Arte

Vaccari, un’immagine che ci colpisce al cuore

Credo di avere già detto che la Galleria P420 è la più grande tra le private di Bologna, molto simile, con i suoi due saloni disadorni ma funzionali, a un loft newyorkese. Oltretutto ha una gestione molto fedele alle sue scelte, che ripropone periodicamente, come è ora nel caso di Franco Vaccari (1936), collocato nel salone centrale con un ottimo programma video, una delle cose più belle che si possono vedere a Bologna in questi giorni, pur gremita di eventi pullulanti attorno ad Artefiera. Si tratta di una sequenza “rubata” a un osservatorio astronomico californiano in cui si vede un asteroide entrare, dagli spazi siderei, nel campo gravitazionale terrestre, da cui poi si allontana sparendo nel nulla. All’inizio quel corpo astrale è appena una strisciolina minima, poi va ingrandendosi, e prende un aspetto che sta tra l’orrore dei visitatori extramondani e invece una immagine di tranquilla quotidianità, sembra uno sfilatino, un pezzo di pane con la crosta rugosa, che solca lo spazio come un siluro, come un sigaro, subendo una dilatazione progressiva fino all’impatto, fino a riempire di sé tutto il campo visivo occupandolo con un nero assoluto a indicare l’avvenuta collusione. Il tutto immerso in una arcana musica delle stelle. E’ un’immagine che cattura, non ci si stancherebbe di ammirarla nelle sue varie fasi incalzanti, e dunque è bene che sia data in loop, ritornando di continuo a pungerci-affliggerci-allarmarci.
Vaccari, come la Galleria che lo ospita, è artista di grande coerenza, e dunque nella prima sala ci offre un campionario delle sue celebri operazioni in tempo reale, che tra i vari temi affrontano anche le nostre imprese più temerarie, i sogni, col loro carico di mistero, ma anche di quotidianità impensata. Nulla è più falso di quanto nel loro nome pretende di offrirci il cattivo Surrealismo. Vaccari invece si attiene alla lezione di Freud, che ci dice come il lavoro onirico sia il più delle volte una rimasticazione di quanto, nelle ultime ventiquattr’ore, abbiamo sperimentato a occhi aperti, solo che la sequenza cronologica è spezzata, cede il passo a strampalati cortocircuiti, provvisti addirittura di una carica di comicità. Freud ci ricorda nei suoi appunti che quando spiegava ai pazienti il meccanismo dei loro sogni, questi non evitavano il riso, o meglio il sorriso. La logica dell’onirismo è talmente innovativa che io uso asserire che nel corso di quell’avventura noi siamo potenzialmente grandi pittori o narratori, della forza di un Bacon o di un Kafka. Ma purtroppo nei comuni mortali i sogni ”muoiono all’alba”, l’Ego riprende il controllo, ricaccia quei fantasmi, per quanto eccitanti possano essere. Lo sa bene il nostro Vaccari che infatti cerca di fissare in rapidi appunti, prima della loro scomparsa, quelle avventure “in tempo reale”, dandocene tanti resoconti, che nella mostra risultano immersi nel buio, accendendosi solo quando il visitatore si accosta a ciascuno di loro, così simulando il breve momento in cui, appena sveglio, ha ancora qualche ricordo di quelle imprese arcane. Nel prendere questi appunti anche visivi, Vaccari si affida a una fattura rapida, preoccupata più dell’afferrare in breve, prima del dileguamento, che della qualità delle immagini in sé, però forse un po’ di maestria, sull’esempio del grande Bacon, non guasterebbe. Vaccari non fa mistero della sua assoluta mancanza di capacità a livello grafico-cromatico, ma forse, invece di darci quei tracciati frettolosi, dovrebbe rivolgersi, anche in questo caso come in altri del suo repertorio, a un abile collage di immagini rubate al ”già fatto”, sfruttando la circostanza stessa che i sogni, come detto, sono abili, assurdi, inopinati montaggi di cose che abbiamo visto o vissuto davvero.
Franco Vaccari, Migrazione del reale, Bologna, Galleria P420, fino al 21 marzo.

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