Letteratura

Pariani: un gioco dell’oca abbastanza ben riuscito

Alla cinquina del Campiello di quest’anno ho applicato, come altre volte, un mio criterio più rispettoso di normali valori critici capovolgendone l’esito decretato da una impreparata giuria popolare. Pertanto l’ultimo arrivato, Francesco Pecoraro col suo “Stradone”, mi è sembrato di gran lunga la migliore opera in campo, degna addirittura dello Strega, se non si fosse trovato davanti l’eccellente “Mussolini” di Scurati. E al secondo posto avrei messo Paolo Colagrandi, “La vita dispari”, uno dei più brillanti esiti della presente stagione. Mentre ai due primi in classifica, Tarabbia e Cavalli, “pollice verso”, per usare proprio l’espressione con cui li ho bollati nella mia omonima rubrica sull’”Immaginazione”, l’unica che mi permette ancora di uscire in cartaceo. Non ho menzionato il quarto arrivato, sempre nella graduatoria del Campiello, Laura Pariani col suo “Gioco di Santa Oca”, è quindi giusto che ora mi occupi anche di lei, cui spetterebbe a mio avviso un terzo posto, davanti alle spocchiose e pretenziose opere dei due primi arrivati. Anche lei procede del tutto di maniera, ma in un modo ingegnoso, offrendoci una curiosa variante del romanzo storico. Si potrebbe dire addirittura che la Pariani rivisiti il numero uno nostrano in questo senso, i manzoniani “Promessi sposi”, visto che esamina fatti avvenuti a non molta distanza sia geografica dalla Milano di Don Lisander, sia negli anni, qualche decennio dopo quanto è narrato nel nostro romanzo-principe. Con tanti caratteri che si ripetono, di una “terra” sottoposta ai soprusi incrociati di truppe francesi, spagnole, savoiarde. Ma la Pariani, di cui a dire il vero non so nulla, mai letto qualche suo lavoro precedente, si salva applicando una specie di vernice del dottor Lambicchi di nuovo conio, effettua cioè una degradazione sistematica di quanto appare nelle pagine della vicenda che tutti ben conosciamo. Manzoni nasconde con l’arma deli’ironia i soprusi che i mercenari compivano ai danni delle fanciulle, cui insegnavano a modo loro la modestia, e del resto il suo romanzo è improntato alle violenze sfrenate dei nobili locali, ma posti a riscontro con dei campioni di virtù, per onorare la tesi espressa dall’Annunziata, che “una Provvidenza la c’è, il mio Renzo”. Invece la Pariani toglie via assolutamente ogni possibile traccia di Provvidenza, di valori nobili, immerge tutto in un buio pesto. I rappresentanti del clero sono dei filibustieri della più brutta specie, i “primi cancellieri”, i vicari del Santo Uffizio imperversano, non c’è da attendersi nulla di buono da loro, i nobili, come un tale Conte Arconati, si impicciano solo di caccia, perseguitano i poveri sottoposti, tagliano le mani ai bracconieri. E’ insomma un mondo che si fa tesoro di ogni possibile misfatto, dove i poveri patiscono la fame assieme ad altre mille ingiurie. Con la comparsa di un solo eroe positivo, tale Bonaventura Mangiaterra, che si fa bandito proprio per vendicare gli umili e repressi. Ma anche in questo caso, perché questo protagonista non salga troppo nella scala dei valori, la spietata Pariani gli gioca un brutto tiro, veniamo a scoprire che la madre, avendo partorita una femmina, timorosa della sua sorte, l’ha obbligata a mettersi in panni maschili, e dunque il candidato eroe è invece una fanciulla in incognito, in maschera, il che spiega la dolcezza e umanità del suo carattere, altrimenti incomprensibile in quell’universo brutale, ma per effetto di una stilizzazione, di un “gioco”. Come del resto è la stessa struttura della narrazione, articolata in tante caselle, proprio come un gioco dell’oca, ognuna delle quali viene designata con termini pieni di sapore terragno, basta pronunciarli per veder comparire davanti ai nostri occhi scene di ordinario degrado, di fango e miseria: Cassina Paregnana, Cassina Stecca, Terra di Tornavento, Fosso del Pan perduto, eccetera. E beninteso le figurine che animano queste caselle sono fatte della stessa pasta, greve, maleodorante. Magari saltellano da un luogo all’altro, con qualche personaggio beneficato del dono di ritornare, ma perché si tratta come è nel caso della dominante figura della Pulvara, di una “camminante”, destinata a un continuo vagabondare da una situazione di fame, digiuno, carestia a un’altra del tutto simile, inseguita fra l’altro dall’accusa di essere una strega, una “stria”, col solo valore positivo di trascinarsi dietro un fanciullino , Pipot, unico raggio di sole tra tanti nuvoli folti. Insomma, la nostra Pariani si è letta con attenzione i vari saggi di Ginzburg e Camporesi, e dunque mette in atto con abilità le loro precise cronache su tutti i mali che nei secoli hanno afflitto i miserabili di tutte le epoche, col vantaggio di dare a queste riflessioni una precisa, quasi filologica ambientazione.
Laura Pariani, Il gioco di Santa Oca, La nave di Teseo, pp. 269, euro 18.

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