Letteratura

Il RicercaBO 2015

Nei giorni scorsi si è ripetuto il solito appuntamento annuale detto RicercaBO, Laboratorio di nuove scritture che dopo una lunga fase tenutasi a Reggio Emilia, da cui la sigla di RicercaRE, era passato, non proprio a Bologna, ma nel finitimo comune di San Lazzaro di Savena, peraltro ormai inglobato nell’area metropolitana nata attorno al capoluogo emiliano. A propiziare il passaggio ci aveca pensato il sindaco, per due mandati consecutivi, Marco Macciantelli, indotto ad accogliere la manifestazione nella sua qualità di allievo di Luciano Anceschi, a cui quelle varie riunioni, care soprattutto al Gruppo 63, si sono sempre ispirate. Ma, andato via lui, il sindaco che lo ha seguito, Isabella Conti, ha voluto distinguersi rigettando quanto il suo predecessore aveva ordito, e dunque si è affrettata a licenziarci per scarso rendimento, così come, cancellazione ben più grave, ha fatto pure nei confronti di un intero villaggio pianificato per sorgere in aperta campagna, il che avrebbe dato lavoro al settore edilizio, oggi in piena crisi. Ma si sa bene che è in atto uno scontro ideologico tra i “verdi”, che vorrebbero il ritorno a uno stato di natura, e chi invece crede e auspica che si proceda a costruire, strade, linee ferroviarie, abitazioni, seppure “con juicio”.
Siamo riusciti a sanare la ferita con ricorso a una industriosa cooperativa bolognese, gestita da Carlo Terrosi, che si ammanta di titoli brillanti, Le macchine celibi, Lo specchio di Dioniso, o infine di uno dei soliti acronimi oggi diffusi, Boart, facendo dirottare su di sé un finanziamento della Fondazione del Monte che già assicurava le nostre manifestazioni a San Lazzaro, ma che, incalzata dalla crisi generale, ha ridotto il contributo, costringendo anche noi di conseguenza a ridurre il numero degli autori chiamati a leggere i loro brani inediti, per un confronto immediato con colleghi ed esperti presenti tra il pubblico, dodici invece dei sedici delle edizioni anteriori. Ma col vantaggio che ora il tutto si è svolto nell’ombelico della città petroniana, nell’Auditorium della Biblioteca della Sala Borsa, concesso a titolo gratuito dal Comune di Bologna.
Questa la scheda dei dati esteriori relativi al nuovo ciclo. Passando a esaminare quelli di taglio critico, un fatto positivo è che ci si sia avvicinati come non mai a un rapporto equilibrato tra autori al maschile e al femminile, sette contro cinque. Dispari invece l’altro rapporto tra i generi letterari, appena quattro a rappresentare il genere narrativo, mentre gli altri sono rientrati, almeno in apparenza, in quello della poesia. Il che del resto conferma un trend tradizionale della nostra letteratura, anche di taglio sperimentale, la poesia viene prima e lo fa meglio, questo dai tempi di Crepuscolari, Vociani, Futuristi, e anche il Gruppo 63, e il posteriore Gruppo 93 hanno avuto il primo avvio dalle ricerche poetiche. Ma certo la narrativa appare sempre, magari a torto, come il traguardo più ambito e consistente.
D’altra parte i quattro narratori hanno rappresentato ciascuno un caso a sé stante, fornendo quindi un diramato ventaglio di esiti. Yasmin Incretolli, proveniente dalla fertile sinergia esistente ormai da qualche anno tra RicercaBO e i talenti stanati dal Premio Calvino, ha presentato una sorta di stenografia incalzante, un diario ansimante di una teenager alle prese coi difficili rapporti coi parenti, col sesso, con la vita in generale. I presenti vi hanno trovato un possibile aggancio a una delle teste di serie della stagione precedente, Isabella Santacroce: stessa violenza, affidata a una paratassi che non dà tregua. Proveniente dalla selezione 2015 del Premio Calvino ci è giunto anche Fabio Franceschelli, che invece rappresenta la tendenza definibile come un New Italian Realism, o un realismo con due “neo”. Infatti rispetto a un neorealismo più tradizionale, di cui pure Franceschelli ricalca l’impegno ad affrontare temi di stretta attualità, come una partita di calcio tra adolescenti, l’episodio non viene ripreso da un narratore oggettivo, procedente dall’alto. In questo caso la scena filtra attraverso varie soggettività, con ricorso al tipico discorso indiretto libero, Di più, Franceschelli, nel recitare il suo brano, ha preferito alzarsi in piedi e affidarsi a una sorta di performance.
Chiara Bottici ha costituito un ennesimo caso di “ripetente”, infatti era già comparsa al RicercaBO di due anni fa, ma si sono intraviste nei suoi testi concepiti in seguito alcune novità di rilievo, così da giustificare una sua riammissione. In fondo, con lei la prosa ha espresso tutte le sue virtù più tipiche: un narrare disteso, che anzi simula uno scorrimento del tutto prosaico, di un padre che guida la figlia a una visita quasi turistica in un ospedale, ma poi si scopre gradualmente che nelle sale di quel nosocomio sono ospitati casi di follia e delirio, con un progressivo incedere tra un primo approccio di apparente normalità, che poi tradisce i segni della deriva, dell’affondo nelle dimensioni della nevrosi e della pazzia, con un ben calcolato trascorrere da un capo all’altro del percorso.
Infine, Guido Mazzoni ha rappresentato il trait-d’union tra i due generi usualmente contrapposti, dimostrando invece un’abile capacità di superare i confini reciproci, anzi, di ignorarli, con segmenti di apparenza prosastica, come di chi stende un proprio diario, sospeso tra il personale e il pubblico, denso quindi anche di spunti morali e perfino filosofici. Mazzoni ha parlato di un prevalere, nella sua opera, di un carattere “assertivo”, il che appunto garantisce questa duplicità di esiti, a seconda che a questo discorrere abbastanza piano e disteso si decida di dare spazio, o invece si preferisca concentrarlo in breve. Attorno a questo nodo di una poesia che si distende per il lungo divenendo assertiva si possono riportare altre voci della rassegna dei giorni scorsi, per esempio Irene Salvatori contrae, abbrevia le “asserzioni” che invece in Mazzoni appaiono in genere più diluite, inoltre le aggancia anche a forti grumi di oggettualità, di “cose” ricche di un sapore di epifania. Sono quelle stesse “cose” a cui Francesca del Moro rivolge un discorso propiziatorio, che però diventa anche il riconoscimento della soffocante legge del consumismo: “Bisogna vendere le cose / vendere sempre vendere le cose”. Risultati “assertivi” densi e perentori compaiono anche nei versi di Stefano Guglielmin, basti riportarne uno come il seguente: “Siamo talpe in crematorio”. Anche per Laura Accerboni si può parlate di una assertività, affidata a una recita di vicende arcane e metafisiche, che l’autrice pronuncia a memoria con sguardo sbarrato e concentrato davanti a sé, a inseguire i fantasmi delle sue arcane favole, come di una Alice che ha varcato la soglia del Paese delle meraviglie. Assertive sono pure le cronache di una vita di paese, se ci si dà la pena di riportarle a una normale lingua italiana, ma questo sarebbe un grave errore, in quanto il loro autore, Davide Ferrari, ce le presenta, in prima istanza, in una veste dialettale, di un dialetto della bassa Padana, dalle parti di Pavia, il che dà una forza mirabilmente straniante a vicende altrimenti banali e prosastiche.
Non è che tutte le otto presenze di provenienza, all’incirca, dall’ambito della poesia possano farsi rientrare in questo identikit, se ne sono presentate almeno due del tutto dissonanti, ma poste tra loro in sintonia reciproca. Il bello è che una pura casualità le ha collocate l’una in apertura, l’altra in chiusura dell’intera sfilata degli autori, così da delineare un perfetto ouroboros, nel nome di un espressionismo rude, affidato all’evocazione dei valori del corpo e della carne. Nel caso di Ariele d’Ambrosio, questa forza espressiva entra in simbiosi con un avveniristico armamentario tecnologico, chiamando le due componenti a darsi forza reciprocamente. In chiusura, è giunta la voce altrettanto brutalista di Daniele Barbieri, che per sua aperta dichiarazione si compiace di rilanciare parole fruste e retoriche come cuore e amore, ma ridando loro vigore, proprio attraverso una pronuncia concentrata, esasperata, martellante.
Semmai, in questa sfilata è apparsa un po’ emarginata un’area di sperimentalismi accentuati quale invece aveva caratterizzato i raduni precedenti. Questa volta un agone sperimentale del genere è rimasto affidato al solo Luca Zanini, col suo ricorso a cancellazioni, frammentazioni, dilatazioni delle parole sull’intera superficie della pagina a costituire uno spartito pronto per un’esecuzione quasi “puntinista”. Insomma, questa attuale prevalenza della poesia non corre il pericolo di apparire pleonastica e ripetitiva, dato che al contrario si sa sventagliare in una molteplicità di filoni e di linee di forza.

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