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Tosca, in linea con l’avanguardia simbolista

Mi riesce opportuno stendere oggi un pezzo simmetrico a quello che esattamente un anno fa avevo dedicato al rito della Scala di aprire la stagione il 7 dicembre dando un’opera di grande impegno. Allora la scelta era caduta sull’”Attila” di Verdi, in proposito mi ero permesso, pur mancando quasi del tutto di conoscenze in campo musicale, di esprimere un giudizio pesantemente negativo su molti degli aspetti sia dell’opera in sé sia del modo come era stata accolta dal pubblico. Quest’anno la scelta è caduta sulla “Tosca” di Puccini, al cui proposito il mio giudizio si rovescia simmetricamente. Riassumo i vari punti su cui allora si era basato il mio parere fortemente negativo. Non si apre una stagione con un atto filologico, o archeologico, di recupero di un infelice melodramma giovanile di un autore, anche se poi destinato a grande successo. Insopportabile in particolar modo mi era apparso il linguaggio del libretto, un italiano cruschevole, indigesto, contrario per esempio al grandioso sforzo manzoniano di educarci a un italiano nazionale corretto e di uso comune, anche se col torto di andare a pescarlo nelle vie di Firenze. Nel complesso, Verdi mi sembra corrispondere, seppure a ben più alto livello, a quanto nella pittura, falsamente detta “romantica”, si trova in Hayez, e molto meno in Manzoni stesso. Del resto, proprio in quell’occasione dichiaravo una mia senza dubbio limitata e criticabile impostazione che mi induce ad apprezzare l’opera fino a Mozart e a Rossini, passando poi con una specie di salto con l’asta fino a Puccini, che come data di nascita corrisponde in pieno ai miei amati Simbolisti dei vari fronti, pittura con Previati e Segantini, per restare all’Italia, e letteratura con Pascoli e D’Annunzio. E tanto per cominciare, eccellente il libretto di Giacosa e Illica, di buona prosaicità, in linea con una parlata di tutti i giorni, cui la musica pucciniana aderisce alla perfezione, in totale concordia. E anche il dramma in sé è pieno di attualità, anche se non si capisce perché lo si voglia porre sotto il segno della gelosia, evocando lo spettro shakespeariano dell’Otello. Il ventaglio che in un primo momento suscita senza dubbio risentimenti di gelosia in Tosca, scompare in seguito quasi del tutto, mentre lei appare come una autentica campionessa di una specie di “me too” dei nostri giorni, fedele al suo Cavaradossi, che a sua volta corrisponde proprio a un perseguitato dai poteri forti sempre esistiti, con obbligo che qualcuno lo nasconda ai tentativi della polizia di impadronirsi di lui. Sempre nel segno dell’attualità è pure il comportamento del bieco Scarpia che vorrebbe approfittare del suo potere per costringere cedergli, come docile preda, la bella donna, ricattandola con la promessa di fornire un salvacondotto per il suo amato. E comprensibile, naturale, spontanea è la reazione della donna che giunge a uccidere il corruttore, facendo forza alla sua istintiva innocenza e nobiltà d’animo. A questo punto del copione, se proprio si vuole, il melodramma si concede delle vie trasversali che un qualche romanzo dei tempi si sarebbe vietato per un minimo di rispetto ai canoni della verosimiglianza. Come può Tosca uccidere il potente tiranno, e perfino vantarsene col famoso “davanti a lui tremava tutta Roma”, e uscire indenne dal covo del nemico? Una partigiana, trascinata nella camera di tortura dei repubblichini, mai avrebbe potuto sperare di farla franca, ed è pure del tutto ingenua la speranza che il salvacondotto strappato a Scarpia non venga immediatamente annullato. Vana dunque è la pretesa di Tosca di salvarsi da Castel S. Angelo assieme al beneamato. Ma, tornando ai valori musicali, pur nella mia crassa ignoranza fin da piccolo sentivo mio padre lodare le virtù del “coro muto della Butterfly”, qui ci siamo, l’alba vissuta da Cavaradossi nel carcere è un grandioso “coro muto”, in cui lo sperimentale Puccini inserisce quasi dei ready-made, il suono delle campane e la canzoncina di un pastorello, Sono inserti degni davvero dello spirito delle avanguardie per cui gli innovatori musicali, da Debussy a Stravinskij, hanno manifestato la loro adesione a Puccini. C’è poi la solita, forse inevitabile incongruenza, per cui la parte femminile, Tosca in questo caso, può essere conferita solo a una soprano, e questa deve essere bene in carne, fino alle dimensioni della donna cannone, un regola cui non sfugge Anna Netrebko, che pure dicono bravissima in quel ruolo. Ma certo esiste una contradizione con la parte di leggiadria e di bellezza che il copione le assegna. Sfuggiva a questo contrasto la Callas, ma perché si era sottoposta a un gravosa cura dimagrante che forse non aveva mancato di incidere sulla sua salute psichica.

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Breve resoconto su RicercaBO 2019

E’ doveroso che io fornisca un rapido commento della due giorni della settimana scorsa dedicata al Ricercabo 2019. In cui senza dubbio l’evento clou è stato la ricomparsa in scena di Giuseppe Caliceti, che fu già, accanto a Nanni Balestrini e a me, l’animatore dei fortunati incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia, città che poi ci espulse per scarso rendimento di pubblico, da cui un trasferimento a Bologna, anzi, in un primo tempo, nel Comune limitrofo di San Lazzaro di Savena, da cui siamo stati nuovamente cacciati via, ma così insediandoci finalmente proprio nel cuore di Bologna. Quest’anno eravamo nella Sala Tassinari, di comodo accesso dal cortile principale del Municipio, generosamente offerta da Comune petroniano, e con il solito appoggio finanziario sia della Fondazione del Monte, sia di Boart, il che però non ci concede di organizzare pure quegli eventi in cui, nella serie a San Lazzaro, offrivamo alla sera, in dimensione spettacolare. proprio uno dei protagonisti della serie reggiana. Ebbene, il coraggioso “ritorno” di Caliceti ci suggerisce di fare altrettanto nelle prossime occasioni, cioè di richiamare uno dei nostri eroi, a leggerci qualche testo di nuova elaborazione. Come sono proprio questi “Canti emiliani” che Caliceti è venuto a leggerci, con voce sapiente che sapeva alternare i toni, passando da momenti fieri e minacciosi di pubblico impegno ad altri sussurranti, quasi sottovoce, di tuffi nel privato. Il tutto in una felice ripresa di un grande modello, i “Cantos” di Ezra Pound. E Caliceti ci ha pure offerto una deliziosa selezione di filastrocche infantili, da dirsi “Conte”, precisa l’autore, che ne fa raccolta nella sua qualità di maestro di scuola. Siamo nel complesso a un prodotto perfettamente sospeso tra prosa e poesia. Il che potrebbe essere ripetuto anche nel caso di Bruno Benuzzi, molto noto come artista, e invece a una prima uscita pubblica in qualità di autore letterario, di brevi prose contro cui potrebbe pararsi lo spettro della “prosa d’arte”, di un bozzettismo di breve respiro, sennonché Benuzzi sa applicare. alle sue passeggiate sulle sponde del mare o nel cuore dei boschi uno sguardo lenticolare, capace di sorprendere un formicolio di vite misteriose, brulicanti, al pari dei ghirigori tracciati nei suoi dipinti. Insistendo su questa via della prosa, bisogna ammettere il nostro fallimento quanto a capacità di richiamare esordienti desiderosi di mettersi alla prova, tanto che, al solito, dobbiamo rivolgerci alla collaborazione di Mario Ugo Marchetti, nella sua qualità di presidente del Premio Calvino, che ci suggerisce un certo numero di giovani da mettere alla prova, prima che affrontino un destino editoriale. I quattro giunti a noi col biglietto di presentazione di Marchetti confermano per fortuna il carattere di “nuove scritture” che presiede ai nostri lavori, infatti non cadono nelle due insidie oggi dominanti, il “giallo”, e l’autonarrazione. Il primo a presentarsi, Gennaro Serio, si fa beffe al contrario proprio degli investigatori più rinomati, mettendoli sotto accusa anche per le loro scarse o reticenti doti sessuali. Li sottopone insomma al filtro di un espressionismo acre e dissacrante, magari non bene appoggiato a una lettura ugualmente provocante. Questo infatti un capitolo che si è aperto, tra chi ha saputo leggere in modo appropriato i propri testi, e chi invece o ne ha dato una esecuzione piatta e deludente, o addirittura l’ha affidata ad altre voci, meritandosi le rampogne di Caliceti, per parte sua, come detto prima, ottimo performer di se stesso. Come pure lo è stato Sergio la Chiusa, con un brano tratto da un suo romanzo in fieri, dove indaga, con persuadenti toni insinuanti, su figure enigmatiche di suoi sosia o replicanti, che a me sono apparsi come una squisita rievocazione di fantasmi russi, tra Gogol e Dostoevskij. Invece, di nuovo, lettura piatta e monotona di Giulio Nardo, che con la voce non è riuscito a rendere un pur interessante dualismo del suo brano tra un primo piano di vita banale, quasi di gusto Pop, e al contrario uno sfondo ricavato da personaggi della mitologia, peraltro riscritti anch’essi in chiave degradata. Infine, lettura del tutto soddisfacente di una “Lettera al fratello” di Roberto Peretto, ma affidata, dall’anziano autore, alla sapienza performativa della figlia, il che ha provocato le rimostranze di Caliceti. Da notare un eccellente indicatore che ci viene dall’ informatica. Si sa che alcuni computer hanno un programma che sottolinea in rosso le parole non rispondenti a un lessico normale. Ebbene, il testo di Peretto, proiettato come ci è arrivato attraverso una email, si è presentato tutto fiorito di segnalazioni in rosso, a riprova del suo carattere sperimentale e provocatorio.
Purtroppo tra i sei della prosa non siamo riusciti a selezionare nessuna voce femminile, in stridente contrasto con una corretta esigenza dei nostri tempi, e anche in poesia i colletti rosa sono stati soltanto due, ma si è avuta comunque una esauriente distribuzione tra quattro possibili livelli. Giorgio Maria Cornelio ha rappresentato una linea alta, affidata a vocaboli scelti fuori dalle righe, di quelli che, come detto sopra, la convenzione informatica tenderebbe a sottolineare in rosso per dichiararne l’inesistenza nel buon uso quotidiano. Ma c’è di più, io ho fatto riferimento a un mio ritorno all’infanzia, dovuto alla tarda età raggiunta di ultraottantenne, il che mi porta a consumare i prodotti televisivi del tardo pomeriggio o della pima sera. Tra questi, c’è uno stimolante quiz nell’”Eredità”, consistente nel presentare alla decifrazione dei concorrenti un parolone pescato da desueti vocabolari della nostra lingua. Ebbene, di questi ircocervi sono costellati i versi di Cornelio, che inoltre supera la barriera divisiva tra letteratura e pittura dotando i suoi versetti di un corredo di immagini. Un’altra via è documentata da Niccolò Furri, consistente nell’affidare sia la concezione sia l’esecuzione dei versi alla voce anonima di un robot, e anche in questo caso non manca la correlazione con schemi grafici. Furri è arrivato con presentazione di Marco Giovenale, forse tentato dall’ipotesi di far rientrare una soluzione del genere nel capitolo, tra i più interessanti esplorati da questa nuova serie di RicercaBO, della cosiddetta “prosa in prosa”, modalità perfetta per sfuggire a entrambi i continenti e per collocarsi in una terra di nessuno. Ma la voce maggioritaria, anche quest’anno, è data da una poesia che ama abbassarsi, contaminarsi con la prosa, quasi con accenti di ritrovato crepuscolarismo, Questo si può dire nei casi di Carlo Selan, Andrea Donaera, atteso anche per le sue prove di narrativa, e Veronica Tinnirello, che fa di ogni suo verso un equivalente di una performance, colma di riferimenti alla più rude, fisica realtà quotidiana. Infine, con Diletta D’Angelo, c’è pure una testimonianza a favore di una via di mezzo, di un onesto poetichese memore di accenti post-ermetici, e del resto giustificato dalla nobile tradizione dei canzonieri di poetesse d’altri tempi, intente a elargire le loro pene d’amore, o comunque i loro dilemmi esistenziali.

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Perché Camilleri difende Caino?

Quando Camilleri è scomparso, commosso come tutti, avevo ritenuto che il modo migliore per ricordarlo fosse di parlare della sua “Conversazione su Tiresia”, non avendolo fatto al momento giusto, quando lui stesso aveva recitato quel suo monologo in modo del tutto appropriato e avvincente, da Tiresia redivivo, sia per il fatto di riviverne la cecità sulla sua pelle, sia per averne acquisito la connessa sapienza e preveggenza. E dunque, ero in piacevole attesa del passo successivo, della già annunciata “Autodifesa di Caino”, nella speranza che fosse un equivalente di tanta prestazione, sia nel testo sia nella recita. Ora che, in forma cartacea, quel testo è uscito, devo confessare una certa delusione, consistente soprattutto in una mancanza, o non chiarezza, circa la finalità globale del monologo, ben diversamente da quanto avveniva nel caso di Tiresia, anche se la procedura per tanti versi è la stessa: evocazione del mito, anche attraverso le varianti di cui si è impadronita la tradizione, e poi suo riecheggiamento in testi letterari o teatrali anteriori. Ma mentre ogni tappa di un simile procedere nel caso di Tiresia scorreva via, essenziale, tesa, sempre di buon effetto, qui al contrario la trama si imbroglia ad ogni passo, con tante precisazioni che tolgono fascino alla vicenda, ne moltiplicano i personaggi, in un omaggio a testi biblici di cui il nostro Occidente ha perso la memoria. C’è insomma una volontà di precisione quasi filologica che ovviamente, trattandosi di grandiose vicende mitiche, non è per nulla richiesta, come quella di dirci che il serpente tentatore in realtà era un diavolo maligno, Alialel, reo fra l’altro di essere stato a sua volta sedotto dal fondoschiena di Eva, così da avere un rapporto sessuale con lei. E poi, diciamoci la verità, forse che proprio la decisione di Eva di mangiare il frutto proibito superando l’interdetto divino non meriterebbe, esso sì, un elogio da parte di uno spirito laico e spregiudicato come Camilleri? Non è lodevole, ai nostri giorni, la decisione di contestare un principio autoritario, enunciato con tono ultimativo quanto immotivato, o col futile motivo, da parte di Dio, di tenere solo per sé i buoni frutti del giardino incantato? Ma parliamo della coppia al centro della vicenda, Abele e Caino, che intanto, anche loro, si moltiplicano avendo al fianco ciascuno delle sorelle gemelle, tra cui si adombrano anche possibili rapporti incestuosi. Ma soprattutto quello che nuoce alla vicenda è una non netta divisione di ruoli, di responsabilità. Abele non è certo il buono, anzi, è violento pure lui, usa la sua forza contro il fratello, al punto che l’omicidio cui Caino giunge nei suoi confronti si potrebbe anche configurare come legittima difesa, o come violenza preventiva, in quanto Caino si sente sicuro che, se non imbocca per primo la via dell’omicidio, sarebbe Abele a farlo fuori. Siamo quasi a una storia degna di un western, a una gara tra chi compie per primo l’uccisione. Poi, certo, c’è la difficoltà di disfarsi del corpo della vittima, ma in merito ha saputo fare molto meglio Dario Fo, con una ilare, comica difesa di Caino, alle prese proprio con il grosso problema di come sbarazzarsi di quel cadavere, per impedire che si manifesti apertamente il misfatto compiuto. In ogni caso, emerge, domina l’intera parabola un interrogativo di fondo: quale la sua morale? Che bisogno c’era di difendere Caino, colpevole se non altro di aver infranto un divieto assoluto di farsi giustizia da sé, di portare offesa su altri esseri umani, da considerarsi tutti come fratelli? O il messaggio è proprio di una specie di indulgenza totale, vietato condannare, non si deve applicare la legge del taglione? Insomma, in questa circostanza il nostro Camilleri non appare illuminato, forse anche una sua recita diretta non avrebbe salvato un testo ambiguo e incerto nei suoi fini.
Andrea Camilleri, Autodifesa di Caino. Sellerio, pp. 81, euro 8.

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Starnone, vano ricorso alla “Confidenza”

E’ una fortunata coincidenza che, dopo essermi occupato nel domenicale scorso del recente romanzo della Ferrante, ora mi venga a tiro l’ultimo prodotto di Domenico Starnone, “Confidenza”. Questo mi permette di ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia assurda la pretesa di coloro che dietro l’incognita presenza di quella scrittrice sospettano il celarsi del suo concorrente al maschile. Per quale mai ragione un buon produttore come lui si dovrebbe sfibrare stendendo le lunghe lasse dell’altra, oltretutto affidandole a un anonimato, assolutamente inutile e incomprensibile nel suo caso? Ma soprattutto, conta la differenza stilistica con cui viene trattata una materia che, sì. qualche affinità la potrebbe avere, ma mentre gli svolgimenti della Ferrante, come dicevo la volta scorsa, sono troppo diluiti, “ronronnanti”, privi di nerbo, viceversa le vicende, magari anche in questo caso amorose, dipanate dallo Starnone si svolgono nel segno della crisi, della rottura, dell’eccezione. C’è in lui un fondo di “autofiction”, in quanto i suoi protagonisti, come nella sua esistenza, frequentano il mondo della scuola, o dell’università, e dunque è quasi inevitabile che intreccino amori, o anche soltanto tresche, con studentesse, ma queste relazioni non hanno mai un decorso placido, prevedibile, anzi, risultano scosse da traumi incertezze, come è quello subito sbandierato in primo piano tra il nostro Pietro Vella e una allieva modello, di sicuro avvenire, tale Teresa Quadraro. Ma, siccome entrambi hanno gli artigli, non sarà un rapporto facile, anzi, presto interverrà l’interruzione, però non definitiva, in quanto quell’amore continuerà a covare sotto la cenere, pronto a risorgere. Se prendiamo il titolo dato al romanzo, “Confidenza”, questo vale al modo del proverbiale “lucus a non lucendo”, nega cioè la sostanza della cosa, nelle faccende sentimentali non ci può essere confidenza, tutto è a rischio, perfino un rapporto più tranquillo con Nadia, che alla fine il turbolento protagonista accoglie come legittima consorte, quasi per evitare rischi, ma anche là ci sono insidie, su entrambi i fronti, dato che il nostro intellettuale non rinuncia a qualche giro di valzer con una redattrice che gli viene messa a fianco, quando sale di grado e diventa un apprezzato autore di saggi. Dopotutto, l’ultima volta che mi ero misurato su Starnone, era stato all’uscita di “Scherzetto”, un’avventura nel mondo infantile, ma che si può estendere e ricavarne quasi una norma di vita, considerata come un susseguirsi di scherzetti che ci infliggiamo gli uni con gli altri, da cui una apprezzabile nota di perenne ironia che costella la prosa del Nostro, mentre non ce ne sono tracce nei plumbei decorsi della Ferrante. Ma diciamo pure che l’attuale uscita non aggiunge molto, a quanto già conosciamo di questo scrittore, assai più ampia, e significativa, fin dal titolo, era risultata l’“Autobiografia critica di Aristide Gambia”, che del resto, mutatis mutandis, potrebbe valere anche per la recente prestazione. Un cui aspetto meritevole sta in una circostanza che mi aveva fatto temere il peggio, il fatto che, correndo all’indice, vi si trovassero menzionati un primo, un secondo e un terzo racconto, come se fossimo in presenza di un’operazione raccogliticcia, con la fatica di dover ricominciare ogni volta daccapo. Invece si tratta della consacrazione di un metodo poggiante su mosse ardite e ben articolate, quasi una sorta di cubismo, di sfaccettatura, con cambio di punti di vista, e anche di fasi temporali. Infatti i casi paterni, patetici e ironici allo stesso tempo, vengono avvistati da una figlia, Emma, quando cresce ed è in grado di giudicare il genitore, anche nei suoi tradimenti, proprio quando la “confidenza” in lui è stata posta in crisi. Poi arriva la consacrazione finale, senile, del nostro eroe, e a officiare la consegna di una prestigiosa onorificenza viene proprio richiamato in scena il lontano amore, Teresa, frattanto anche lei cresciuta di importanza, divenuta una austera e rinomata studiosa statunitense. E’ quasi una reazione chimica, per andare a vedere se due metalli sono ancora capaci di reagire reciprocamente, di mandare qualche scintilla. Ma il protagonista preferisce non tentare la sorte, non condurre l’esperimento, meglio chiudere la vicenda, respingendo la vanità della tribuna pubblica e delle vacue onoranze previste.
Domenico Starnone, Confidenza, Einaudi, pp. 141, euro 17,50.

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Ferrante: un prodotto annacquato

Non ho mai mancato di manifestare la mia perplessità, per non dire ostilità, davanti ai prodotti narrativi di Elena Ferrante, nonostante i gridi di entusiasmo di tanti colleghi, e soprattutto il consenso ottenuto da questa scrittrice a furor di popolo, ma non per niente siamo prevenuti contro i rischi del populismo in ogni sua accezione. Forse tanto successo è il frutto di una ignoranza, o dimenticanza, i critici e comunque i lettori che applaudono non hanno letto, o hanno scordato il capolavoro steso da Elsa Morante negli anni ’30, “Menzogna e sortilegio”, di cui questa attuale “Vita bugiarda degli adulti” ad opera della Ferrante appare come un prodotto edulcorato, annacquato, privo del vigore dell’originale. Anche se qualche cosa resiste, per esempio nel personaggio dominante della zia Vittoria, una fiera popolana di Napoli, piena di cattiveria per tutti i torti che ritiene di aver subito dai parenti, e pronta a trasmettere questo messaggio di ripulsa, di odio inconciliabile alla nipote Giovanna, Giannì, che si assume il compito di ricevere i colpi di questa avversione, ma anche pronta a mutarsi in una forma molto particolare di amore, rivolto quasi a sottrarre l’ignara bambina, che poi cresce, diventa adolescente e donna, ai mali che gli “adulti” sarebbero pronti a infliggerle. Chi ha letto le pagine della Morante, potrà trovare assonanze, corrispondenze, nel gioco estremo dell’odio, della ripulsa degli affetti familiari più sacri. Ma, come dicevo, la Ferrante annacqua questi nodi di vipera per una specie di sua incontenibile bulimia, pronta a dotare ogni personaggio che mette in scena di una serie innumerevole di fratelli, figli, cugini, nipoti, tanto che a leggere le sue pagine converrebbe proprio dotarsi di una pagina per registrare i nomi, e non perderli per strada, resistendo anche ai continui mutamenti di luogo e di condizione sociale, mentale, attitudinale dei vari protagonisti. Basti prendere il caso proprio di Giannì, in definitiva la protagonista numero uno, o il punto di vista adottato dall’autrice. Un momento va bene a scuola, è quasi un piccolo genio, poi no, diventa lavativa, indolente, quasi deficiente. E’ vero che soprattutto da piccoli o nell’età ingrata questi sbalzi di umore e di rendimento scolastico sono possibili, ma la Ferrante vi si affida un po’ troppo, come il malato che cerca scampo rigirandosi nel letto, o come il puglie che in momenti di debolezza si attacca al corpo dell’avversario per cercare riparo, finché l’arbitro non intima il tipico “break”. Qualcuno lo dovrebbe intimare anche alla Ferrante, il che fuor di metafora consisterebbe in un invito a “tagliare”, a stringere, a smetterla di allungare il brodo Ma questa moltiplicazione dei pani serve alla Nostra per tirare avanti, per moltiplicare le pagine dell’intreccio, anche se questo diviene ballonzolante, in un su e giù di umori contrastanti, per cui questa tumultuosa schiera di personaggi talvolta appare buona, qualche altra malvagia e insidiosa. Si dirà che anche la vita è così, ma una narrativa seria deve darsi un’economia, stringere i caratteri, portarli a pesare forte sulla bilancia dei sentimenti, il che qui certo non avviene.
Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, Edizioni e/o, pp. 320, euro 19.

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D’Amicis: gli inizi di una bella carriera “in progress”

Mi vanto di aver seguito quasi ad ogni passo la lunga e ricca carriera narrativa di Carlo D’Amicis, fin da quando era arrivato ai nostri fortunati appuntamenti di RicercaRE, a Reggio Emilia, presentato da quell’ottimo talent scout che è stato Canalini di Transeuropa. Poi l’ho accompagnato lungo il suo procedere in crescendo fino al capolavoro dell’anno scorso, “Il gioco”, che avevo invitato per una presentazione nel programma, “povero ma bello” che tengo ogni anno a Cortina d’Ampezzo, Grand Hotel Savoia, a sfida della incombente “montagna di libri”, forte dell’appoggio del comune ampezzano. E per parte mia voleva anche essere un risarcimento per l’esclusione di questa opera “totale” da una corsa a pieno titolo allo Strega di quell’anno per ragioni quasi di censura moralistica. Sono quindi ben lieto che ora venga recuperato uno dei suoi primi lavori, “Il ferroviere e il golden gol”, che mi era sfuggito, e che si vale anche di una postfazione di un’anima assolutamente gemella quale Tiziano Scarpa, uniti nello svolgere concordi quella che mi piace anche definire, in termini para-kantiani, una “Critica della ragione sessuale”. Qui ovviamente compare già “in nuce” l’eroe-anti-eroe che poi rimbalza in tutte le opere successive di D’Amicis, sviluppandosi, articolando meglio i dati psicologici, ma resta al centro di tutto un personaggio in fiera disfida contro tutti i pregiudizi del tempo. Però è una disfida condotta con mezzi pacifici, e sempre pronta, caso mai, a rivolgere su di sé gli strali dell’accusa, con tendenza quasi di sapore masochista. Qui del resto, a p. 109, troviamo una frase che significa nel modo migliore una simile spinta a rivolgere in primis su se stesso l’arma dell’offesa: “ero di tutti tranne che di me stesso”. Ovvero, nel protagonista la lotta contro i tabù sociali è sempre esercitata con bonomia, come in questo caso il rifiuto alla destinazione impostagli dal padre di fare il ferroviere come lui, eppure il figlio non fieramente degenere ci prova, e si sente anche pieno di ammirazione per il fratello Leone, che tale è, a differenza di lui, non proprio a livello fisico in quanto è stato colpito da una paraplegia che lo costringe a muoversi in carrozzella, però con un consistente compenso a livello psicologico che ne fa un “dritto”, un furbo, capace di trasmettere al fratello tanti consigli di vita, imponendogli una soggezione quasi di stampo paterno. Insomma, l’inettitudine di cui il nostro soggetto fa ampia, convinta, ma a anche sommessa confessione, si dispiega come la polpa di un crostaceo, compressa tra rigide corazze parentali, tanto che non osa infrangere il sacro vincolo coniugale del fratello verso l’avvenente moglie Lisa. Insomma, a dire il vero l’affondo nella vita sessuale al momento non avviene, il nostro ribelle è trattenuto da complessi e inibizioni, anche se sogna in grande, proponendosi di tirare su una squadra di giovani calciatori tali da costituire un provvido vivaio per le grandi squadre del Nord, con una Juventus che si para in lontananza come vetta inaccessibile. Proprio per gettare un ponte tra lo stato presente, manchevole e deficitario, e un avvenire speranzoso di mirabili successi, sull’esempio di quelli che il fratello riesce davvero a ottenere, l’autore impresta al suo rappresentante il mondo delle metafore calcistiche, Ovvero, ogni passo di questa eroicomica vicenda viene indicato, ribadito, sottolineato con riferimento a qualche evento, impresa, atto memorabile avvenuto nei vari tornei calcistici. Devo dire che la puntualità, lo specialismo con cui questi riferimenti vengono inseriti corre qualche rischio di monotonia, di insistenza ossessiva, soprattutto se il lettore, come nel mio caso, non è all’altezza di comprendere e gustare riferimenti così puntuali. Ma per fortuna un tale contrappunto assilla solo quest’opera prima del Nostro, e non si ripresenta nelle imprese successive, anche se indubbiamente esse richiedono ogni volta di spaziare su un’ampia tastiera di similitudini, metafore, agganci, in vista di giungere a edificare il risultato finale, l’”opera-mondo” corrispondente al “Gioco”.
Carlo D’Amicis, Il ferroviere e il golden gol, 66TH, pp. 156, euro 15, postfazione di T. Scarpa.

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De Seta: ben di più di una “carte postale”

Più di dieci anni fa avevo recensito un romanzo di Cesare De Seta, “Quattro elementi”, con qualche titubanza, perché temevo di occuparmi di un tipico “violon d’Ingres”, cioè di una prova laterale, da dilettante, di un autore ben noto per solidi titoli di docente universitario in storia dell’arte e dell’architettura, ma già allora avevo dovuto ammettere che quella storia “teneva”, anzi, sapeva creare una forte tensione, con punte quasi di sadismo, tanto che mi ero permesso di fare un rinvio a un nostro novelliere principe quale Matteo Bandello, con sorpresa dello stesso De Seta. Ora, di fronte a questa “L’isola e la Senna”, non ci sono più dubbi, Cesare fa sul serio, gettandosi con coraggio nella mischia, anzi, in una specie di “main stream”, di corrente maggioritaria in cui nuotano tanti odierni narratori nostrani, più titolati di lui, se non altro per essere dediti a quell’esercizio in esclusiva. Siamo di fronte ai casi di una famiglia tipicamente “aperta”, con drammi di coppia, tra fedeltà e tradimenti, con i problemi dati dai figli, alcuni dei quali crescono bene, altri tralignano. E poi ci sono le malattie incombenti, da cui, anche quando riesce a risolvere i problemi economici, è però afflitta la nostra società, fino a dover accompagnare padri e nonni fino al passo fatale. Tutto insomma scontato, prevedibile, e d’altra parte a generare sospetti c’è perfino un sottotitolo in copertina, quasi diminutivo a bella posta, “carte postale”, come di un narratore che si limita a fornirci scene di genere e di colore locale, con una deambulazione incessante dei protagonisti tra la Senna che compare nel titolo, e invece località avite del nostro ambito regionale. Ma De Seta si riscatta da quello che potrebbe apparire come un andamento abbastanza scontato impostando invece una coraggiosa inversione dei tempi. E così il protagonista, Pierre, un intellettuale, cui l’autore stesso potrebbe avere ceduto qualche sua caratteristica personale, se ne va subito in apertura, con una morte che ci viene offerta quasi in diretta, con lo stupore, la sorpresa, lo sconcerto della stessa vittima. Ma in realtà Pierre non abdica da un suo protagonismo, che gli viene restituito attraverso un’abile citazione letteraria, rubata all’Eliot della “Waste Land”, dove si parla, in francese, di Fleba il Fenicio, che sarebbe un “dritto”, un abile mercante, ma costretto da un naufragio ad affondare in mare, e mentre affonda, si vede costretto a rivivere le tappe della sua esistenza. Se vogliamo, il nostro Pierre non è così dappoco, nulla in lui risponde a un carattere banale, di affarista spudorato, ma gli viene inferta la stessa pena, o lo stesso riscatto, la possibilità di rivivere i vari momenti della sua esistenza, felici o meno che siano stati, e così anche noi lettori partecipiamo a questa ricostruzione “á rebours”, con i suoi vari eventi, i difficili rapporti con la moglie Lidia, che ha tutto il diritto di “vivre sa vie”, tanto più che rimane vedova nel fiore degli anni, del resto anche nei tempi in cui viveva ancora col marito non mancava di concedersi qualche giro di walzer. Ma soprattutto ci sono i rapporti coi figli, grazie anche a un accorgimento utile per arricchire la casistica, di darli alla coppia in un numero consistente, di ben quattro. Ci sono due maschi che si allontanano, presi da egoismo, da resistenza ai rapporti familiari, da progressivo distacco reciproco. Ma l’affetto dei genitori, e soprattutto della moglie-madre più a lungo esistente, vanno agli estremi della catena, all’unica figlia, Carole, che spicca per doti di intelligenza e sa catturare le simpatie di tutti, però viene minacciata da una malattia che fa trepidare i parenti. E poi c’è il caso più delicato di Duccio, che è la pecora nera di quel nucleo familiare, incerto sul suo avvenire, irresoluto, dedito al vagabondaggio, con attrazione verso l’India, ma per condurvi un’esistenza sregolata, anarchica, dedita all’uso della droga, con tendenze eterodosse perfino in campo sessuale. E’ insomma una spina nel fianco di quella comunità, ma proprio per tanta sua debolezza e fragilità risulta essere anche il più amato dalla madre, costretta a fare tristi incursioni nel tugurio in cui quel giovane vive malamente, quasi da reietto, e con un compagno occasionale. Presagiamo che la corda è troppo tesa e non potrà che spezzarsi, attraverso un tipico gesto di suicidio, che viene a chiudere la vicenda nel segno di un algore invernale, di un freddo gelido e scostante. L’ultima “carte postale” che ci raggiunge è listata a lutto, a chiusura di una serie che però ne ha messe in campo tante altre piacevolmente varie e colorite.
Cesare de Seta, L’isola e la Senna. Carte postale. Jaca Book, pp. 141, euro 15.

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Pariani: un gioco dell’oca abbastanza ben riuscito

Alla cinquina del Campiello di quest’anno ho applicato, come altre volte, un mio criterio più rispettoso di normali valori critici capovolgendone l’esito decretato da una impreparata giuria popolare. Pertanto l’ultimo arrivato, Francesco Pecoraro col suo “Stradone”, mi è sembrato di gran lunga la migliore opera in campo, degna addirittura dello Strega, se non si fosse trovato davanti l’eccellente “Mussolini” di Scurati. E al secondo posto avrei messo Paolo Colagrandi, “La vita dispari”, uno dei più brillanti esiti della presente stagione. Mentre ai due primi in classifica, Tarabbia e Cavalli, “pollice verso”, per usare proprio l’espressione con cui li ho bollati nella mia omonima rubrica sull’”Immaginazione”, l’unica che mi permette ancora di uscire in cartaceo. Non ho menzionato il quarto arrivato, sempre nella graduatoria del Campiello, Laura Pariani col suo “Gioco di Santa Oca”, è quindi giusto che ora mi occupi anche di lei, cui spetterebbe a mio avviso un terzo posto, davanti alle spocchiose e pretenziose opere dei due primi arrivati. Anche lei procede del tutto di maniera, ma in un modo ingegnoso, offrendoci una curiosa variante del romanzo storico. Si potrebbe dire addirittura che la Pariani rivisiti il numero uno nostrano in questo senso, i manzoniani “Promessi sposi”, visto che esamina fatti avvenuti a non molta distanza sia geografica dalla Milano di Don Lisander, sia negli anni, qualche decennio dopo quanto è narrato nel nostro romanzo-principe. Con tanti caratteri che si ripetono, di una “terra” sottoposta ai soprusi incrociati di truppe francesi, spagnole, savoiarde. Ma la Pariani, di cui a dire il vero non so nulla, mai letto qualche suo lavoro precedente, si salva applicando una specie di vernice del dottor Lambicchi di nuovo conio, effettua cioè una degradazione sistematica di quanto appare nelle pagine della vicenda che tutti ben conosciamo. Manzoni nasconde con l’arma deli’ironia i soprusi che i mercenari compivano ai danni delle fanciulle, cui insegnavano a modo loro la modestia, e del resto il suo romanzo è improntato alle violenze sfrenate dei nobili locali, ma posti a riscontro con dei campioni di virtù, per onorare la tesi espressa dall’Annunziata, che “una Provvidenza la c’è, il mio Renzo”. Invece la Pariani toglie via assolutamente ogni possibile traccia di Provvidenza, di valori nobili, immerge tutto in un buio pesto. I rappresentanti del clero sono dei filibustieri della più brutta specie, i “primi cancellieri”, i vicari del Santo Uffizio imperversano, non c’è da attendersi nulla di buono da loro, i nobili, come un tale Conte Arconati, si impicciano solo di caccia, perseguitano i poveri sottoposti, tagliano le mani ai bracconieri. E’ insomma un mondo che si fa tesoro di ogni possibile misfatto, dove i poveri patiscono la fame assieme ad altre mille ingiurie. Con la comparsa di un solo eroe positivo, tale Bonaventura Mangiaterra, che si fa bandito proprio per vendicare gli umili e repressi. Ma anche in questo caso, perché questo protagonista non salga troppo nella scala dei valori, la spietata Pariani gli gioca un brutto tiro, veniamo a scoprire che la madre, avendo partorita una femmina, timorosa della sua sorte, l’ha obbligata a mettersi in panni maschili, e dunque il candidato eroe è invece una fanciulla in incognito, in maschera, il che spiega la dolcezza e umanità del suo carattere, altrimenti incomprensibile in quell’universo brutale, ma per effetto di una stilizzazione, di un “gioco”. Come del resto è la stessa struttura della narrazione, articolata in tante caselle, proprio come un gioco dell’oca, ognuna delle quali viene designata con termini pieni di sapore terragno, basta pronunciarli per veder comparire davanti ai nostri occhi scene di ordinario degrado, di fango e miseria: Cassina Paregnana, Cassina Stecca, Terra di Tornavento, Fosso del Pan perduto, eccetera. E beninteso le figurine che animano queste caselle sono fatte della stessa pasta, greve, maleodorante. Magari saltellano da un luogo all’altro, con qualche personaggio beneficato del dono di ritornare, ma perché si tratta come è nel caso della dominante figura della Pulvara, di una “camminante”, destinata a un continuo vagabondare da una situazione di fame, digiuno, carestia a un’altra del tutto simile, inseguita fra l’altro dall’accusa di essere una strega, una “stria”, col solo valore positivo di trascinarsi dietro un fanciullino , Pipot, unico raggio di sole tra tanti nuvoli folti. Insomma, la nostra Pariani si è letta con attenzione i vari saggi di Ginzburg e Camporesi, e dunque mette in atto con abilità le loro precise cronache su tutti i mali che nei secoli hanno afflitto i miserabili di tutte le epoche, col vantaggio di dare a queste riflessioni una precisa, quasi filologica ambientazione.
Laura Pariani, Il gioco di Santa Oca, La nave di Teseo, pp. 269, euro 18.

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Di Paolo: scorrevolezza con inciampo finale

Ricevo l’ultimo romanzo scritto da Paolo Di Paolo, “Lontano dagli occhi”, e ben volentieri ne parlo, anche perché è accompagnato da un lusinghiero biglietto di stima nei miei confronti, non pare che l’autore se la sia presa troppo male per alcune riserve con cui avevo accolto il suo precedente “Una storia quasi solo d’amore”. Nel frattempo Di Paolo è cresciuto nella presenza critica, direi che non c’è giorno in cui non esca qualche suo articolo nella flotta costituita da Repubblica-Espresso-Robinson, e anche il prodotto narrativo è decisamente migliore. Il rimprovero che allora gli muovevo era di aver inserito alcuni motivi di disturbo, nello scorrere della vicenda, che non giovavano all’effetto complessivo. Di Paolo si ispira al mondo d’oggi, rientra quindi in quanto definirei un neo-neorealismo, quasi uno scrivere una serie bis di “Gettoni” alla maniera di Vittorini e Calvino, magari rilanciati da Pier Vittorio Tondelli. Se nel romanzo precedente dominava una figura di maschio, ma incerto se sfruttare con le sue doti di seduttore un’anziana signora o invece una giovane semplice e modesta, qui il maschio fa un passo indietro, anche se si moltiplica per tre e merita una sorta di primo piano in partenza, nel senso che ci vengono subito presentati tre giovanotti perfettamente conformi alle varie caratteristiche dei nostri tempi, dediti a vizi comuni e diffusi, tra cui quello di gettarsi in amori facili, toccata e fuga, nel che è compresa anche la fecondazione di fanciulle incontrate per caso, con le quali però non vogliono assumere rapporti stringenti, anche se messi di fronte alla paternità che hanno causato, magari pure disposti a metterla in discussione. Ma dopo questo primo piano, la parola passa alle tre giovani donne che sono state le vittime di queste fecondazioni non certo richieste, e dunque il romanzo si scinde in tre racconti, intitolati alle rispettive eroine per caso, del tutto involontarie, che ci si chiamano Valentina, Luciana e Cecilia. Di Paolo è bravo nel tratteggiare le loro situazioni, assolutamente tipiche di come vanno le cose al giorno d’oggi, con relativi dilemmi. Che fare, di quelle creature che stanno nascendo nelle loro pance? Come dirlo a genitori e amici, amiche in particolare? Tentare di responsabilizzare i probabili partner? Nascondere la cosa, prepararsi a un aborto, per via legale o meno, oppure tenersi il nascituro? Sono altrettanti dilemmi perfettamente istruiti dal narratore, forse in modo troppo piano e scorrevole, tanto che anche questa volta si è sentito in obbligo di inserire un inciampo a tanta fluidità. I titoli dati alle due parti del romanzo sono eloquenti, la prima si chiama “Vicino”, proprio perché segue in cronaca diretta i tre casi, quasi con andamento diaristico, con rispetto del calendario e delle sue sequenze. Poi, molto più ridotta, segue una seconda parte, “Lontano”, che si può anche intendere come una precisa volontà dell’autore di allontanarsi dalla precedente scorrevolezza di mosse e vicende. La parola passa ai nascituri, diviene problematica, in quanto non si sa se questi vedranno mai la luce, e si muta quindi in un audace, temerario discorso davvero sui lontani, sulla sorte della nostra umanità futura, messa a dura prova dal rischio di aborti a catena, o di caduta delle nascite. E’ un’impennata di tono certamente ragguardevole, ma che forse contraddice alquanto rispetto al tono colloquiale, fin troppo fluido e normalizzante adottato in precedenza.
Paolo Di Paolo, Lontano dagli occhi, Feltrinelli, pp. 189, euro 16.

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Ardone, tra vecchia e nuova napoletudine

Ricevo e commento ben volentieri “Il treno dei bambini” di Viola Ardone, di cui non so nulla, ma pare che, già fatto conoscere, questo romanzo abbia riportato consistenti riconoscimenti sulla stampa estera. Per valermi di formule a me solite, posso dire che si colloca tra una vecchia e una nuova “napoletudine”. Rispetto alla prima di queste versioni, ci sta la materia di cui la vicenda è costituita, una Napoli dell’immediato secondo dopoguerra, vittima del pauperismo, della fame, di famiglie prive della presenza-assistenza di un genitore, con figli allo sbando, costretti a vivere di ripieghi, di piccole malversazioni, eccetera. Insomma, basta pensare alla Napoli consacrata dai capolavori cinematografici di “Paisà “ e “Sciuscia”. Ma la Ardone recupera un fatto singolare di cui personalmente non avevo nozione, non c’è però ragione di dubitare della sua veridicità. Sembra che il PCI locale, consapevole di tanta miseria, invitasse i compagni di un Nord più agiato, come quello residente, poniamo, a Bologna o a Moena, ad accogliere questa infanzia e adolescenza denutrite, bisognose di tutto. La cosa in sé mi sembra singolare, dato che, seppure a Nord non si soffriva la fame, il brodo però non vi era particolarmente grasso, e sappiamo bene tutti che quando ci fu un’emigrazione massiccia dal Sud verso una Torino industrializzata, negli appartamenti compariva la fatidica scritta “non si affitta ai meridionali”. Ma, ripeto, diamo pure per accertata la veridicità storica del fenomeno. Merito della Ardone sta non certo nel descriverlo dall’alto di una sapienza autoriale, ma nel mettersi nei panni di questi giovani soggetti dell’avventura, facendoli esprimere in prima persona, con una lingua mista di dialettismi, di ingenuità, di dubbi e timori. Oggi sulla “Lettura” del Corriere della sera compare una recensione di Francesco Piccolo che lamenta la difficoltà imposta da questa lingua particolare, ma al contrario io vi trovo il merito più sostanzioso di questa modalità di racconto, a differenza di tanta prosa dei nostri, fin troppo scorrevole e neutra. Invece catturano l’interesse i timori di questi piccoli protagonisti, che non sanno bene che cosa succederà a loro nei paesi di destinazione, terrorizzati da storie di maltrattamenti, addirittura con la paura di essere deportati in Russia, e di venire sottoposti a torture, come sarebbe il vedersi mozzare le mani. Insomma, vogliamo dire che questi candidi protagonisti ragionano, si esprimono, come temo avvenisse ai loro coetanei nei convogli degli ebrei deportati e avviati verso il campi di sterminio? Inoltre c’è senza dubbio la nostalgia dei focolari abbandonati, anche se tanto miseri e sprovvisti di conforti, e di genitori, soprattutto madri, che la stretta del bisogno allontanava da ogni manifestazione di affetto. E poi ci sono le ansie alle stazioni d’arrivo, come se i piccoli sopraggiungenti dal triste passato fossero avviati a processi di adozione. In che famiglia capiteranno, quale accoglienza riceveranno? La Ardone, nel trattare questa materia, si nuove con indubbia maestria, estesa ad angolo giro, dicendoci delle sorprese di questi orfanelli, o quasi, per esempio quando incontrano i cibi grassi di cui l’Emilia va fiera, come la mortadella. E poi ci sono i conflitti quando si entra in seno alle nuove famiglie, con l’obbligo di stabilire rapporti di giusta convivenza con genitori adottivi, e i loro figli, da trattare come ritrovati fratelli. Il tutto filtra attraverso un campione delegato a farsi carico di sorprese, impacci, meraviglie, titubanze, resistenze, che si chiama Amerigo Speranza. Siamo in sostanza nell’ambito di una napoletudine tradizionale, ma rinnovata proprio dall’essere affidata alla fresca testimonianza, linguistica e psicologica, di soggetti minorenni. C’è anche una fase di rientro, ovvero termina la permanenza al Nord, i piccoli diseredati ritornano a Napoli e alle sue miserie, col che la Ardone sembra proprio ricalcare una mossa che non ho accolto troppo bene, quella che si incontra nel romanzo di Donatella Di Pietrantonio, “L’arminuta”. Ma là il rientro è di un personaggio singolo che in definitiva non vuole più ritrovare la vecchia pelle. Qui invece i reduci dai paradisi settentrionali rentrano forse fin tropo bene nel panorama disastrato di sempre. Tanto che, in definitiva, la scrittrice ha ben compreso il rischio di segnare il passo, di dover replicare i suoi pur validi accorgimenti stilistici. Allora, ha optato per un forte stacco, quasi volesse entrare nella “nuova napoletudine”. Ma mentre questa, di cui sono esponenti i Ferrandino, i Lanzetta, è attuata da soggetti che entrano nei ritmi odierni di vita, cercando di supplire con la delinquenza alle solite privazioni che li aduggiano, la Ardone tenta di effettuare il balzo con ricorso a una specie di happy end, peccando forse di inverosimiglianza. E’ mai possibile che da quel remoto destino di disagio profondo i nostri eroi, Speranza, e compagni, riescano a sollevarsi, a divenire agiati professionisti, lui addirittura musicista, violinista di valore? Il passo è troppo lungo, inoltre la nostra autrice si spoglia proprio delle virtù con cui aveva accompagnato il volo tarpato delle sue creature nella stagione del pauperismo. E tuttavia, c’è almeno un aspetto che ridà valore a questo rientro in gloria di Amerigo, consistente nell’omaggio che è tenutoo a rendere alla madre, rimasta chiusa nella sua povertà e solitudine, cui egli stesso non ha potuto o voluto recare alcun aiuto a tempo opportuno. E ancora ricadiamo in una napoletudine, ma in quella di forte spessore drammatico di cui ai loro tempi erano stati capaci il Carlo Bernari dei ”Tre operai” e l’Elsa Morante di “Menzogna e sortilegio”.
Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi stile libero, pp. 253, euro 17,50.

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