Letteratura

Scola, la Terrazza come microcosmo

Ancora una volta mi valgo dell’equipollenza da me sempre dichiarata tra la narrazione affidata al cartaceo e quella che un tempo veniva posta su pellicola, e ora sempre più su un supporto digitale. Qualche giorno fa, passeggiando tra le reti, mi è capitato di rivedere “La terrazza” di Ettore Scola, con alcune riflessioni conseguenti. Scola è forse il quarto grande tra i nostri registi, anche se di lui come di altri ci siamo largamente dimenticati, pure in questo momento in cui le varie reti vivono di riproposte, e in particolare alla Rai costerebbe poco avviare una serie di commemorazioni dedicate ai grandi protagonisti del nostro cinema. Ma piove sul bagnato, si sta facendo perfino troppo per l’Albertone nazionale, cosa che a dire il vero non mi dispiace affatto, dato che. come tanti altri, sono disposto a considerarlo il nostro miglior attore del secondo Novecento. Ma perfino di Fellini non mi pare che si sia condotta una programmazione sistematica dell’intero suo repertorio. Un grande come Michelangelo Antonioni è del tutto dimenticato, assieme all’attrice, Lucia Bosé, che aveva nobilitato le sue prime uscite, anche per lei, morta di recente, non c’è stato nessun particolare ricordo, Questa amnesia colpevole riguarda pure il terzo grande tra i nostri registi, Marco Ferreri, e anche in questo caso non si è approfittato della scomparsa di uno dei suoi attori preferiti, Michel Piccoli, per dedicargli una rivisitazione di qualche ampiezza, mi pare che sia stato riproposto solo un pur indubbio capolavoro quale “Dillinger è morto”. Ma tornando a Scola, lascio perdere una buona metà della sua produzione, quando senza dubbio indulgeva a tentazioni da “commedia all’italiana”, ma la serie che inizia proprio con “La terrazza”, e continua con “Il mondo nuovo”, “Ballando ballando” e culmina con “La famiglia”, è degna di tutto rispetto e ammirazione, per la capacità di condurre una approfondita analisi esistenziale dell’umanità di quei giorni, peraltro non molto diversi dai nostri. Si aggiunge la capacità di scegliere attori e attrici di grande livello, dando luogo a memorabili duetti, che sfruttano al meglio le loro capacità intrinseche. Certamente questo Scola ha un modello, il capolavoro felliniano della “Dolce vita”, ma sa offrirne abili, convincenti varianti, anche dotate del bene di una specie di proliferazione, come mettere una lente d’ingrandimento sulle crisi coniugali, i patemi, i dilemmi di cui Fellini era andato alla scoperta. E dunque incontriamo un Mastroianni come sempre sornione, portato a sfumare, a cercare di evitare i drammi; un Tognazzi anche lui conciliante, moderatore, un Gassman isterico, che come un cavallo imbizzarrito reagisce al morso, al freno, vuole “rompere”, ma nello stesso tempo non osa. E poi c’è un Trentignant convincentemente isterico, che conosce molto bene l’arte di rendersi insopportabile, infine la vittima designata, un Serge Reggiani passo passo costretto al suicidio. Accanto alla recita dei protagonisti al maschile, altrettanto eccellente quella delle donne, ognuna di loro intonata alla sua indole, una Milena Vikotic dolce e remissiva (ma attenzione, perché nel caso lei sa mettere fuori gli artigli e diventare possessiva), una Sandrelli tenera, fresca, quasi infantile, una Gravina e una Colli che invece sono ciniche e mature quanto conviene. Ottimo anche il rapporto tra il pubblico e il privato, con una scelta perentoria a favore di quest’ultima dimensione, che è anche il segno di una cultura di sinistra ormai decisa a mettere in pensione i miti d’altri tempi. Qui compaiono di persona i leader del Pci, di cui il personaggio interpretato da Gassman è un esponente, ma non per nulla in un intervento pubblico egli si fa sicuro, convincente sostenitore delle ragioni incalzanti del privato. Questi vari duetti e siparietti avvengono necessariamente extra moenia, tra le mura di appartamenti privati, ma la terrazza del titolo è il collettore comune, e anche il luogo in cui le tensioni e i conflitti conoscono una tregua momentanea. I convitati seguono la padrona di casa dimenticando per i piaceri della tavola le dispute del momento, o se si vuole prestandosi a un enorme atto di ipocrisia collettiva.

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