. Se si vuole, si riaffaccia, moltiplicato per cento, per mille il pregio, e anche il difetto, già apparso in precedenza, della funesta equiparazione tra vivi e morti, aggravata anche dal comparire di una categoria intermedia, dei tracimati, cioè di coloro che dall’uno degli stati trapassano nell’altro. Su questa plumbea e uniforme distesa si erra, proprio come su un canotto da cui si cerca di recare sollievo agli inondati, pardon, agli increati, o tracimati, o che altro, sussultando di piacere quando dal grigiore della “morne plaine” si vede spuntare qualche grumo di consistenza, il che avviene semmai nella seconda parte, detta “Proemio dei vivi”. In Moresco si riaffacciano le prische virtù quando gli riesce di offrirci qualche ricordo d’infanzia, o qualche spettrale presenza per esempio di un padre, che però assomiglia troppo a qualche “morto vivente” già sfruttato da tutta la produzione su zombies ed esseri affini. Si avverte anche, da parte di questo autore in preda a sfrenata bulimia, il tentativo di immettere nel pentolone qualche brandello di carne, andando a saccheggiare in tutti i ripostigli dell’orrore, reperiti facilmente, per esempio, nel martirio dei poveri ebrei imprigionati nel vagoni piombati, il che poi vale pure per i nostri prigionieri di guerra catturati in Africa e spediti versi i campi di sofferenza. Sempre alla ricerca spasmodica di qualche nucleo di realtà ci stanno bene pure alcune citazioni dal passato, con risorgenze che hanno sempre il sapore della vaghezza e dell’inconcludenza immotivata, come per esempio la comparsa inopinata perfino di Ilaria del Carretto. Si tratta insomma di una discesa nel regno degli Inferi di cui non si intravede alcuna mappa topologica, alcun percorso che ci faccia da guida. Arrivato a questo punto, Moresco avrebbe bisogno di qualche “editor” che nel suo stesso interesse si permettesse di intervenire con le forbici, o gli ci vorrebbero i sapienti interventi in togliere di cui si dice che fosse maestro Ezra Pound.

Gli increati, Mondadori, pp. 1013, euro 30.

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