Letteratura

In morte di Vassalli

Nella rubrica d’arte di questo mio blog ho lodato la “lunga fedeltà” dimostrata da Giorgio Marconi verso i suoi artisti, e confermata da quella che a mia volta gli ho sempre prestato. In altri casi, però, pecchiamo dell’opposto, di una “lunga infedeltà”, come devo ammettere essere stata la mia nei confronti di Sebastiano Vassalli. Mi dispiace ricordarlo ora alla sua scomparsa, contravvenendo al detto secondo cui “Nihil de mortuis nisi bonum”, ma esiste anche l’antidoto, l’”amicus Plato”, con quell che segue. All’inizio della nostra reciproca ostilità c’è stata senza dubbio una mia colpa, o quanto meno un mio assenteismo nei suoi confronti, quando aveva iniziato la sua carriera come artista visivo, e mi spediva infornate di foto sul suo lavoro, visto che ero quasi il titolare della rubrica d’arte sul “Verri”, organo ufficiale della neoavanguardia. Poi, passato alle lettere, e anche in quel caso, inizialmente, su uno standard di sperimentalismo assoluto, come quando pubblicò “Tempo di màssacro”, continuai nel mio silenzio, devo ammettere esasperante, se giudicato dalla sua parte. Poi ancora, Vassalli ha fatto il grande salto, ha rinnegato i panni dello sperimentatore, subito accolto dalla conservazione e dallo establishment, pronti a sacrificare per questo pentito rientrato all’ovile il proverbiale vitello grasso. Solo a quel punto e, mi rendo conto, con atteggiamento che doveva davvero risultargli irritante, da buon difensore della causa neoavanguardista ho cominciato ad attaccarlo, rinfacciandogli il conformismo, il carattere retrivo dei suoi intrecci. Gli ho rivolto un deciso “pollice verso”, sull’”Immaginazione”, in almeno tre casi, per il “Cigno”, per “3012” e infine per “La morte di Marx e altri racconti”, provocando la sua vendetta fino a inserire un personaggio, nelle sue scorribande, a nome di Remorto Bottilli. La scaramuccia è continuata, fino a una mia recensione dedicata all’ultimo suo prodotto, “Terre selvagge”. Dato che questo mio intervento non ha visto la luce, lo recupero qui a conclusione appunto di un lungo rapporto di ostilità, anche se, come si vedrà, proprio in questo atto estremo del nostro scontro non gli lesino taluni apprezzamenti, e certo dovrò riaprire il caso quando a settembre uscirà la sua opera postuma. D’altronde, se gli giunge un barlume di coscienza dell’attuale rapporto di forze, a sua consolazione potrà dire che oggi io sono davvero un Remorto, scomparso sotto tutti gli aspetti, mentre lui è compianto, dallo establishment, come per la scomparsa di un vate nazionale.

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