Arte

Un capolavoro del Lotto, veneziano in fuga

Un articolo a firma di Enrico Maria Dal Pozzolo, sul “Robinson” della settimana scorsa, riporta giustamente l’attenzione a un capolavoro di Lorenzo Lotto, “La Crocefissione”, conservata a Monte San Giusto nelle Marche, una delle tarde opere dell’artista, 1531, vissuto ancora circa un ventennio ma entrato in una astinenza progressiva, forse vinto dalla sfortuna che ne colpiva il difficile cammino, di pittore in controtendenza. Lui veneziano, ma vissuto negli anni in cui sulla Laguna si impone la grande linea “moderna” iniziata da Giorgione e poi portata a maturità da Tiziano. Il Lotto invece non era un “moderno”, quanto meno nell’accezione magistrale sviluppata dal Vasari proprio teorizzando nelle “Vite” una terza maniera o appunto “maniera moderna”. Su di lui, semmai, agiva un’attrazione nordica, della modernità, ma aspra e coriacea, secondo la tradizione di Dürer, dominante nei nostri territori settentrionali, che con totale fraintendimento Roberto Longhi ha scambiato per un richiamo irresistibile di valori naturalistici. Proprio per accogliere questa diversa tradizione, invisa sulla Laguna, il Lotto se ne era andato dalla Serenissima preferendo battere le strade del Nord. Anche se aveva pure tentato un approccio alla grande Centrale della maniera moderna, la Roma delle Stanze Vaticane, ma se ne era sentito respinto, riparando a Bergamo, un luogo invece del tutto propizio al suo stile, fatto di durezze, di bagliori metallici, quasi in attesa che arrivasse la temperie manierista. Raggiunta una indubbia maturità, anche di fama, aveva sperato che Venezia lo potesse accogliere, ma vi si stava imponendo più che mai il linguaggio morbido, sensuale, tonale di Tiziano, esattamente il linguaggio che, ironia della sorte, in questo momento trionfa proprio nella Bergamo tanto cara alle sorti del nostro artista dissidente. Infatti l’Accademia Carrara ospita due dipinti tizianeschi che sono un inno alla carne, ai suoi languori e piaceri. Invece, nel suo ritorno a Venezia, il nostro Lotto non aveva potuto evitare di trasportare con sé il suo stile aspro, che forse avrebbe ottenuto qualche comprensione se, con un balzo di un decennio o due, avesse potuto saldarsi alle soluzioni decisamente manieriste del Tintoretto. Ma si sa bene che anche il talento di quest’ultimo sarebbe stato visto in contraggenio dagli abitanti della Laguna, meglio disposti a stabilire un ponte col rivale che il Robusti avrebbe avuto nella persona del Veronese, in un ritrovato asse di modernità e di classicità nello stesso tempo. Con la benedizione a posteriori del solito Longhi, sempre pronto a osannare la pittura che sapesse di buona vicinanza al naturale. La conclusione fu che il nostro talento “antipatico” nel senso letterale della parola, dovette andarsene di nuovo dalla pur amata Venezia, cercando qualche committenza nelle località provinciali delle Marche, come appunto Monte San Giusto, e Jesi, dove si trova un capolavoro ben vicino a questo di cui vado a parlare, una “Santa Lucia”. Che cosa troviamo in questa pala di assolutamente incongruo rispetto alla dominante lezione tizianesca? Intanto un cielo oscuro, certo, fedele al dettato evangelico con cui viene narrata la morte di Cristo, ma del tutto estraneo alle buone regole atmosferiche che invece era vanto del Vecellio rispettare, anzi, celebrare in pieno. Non solo, ma quel cielo cupo subisce come una curvatura che schiaccia i corpi dei tre crocefissi e ne fa vibrare i cenci, attorcendoli, quasi a esprimere il tormento di quella morte orribile. Cui, se non bastasse la croce, potrebbero pure provvedere le lance della scorta in armi, quasi degli spiedi per infilzare quei corpi gementi. Altro tratto distanziante, la strategia tizianesca di disporre i corpi a congrui intervalli reciproci, per farli respirare, per consentirgli di accogliere le carezze atmosferiche. Qui invece abbiamo un “tutto pieno”, un intrico di figure allacciate tra loro, quasi indistinguibili, e anche un variare di scale, che è un modo per sottrarsi alle leggi della verosimiglianza, quelle differenze di scala che piaceranno tanto ai Manieristi, volutamente regressivi rispetto alle buone leggi del verosimile. In fondo, una clamorosa prova di tante varietà di formati l’aveva già data Giulio Romano, preteso erede legittimo di Raffaello, quando si era permesso di introdurre un simile dislivello nel terminare l’ultima trionfale pala del maestro, la “Trasfigurazione”, rimasta in parte incompiuta. Qui in primo piano nel dipinto abbiamo tre figure che sembrano quasi voler balzare fuori, mentre altre al loro fianco arretrano, si rimpiccioliscono, E c’è anche chi allarga le braccia in un gesto spropositato, quasi per tentare di mantenere avvinta in un unico mazzo questa varietà di erbe strappate da una terra aspra e avara dei suoi frutti.

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