Letteratura

Pincio: un perfetto concentrato di autismo

A Tommaso Pincio rivolgo l’approccio di piena sintonia con cui accolgo in genere le prove di quanti sono passati attraverso le prove generose e indimenticabili di RicercaRE, il “Laboratorio di nuove scritture” che assieme a Nanni Balestrini ed altri ho tenuto a Reggio Emilia negli anni Novanta e poco oltre. Però, mentre la maggior parte di chi si è rivelato in quegli incontri, da Ammaniti a Covacich a Scarpa ecc., può essere ricondotto più o meno, come non mi sono stancato di dire, a una sorta di Nuovi Gettoni volti a esplorare l’Italia del boom, esaltata e oppressa nello stesso tempo dal dilatarsi delle risorse, così da delineare quasi, come anche ho detto, una situazione di neo-neorealismo, Pincio si è piazzato in direzione opposta, a presentarci personaggi alieni, immersi e compiaciuti di un loro irrealismo di fondo. Non per nulla solo lui è riuscito a darci una prova convincente di fuga nel futuro e in sfondi da fantascienza, con “Cinacittà”, e si è pure immerso in una specie di “concettuale” a livello di narrativa, trasferendo sulla pagina quelle prove accampate sul vuoto spinto che gli artisti visivi ci hanno fornito negli ultimi decenni, fino a negare proprio la visività di partenza E Pincio, che è stato a lungo il fedele collaboratore di un gallerista di super-avanguardia, Gian Enzo Sperone, è la persona meglio abilitata a operare questo trasferimento, a darci cioè avventure algide, sideree, come di un cosmonauta disperso per sempre in uno “Spazio sfinito”, altro suo titolo. Oppure solo lui poteva ideare l’assunto ironico e paradossale di un “Hotel a zero stelle”, luogo di una penuria assoluta, dove si serve pure un caffè fatto di vuoto spinto. Diciamo insomma che in questo spingersi nelle zone dell’immaginario e del rarefatto Pincio si avvicina all’unico altro nostro narratore che talora sa fare qualcosa di simile, mi riferisco a Baricco, di cui mi è rimasta nella penna la lode al suo “Gwyn”, mentre sono riuscito ad esprimerla per la recente “Sposa giovane”. Però bisogna anche aggiungere che Baricco, troppo confidente nei suoi mezzi, e troppo adulato dallo establishment, ha a suo debito molti passi falsi, mentre al confronto molto più limpida e irreprensibile risulta la carriera del nostro Pincio.
Che ora, con “Panorama”, ci fornisce una specie di antologia di tutte le possibilità quali si presentano a una vittima assoluta di autismo, l’Ottavio Tondi protagonista, che in odio verso il padre, troppo immanicato nella realtà di tutti i giorni, si vuole inetto totale, condannato a vivere in completa solitudine, solo alimentando una voracia famelica per i libri e la loro lettura, da cui ricava i magri guadagni che gli consentono di tirare avanti con mille ristrettezze. Ma la vita, anzi, la non-vita di questo condannato è costellata di perdite e insuccessi. Infatti deve sperimentare la crisi del cartaceo, tanto da inscenare proprio una trovata “concettuale”, degna del “Gwyn” di Baricco, o ripresa, e qui è il Pincio addetto al mondo dell’arte a entrare in scena, dalle prestazioni fondate sul silenzio di John Cage e del suo allievo fiorentino Giuseppe Chiari. Infatti in una fase della sua vita il nostro Tondi si presenta sul palcoscenico dove tiene un silenzio assoluto, legge sì, ma senza pronunciare un solo suono. Del resto il libro è come una ciambella di salvataggio che gli permette di affrontare anche i problemi del sesso, cui in linea di massima è negato sia per un aspetto fisico scostante, sia per la chiusura a riccio in se stesso, ma riesce a contattare qualche prostituta, purché gli renda le prestazioni erotiche con la copertura dell’atto della lettura, mentre cioè legge qualche pagina. Il che ovviamente lo rende sospetto alle oneste puttane, e ai loro protettori, incapaci di classificare questa anomala e assurda perversione estranea alle loro conoscenze.
Volendo fare una critica di questo libello, pur in sostanza apprezzabile e ben condotto, si potrebbe rilevare la contraddizione tra un passo finale che conduce il predestinato Tondi al silenzio e invece il fatto che proprio non riesce a evitare di apparire sempre immerso nell’atto della lettura, come gli succede passeggiando di notte a Roma, sua città, sul Ponte Sisto, dove una banda di giovinastri, irridendo a quel vezzo da intellettuale, lo insegue e lo picchia a sangue, sconvolgendone l’esistenza. Ma l’atto finale dell’autismo è indicato dal titolo stesso del romanzo, o lungo racconto, “Panorama”, consistente a quanto pare (confesso in merito la mia incompetenza) in un sistema telematico di dialogo a distanza, confortato anche da immagini, e così il nostro soggetto autistico riesce a dialogare da lontano con una creatura, tale Ligeia Tissot, non si sa se davvero esistente o no, ma sappiamo bene quanto Pincio si trovi a suo agio nel frequentare le dimensioni, “sfinite”, al limite, irreali o virtuali quanto più si può. Conviene anche precisare che accanto al protagonista c’è pure un portavoce dell’autore, pronto anche a tenere un piede nella realtà e a chiamare in causa rappresentanti in carne e ossa del mondo delle lettere. Fanno capolino, evocati con spirito beffardo, Andrea Cortellessa, Francesco Pecoraro, Antonio Gnoli, con le sue famose interviste su “Repubblica”, e c’è perfino un accenno alla misteriosa Ferrante, però, chissà perché, in questo caso mascherata sotto lo pseudonimo di Gloria Stupenda. Queste incertezze e variazioni forse rendono meno compatta e coerente la narrazione, che però si riscatta quando anche l’approdo alla fantomatica Ligeia Tissot appare un barbaglio, una fata morgana. E’ stata la crudele vendetta di tale Mario Esquilino, contro cui a suo tempo il Tondi in versione di lettore professionale aveva emesso una stroncatura feroce. Ma resta il dubbio, l’autismo di Tondi si è rinchiuso su se stesso, attraverso il dialogo illusorio con una inesistente interlocutrice, oppure egli ha commesso l’ultimo reato di sfiducia e di rinuncia verso la vita, sconfessando forse l’unica creatura che avrebbe potuto gratificarlo di un amore, anche se diafano, irreale, come tutto quello che riguarda il nostro triste protagonista? Certo è che, dopo quest’ultima delusione o disavventura, non gli resta che andare ad annegarsi nel Tevere, inevitabile chiusura di questa corsa tutta in discesa, di azzeramento progressivo di tutte le vie d’uscita. In conclusione ci si può chiedere se Pincio ha fatto bene a moltiplicare le vie di fuga e le conseguenti porte sbarrate, o se invece doveva avviare la sua vittima, come un tonno desinato al macello, entro un’unica prigione, dedicando ad essa le attenzioni che invece ha disseminato lungo troppe piste. Ma certo in tal modo ha accresciuto l’attrazione insita nella sua nuova prova.
Tommaso Pincio, “Panorama”, Milano, Enne enne editore, pp. 199, euro 13.

Pin It
Standard
Attualità

Che fare degli immigrati?

L’argomento sconvolgente del giorno resta l’implacabile continua invasione dei poveri transfughi dalle coste della Libia, verso gli approdi, non solo nostri ma anche in pari misura forniti, come si è scoperto di recente, dalle isole greche. Questo afflusso enorme, bisogna cercare di arrestarlo, e il buon senso indica una sola strada, le imbarcazioni di un’Europa concorde si piazzino attendendo le scialuppe colpevoli di condurre questa tratta umana, e le obblighino a tornare indietro. Certo, la prima tentazione degli scafisti sarebbe di buttare in mare le loro misere vittime, che ovviamente occorrerebbe soccorrere, ma a quel punto le barche potrebbero essere affondate, e i loro colpevoli conduttori imprigionati, magari anche inseguendoli entro le acque territoriali libiche, non vedo quale potenza locale potrebbe protestare o adottare contromisure. Bisogna insomma far circolare un messaggio, che non si può più sperare di attraversare il braccio di mare tra l’Africa e noi, magari tentando anche la dissuasione con il lancio di manifestini ed altri mezzi di propaganda.
Primo dovere, dunque, arrestare la falla, l’emorragia mortale. Ma, secondo quesito, che fare di chi è già arrivato? Su questo aspetto si tace, o si devia sul problema di una loro sistemazione, sorvolando però su un altro aspetto: si pretende ancora di discriminare da chi ha validi motivi di fuga dai propri paesi e si presenta come vittima di guerre, e chi invece è immigrante puro e semplice? Un tempo si diceva che questi ultimi erano da rimandare ai luoghi di partenza, ma è possibile davvero effettuare il rimpatrio, e vi si sta procedendo? Se lo si volesse operare, dove sarebbero mai da riportare queste povere esistenze che hanno bruciato i ponti alle loro spalle? Dunque, diciamolo pure, chi c’è c’è, e l’Europa deve assorbire queste forze, trovare loro un lavoro, preoccupandosi ovviamente che l’afflusso si arresti, o si riduca di numero, così come in caso di incidente il primo compito è appunto di fermare l’emorragia e poi medicare la ferita. Ora Francia e Inghilterra si sono accorte di quale problema sia per loro il mancato assorbimento regolare di queste scomode presenze. Mi meraviglio che non se la prendano con noi, dato che chi preme al passaggio della Manica proviene sicuramente o dalle nostre coste o da quelle della Grecia. E allora, si prenda tutto il tempo che ci vuole, magari mantenendo gli sbarcati presso nostri siti, caserme abbandonate o altro. O seminari e altri luoghi ecclesiastici anche questi magari in abbandono, sarebbe il modo attraverso cui il Vaticano potrebbe dare un contributo all’immane problema, in luogo delle prediche di Papa Francesco, così ben intenzionate ma anche così prive di qualche peso reale. Abbiamo già troppi disoccupati per parte nostra? Ma si sa pure che c’è una quantità di lavori che i figli di un’Europa del benessere non vogliono più fare, per cui le braccia di nuovi arrivati non sarebbero del tutto superflue.

Pin It
Standard
Arte

Omaggio a Giorgio Marconi

Milano tutta, e al suo seguito l‘intero nostro Paese rendono omaggio a Giorgio Marconi per il mezzo secolo della sua attività come gallerista, dapprima, e a lungo, sotto l’etichetta di Studio, poi nobilitatosi proclamandosi Fondazione. Una assidua e costante presenza che si può ricondurre all’insegna di una “lunga fedeltà” testimoniata sotto tutti i possibili aspetti: fedeltà alle origini del lavoro di corniciaio ereditato dal padre, ed esercitato sempre nello stesso luogo, quando all’inizio, accanto ai locali dove abili artigiani quasi di famiglia procedevano a confezionare quadri, spuntavano pure i primi accrochages di artisti di punta. E fu proprio uno di questi, purtroppo morto troppo presto, Bepi Romagnoni, a mettermi in contatto col Giorgio nazionale. Poi, di anno in anno, ho visto la sede allargarsi, conquistare nuovi spazi, ma sempre rispettando le scelte di partenza, senza buttarle a mare, come pure hanno fatto tanti altri galleristi accedendo agli stimoli del momento. Infatti ora, a celebrare il mezzo secolo di presenza, eccoli tutti lì, i convitati dei primi raduni. Li si trova al primo e al secondo piano dell’intero edificio, ospiti d’onore, irriducibili compagni di via. A volerla definire, la navigazione di Giorgio è sempre consistita in un buon equilibro tra l’attenzione al territorio e invece una larga e prensile occhiata alla scena nazionale e internazionale. Al centro di tutto, la patuglia dei Baj, Adami, Tadini, Del Pezzo, ovvero dei cultori della poetica dell’oggetto, unita a un senso acre e vivace della narrazione, che nel capoluogo lombardo ha rappresentato la variante alla Pop nostrana, ufficialmente insediata a Roma e a Torino, e con la tentazione di peccare di purismo e di escludere la versione milanese giudicandola ibrida e spuria. Ma non è che Marconi volesse issare la bandiera di uno spirito meneghino, infatti non ha mai mancato di abbeverarsi con scelte opportune anche nell’Urbe, e così il numero uno della Scuola di Piazza del Popolo, Mario Schifano, è stato di casa, tra quelle mura, così come pure il più poetico cultore del minimalismo nostrano, Giuseppe Uncini. E poi, attenta e continua attenzione ad Arnaldo Pomodoro, a Emilio Isgrò, a qualche nume internazionale come Louise Nevelson e Richard Hamilton, e apertura alle nuove tendenze, da Franco Vaccari a Bruno Di Bello ad Aldo Spoldi. Queste solide presenze sempre riconfermate sono tutte coinvolte alla festa celebrativa, con in più un sottile accorgimento didattico ad uso del pubblico, che ne potrà ammirare le opere alle pareti, correlandole con una serie di cataloghi e altri documenti esposti in bacheche a centro stanza.
Ma ci voleva, a onorare la tavolata, un ospite d’eccezione reperito nel numero uno dell’intera milanesità, e oltre, lungo tutto il secolo trascorso, Lucio Fontana. In merito devo dire di aver nutrito qualche paura, che in questa rassegna, a cura della Fondazione dell’artista, si fosse aderito a un atteggiamento già da me stigmatizzato su questo sito, cioè a concepire una certa vergogna e censura nei confronti del Fontana barocco, delle magnifiche ceramiche della fine dei Trenta, Queste infatti non ci sono, però non si è neppure indulto in eccesso a quella sorta di gesto minimale, altamente simbolico, ma non degno di concentrare in sé l’intera portata del Lucio internazionale, il taglio. Un gesto ambiguo, perché certo addita che si deve ormai andare oltre la superficie della tela, ma lo spettacolo che ci accoglie oltre quella soglia, oltre la stilettata breve e secca, è ben scarso. Qui invece la memoria dell’ìmpulso barocco, così congeniale alla nostra epoca postmoderna, si manifesta per tanti versi. Dovessi scegliere dal catalogo un’ immagine-campione, punterei sulla foto dove il Gran Lombardo si fa riprendere, in perfetta tenuta quasi da manager, di fronte a una sagoma da lui tracciata con confortanti ritmi fluidi, ondulati, ameboidi. In altre parole, Fontana ci ha sempre invitato ad affacciarci a uno spettacolo, per questo tanti suoi lavori si intitolano “teatrino”, e i casi da preferire sono quelli in cui la sottile epidermide che si frappone tra noi e il cosmo intero, più che essere squarciata da un colpo di rasoio, viene aggredita con le unghie, o traforata con una rosa di forellini, quasi di un prigioniero che tenta di aprirsi un varco con cieca e testarda ostinazione. Insomma, la grandezza di Fontana va preservata da uno spirito riduttivo, da una pretesa che solo nel “less” ci sia l’ancora di salvezza. Anche lui mirava al “più”, alternando sapientemente gli accessi frenetici e in preda a una incontenibile ebbrezza ad altri che invece si sapevano fare freddi ed essenziali.
Fondazione Marconi, mostra del cinquantenario, fino al 31 ottobre.

Pin It
Standard
Letteratura

Postilla a Vassalli, “Terre selvagge”

Da tempo sto manifestando i miei dubbi verso quella che è stata definita New Italian Epic, cui in genere rivolgo un giudizio negativo. Non riesco quindi ad essere favorevole verso chi in genere né da tempo un cultore accanito, e prediletto da un pubblico consenso, Sebastiano Vassalli, di cui quindi boccio senza esitazione il suo Terre selvagge (Rizzoli). Siamo a una circostanza illustre e ben nota, alla difficoltà rintracciabili nelle opere “miste di storia e d’invenzione”. Già lo stesso proponente della formula, il grande Manzoni, era ben consapevole di quanto fosse difficile far coesistere le due componenti, tanto che, dopo il miracolo ottenuto nei Promessi sposi, desistette addirittura, con grave delusione dei lettori del suo tempo. Vassalli, a dire il vero, se la cava abbastanza bene sul primo fronte, della storia, leggendo la sua opera si apprende una grande quantità di notizie utili sullo scontro tra il console Mario e la tribù germanica dei Cimbri: da dove questi venivano, come vivevano, come si svolse l’immane battaglia ai Campi Raudii, perfino con accurate informazioni sulla nascita di quel toponimo. E ci sono tante altre indicazioni utili e accurate, l’identificazione geografica dei luoghi, perfino i sistemi di nutrizione di quei tempi, con la curiosa notizia che i soldati romani si cibavano dei gamberetti di fiume, pescati da squadre apposite. Uguale attenzione, ovviamente, viene rivolta alla popolazione germanica opposta, con notizie di come erano riusciti a valicare le Alpi, come avevano vinto le battaglie precedenti. Il tutto con un andamento agile, quasi da ricordare il Montanelli delle varie puntate sulla nostra storia patria, comprese certe garbate e divertite attualizzazioni, come quando si dice che Mario era quasi un Kennedy del suo tempo, cioè imparentato con le migliori famiglie del patriziato romano, nonostante la sua origine umile. Efficace pure il ritratto che ci viene fornito dell’antagonista Silla, di cui vengono seguite le mosse ipocrite attraverso le quali egli si prepara a scavare il terreno sotto i piedi del rivale al momento più fortunato e di successo. Divertenti anche le vicende dell’arco di trionfo eretto per Mario, e poi sparito nel nulla.
Ma le difficoltà, anche per Vassalli, si danno quando su questo corpo sano della ricostruzione storica, che conduce alla brava, va a inserire i peraltro inevitabili innesti del romanzesco, dove procede in modo quasi naïf, con vicende risapute, o di scarsa congruenza col contesto generale. Subito all’inizio, in conformità dell’alto esempio manzoniano, abbiamo la fuga delle povere popolazioni piemontesi incalzate dall’arrivo dei Lanzichenecchi, pardon, dei Cimbri, con un fabbro, tale Tasgezio, che assieme alla madre Lunilla sta a guardare dalla soglia del suo abituro quel flusso nei due sensi, andata e ritorno. Questo personaggio è un cuore solitario, e dunque ha una valenza affettiva pronta ad accogliere un cuore ugualmente disponibile, che salterà fuori, incredibile a dirsi, dopo aver tanto predicato sull’assoluta ripugnanza reciproca dei barbari e dei Galli latinizzati, tra lui e la figlia di un gran capo, Agilo l’Orso. Si tratta di Sigrun, fanciulla che ascolta le voci e dunque è una “diversa”. In realtà sembra di assistere a una vicenda di pellirosse, se l’anziano Orso è un capo timorato e prudente, il più giovane Widimir è impulsivo e scriteriato, e dunque condurrà le sue truppe ad assalire Fort Apache, pardon, il trinceramento sapiente in cui Mario attende senza fretta le truppe germaniche, avendo già sconfitto gli alleati Teutoni. Dopo la sconfitta, le virili donne dei Cimbri uccidono i loro maschi, colpevoli di essersi lasciati battere, per poi procedere a uccidersi a loro volta per non cadere in schiavitù dei Romani, e dei Galli ormai sul punto di essere naturalizzati. Tra queste donne fiere fino alla morte c’è pure Ramis, sorella maggiore di Sigrun, mentre quest’ultima si salva proprio per il suo carattere di creatura “diversa” che sa dialogare con le divinità nascoste nelle selve, riuscirà quindi a congiungersi col bravo fabbro di cui si è detto all’inizio. E così via, in un’alternanza tra brani di attenta ed efficace osservanza dei diritti della storia, e inserti di fantasia, quasi sempre ingenui o addirittura inutili, come l’episodio dei due giocolieri, marito e moglie, che chissà perché si spingono nel cuore della tribù selvaggia per allietarla con giochi di mano, come il lancio dei coltelli, di cui però restano vittime, condannati in quanto sospettati di essere spie al soldo dei legionari romani. In sostanza, dal tutto si potrebbero togliere gli episodi di invenzione romanzesca, e rimarrebbe uno scorrevole opuscolo di informazione storica.

Pin It
Standard
Letteratura

In morte di Vassalli

Nella rubrica d’arte di questo mio blog ho lodato la “lunga fedeltà” dimostrata da Giorgio Marconi verso i suoi artisti, e confermata da quella che a mia volta gli ho sempre prestato. In altri casi, però, pecchiamo dell’opposto, di una “lunga infedeltà”, come devo ammettere essere stata la mia nei confronti di Sebastiano Vassalli. Mi dispiace ricordarlo ora alla sua scomparsa, contravvenendo al detto secondo cui “Nihil de mortuis nisi bonum”, ma esiste anche l’antidoto, l’”amicus Plato”, con quell che segue. All’inizio della nostra reciproca ostilità c’è stata senza dubbio una mia colpa, o quanto meno un mio assenteismo nei suoi confronti, quando aveva iniziato la sua carriera come artista visivo, e mi spediva infornate di foto sul suo lavoro, visto che ero quasi il titolare della rubrica d’arte sul “Verri”, organo ufficiale della neoavanguardia. Poi, passato alle lettere, e anche in quel caso, inizialmente, su uno standard di sperimentalismo assoluto, come quando pubblicò “Tempo di màssacro”, continuai nel mio silenzio, devo ammettere esasperante, se giudicato dalla sua parte. Poi ancora, Vassalli ha fatto il grande salto, ha rinnegato i panni dello sperimentatore, subito accolto dalla conservazione e dallo establishment, pronti a sacrificare per questo pentito rientrato all’ovile il proverbiale vitello grasso. Solo a quel punto e, mi rendo conto, con atteggiamento che doveva davvero risultargli irritante, da buon difensore della causa neoavanguardista ho cominciato ad attaccarlo, rinfacciandogli il conformismo, il carattere retrivo dei suoi intrecci. Gli ho rivolto un deciso “pollice verso”, sull’”Immaginazione”, in almeno tre casi, per il “Cigno”, per “3012” e infine per “La morte di Marx e altri racconti”, provocando la sua vendetta fino a inserire un personaggio, nelle sue scorribande, a nome di Remorto Bottilli. La scaramuccia è continuata, fino a una mia recensione dedicata all’ultimo suo prodotto, “Terre selvagge”. Dato che questo mio intervento non ha visto la luce, lo recupero qui a conclusione appunto di un lungo rapporto di ostilità, anche se, come si vedrà, proprio in questo atto estremo del nostro scontro non gli lesino taluni apprezzamenti, e certo dovrò riaprire il caso quando a settembre uscirà la sua opera postuma. D’altronde, se gli giunge un barlume di coscienza dell’attuale rapporto di forze, a sua consolazione potrà dire che oggi io sono davvero un Remorto, scomparso sotto tutti gli aspetti, mentre lui è compianto, dallo establishment, come per la scomparsa di un vate nazionale.

Pin It
Standard
Attualità

La causa della socialdemocrazia

Continuo, come vengo ormai facendo da tempo per questo settore di opinioni generali, anche di portata politica, ad aggiungere appunti relativi a dossier già apprestati. Leggo che un personaggio assai rappresentativo dell’attuale PSI, l’onorevole Marco Di Lello, coordinatore nazionale di quel partito, afferma quanto da me già osservato: è ora che il Psi si sciolga e confluisca per intero nel Pd, giudicando che questa formazione ormai rappresenta in Italia nel modo migliore la causa della socialdemocrazia. Non molti sembrano essersi accorti che si sta consumando un evento epocale, e dunque sarebbe sbagliato scambiare i contrasti quasi quotidiani tra la linea renziana del partito e gli eredi della sinistra, capeggiati da Bersani e Cuperlo, come piccole scaramucce per questioni di potere Si sta rovesciando un rapporto di forze, nei decenni la causa della socialdemocrazia, apparsa “debole” e pronta al compromesso, è stata schiacciata dal PCI, con la sua grinta “dura e pura”, simbolo di fortezza incorruttibile. Poi, certo, con Occhetto, e D’Alema, e Veltroni, e lo stesso Bersani, sono venuti i contemperamenti, i passi verso una socialdemocrazia riformista di stampo decisamente europeo, ma nessuno di loro ce l’ha fatta ad andare al potere in forma stabile, mentre ci sono riusciti i portavoce di una diversa concezione più fluida ed aperta, Prodi per due volte, e ora appunto Renzi, anche se Bersani in proposito ha ragione di osservare che in fondo si governa con la maggioranza che lui è riuscito a conquistare nelle ultime elezioni, almeno alla Camera. Ma questa non c’è al Senato, e dunque è stato necessario concludere l’alleanza seppure perversa e contro natura con la destra, cosa che, come ricordavo la settimana scorsa, Bersani non può dimenticare, e dunque non può prendersela con l’apporto dei verdiniani. Per fare chiarezza bisogna attendere le prossime elezioni, e proprio in quel momento si verificherà se davvero si è compiuta la grande mutazione, se sarà un moderato, schietto esponente della socialdemocrazia europea, quale Renzi, a mostrarsi capace di andare al potere senza compromessi, cosa mai riuscita agli esponenti della tradizione proveniente dal Pci.
Però, per non apparire sospettabile di conformismo nell’ostentare un renzismo incondizionato, ritorno alla pagella che qualche puntata fa gli ho accordato, dove accanto alle lodi per il suo decisionismo gli rinfacciavo che no, il Jobs Act, non è socialdemocratico, ma offre il fianco ai Giavazzi and Company, cioè ai solerti partigiani del liberismo e del “privato è bello”. Purtroppo, al momento, da noi il cavallo non sta bevendo, ovvero le imprese private non stanno assumendo, e allora tocca allo Stato, al Governo, rimediare, secondo la ricetta del new deal roosveltiano, cioè stanziare miliardi per creare posti di lavoro, nell’università, nei beni culturali, nelle strutture sanitarie ecc. Meglio rimandare i tagli alle imposte e dirottare quelle risorse a creare appunto occasioni di lavoro per giovani. E poi, è stato un errore, un cedimento alla pessima causa berlusconiana la proposta di togliere la tassa sulla prima casa per chiunque, magari anche sulla prima casa dello stesso Berlusconi, che dovrebbe grattarsi il capo per decidere quale, tra le sue infinite abitazioni, converrebbe mettere al primo posto, con la tentazione di collocarvi una reggia, una dimora fastosa, abbuonata allo stesso titolo di un bicamere di qualche povero pensionato.

Pin It
Standard