Attualità

La causa della socialdemocrazia

Continuo, come vengo ormai facendo da tempo per questo settore di opinioni generali, anche di portata politica, ad aggiungere appunti relativi a dossier già apprestati. Leggo che un personaggio assai rappresentativo dell’attuale PSI, l’onorevole Marco Di Lello, coordinatore nazionale di quel partito, afferma quanto da me già osservato: è ora che il Psi si sciolga e confluisca per intero nel Pd, giudicando che questa formazione ormai rappresenta in Italia nel modo migliore la causa della socialdemocrazia. Non molti sembrano essersi accorti che si sta consumando un evento epocale, e dunque sarebbe sbagliato scambiare i contrasti quasi quotidiani tra la linea renziana del partito e gli eredi della sinistra, capeggiati da Bersani e Cuperlo, come piccole scaramucce per questioni di potere Si sta rovesciando un rapporto di forze, nei decenni la causa della socialdemocrazia, apparsa “debole” e pronta al compromesso, è stata schiacciata dal PCI, con la sua grinta “dura e pura”, simbolo di fortezza incorruttibile. Poi, certo, con Occhetto, e D’Alema, e Veltroni, e lo stesso Bersani, sono venuti i contemperamenti, i passi verso una socialdemocrazia riformista di stampo decisamente europeo, ma nessuno di loro ce l’ha fatta ad andare al potere in forma stabile, mentre ci sono riusciti i portavoce di una diversa concezione più fluida ed aperta, Prodi per due volte, e ora appunto Renzi, anche se Bersani in proposito ha ragione di osservare che in fondo si governa con la maggioranza che lui è riuscito a conquistare nelle ultime elezioni, almeno alla Camera. Ma questa non c’è al Senato, e dunque è stato necessario concludere l’alleanza seppure perversa e contro natura con la destra, cosa che, come ricordavo la settimana scorsa, Bersani non può dimenticare, e dunque non può prendersela con l’apporto dei verdiniani. Per fare chiarezza bisogna attendere le prossime elezioni, e proprio in quel momento si verificherà se davvero si è compiuta la grande mutazione, se sarà un moderato, schietto esponente della socialdemocrazia europea, quale Renzi, a mostrarsi capace di andare al potere senza compromessi, cosa mai riuscita agli esponenti della tradizione proveniente dal Pci.
Però, per non apparire sospettabile di conformismo nell’ostentare un renzismo incondizionato, ritorno alla pagella che qualche puntata fa gli ho accordato, dove accanto alle lodi per il suo decisionismo gli rinfacciavo che no, il Jobs Act, non è socialdemocratico, ma offre il fianco ai Giavazzi and Company, cioè ai solerti partigiani del liberismo e del “privato è bello”. Purtroppo, al momento, da noi il cavallo non sta bevendo, ovvero le imprese private non stanno assumendo, e allora tocca allo Stato, al Governo, rimediare, secondo la ricetta del new deal roosveltiano, cioè stanziare miliardi per creare posti di lavoro, nell’università, nei beni culturali, nelle strutture sanitarie ecc. Meglio rimandare i tagli alle imposte e dirottare quelle risorse a creare appunto occasioni di lavoro per giovani. E poi, è stato un errore, un cedimento alla pessima causa berlusconiana la proposta di togliere la tassa sulla prima casa per chiunque, magari anche sulla prima casa dello stesso Berlusconi, che dovrebbe grattarsi il capo per decidere quale, tra le sue infinite abitazioni, converrebbe mettere al primo posto, con la tentazione di collocarvi una reggia, una dimora fastosa, abbuonata allo stesso titolo di un bicamere di qualche povero pensionato.

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