Letteratura

Rushdie, un Chisciotte sovrabbondante

Quando esce un romanzo di Salman Rushdie, mi precipito a comprarlo e a divorarlo. Mi erano sfuggite le sue prime apparizioni, ma poi ero stato raggiunto dal clamore di scandalo e di zolfo con cui si erano presentati, nel 1988, i suoi “Versi satanici”. Ricordo che avevo letto il libro in un lungo volo da Toronto a casa, con l’avvertenza di nascondere la sopraccoperta con relativo titolo, nella paura che qualche compagno di viaggio volesse applicare anche a me la condanna sancita contro quell’opera. Poi, in tutta tranquillità, mi sono letto, e ho commentato in tono positivo, i successivi “L’ultimo sospiro del Moro”, “L’incantatrice di Firenze”, “La caduta dei Golden”, si vadano a rintracciare i miei entusiastici verdetti stesi con altrettanti “pollici recti” sull’”Immaginazione”, o per le vie brevi su questo stesso blog. In sostanza, mi sembrerebbe giusto che in lui si avvisti il logico candidato a un qualche prossimo Nobel della letteratura, magari seguito o preceduto a ruota dal giapponese Murakami, di cui mi occuperò la prossima volta, o dal re degli effetti speciali, Stephen King. Ora eccomi davanti al “Quichotte”, che con omaggio a noi rivolto Rushdie ammette che il modo migliore per indicare questo indimenticabile personaggio sarebbe proprio, per il suono, l’italico Chisciotte. L’idea di base è giustissima, in quanto l’autore, ormai apolide di lusso, pronto a mescolare tra loro tutte le principali lingue e culture del mondo, ravvisa una omologia di situazioni tra la creatura di Cervantes e una sua possibile reviviscenza nei nostri tempi. Don Chisciotte era ossessionato da una produzione letteraria dei suo tempi, scesa ormai a un basso livello, noi diremmo di spazzatura, consistente nell’infinito propagarsi dei vari cicli cavallereschi. Oggi a quella invasione dilagante corrisponde l’ugualmente infinita serie di prodotti televisivi, gialli dozzinali, messaggi pubblicitari, spettacoli edonistici e di consumo. Io stesso, nei miei solitari sfoghi, ho auspicato che si possa levare qualche robusto narratore a contrastare la selva innumerevole dei nostri giallisti o raffazzonatori di storie di coppie più o meno aperte e pronte ad amori multipli. Forse un Busi, un Cavazzoni? Ma intanto, senza dubbio, ecco candidarsi a un ruolo del genere il Quichotte del nostro autore. Ed è pure giusto che la Dulcinea del Toboso cui sacrificare, sia la diva ultra-Pop, di nome Salma, in definitiva prigioniera dei suoi riti e miti, della sua dilagante notorietà. Il Chisciotte di nuovo conio vuole andare a riscattarla dal suo ruolo effervescente, ma in definitiva miserevole. Giusta impostazione, cui però Rushdie infligge strane deroghe o varianti non propizie, a cominciare dalla scelta del numero due dell’epopea, Sancho Panza. Come si sa, il duo cervantino è perfetto, nella dialettica dei ruoli, il volare alto, ma nei cieli della pazzia, del padrone, il volare basso dello scudiero d’accatto, impastato di lievito terreno. Invece, chissà perché, Rushdie non va alla ricerca di una figura corrispondente nel nostro mondo, ma dota il suo eroe di una creatura in definitiva evanescente, in quanto prodotta proprio da quei mezzi virtuali, informatici, inconsistenti che pure il protagonista dovrebbe combattere. Diciamo che in genere un rischio sempre in agguato sul nostro scrittore sta in una irrefrenabile bulimia, egli mette troppa carne al fuoco, che poi finisce per non essere carne ma materia troppo sfuggente, troppo cerebrale, tirata per i capelli. Trovo per esempio che sia inutile, fuorviante, provvedere il romanzo di una pesante cornice dove si confessa un autore, a sua volta scavalcato da qualche ulteriore apparizione. Insomma, Rushdie dovrebbe resistere alla tentazione di parlarci, per dirla con un noto motto latino, “de omnibus rebus et quibusdam aliis”. Mi capiterà di dire che lo stesso pericolo aleggia pure sulle laboriose composizioni di Murakami. Mentre ovviamente il romanzo riprende a scorrere nel modo migliore quando Quichotte, nella sua impresa liberatoria, marcia verso la tappa finale, verso la dama da riscattare, e allora ci sono tanti brani di tessuto concreto prelevati dall’infinito corpo degli USA che ci vengono serviti, così come un titolo di merito della grandezza del regista Hitchcock sta nell’essere andato, ai suoi tempi, alla scoperta di squarci autentici e ignoti di vita statunitense. Purtroppo la tentazione digressiva, particolarmente in quest’opera del Nostro, è sempre in agguato. Per un verso questo è un segno opportuno, vantaggioso di polifonia creativa, per un altro però allontana da un cammino che dovrebbe mantenere una sua direzione. Al limite, è la stessa motivazione di partenza dell’ eroe rivisitato a smarrirsi per strada, nella serie infinita di “pulcherrimae ambages”. Troppa grazia Sant’Antonio, forse, come si faceva un tempo nelle edizioni per l’infanzia, ci vorrebbe l’intervento di un riduttore, disposto ad applicare qualche opportuna sforbiciata su tanta abbondanza di fronde, qualche volta soffocanti.
Salman Rushdie, Quichotte, Mondadori, pp. 447, euro 22.

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Una prova incerta di Calvino

Il “Robinson” di sabato scorso 16 maggio ha pubblicato un racconto inedito di Italo Calvino. Naturalmente, trattandosi di un grande autore, ogni nuovo apporto proveniente da lui è da prendere in considerazione, ma tutto sommato trovo che sia stata giusta la sua decisione di non farlo uscire alla luce. E’ una prova incerta, non legata all’”opera prima”, al “Sentiero dei nidi di ragno”, che a sua volta costituisce quasi un unicum nella produzione calviniana, che non amava per nulla quello stato infantile, con le sue innocenti esuberanze. Calvino preferiva occuparsi di uno stato adolescenziale, già disposto al suo atteggiamento di base, consistente in una larga disponbilità e attenzione verso l’ambiente circostante e verso gli altri, senza concedere troppo alle attrazioni del sesso, e neppure a motivi di “Impegno”. In definitiva, la sua produzione più tipica e accettabile si apre con la ben circostanziata cronaca degli “Avanguardisti a Mentone”, il cui autore dà gìà ampia prova di un atteggiamento che si potrebbe dire di “inespressione”, di rifiuto del pathos. E’ un atteggiamento di libera, disincantata attenzione che lo renderà particolarmente disponibile al tema favolistico. Infatti, se andiamo a scorrere le pagine di questo inedito, vi scorgiamo una certa reticenza a impegnarsi a fondo sia nell’avventura sentimentale, mantenendo le distanze da Vanda, e soprattutto nei confronti di una qualche militanza resistenziale. Calvino in definitiva ha capito che una casella del genere era da lasciare per intero a Beppe Fenoglio, assai più dotato di lui, magnifico cantore dell’epica partigiana con una lingua adatta, un mirabile incrocio tra l’inglese e certe forme dialettali. In Calvino, invece, la lingua è sempre stata limpida, trasparente. Non sono mancate in lui delle puntate verso un qualche grado di impegno, come quando se l’è presa, per esempio, col “mare dell’oggettività”, cosa contro cui sono intervenute allora le mie rampogne affidate al “Verri”. Come se lui non fosse invece un perfetto navigatore, proprio nel “mare dell’oggettività”, incerto, in difficoltà se sulla sua strada trovava stati di turbamento psicopatologico, si veda la quasi-ripugnanza con cui avrebbe affrontato, nella “Giornata di uno scrutatore”, le deviazioni patologiche degli internati al Cottolengo. Insomma, a far escludere dal suo “corpus” più legittimo il presente racconto, ritengo che siano state proprio le sbandate di cui c’è traccia verso un “farsi carico”, verso un rischio di palese partecipazione affettiva.

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Luca Ricci: una brillante escursione nell’estate

Ho già osservato come i libri, e in particolare le opere di narrativa, si sottraggano alle dure regole di questo oscuro periodo di lock down, che invece esclude la possibilità di frequentare mostre d’arte e ogni genere di spettacoli. E’ quasi un insperato risarcimento concesso al cartaceo, quando se ne decretava la morte imminente, anche perché le librerie sono sfuggite all’implacabile chiusura imposta alle altre sedi dedicate all’esercizio di qualche attività culturale. E così, proprio in una libreria ho potuto acquistare “Gli estivi” di Luca Ricci, di cui confesso di ignorare ogni prova precedente, compresi “Gli autunnali”, ovviamente collegati a questa uscita contrassegnata da un titolo stagionale, ma potrò essere perdonato dall’Autore in quanto mi accingo a dirne bene. E’ un lieto incontro, per l’andamento smaliziato, leggero, ironico di questa prova, che percorre tanti luoghi della nostra scena quotidiana, ma evitando certi stereotipi da cui sono aduggiati i romanzi di firme più celebrate. E’ una specie di confessione che colui che parla in prima persona rivolge a una giovane concupita, tale Teresa, ma ovviamente non si cade nella trappola sentimentale, colui che ci parla è regolarmente ammogliato, catturato però dal tedio del rapporto coniugale con Ester, la quale del resto gli rende pan per focaccia. Tra i riti dei nostri tempi c’è l’evento inevitabile delle code automobilistiche che si devono subire, soprattutto se ci si muove nei dintorni di Roma. Ebbene, l’estrosa Ester non esita ad abbandonare il marito bloccato nella sua vettura per far visita, e intrecciare rapidi rapporti sessuali, con i prigionieri delle altre auto. Del resto, questa prosa è cosparsa di massime brillanti, a cominciare da quella che riguarda proprio il matrimonio, definito “una bislacca gara a due”. Quanto poi al mettersi in coda per andare al mare nei dintorni di Roma, ecco una osservazione che da sola vale come epitome dell’intero romanzo, secondo cui Ostia viene definita “un Natale in mutande”. Ma se si vuole una morale seria, non seriosa, sovrastante tutto questo affaticarsi, senza capo né coda (che non sia quella già detta delle auto in fila), basterà citare un filosofico “La vita è troppo caotica per capirci qualcosa”. E dunque, il personaggio che ci parla, che sproloquia, che si disperde in un mare di guai, di contrattempi, di circostanze imprevedibili, è del tutto degno di muoversi nel segno di questa saggezza spicciola, ribadita da una convinzione ugualmente di spessore circa “l’inviolabilità dell’essere umano”. Quanto poi al succedersi monotono delle stagioni di cui qui si vuole fare cronaca, anche a questo proposito scatta subito la massima opportuna, pronta a definirle fatte di “Trentuno lunghissime, agonizzanti domeniche”. Giuro che anche quando cesserà il ricatto del contagio, acquisterò le due stagioni mancanti alla rassegna, se Ricci ce le vorrà servire.
Luca Ricci, Gli estivi, La nave di Teseo, pp. 219, euro 18.

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Sebastiano Mondadori: un padre felicemente pasticcione

Ricevo, per via telematica, un romanzo edito da Manni, autore Sebastiano Mondadori, titolo “Il contrario di padre”, e sono ben lieto di darne un responso positivo per i tanti legami che mi uniscono a quella case editrice, da cui esce la rivista “l’Immaginazione”, tra le pochissime riviste letterarie che ancora ricorrono al cartaceo, e che in ogni suo numero ospita una mia rubrica bifida, di due “pollici”, “recto” e “verso”, ma vietandomi, in nome di una serietà deontologica che le fa onore, di parlare, bene o male che sia, di un proprio libro. Però nel corso degli anni, e in altre sedi, ho avuto modo di pronunciarmi positivamente su tanti romanzi pubblicati da questo vivacissimo editore. Venendo al romanzo in questione, esso ha un protagonista, Giulio detto anche Giuliano, posto al limite tra infanzia e adolescenza, di cui vinee assimilata molto bene una psicologia in linea con l’età dichiarata, e dunque la scrittura assume un andamento volutamente “naif”, da ricordare impostazioni simili che potremmo trovare in Celati, in Cavazzoni, in un loro un po’ estenuato continuatore come Paolo Nori. Naturalmente questo sguardo “candido” esige un contraltare, o, per stare proprio al titolo proposto, un “contrario” trovato nel padre dal nome di Geremia, che è la componente più felice e positiva dell’opera, trattandosi di un gustoso lestofante, pronto a ogni imbroglio, intento a comminare al discendente una lezione di “saper vivere”, di violare ogni prescrizione austera in linea con la morale, con qualsivoglia regola morale. E’ tanto estroso e perverso, questo genitore, che non si arriva bene a capire in che cosa mette le mani, ma di sicuro si tratta di imprese trasgressive, partite a carte o giochi d’azzardo frequentati ovviamente da baro. Viaggi in auto dalle mete sempre incerte e variabili, col figlioletto piazzato sul sedile posteriore, mentre accanto al guidatore fantasista ci sta, ovviamente, non la moglie e madre legittima, bensì un’amante in carica, Clementina soprannominata Clem, per una abbreviazione che è un po’ la cifra di questa prosa, che va sempre per le spicce, affretta le situazioni, le rende imbrogliate, di difficile leggibilità, da parte del piccolo testimone, che per deliziosa immaturità non riesce a capire bene i comportamenti di quel padre sbarazzino, sempre imprevedibile, anche sulle vie del sesso, in cui si compiace di mostrare al pargolo il suo “pacco” enorme di genitali, di cui sa fare buon uso, più preoccupato di scontentare Clem, per i propri tradimenti, piuttosto che la moglie, lontana, praticamente assente. C’è pure una ugualmente deliziosa figura di un nonno, vittima di “buchi neri”, capace di ricordare a sprazzi o di dimenticare quanto non gli garba di riportare alla luce. Il nostro Mondadori si è senza dubbio avveduto di dover inserire nella trama qualche stacco, e ha tentato allora di compiere dei salti temporali, fino a offrirci il protagonista Giulio, o Giuliano, in fase adulta. Ma gli stacchi temporali, e i relativi mutamenti psicologici, non gli riescono molto bene- Per fortuna, incurante di una qualche cronologia esteriore e dei suoi effetti ritardanti, raffreddanti, il narratore è sempre pronto a tornare a immergersi nel fiume in piena del battibecco tra padre e figlio, nella felice dialettica tra il candore dell’uno e la bonaria perversità dell’altro.
Sebastiano Mondadori, Il contrario di padre, Manni editore.

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Lizzani: un perfetto “Ultimo atto”

Il 25 aprile scorso ho onorato convenientemente l’anniversario della Liberazione rivedendo il capolavoro di Carlo Lizzani, “Mussolini ultimo atto”, ritrasmesso nella rubrica “Atlantide” da un ieratico e apocalittico Andrea Purgatori che in realtà se la cava a buon mercato andando a ripescare vecchie e gloriose pellicole. Ho l’onore di aver ospitato Lizzani a casa mia quando gli fu commissionato un documentario su Cesare Zavattini, di cui sono stato buon amico ed estimatore su entrambi i fronti della sua attività, pittura e letteratura. Quel film ci pone di fronte al solito dilemma. A interpretare il Duce, ci voleva un attore di spessore, e Lizzani l’ha trovato come meglio non si poteva in Rod Steiger, immedesimazione perfetta, stupefacente, fin troppo, con l’inevitabile conseguenza che il personaggio in sé negativo ha assunto un’aura magica, involontariamente positiva. E’ il fenomeno contradditorio verificatosi già in tanti altri casi, quando taluni campioni del male sono stati affidati appunto a grandi attori, come Marlon Brando e De Niro nei due volti del “Padrino”, e più di recente Favino nel “Traditore” a impersonare Buscetta, quando invece il personaggio in carne ed ossa, in un documentario trasmesso dalla Rete Sette, è apparso ben più vile e rozzo, da non meritare alcun ossequio. Devo dire che lo stesso Favino, pur bravissimo anche quando ancor più di recente ha indossato i panni di Bettino Craxi, è apparso meno convincente, ma proprio nella misura che il leader del Psi non è stato certo un genio del male tutto d’un pezzo. Ma tornando al Mussolini di Lizzani, è perfetto nei suoi conati residui di grandezza misti a segni di pusillanimità italica, gli stessi che lo hanno indotto a cercare rifugio in Svizzera, abbandonando tutti. A cominciare dalla moglie e figli, di cui si libera con una telefonata lasciandoli al loro destino. Unico residuo di umanità. l’attaccamento viscerale con l’ultima amante, Claretta Petacci (interpretata da un’ottima, anch’essa, Lisa Gastoni). Il tradimento, la vergogna estrema del nostro leader inutilmente maximo, come qui viene impietosamente dimostrato, fu di indossare una divisa tedesca per tentare di passare inosservato, fra l’altro in modo maldestro, lasciando scoperti dei calzoni con ancora ben visibile la divisa del potere. Da qui una fase accuratamente ricostruita di rimbalzi da un commando all’altro, con meraviglia, attonimento, imbarazzo dei partigiani che quasi per caso se lo erano visti cadere addosso, e paura che altri gli strappasse di bocca l’ambito trofeo. Il tutto ricostruito minuziosamente, con piena aderenza, dal film di Lizzani. Che adotta anche la versione circa la morte del dittatore, che mi sembra tuttora la più valida e corretta, nonostante che, come sempre per le morti celebri, le si sia creato attorno un balletto di versioni alternative. Credo che sia stata giusta la decisione del CLN di procedere all’esecuzione del tiranno, per evitare che cadesse nelle mani degli Alleati, che forse se ne sarebbero fatto di nuovo un fantoccio da erigere contro un cedimento dell’Italia allo stalinismo. In merito ho lodato senza riserve l’idea di un narratore delle ultime leve come Enrico Brizzi di immaginare un Mussolini tanto abile da compiere una giravolta fino ad allearsi con le forze angloamericane, così salvando la pelle, il ruolo, perfino le nostre colonie d’Africa. Forse qualcosa del genere sarebbe successo, se Mussolini non avesse compiuto l’errore di schierarsi con la Germania, credendo che questa avesse ormai riportato appieno la vittoria. Un Mussolini prudente, così da non entrare in guerra, comportandosi come Franco, probabilmente sarebbe morto davvero nel suo letto, in barba a tutti i fermenti resistenziali dei nostri partigiani, che nulla avrebbero fatto, se non supportati dall’inesorabile, benché troppo cauta, macchina militare degli Alleati. Ma tornando alla realtà storica, e al film che ne è stato uno specchio perfetto, fu giusto allora dare ordine a Walter Audisio di intervenire senza indugio per eseguire la sentenza di morte. Io sono un uomo del tutto pacifico, contrario alla pena di morte, ma non nel caso di dittatori, suscettibili, se lasciati in vita, di apportare di nuovo un numero incalcolabile di vittime, e dunque confesso che se allora, invece di essere un decenne implume, fossi stato un adolescente in armi e avessi ricevuto quell’ordine, mi ci sarei attenuto tentando di compierlo. Qui di nuovo il film di Lizzani è perfetto nel documentare le difficoltà, le resistenze, gli ostacoli che Audisio (interpretato anche lui da un eccellente Franco Nero) dovette superare per compiere la sua difficile missione. Il cui unico atto d’umanità, anche questo credibile, fu di cercare di sottrarre la Petacci all’esecuzione, con quel suo ultimo gesto d’amore verso chi forse non lo meritava. Poi, se ritengo giustificata l’uccisione del tiranno, ritengo invece che lo scempio dei cadaveri a Piazzale Loreto sia stato qualcosa di inutile che si poteva evitare.

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Un romanzo davvero “cristallino” di Nicola Lecca

Mi stupisce piacevolmente la resistenza di una forma d’arte quale il romanzo, in un periodo in cui, per effetto del disastroso lock down, sta andando molto male per altri generi, quali le mostre d’arte e gli spettacoli. E dire che non facciamo altro che lamentare la crisi del cartaceo. Oltretutto, le librerie hanno riaperto, a differenza dei cinema e teatri e musei, e dunque ho potuto acquistare “Il treno di cristallo” di Nicola Lecca, autore a me fin qui sconosciuto, ma invece questa prova mi sembra convincente e passibile di un buon voto in pagella, certamente superiore a quanto ho assegnato all’ultimo prodotto di un narratore pur famoso e da me apprezzato in altri casi come Giuseppe Culicchia, ma non certo per il suo “Il cuore e la tenebra”, che pure ha qualche vicinanza nel soggetto col presente romanzo di cui vado a parlare, In entrambi i casi c’è la presenza di un padre crudele, troppo impegnato nella musica così da trascurare la prole ricordandosene solo in punto di morte. Ma Culicchia ha il torto di delineare troppo il genitore crudele, e di assegnargli ben due figli, che finiscono per farsi ombra a vicenda, Jl nostro Lecca è molto più semplice, qui il genitore è lasciato nell’ombra, da personaggio tristemente solitario qual è, con qualche reminiscenza addirittura dostoevskijana, essendo di collocazione slava. Non si sa come sia riuscito a generare il giovane Aaron, che abbandona subito lasciando l’onere di crescerlo a una povera madre senza risorse, Anja. Del figlio il tristo, solitario, disumano genitore si ricorda solo “in articulo mortis”, facendogli avere i soldi che consentano di raggiungerlo nel luogo della sua morte, per recarsi da un notaio che gli comunicherà la consistente somma di cui è divenuto erede. Il romanzo è l’itinerario di Aaron per raggiungere, dalla località inglese remota in cui ha trascorso una triste adolescenza senza grandi speranze, attraverso vari Paesi e capoluoghi d’Europa, Berlino, Praga, Bratislava eccetera, il luogo in cui il padre è scomparso. Un merito di Lecca è di non calcare troppo la mano, in questa peregrinazione, che espone il protagonista a tante tentazioni, droga, sesso, malaffare. C’è una eco in minore e sottotono delle vicende arroventate e infernali che un grande narratore come Aldo Busi ha affidato alle sue scorribande iniziali. Qui tutto è più attenuato, ma anche protetto dagli alti e bassi, alquanto gratuiti, che invece solcano la prova per tanti versi simile di Culicchia. Un altro punto a favore di questa vicenda sta nell’amore che il giovane itinerante si porta dietro, nato, come succede al giorno d’oggi, grazie a incontri virtuali, affidati alla rete, al “chattering,” in cui gli riesce di dialogare con quella che crede possa essere la sua anima gemella, portatrice di un nome, Crystal, in cui pare riassumersi tutta la limpida leggerezza di queste pagine. Ma scopriremo che nella realtà Crystal è già scomparsa da tempo, è ormai solo una finzione tenuta in vita da una madre angosciata, esattamente come quella di Aaron, solo che a quest’ultima il deus ex machina della vicenda assegna una sorte felice, tutto finisce bene per il suo rampollo, mentre nel caso di Crystal alla madre non resta che il gesto estremo di disfarsi di quanto ne ricorda la misera ed effimera esistenza terrena.
Nicola Lecca, Il treno di cristallo, Mondadori, pp. 249, euro 18.

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Mario Rondi ancora tra prosa e poesia

Ho ricevuto il ponderoso manoscritto di un romanzo che forse Mario Rondi procederà a stampare, voglio darne subito recezione ricollegandomi a commenti già svolti, e proprio in merito a un autore così prolifico, e così utilmente attivo alla frontiera tra prosa e poesia. Beninteso, non si tratta di un caso banale e stucchevole di prosa lirica, o piattamente memorialistica, nulla di ciò, e siamo ben lontani dai tentativi di rilanciare formule del genere che oggi si richiamano alla cosiddetta “autofiction”. Rondi, anche nella narrazione, si vale della prerogativa usualmente concessa alla poesia di procedere in totale libertà, di “saltare di palo in frasca” come anche si dice. Soprattutto, egli si sente esente dalla schiavitù della trama, della progressione verso qualche esito o porto sicuro, prefissato. Tutto può succedere, in questo scartafaccio affidato all’estro più sciolto e incontenibile. Il titolo, “Il canto del lui”, potrebbe far sospettare qualche piega liricizzante, ma ci pensa il “lui” a imporre le proprie più libere e disinibite esigenze. E’ una rotta che incontra sulla sua strada tanti oggetti, ovviamente di cattivo gusto, un pappagallo fin troppo invadente e ammaestrato, col nome serioso di Cornelio, una donna-robot, anch’essa dal nome ironicamente impegnativo di Ermenegilda, e si profila pure una, altrettanto improbabile nel nome, Domitilla. Un narratore serio deve guardare davanti a sé, rigare dritto, evitare il più possibile le piste laterali, le divagazioni, le distrazioni, viceversa il nostro “lui” è sempre pronto a cogliere dati accidentali, a incantarsi o smarrirsi dietro sollecitazioni e incontri del tutto casuali. In questi giorni è riapparso in scena il capolavoro narrativo di De Chirico, “Ebdomeros”. Purtroppo in proposito io ho avuto il torto di non menzionarlo quando, nel 1967, in un saggio Feltrinelli avevo avuto il merito di capire che si parava all’orizzonte un ritorno all’”azione”, nel senso dell’intreccio, purché questo fosse affidato al colpo di dadi, a una falsa simulazione di rotta sicura. In seguito però mi sono ampiamente ricreduto, se si va al mio saggio “Tra presenza e assenza”, che dovrebbe rivedere la luce presso le edizioni Mimesis, solo che si allenti questa atmosfera di blocco totale di ogni iniziativa, si potrà constatare che ho pienamente rimediato a quella lacuna. Ebbene, il nostro Rondi procede allo stesso modo, come un corpo in stato di imponderabilità, prosciolto cioè da obblighi diegetici. Ogni spunto è buono per consentirgli di dirottare, di svoltare per strade incognite, che tali sono anche al “lui” cui è intestato l’intero percorso, forse il primo a stupirsi delle deviazioni incontrate a ogni passo. Il tutto, se si vuole, ci ricorda l’esperienza onirica, quando, è mia convinzione, siamo tutti grandi creatori di trame, che sarebbero da raccogliere religiosamente sia in versioni scritturali sia in termini visivi. Ma purtroppo, come si sa e si dice, i sogni muoiono all’alba, però c’è chi riesce a ricostruirli anche a occhi aperti, e il nostro Rondi appartiene a questa fortunata categoria.

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Bonvissuto: vivere il tifo come un delirio

Nel 2012, su segnalazione di Gabriele Pedullà, abbiamo invitato Sandro Bonvissuto a RicercaBO, a leggere, come ne prevede la formula, un brano di un’opera al momento ancora inedita ancora, credo che fosse la prima di questo autore, “Dentro”. Non ricordo bene come questa sua lettura fu accolta, ma ora, a una prova più matura quale “La gioia fa parecchio rumore”, sono ben lieto di costituirmi io da lettore pronto a darne un giudizio positivo. È la cronistoria di una monomania, quella per il calcio, ma più ancora per una precisa squadra del campionato, la Roma, di cui il protagonista che parla in prima persona si dichiara sostenitore estremo, a prescindere, fino alla follia. Mi viene in mente quanto dice il grande Svevo, che a un fumatore incallito quale era il suo personaggio più noto, Zeno, fuma tutto, fumano gli occhi, fuma ogni suo gesto. Lo stesso si dica del “tifo” sfegatato che qui viene documentato per la squadra del cuore, attorno a cui tutto gira, a cominciare dalla famiglia, di cui sono degni rappresentanti solo i maschi, padre e zio, con sdegnosa esclusione della componente femminile. E detiene un ruolo molto importante un mobile, un sofà, in cui questo club ristretto affonda per seguire con ansia, alla radio o alla tv, quando questa compare, le vicende della squadra del cuore. Il giovane adepto è sottoposto a una dura disciplina, peggio che nei militari o in un carcere, perché ogni suo comportamento si deve rendere degno di una condotta dalle regole ben determinate e inflessibili. Naturalmente, i componenti di questa comunità riservata ed esclusiva conoscono bene la loro “malattia”, sanno di essere “inclini alla battuta e all’iperbole, all’ironia in modo amaro”, il che li rende anche “capaci dei rilievi più fantasiosi”. Questa maniacale, ma nello stesso tempo autoironica ossessione, mi sembra che porti il nostro Bonvissuto a rasentare gli effetti che sa raggiungere magistralmente uno degli eroi usciti dal non mai abbastanza da me elogiato clima di RicercaRE, Francesco Piccolo, anche lui attento registratore di minuzie, passi falsi, mosse sbagliate, in cui però risiede il sale del vivere. Tanto è vero che quando in opere recenti Piccolo ha ritenuto di dover crescere, di irrobustire i suoi prodotti, è andato perdendo proprio la leggerezza, il clima di ironico delirio che solo può sostenere pagine come queste, Mi auguro che Bonvissuto resti fedele alla ricetta qui messa in atto, senza pretendere di far crescere troppo il suo impertinente, ma anche ingenuo e sprovveduto eroe adolescenziale.
Sandro Bonvissuto, La gioia fa parecchio rumore, Einaudi, pp. 192, euro 18,50.

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London, inferiorità dell’uomo rispetto all’autore

L’anno scorso avevo finalmente rivolto un’attenzione positiva ai romanzi di Romana Petri, che agli inizi della sua carriera mi aveva sollecitato a darle qualche riscontro, inviandomi i suoi primi libri con dediche lusinghiere, accolti invece da un mio incivile “no reply”. Poi, appunto l’anno scorso, leggendo un suo ennesimo prodotto, “Pranzi di famiglia”, lo avevo trovato convincente, tra i migliori esiti di quella stagione, tanto da dedicargli un “pollice recto” nella mia rubrica sull’”Immaginazione”, invitandola anche a venire a presentarlo in uno dei pomeriggi che organizzo da qualche anno nel mese d’agosto a Cortina, al Grand Hotel Savoia. E proprio in quell’ occasione la Petri mi aveva annunciato che stava scrivendo una biografia ispirata a Jack London. Sembrava un’opera ancora di lunga gestazione, ma invece evidentemente era di elaborazione molto avanzata, eccola infatti già uscita nelle librerie. Me la sono procurata con ansia per andare a vedere se vi era una conferma della buona opinione che di lei mi ero fatto di recente. Ma direi che è di ostacolo il genere in cui questi ennesimo lavoro della nostra autrice si colloca, la biografia, per quanto libera e romanzata, dedicata a qualche personaggio divenuto illustre per doti manifestate in qualche suo capolavoro. Questo tipo di approccio fa sì che ci sia l’uomo, o la donna, magari seguiti da vicino, quasi con immedesimazione, ma manca il meglio di loro, cioè proprio i capolavori per cui si sono segnalati. In questo caso, per esempio, nelle pur molte pagine che gli dedica la narratrice, non ci sono i romanzi tipici per cui London è ricordato, e forse ancora presente nei nostri ricordi derivati da letture adolescenziali. Non ci sono né “Il richiamo della foresta”, né “Zanna Bianca”, né “Martin Eden”, per rievocarli il lettore deve attingere a ricordi personali, se mai ce li ha ancora. Diversamente, ci sono senza dubbio tutte le ansie, le incertezze, le angosce, i patemi d’animo che il signor London provava, al momento del concepimento dei suoi romanzi, e anche la lunga scia delle conseguenze, successi o fallimenti. Si aggiunga che il raggio dell’attenzione si apre ad angolo giro, ovvero dell’uomo London veniamo a sapere tante cose, il legame morboso con la madre Flora, i rapporti con le donne che hanno inciso di più sulla sua esistenza, con i loro relativi profili. C’è Bessie che gli dà due figlie, verso cui il nostro autore è assai poco generoso, non se ne cura troppo, le trascura per seguire la sua stella, che lo porta a entrare in altri letti, a stabilire altre relazioni. Succede insomma che l’uomo è inferiore all’opera, come è quasi inevitabile se viene giudicato con questo metro estrinseco. O per meglio dire, sparisce in definitiva l’eroe favoloso che abbiamo amato, attraverso i suoi frutti consegnati ai libri, mentre la lunga sequela delle sue vicende sembra rifluire in uno dei romanzi che la nostra autrice ha dedicato a persone dall’esistenza comune, coi loro alti e bassi, pregi e difetti. Insomma, ritroviamo in definitiva il clima dei “pranzi di famiglia”, liti coniugali, difficili rapporti parentali, problemi finanziari, ma con la differenza che proprio le regole del genere obbligano l’autrice a rispettare un copione pre-esistente, mettono un limite alla sua libertà d’azione. Insomma, si comprende ben presto che esistono due pesi e due misure, quelli da adottare se vogliamo intendere davvero la portata di uno scrittore, ma per fare questo esiste, piaccia o no, la critica letteraria, e altri ben diversi se a entrare sotto la luce dei riflettori deve essere un essere umano comune, come tanti altri, come tutti noi.
Romana Petri, Figlio del lupo, Mondadori, pp. 375, euro 19,50.

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Letteratura

Farinelli, un romanzo del WASP

Continua a comparire una vasta produzione di romanzi, quasi ad allontanare la paventata crisi del cartaceo, sembra che autori ed editori ci credano ancora. Fra le tante prove, mi sono acquistato “Gotico americano” di una a me sconosciuta, ma credo anche a molti altri, Arianna Farinelli, onesta prova di buona navigazione tra psicologia e antropologia, ospitata in una collana diretta da Roberto Saviano, ma per cominciare subito a fare polemica, consiglierei al ben noto e troppo acclamato direttore di accoglere la lezione di senso della misura, di medietà industriosa, che viene da questa scrittrice. Risulta molto bene una controversa e angosciosa condizione degli Italo-americani che vivono nella Grande Mela, guardinghi, pieni di pregiudizi tra loro. Così per esempio i coniugi Bene non gradiscono per nulla che il figlio Tom vada a sposare Bruna, proveniente anche lei da un ceppo nostrano. Non si spendono tanti soldi per assicurare al rampollo un buon inserimento nella società statunitense per vedere che invece lui va a mettersi con una giovane di incerto futuro, da semplice docente in un college, mal pagata, priva di carriera. Ma in realtà le parti nella coppia sono invertire, Tom, forse perché troppo curato dai genitori, per l’eccessivo investimento sia economico che psichico fatto su di lui, cresce timoroso, quasi immaturo. E’ peraltro un dramma che conosciamo bene, quello dei giovani rampolli di una società quale quella nordamericana, troppo opulenta, che li disarma, li adagia in un quietismo remissivo, legandoli troppo al culto dei genitori. Si pensi a un film d’altri tempi, caratterizzato da una eccellente interpretazione di Ernest Borgnine, forse proprio per la ragione che l’attore italo-americano vi incarnava qualche dato autobiografico. Nel film il protagonista confessa di essere giunto vergine, senza rapporti con l’alto sesso, fino all’ora del matrimonio. Qualcosa di simile si potrebbe ripetere per il non-protagonista di questo romanzo, per un Tom troppo ligio al clima familiare. Ma poi no, ci saranno sorprese, sul finire della vicenda, Tom è solo un addormentato apparente, in realtà, e questo è un aspetto apprezzabile nella vicenda intessuta dalla Farinelli, siamo introdotti a un quadro di società aperta, dove ogni coppia è pronta a mettere le corna al partner, per sfuggire alla monotonia di un’esistenza troppo ben regolata nelle spire del benessere. In effetti, il romanzo avrebbe dovuto essere intitolato al “WASP”, alla sigla che consacra il dominio del white-anglo-saxon-puritan, il vero dominatore dell’intera vicenda, assai più del “Gotico americano”, quale si esprimeva nel dipinto famoso di Grant Wood, quando per una sana famiglia statunitense ben salda nelle pratiche agricole non si delineavano troppe insidie. Qui invece queste si insinuano da ogni parte, ma il rito del “WASP” insegna come reggerle, e quasi disarmarle. La coppia statisticamente media messa al centro della storia resiste a ogni attentato, infatti uno dei figli, il maschio, mostra ben presto una tendenza al polo femminile, gioca con le bambole, chiede addirittura di mutare il nome da Mario a Maria. Ma ormai una certa assuefazione, ovvero un prevalente tono medio, permette alla coppia di reggere a quella prova e di tirare avanti, Duro è anche accorgersi che Bruna, amareggiata dal nullismo del marito, privo di slanci verso di lei, cerca consolazione nell’amore con un giovane allievo, tale Yunus, fino a rimanere incinta di lui. A questo punto il saggio controllo del regime WASP viene meno, ha un momento di cedimento, in un lungo capitolo in cui la narratrice decide di seguire questo campione estraneo alla medietà prevalente altrove, e di offrirci lo spaccato di una tormentosa storia dei maltrattamenti che i Bianchi e Puritani continuano a infliggere ai Neri. Da qui le loro violente ritorsioni, fino ad affiliarsi all’Isis. Per questo verso, siamo in presenza di un capitolo che potrebbe essere scritto anche da Saviano, ovvero un certo estremismo si prende una indubbia rivincita. Ma poi di nuovo la trama si rituffa nel WASP, in un finale “tuto per bene”, nasce il figlioletto di sangue misto, ma la famiglia di Tom e Bruna, e del transessuale Mario-Maria, lo accoglie senza troppe difficoltà, in definitiva cacciando fuori scena gli orrori affacciatisi con le vicende di Yunus.
Arianna Farinelli, Gotico americano, Bompiani, pp. 275, euro 18.

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