Arte

Piacentino, trofei di una caccia nobile

Domenica scorsa ho lodato molto l’improvvisa e imprevista comparsa, al MART di Rovereto, di una retrospettiva dedicata a Beppe Devalle, artista di nicchia, uscito fuori dal cono di luce dei riconoscimenti ufficiali. Per la stessa ragione mi devo rallegrare ora del fatto che la Fondazione Prada, anor più dedita a premiare i “soliti noti”, trovi invece voglia e spazio per portare l’attenzione su Gianni Piacentino. E’ vero che questo rito abbastanza insolito, per la linea di navigazione della Fondazione milanese, è pur sempre condotto dal critico ufficiale di riferimento, Germano Celant, e che il patron così autorevole dell’Arte povera non aveva mancato di porre anche Piacentino tra i membri del fortunato sodalizio. Ricordo di averlo visto, mi pare agli inizi del ’69, in una mostra nello stanzone disadorno ma tanto funzionale che Gian Enzo Sperone gestiva a Torino, Corso San Maurizio, in quei momenti iniziali del movimento, ma subito il Nostro mi parve non collimante con i requisiti generali del poverismo. Manifestava un apparente consenso al Minimalismo statunitense, il che poteva anche corrispondere all’identikit del nascente fenomeno poverista, che nei suoi primi tempi non aveva ancora del tutto il coraggio di allontanarsi da mosse rigide e anchilosate, di osservanza para-geometrica. Ci volle qualche sviluppo ulteriore per spingere gli iscritti ufficiali a quel club a stemperare i rigori asettici iniziali sotto l’influsso dell’Anti-form, secondo la svolta che Bob Morris, padre riconosciuto del Minimalismo, stava imprimendo, a New York, alla sua opzione iniziale, dirottandola appunto verso l’Anti-form, ovvero dando inizio a quello che io stesso avrei poi chiamato un Informale “freddo” o tecnologico, subendo gli sberleffi dei colleghi, che mi imputavano di essere il solito “bolognese” nostalgico di vecchi riti. E in effetti a credere fino in fondo a quella svolta verso l’Anti-form allora, più che lo stesso Celant, sempre cauto nelle sue mosse e pronto a imboccarle solo quando si sentisse le spalle ben coperte, ci fu Piero Gilardi, a costo di affondare ancor più la sua produzione fin troppo legata alla presenza degli oggetti di natura, rifatti sul registro del “tale e quale”. Ma tornando a Piacentino, beninteso egli era le mille miglia lontano da qualsivoglia concessione all’Anti-form, anzi, appariva un convinto sostenitore di opere impeccabili, quanto mai chiuse entro formati geometrici: porte, tavole, architravi, però già con qualche significativa deroga, rispetto ai canoni minimalisti, dato che quei corpi, pur solidi e ben squadrati, rifuggivano dalle lamiere metalliche venendo prodotti con un legno dal sapore artigianale, e soprattutto venivano tinteggiati con colorini freddi ma svenevoli, quasi da aprire la strada a quanto avrebbero fatto in seguito Peter Halley o John Armleder. Era insomma in lui un’opzione decisa verso valori legati all’artificiale, al voluttuoso, all’optional, tanto che, seguendo la mia metodologia affezionate ai contrasti dialettici, proprio pensando a lui meditai di lanciare un’onda contraria al poverismo, nel nome di un’arte “ricca”. Deviai poi in direzione non tanto di quella coppia, povero-ricco, bensì verso l’altra tesa tra l’attualità più spinta e invece la rivisitazione del passato, varai cioè qualche anno dopo, nel ’74, la “Ripetizione differente”, senza però inserirvi Piacentino, dato che lui, piuttosto che ripetere il museo seppure sul registro dello straniamento, preferiva frequentare un passato del tutto prossimo, darsi a rovistare in un museo, sì, ma dove si conservassero le reliquie di un primo industrialismo. Comunque non gli negai certo il mio appoggio, credo di aver scritto varie volte a suo favore. Ed ecco ora la mostra in un ampio spazio del Prada, dove alle pareti si allineano questi reperti tratti appunto, per via immaginaria, da un museo dell’immediato passato. Sembra di entrare nelle stanze di un cacciatore di trofei, ora allineati appunto sulle pareti, solo che la caccia grossa condotta dal Nostro ha portato a casa non i busti di animali feroci, bensì fiancate, parafanghi di auto d’epoca, che da un lato, con i loro tesi ritmi orizzontali, ricordano ancora qualche sopravvivenza di un’impostazione minimalista, ma poi, a fare la differenza emergono, ben in vista, i marchi, i loghi, gli stemmi delle Premiate ditte cui si devono quei pezzi di modernato. Del resto, il nostro artista non si limita a una diligente ricerca, da collezionista spinto da una passione incontenibile, ma, provvisto di quelle ghiotte prede, procede poi a combinarle, come un bambino farebbe con i pezzi di un meccano, ne asseconda lo spirito macchinista e ne ricava strani corpi mobili, come delle bici prodigiosamente allungate, sgorgate dalla fantasia di qualche inventore scapricciato, innamorato della scienza utopistica di cui era prodigo Jules Verne. Sarebbe bello se quelle “callidae iuncturae”, quegli immaginari bicicli potessero essere davvero utilizzati, uscir fuori dallo spazio protetto del museo e andare a percorrere le vie cittadine, sarebbe come vedere l’utopia scendere dal cielo, da una dimensione immaginaria e prendere consistenza reale. Al vedere quella immaginaria e utopica invasione, i normali cittadini strabuzzerebbero gli occhi, ma di sicuro sarebbero conquistati dal fascino sottile che ne emana. O forse, come sempre, i sogni devono rimanere nel cassetto, e dunque questa popolazione immaginaria deve restarsene racchiusa e protetta ad animare soltanto le stanze di un museo, che però concede loro un’ampia possibilità di esibirsi.
Gianni Piacentino, a cura di Germano Celant, Milano, Fondazione Prada, fino al 10 gennaio.

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Attualità

Domenicale 8-11-15

Nel Domenicale di oggi intendo riservare una noticina al segretario nazionale del Psi, Nencini, esortandolo a sciogliere il suo partito, destinato a raggranellare percentuali di voto da “ prefisso telefonico”, come si dice. Non arriva a intendere che ormai la nobile causa della socialdemocrazia nel nostro Paese è ampiamente sostenuta dal Pd di Renzi? E dunque, converrebbe confluire totalmente in esso, aiutandone il leader a difendersi dagli attacchi di una sinistra di vecchio stile, ancora sentimentalmente legata a Berlinguer, quello stesso uomo politico che aveva contribuito ad affondare il progetto alternativo, e autenticamente socialdemocatico, nonostante gli indubbi errori e limiti, coltivato da Craxi. Ormai questa realtà storica si afferma, proprio sulle pagine dell’”Unità” allineata sul nuovo corso. Fra l’altro, non si capisce perché Nencini si ostini a predicare che bisogna apportare alcune modifiche all’Italicum. In quale senso? Se il Psi in formato autonomista avesse qualche speranza di raggiungere qualche consistente decimale di voto, potrebbe chiedere di abbassare la soglia percentuale che ammette l’ingresso in parlamento di una forza politica, ma il Psi nell’attuale stato è lontanissimo da una speranza del genere, e dunque non gli serve nulla predicare il ritorno ai blocchi di alleanze, o un ulteriore abbassamento delle soglie di ammissione. Meglio dunque esortare i residui simpatizzanti della causa socialdemocratica, come lo scrivente, a sostenere compatti il Pd nelle prossime scadenze elettorali, punto e basta.
Passando ad altro dossier, negli incontri di Otto e mezzo condotti quotidianamente dalla Gruber ha trovato conferma che ormai il titolo di gufo numero uno ad honorem spetta al vice-direttore dell’”Espresso” Marco da Milano. Purtroppo spesso e volentieri la conduttrice, rinunciando al ruolo di attenta e imparziale moderatrice per lo più sostenuto, ormai in diverse occasioni gli dà man forte. L’altro giorno insieme hanno aggredito Manuela Repetti, compagna di Bondi, rea come il quasi consorte di aver abbandonato il ceppo berlusconiano, senza confluire tout court nel Pd, ma arrestandosi nella casella intermedia dei senatori indipendenti. In fondo il popolo della sinistra dovrebbe rallegrarsi ogni volta che una pecorella pentita contribuisce a smantellare l’ice-berg del berlusconismo affrettandone la fine, invece si manifesta la barbara usanza di inveire contro questi transfughi, supponendo in loro tutte le colpe possibili, come se fossero stati comprati a qualche mercato, o si fossero astutamente riposizionati per salire al prossimo turno sul carro del vincitore. Non si ammette la possibilità di un autentico ripensamento e critica del passato, anche se agli ideali di questo si era profondamente aderito. Nell’ironica e beffarda contestazione di questo mutamento di segno politico il Di Marco scatenato è giunto a imputare alla Repetti, però ferma e lucida nell’autodifesa, di aver osato entrare nel partito di Bersani, il che non è avvenuto, ma soprattutto e prima ancora il Pd non è più il partito di Bersani, almeno da quando il suo erede Cuperlo ha perso la gara delle primarie contro Renzi, e in ogni caso Bersani dimostra saggezza politica, mantiene una linea corretta di opposizione interna, lontana dagli attacchi giustizialisti di sedicenti compagni di via, magari più adatti a fiancheggiare il fronte della nascente Sinistra e a chiudersi, assieme ad essa, in una sacca di ininfluenza.
Infine, passando ancora ad altro dossier, registro un motivo di soddisfazione, mi pare di capire che le forze dell’Unione europea, anche e soprattutto a livello militare-navale, stanno adottando l’unica linea contro gli scafisti e le loro brutali manovre che in queste pagine io stesso auspicavo, stabilire cioè un cordone di vigilanza ai limiti delle acque territoriali con la Libia per impedire che le misere imbarcazioni rivolte a praticare questa nuova tratta di schiavi riescano a superarlo. Tornino indietro, o assistano allo smantellamento dei loro gommoni o pescherecci, a patto ovviamente di mettere in salvo il misero carico umano che trasportano.

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Letteratura

Il RicercaBO 2015

Nei giorni scorsi si è ripetuto il solito appuntamento annuale detto RicercaBO, Laboratorio di nuove scritture che dopo una lunga fase tenutasi a Reggio Emilia, da cui la sigla di RicercaRE, era passato, non proprio a Bologna, ma nel finitimo comune di San Lazzaro di Savena, peraltro ormai inglobato nell’area metropolitana nata attorno al capoluogo emiliano. A propiziare il passaggio ci aveca pensato il sindaco, per due mandati consecutivi, Marco Macciantelli, indotto ad accogliere la manifestazione nella sua qualità di allievo di Luciano Anceschi, a cui quelle varie riunioni, care soprattutto al Gruppo 63, si sono sempre ispirate. Ma, andato via lui, il sindaco che lo ha seguito, Isabella Conti, ha voluto distinguersi rigettando quanto il suo predecessore aveva ordito, e dunque si è affrettata a licenziarci per scarso rendimento, così come, cancellazione ben più grave, ha fatto pure nei confronti di un intero villaggio pianificato per sorgere in aperta campagna, il che avrebbe dato lavoro al settore edilizio, oggi in piena crisi. Ma si sa bene che è in atto uno scontro ideologico tra i “verdi”, che vorrebbero il ritorno a uno stato di natura, e chi invece crede e auspica che si proceda a costruire, strade, linee ferroviarie, abitazioni, seppure “con juicio”.
Siamo riusciti a sanare la ferita con ricorso a una industriosa cooperativa bolognese, gestita da Carlo Terrosi, che si ammanta di titoli brillanti, Le macchine celibi, Lo specchio di Dioniso, o infine di uno dei soliti acronimi oggi diffusi, Boart, facendo dirottare su di sé un finanziamento della Fondazione del Monte che già assicurava le nostre manifestazioni a San Lazzaro, ma che, incalzata dalla crisi generale, ha ridotto il contributo, costringendo anche noi di conseguenza a ridurre il numero degli autori chiamati a leggere i loro brani inediti, per un confronto immediato con colleghi ed esperti presenti tra il pubblico, dodici invece dei sedici delle edizioni anteriori. Ma col vantaggio che ora il tutto si è svolto nell’ombelico della città petroniana, nell’Auditorium della Biblioteca della Sala Borsa, concesso a titolo gratuito dal Comune di Bologna.
Questa la scheda dei dati esteriori relativi al nuovo ciclo. Passando a esaminare quelli di taglio critico, un fatto positivo è che ci si sia avvicinati come non mai a un rapporto equilibrato tra autori al maschile e al femminile, sette contro cinque. Dispari invece l’altro rapporto tra i generi letterari, appena quattro a rappresentare il genere narrativo, mentre gli altri sono rientrati, almeno in apparenza, in quello della poesia. Il che del resto conferma un trend tradizionale della nostra letteratura, anche di taglio sperimentale, la poesia viene prima e lo fa meglio, questo dai tempi di Crepuscolari, Vociani, Futuristi, e anche il Gruppo 63, e il posteriore Gruppo 93 hanno avuto il primo avvio dalle ricerche poetiche. Ma certo la narrativa appare sempre, magari a torto, come il traguardo più ambito e consistente.
D’altra parte i quattro narratori hanno rappresentato ciascuno un caso a sé stante, fornendo quindi un diramato ventaglio di esiti. Yasmin Incretolli, proveniente dalla fertile sinergia esistente ormai da qualche anno tra RicercaBO e i talenti stanati dal Premio Calvino, ha presentato una sorta di stenografia incalzante, un diario ansimante di una teenager alle prese coi difficili rapporti coi parenti, col sesso, con la vita in generale. I presenti vi hanno trovato un possibile aggancio a una delle teste di serie della stagione precedente, Isabella Santacroce: stessa violenza, affidata a una paratassi che non dà tregua. Proveniente dalla selezione 2015 del Premio Calvino ci è giunto anche Fabio Franceschelli, che invece rappresenta la tendenza definibile come un New Italian Realism, o un realismo con due “neo”. Infatti rispetto a un neorealismo più tradizionale, di cui pure Franceschelli ricalca l’impegno ad affrontare temi di stretta attualità, come una partita di calcio tra adolescenti, l’episodio non viene ripreso da un narratore oggettivo, procedente dall’alto. In questo caso la scena filtra attraverso varie soggettività, con ricorso al tipico discorso indiretto libero, Di più, Franceschelli, nel recitare il suo brano, ha preferito alzarsi in piedi e affidarsi a una sorta di performance.
Chiara Bottici ha costituito un ennesimo caso di “ripetente”, infatti era già comparsa al RicercaBO di due anni fa, ma si sono intraviste nei suoi testi concepiti in seguito alcune novità di rilievo, così da giustificare una sua riammissione. In fondo, con lei la prosa ha espresso tutte le sue virtù più tipiche: un narrare disteso, che anzi simula uno scorrimento del tutto prosaico, di un padre che guida la figlia a una visita quasi turistica in un ospedale, ma poi si scopre gradualmente che nelle sale di quel nosocomio sono ospitati casi di follia e delirio, con un progressivo incedere tra un primo approccio di apparente normalità, che poi tradisce i segni della deriva, dell’affondo nelle dimensioni della nevrosi e della pazzia, con un ben calcolato trascorrere da un capo all’altro del percorso.
Infine, Guido Mazzoni ha rappresentato il trait-d’union tra i due generi usualmente contrapposti, dimostrando invece un’abile capacità di superare i confini reciproci, anzi, di ignorarli, con segmenti di apparenza prosastica, come di chi stende un proprio diario, sospeso tra il personale e il pubblico, denso quindi anche di spunti morali e perfino filosofici. Mazzoni ha parlato di un prevalere, nella sua opera, di un carattere “assertivo”, il che appunto garantisce questa duplicità di esiti, a seconda che a questo discorrere abbastanza piano e disteso si decida di dare spazio, o invece si preferisca concentrarlo in breve. Attorno a questo nodo di una poesia che si distende per il lungo divenendo assertiva si possono riportare altre voci della rassegna dei giorni scorsi, per esempio Irene Salvatori contrae, abbrevia le “asserzioni” che invece in Mazzoni appaiono in genere più diluite, inoltre le aggancia anche a forti grumi di oggettualità, di “cose” ricche di un sapore di epifania. Sono quelle stesse “cose” a cui Francesca del Moro rivolge un discorso propiziatorio, che però diventa anche il riconoscimento della soffocante legge del consumismo: “Bisogna vendere le cose / vendere sempre vendere le cose”. Risultati “assertivi” densi e perentori compaiono anche nei versi di Stefano Guglielmin, basti riportarne uno come il seguente: “Siamo talpe in crematorio”. Anche per Laura Accerboni si può parlate di una assertività, affidata a una recita di vicende arcane e metafisiche, che l’autrice pronuncia a memoria con sguardo sbarrato e concentrato davanti a sé, a inseguire i fantasmi delle sue arcane favole, come di una Alice che ha varcato la soglia del Paese delle meraviglie. Assertive sono pure le cronache di una vita di paese, se ci si dà la pena di riportarle a una normale lingua italiana, ma questo sarebbe un grave errore, in quanto il loro autore, Davide Ferrari, ce le presenta, in prima istanza, in una veste dialettale, di un dialetto della bassa Padana, dalle parti di Pavia, il che dà una forza mirabilmente straniante a vicende altrimenti banali e prosastiche.
Non è che tutte le otto presenze di provenienza, all’incirca, dall’ambito della poesia possano farsi rientrare in questo identikit, se ne sono presentate almeno due del tutto dissonanti, ma poste tra loro in sintonia reciproca. Il bello è che una pura casualità le ha collocate l’una in apertura, l’altra in chiusura dell’intera sfilata degli autori, così da delineare un perfetto ouroboros, nel nome di un espressionismo rude, affidato all’evocazione dei valori del corpo e della carne. Nel caso di Ariele d’Ambrosio, questa forza espressiva entra in simbiosi con un avveniristico armamentario tecnologico, chiamando le due componenti a darsi forza reciprocamente. In chiusura, è giunta la voce altrettanto brutalista di Daniele Barbieri, che per sua aperta dichiarazione si compiace di rilanciare parole fruste e retoriche come cuore e amore, ma ridando loro vigore, proprio attraverso una pronuncia concentrata, esasperata, martellante.
Semmai, in questa sfilata è apparsa un po’ emarginata un’area di sperimentalismi accentuati quale invece aveva caratterizzato i raduni precedenti. Questa volta un agone sperimentale del genere è rimasto affidato al solo Luca Zanini, col suo ricorso a cancellazioni, frammentazioni, dilatazioni delle parole sull’intera superficie della pagina a costituire uno spartito pronto per un’esecuzione quasi “puntinista”. Insomma, questa attuale prevalenza della poesia non corre il pericolo di apparire pleonastica e ripetitiva, dato che al contrario si sa sventagliare in una molteplicità di filoni e di linee di forza.

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Arte

Gli ingegnosi identikit di Beppe Devalle

E’ quasi inevitabile che i grandi musei soggiacciano al rito dei “soliti noi”, offrendoci cioè mostre di artisti che vanno per la maggiore e che risultano consacrati ad ogni raduno internazionale. E’ quindi miracoloso che il MART renda omaggio a Beppe Devalle (1940-2013), artista torinese finissimo ma caduto nel cono d’ombra, soprattutto perché di difficile collocazione, non inseribile in una delle caselle di un prontuario ufficiale. Non so a chi sia dovuto questo miracolo, non credo al subentrante, alla direzione del MART, Gianfranco Maraniello, gli sarebbe mancato il tempo di mettere in atto un progetto così coraggioso, dovuto quindi alla Collu, che lo ha preceduto in quell’incarico prestigioso? Ma lei ha fatto ben poco, da quella sede, riesce quindi difficile dire se una scelta ardita del genere rientri nel suo profilo. Ma certo buona parte del merito è dovuta a moglie e figlia dell’artista, appartenenti alla valida categoria dei parenti che non si affrettano a monetizzare il “caro estinto”, ma si battono con tenacia per tenerne alta la memoria. In fondo, fino a un certo punto della sua carriera, era facile catalogare Devalle, lo si poteva inserire nel filone di un astrattismo geometrico volto a esibirsi con schemi aguzzi, taglienti, policromi, montati a tarsia, ma già in quel momento intenti a concedersi un “valore aggiunto” di grazie decorative, non fermandosi a un mero discorso “de lineis”. O almeno, ai tralicci lineari Devalle intendeva aggiungere pure una parlata “de figuris”, tanto per completare la nota formula. A quel modo, dalla casella, divenuta scomoda e inattuale, dell’astrattismo geometrico Devalle poteva balzare in quella ben più incalzante della Pop Art, rendere cioè un omaggio al culto delle immagini “popolari”, di divi del cinema, della musica, dello sport, ma senza dimenticare il suo primo tempo, anzi, dandosi da fare, con grinta e originalità, per portare i due momenti in apparenza, o anche in realtà, assai lontani, incongruenti, a celebrare invece un loro difficile matrimonio. In fondo, come i campioni più accreditati proprio della Pop Art, il Nostro sapeva bene che non bastava certo servire in tavola le icone fin tropo note, presentandole soltanto secondo un registro del “tale e quale”, occorreva invece “lavorarci sopra” in qualche modo. Lo stesso Warhol, pur nel rivolgersi a Marilyn o al Presidente Mao, eccetera, si sforzava di dare nuova linfa a quelle immagini entrate fin troppo nella pubblica circolazione adottando qualche procedimento straniante, l’ingrandimento prima di tutto, ma più ancora una colorazione volutamente maldestra, come di quegli anonimi pittori che stendono una mano su cartoline turistiche per ridare loro un qualche palpito di vita. Devalle invece a questo proposito mette sapientemente a frutto la sua esperienza precedente, aggredisce le icone dell’attualità con un armamentario di schemi ricavati proprio dal manuale della geometria. In definitiva, è come se ricalcasse i metodi dei bravi disegnatori professionali cui la polizia demanda il compito di ricostruire l’identikit di qualche criminale ricercato, sulla base dei suggerimenti e dei ricordi, magari incerti e nebulosi, di testimoni de visu. Nel caso di Beppe, tutto è più chiaro, in quanto egli dispone di una testimonianza collettiva, tutti conosciamo il profilo della solita Marilyn, o, per andare in un ambito più raffinato, di qualche autore di grande fama nella pittura, Picasso, o nella letteratura, da Virginia Woolf a Goffredo Pavese. Ma lo sforzo è di arrivare a quei “totali” procedendo attraverso incastri ingegnosi. Oppure l’intero procedimento può essere visto alla rovescio, il “totale” ce lo abbiamo, basta sforbiciarlo via da qualche rivista di lusso, da qualche magazine che ce lo propina con tutto il lustro della carta patinata. Però bisogna poi dimostrare che quell’icona arcinota non è piombata dal cielo, già fatta, tale e quale, ma che al contrario è il frutto di una geometria sottilmente calcolata. Ovvero, l’artista muove a una specie di verifica delle forme note a tutti attraverso un ricettario di schemi, tornano insomma a galla i tracciati geometrici da cui era partito, che vanno ad applicarsi a quelle sagome e profili, li mettono alla prova, tentano di ritrovarli per forza di sviluppi formali. L’operazione, per consapevole decisione, riesce solo a metà, si arresta nel bel mezzo di questo esercizio di equilibrismo, ovvero le ben ragionate e preziose sagomature geometriche si adattano solo in parte alle immagini finali da raggiungere, non ce la fanno a ritrovarle puntualmente, non avviene cioè una ricostruzione puntuale delle foto, pubbliche o private che siano, su di esse si abbatte un piacevole effetto di straniamento, di incompiutezza, come di un acrobatismo che non riesce a compiere l’ardito esercizio, ad afferrare la barra di sicurezza. In altre parole, l’identikit, la ricostruzione riescono solo parzialmente, ma in quello iato voluto sta tutta la forza dell’operazione, è bello, provvidenziale che i due corni del problema non si ricuciano, che l’appuntamento si fermi a metà strada, e che le due componenti opposte, l’iconismo facile, da strapazzo, da consumismo pronto e banale, e invece la verifica a base di sottili apparati formali, restino sospesi a cercarsi, nel tentativo di ricomporre un’unità sempre inseguita ma sempre sfuggente.
Beppe Devalle, Rovereto, MART, fino al 14 febbraio. Cat. Electa.

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Attualità

Opinionisti del “Corriere”, pro e contro

In genere seguo con attenzione i fondi degli opinionisti del “Corriere della sera”, spesso con piena disapprovazione, altre volte invece con cauta adesione, come mi succede per lo più di fronte a quelli firmati da Antonio Polito. Per esempio in uno di qualche giorno fa egli ricordava la volubilità dell’opinione pubblica occidentale davanti alle varie orimavere mediterranee. Allora, si era levato un grido comune che in nome dei sacri valori della democrazia fosse nostro dovere accorrere in difesa di chi, giovani, diseredati, muclei etnici oppressi, si fosse posto in rivolta agitando appunto le bandiere di quei sacri ideali. Oggi invece ha prevalso il cinismo, ci diciamo che è stato follia abbattere Gheddafi, o Sadam Hussein, o Mubarak, dittatori tremendi e sanguinosi, finché si vuole, ma capaci di funzionare da tamponi, da coperchi per tenere represse e schiacciate certe pentole altrimenti ribollenti fino a un punto di esplosione, Tornando indietro a quegli anni, potevamo far finta di nulla lasciando che un orrido dittatore come Gheddafi muovesse da Tripoli per schiacciare il fronte di forte resistenza interna sorto a Bengasi? Credo che fosse doveroso appoggiare la causa degli insorti, anche approfittando della posizione geografica di quel Paese, su cui interventi in forze, più che altro aeree, erano possibili. O in altre parole, rispettiamo il detto “dammi una mano e io ti darò un braccio per tirati fuori dai guai”. Invece questa mano, di qualche gruppo in piena rivolta, non ci veniva dall’Iraq, dove quindi l’intervento massiccio degli USA fu del tutto ingiustificato, tanto più che il tiranno micidiale di quel Paese, Saddam Hussein, lo avevano creato loro facendosene un’arma contro l’Iran. Male allora si comportarono l’inghilterra di Blair e l’Italia di Berlusconi ad associarsi. Non essendoci lieviti indipendentisti in quell’area, fu un tragico errore destabilizzarla. Rimanemmo anche alla finestra davanti ai moti di piazza che sconvolsero l’Egitto, seppure parteggiando per la causa di coloro che volevano abbattere la dittatura del tiranno. Purtroppo, così come si erano innalzati, quei fermenti aperturisti sono rimasti schiacciati per immaturità dei tempi. La democrazia, almeno quella di stampo occidentale, va di pari passo con lo svilupparsi di una economia-tecnologia di stampo industriale, dove questo supporto non c’è, neanche il risvolto libertario riesce a crescere. Ovvero, come sappiamo bene, la democrazia non si esporta, non si impianta là dove non ci siano le condizioni per riceverla e farla prosperare.
Di solito, invece, non sopporto i fondi di Angelo Panebianco, tenace destrorso apari di Ernesto Galli della Loggia, e di Francesco Giavazzi, solito quest’ultimo a stordisci rovesciandoci addosso un balletto di cifre, al termine delle quali rusuona comunque un slogan di condanna del pubblico a favore del privato. Ma oggi Panebianco ha affidato alle colonne del suo giornale un fondo condivisibile, invitando il Pd a non temere il probabile ballottaggio, al momento di elezioni nazionali politiche, con i Cinque Stelle. Il ragionamento di Panebianco, appunto accettabile, è che nel caso di un simile spareggio non sembra verosimile che tutti i “contro” si coalizzino in odio verso Renzi confluendo a favore dei Grillini. Una decisione del genere forse potrebbe essere presa da “arrabbiati” come i Leghisti, soprattutto dietro la guida collerica impressa al loro movimento da Salvini, ma la palude centrista di specie berlusconiana molto probabilmente non si farebbe trascinare ad adottare questa protesta suicida, esprimerebbe un voto più ragionevole, confluendo così nel renzismo, seppure obtorto collo, o “turandosi il baso”, come diceva Montanelli quando invitava a votare, malgrado tutto, Democrazia cristiana, e in questo casi perfino Berlusconi potrebbe esprimersi in tal senso.
Cambiando totalmente argomento, vorrei far scivolare un nuovo appunto nel faldone che raccoglie i casi di “gufismo”, ovvero di ostilità preconcetta a Renzi, un ruolo in cui il vice-direttore dell’Espresso, Marco da Milano, sta superando lo stesso Travaglio, che pure, fin qui, mi sembrava il campione estremo di un atteggiamento del genere. Forse qualcuno ha assistito alla rubrica “8 e mezzo” che la Gruber tiene sulla Sette subito dopo il telegiornale di Mentana, puntata di venerdì 30 ottobre, dominata dalla fine dell’esperienza di Marino in qualità di sindaco di Roma. I “gufi”, i “bandiera contraria” ad ogni costo, qui degnamente rappresentati dal Da Milano, perfino con l’appoggio della conduttrice, una volta tanto non neutra padrona di casa, hanno sottoposto il povero Orfini, responsabile delle mosse Pd di fronte a questa spinosa questione, a un gioco al massacro. Proviamo a riassumere la vicenda. Orfini e dietro lui tutto il Pd, e beninteso, lo sappiamo, risalendo al responsabile numero uno, a Renzi stesso, regista neppure occulto, sono stati accusati a lungo di sostenere Marino pur avendone misurato, come tutti, le insufficienze, le gaffes, i passi falsi, che non sono certo consistiti in una banale vicenda di scontrini, di pasti e viaggi abusivi, in questo ambito chi, tra i politici, è senza colpe, scagli la prima pietra. Ben più grave è stato il fatto che il primo cittadino di Roma si fosse alienato in un modo incredibile e mai visto la fiducia del cittadino numero uno dell’Urbe, il papa sul soglio pontificio. Se questo scontro tra i due fosse avvenuto per una intrepida difesa del sindaco circa i valori di una Roma laica, ovvero vigilando che il Tevere rimanesse largo, tutti avremmo dovuto schierarci a sua difesa, ma le ire di Francesco sembrano essere state suscitate da ben altro, da vergognosi tentativi consumati da Marino, in occasione del viaggio di Francesco negli USA, di ricevere da lui qualche benedizione, qualche difesa e sostegno. Marino si è condannato da sé per incapacità di gestione della cosa pubblica, della sua stessa funzione politica, e dunque il Pd, seppure a malincuore, ha dovuto risolversi a mollarlo, cercando le vie giuste per superare l’ottuso barricarsi a difesa delle sue prerogative da parte della vittima designata. Ma a quel punto i gufi hanno fatto dietro fronte, mettendo sotto accusa il dispotismo renziano, la sua intollerante pretesa di calpestare i diritti degli elettori che Marino lo avevano votato in grande numero. Tutto fa brodo, attaccate, attaccate, qualcosa resterà. Ma ho già detto che non vedo a quale pro’ l’intera formazione dell’”Espresso” e di “Repubblica” sia conducendo questo gioco al massacro contro il giovane leader del Pd. Oggi li posso invitare a leggersi appunto il fondo di Panebianco che cimette utilmente in guardia, non si creda in una inevitabile marcia dei Cinque stelle verso la conquista del potere. A parte il fatto che il pubblico dei lettori dell’”Espresso” mi sembrerebbe appartenere proprio alla categoria di coloro che, seppur tirandosi il naso per i torti renziani verso una sinistra “pura e dura”, lo preferirebbero comunque rispetto all’avventurismo di cui le truppe grilline sono manifestazione.

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