Arte

Rosai, un autentico espressionista di casa nostra

La Galleria Farsetti di Prato, diretta dai due fratelli Frediano e Franco, è strettamente legata all’opera di Ottone Rosai. Il legame è nato col loro padre, che dell’artista toscano era il corniciaio preferito. In seguito Rosai si era affezionato soprattutto a Frediano, aiutandolo nel cammino di gallerista di riferimento. E così, nelle sedi espositive che i Farsetti hanno avuto, a partire da Prato, prima che ne facessero un centro di aste, e poi nelle succursali di Milano e di Cortina d’Ampezzo, dipinti del maestro fiorentino non hanno mai mancato di apparire, ma col rischio di suscitare qualche moto di impazienza, come del resto può nascere nei confronti di tutti i nostri maestri del Novecento, esposti a un eccesso di visibilità. Pur ammirando l’eccellenza delle immagini standard di Rosai, quelle viuzze strette, scorrenti tra muretti calcinati, animate da una folla solitaria di ometti quasi in scala lillipuziana, potevano saziare col tempo le attese del pubblico, come davanti a prodotti divenuti troppo consueti. Ma quest’anno i Farsetti hanno avuto un’impennata di ardimento a favore del loro idolo, portando l’attenzione su una fascia di suoi dipinti che non risultano affatto vittime di quel certo consumo abitudinario di cui ho detto sopra. Si tratta di una serie di superbi autoritratti, esposti ora nella sede di Cortina, ma che poi andranno anche a Milano. E’ un Rosai “in grande”, dove il suo volto esce dalla dimensione lillipuziana, e al contrario si estende, preme gli zigomi sporgenti quasi a prolungare i limiti della tela, mentre le occhiaie si spalancano, scavano nel volto. E’ una produzione poco nota dell’artista, ma che invece ha attirato l’attenzione di personaggi d’eccezione. Se ne era accorto addirittura il grande Bacon, artista difficile e solitario, che pure aveva rilasciato una patente di ammirazione verso quel suo anticipatore. Tuttavia credo che un confronto proprio con Bacon non possa andare molto oltre. L’artista inglese pratica una dimensione verticale, parte da sue immagini, magari anche fissate con la lucidità consentita da un ricorso alla fotografia, ma poi le affonda, quasi inseguendone le remote origini da un embrione. L’immagine naviga nel tempo, tanto che bisogna subito invocare l’intervento di Freud per giustificare questi viaggi verso gli strati profondi del nostro Ego, a ritrovare piuttosto un Inconscio primordiale. Rosai invece appartiene all’Espressionismo, che si pretende non avere avuto cittadinanza nella nostra arte, ma invece proprio la sua presenza ci deve far dire che fu un “ismo” con forte presenza presso di noi, basterebbe affiancare al suo nome quello di Lorenzo Viani, mentre dal Veneto emerge l’enorme presenza di Arturo Martini, tra tanti altri comprimari. Ma essere espressionisti vuol dire ignorare l’immersione in verticale, insistere invece sul “qui e ora” potenziandolo. In fondo, nei suoi autoritratti Rosai, come dicevo all’inizio, preme sulla sua scatola cranica, la allarga, la rende quasi straripante, le conferisce senza dubbio qualche tratto diabolico, ma il tutto si consuma nel presente. Per cui riesce più calzante un altro raffronto, condotto in questa mostra cortinese, che si rivolge a un altro autentico espressionista, Georg Baselitz, anche se di seconda o terza generazione, e anche se, diversamente dal caso di Bacon, il pittore tedesco non pare aver menzionato direttamente quel suo antenato. Ma la razza è la stessa, anche Baselitz consuma le sue prove di ferocia sul manichino umano in presa diretta. Solo che, ben sapendo di venire dopo un’ondata di superbi maestri, che non sono solo i risaputi Kirchner e Schmidt-Rottluf e via elencando dentro il mondo tedesco, ma sono da arricchire subito con la sfilata dei nostri, il discendente tenta il riscatto sia allungando i corpi, sia soprattutto ricorrendo a una curiosa ma giusta idea di “impiccarli” a testa in giù. Ogni volta che mi trovo in presenza di un simile capovolgimento, lo paragono al gesto di umiltà compiuto da San Pietro quando volle essere crocifisso appunto a testa in giù, non ritenendosi degno di imitare Nostro Signore. Allo stesso modo Baselitz cerca un margine di originalità, rispetto ai suoi predecessori, sia allungando le forme, sia soprattutto capovolgendole. Rosai, ovviamente, da autentico espressionista della prima ora, non aveva certo bisogno di fare ricorso a un simile espediente, bastava che le sue teste si valessero di tutte le possibilità di allargarsi, espandersi, ruotare sotto i nostri occhi, in una magnifica esaltazione del presente.
Ottone Rosai. Ritratti e autoritratti. Un dialogo con Bacon e Baselitz. Farsetti arte, Cortina d’Ampezzo, fino al 2 settembre, poi a Milano dal 20/9 al 10/10.

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