Letteratura

Ruggiero: una fresca e attendibile “autonarrazione”

Ricevo da Paolo Ruggiero un suo “romanzo”, “La grande stagione”. Di lui non so molto, tranne che era accanto a me, come mi ricorda, in una edizione di RicercaBO, senza però essere stato invitato a leggere un suo brano, cosa che spero voglia fare alla prossima occasione. Ho messo tra virgolette il termine di “romanzo”, tanto risulta inadeguato per l’opera di Ruggiero, mentre gli risulta assai più propria quella, oggi dilagante, di “autofiction”, o di “autonarrazione”. Andando indietro nella storia, viene quasi fatto di ricordare che in passato, accanto alle prove narrative, o alle tragicommedie, esistevano pure i “Chronicle Plays”, in cui eccellevano grandi autori come Shakespeare e Defoe, Oppure, più modestamente, parliamo di un andamento a struttura diaristica, come succede in quest’opera, scandita secondo il succedersi dei mesi in cui il protagonista, Livio, riversa quasi ad horas le sue private vicende, e ci sarebbe da meravigliarsi se tutto questo non fosse molto vicino all’esperienza dell’autore in persona. Che a un bolognese come me offre il piacere di svolgersi per gran parte nelle vie, vicoli, piazzette, angiporti della città felsinea, in cui Livio si aggira sia per ragioni di studente, sia per la disperata ricerca di un impiego, intento anche a soddisfare i bisogni primari del cibo e del sesso. In entrambi questi capitoli la narrazione è fedele, esauriente, fino quasi a fornire una guida a come si soddisfano i morsi della fame in tutti i modi spiccioli, di cibo per le strade, o qualche rara volta in ristoranti stellati. Ce n’è quasi da ricavare una guida per appetiti solidi e nello stesso tempo non sostenuti da adeguate risorse economiche. Lo stesso, e anche più, si dica per gli appetiti carnali. Il protagonista è sempre pronto a “rimorchiare”, anche da questa materia si potrebbe trarre un vademecum analitico, persuasivo, una perfetta guida, e anche un capitolo di quel compito primario che a mio avviso deve essere immanente a tutta la narrativa dei nostri giorni, di stendere una enorme “critica della ragione sessuale”. In sintesi, una simile prova rende onore, fa risalire nel punteggio le prestazioni da riconoscersi ad autori praticanti nella città felsinea. Chi mi segue sa che assegno un punteggio molto basso ad alcuni suoi esponenti, a un Fois che del resto è quasi un abusivo entro le mura petroniane in cui importa una stereotipata tematica sarda: a un Nori, dalle prove striminzite ed evasive. E anche le industriose ricognizioni storiche dei Wu Ming non mi persuadono troppo. Più convincente il giallista principe, Carlo Lucarelli, sfidante del Nostro proprio in materia di bolognesità, ma perché questo autore, certamente di largo successo e rinomanza, si ostina a indietreggiare nel tempo, immergendoci in una triste Bologna degli anni di guerra, come nel recente “L’inverno più freddo”? E freddo, ingrato, anche se molto puntuale, è il ritratto che ne esce della nostra città. Mentre Ruggiero ce la restituisce verace, palpitante, in presa diretta. Del resto, la stessa efficacia egli riesce a ritrovarla anche quando i casi della vita lo portano altrove, per esempio a Parigi, e anche a questo proposito devo ammettere che, essendo un buon conoscitore della Ville Lumière, mi ritrovo con piacere e adesione negli itinerari che il Nostro ne traccia. E poi, c’è pure il paese del cuore, della nostalgia adolescenziale, in una provincia dell’Est in cui Livio è cresciuto, e va ancora a trovare la madre, ma è anche il luogo che gli suscita un “vautour”, in quanto vi è morto il padre, pilota d’aereo spericolato, votato alle acrobazie, ma rimasto vittima di una di queste. E il ricordo doloroso si affaccia, attende al varco il nostro anti-eroe, unica molla che ponga un qualche ostacolo a una “joie de vivre” diversamente piena, colma di odori colori sapori.
Paolo Ruggiero, La grande stagione, Castelvecchi, pp. 313, euro 19,50.

Pin It
Standard
Letteratura

Candidature allo Strega

A conferma della mia pochezza e della scarsa stima in cui sono tenuto, non mi hanno mai chiamato a far parte degli ”Amici della domenica”, come mi pare che ancora siano detti i votanti per il Premio Strega, né del resto ho mai fatto parte di alcuna giuria di premi letteraria. Però mi guardo bene dall’accedere alla sindrome della volpe che si giustifica per l’uva che non riesce a raggiungere dichiarandola “nondum matura”. Fuor di metafora, invece di disprezzare il Premio Strega, ne seguo da lontano le vicende, considerandolo il migliore nei nostri patii lidi, tanto più che negli ultimi anni ha laureato molti narratori cui va il mio plauso, come Scarpa, Ammaniti, Piccolo, Lagioia, e anche altri, pregevoli anche se a me non particolarmente cari. Per la prossima premiazione ho sotto gli occhi una pagina del “Corriere” che elenca ben 54 candidature, con relativi sponsor, numero spropositato, ma in definitiva mi potrei rallegrare proprio di essere “fuori”, e così non sottoposto all’onere massacrante di leggere altrettanti romanzi. Disgraziate le case editrici che avranno l’obbligo di spedire tante copie dei loro prodotti a decine di indirizzi. Comunque, proprio per non comportarmi da ipocrita volpe di fronte al frutto non raggiungibile, entro in campo per trinciare un qualche mio giudizio, magari ribadendo quel poco che riesco ancora a esprimere nero su bianco grazie all’appoggio che mi viene dall’”Immaginazione”, coi miei due “pollici” in su o in giù. Nel penultimo numero uscito ho espresso due pollici voltati in su proprio per due candidati, uno dei quali è Sandro Veronesi, col suo “Colibrì”, senza dubbio un buon prodotto, cui io stesso ho dato un forte gradimento nella mia recensione. Eppure non mi pare che valga la pensa stravolgere certe consuetudini, non so bene se mai lo Strega abbia replicato nelle sue assegnazioni, in ogni caso il ricorrere a una soluzione del genere mi sembra quasi come dichiarare una mancanza, un senso di vuoto, mentre al contrario l’alto numero dei partecipanti sta a significare perfino un “troppo pieno”, in contraddizione con la ben nota crisi del cartaceo che oggi ci affligge. Quindi, nonostante la stima che senza dubbio Veronesi merita per questa sua prova, e le molte altre precedenti ugualmente degne, consiglierei di non affidarsi a un gesto così poco redditizio e propizio. Mentre, scorrendo proprio la lista dei candidati, scorgo ai primi posti un nome degnissimo, Silvia Ballestra, con un titolo rivelativo, “La nuova stagione”, che io stesso ho lodato in un “pollice” a fianco di quello elargito al “Colibrì” di Veronesi, rallegrandomi proprio per il fatto che la scrittrice marchigiana con questa sua ultima prova si è rilanciata, dopo una serie di apparizioni un po’ fuori tono, o rassegnate a ricalcare vecchie piste, a ritornare sui luoghi di passati successi. I quali comunque esistono, e mi pare che non siano mai stati riconosciuti adeguatamente. Penso a capolavori quali “La guerra degli Antò” o “Compleanno dell’iguana”, con cui, agli inizi dei ’90, si è aperta la stagione eccezionale di RicercaRE, di cui appunto sono andati a dama, insigniti cioè dello Strega, i molti menzionati sopra. E dunque, perché non premiare chi è alle origini di quella fortunata serie? Oltretutto sarebbe anche una giusta via per dare la palma a una voce femminile, di sempre rara presenza nell’elenco dello Strega, credo che si debba andare molto indietro negli anni per trovarne una. Mi si potrebbe obiettare che in lista c’è pure Valeria Parrella, col suo “Almarina”, su cui ho dato da qualche parte un giudizio abbastanza positivo, del resto anche il suo patrocinante, Nicola Lagioia, fa parte della lista gloriosa degli emersi a Reggio Emilia. Ma si scopre che questo romanzo era già uscito prima della proclamazione dell’anno scorso, e dunque si riscontrano ragioni di inopportunità simili a quella che dovrebbe impedire di votare Veronesi, seppure per altre ragioni. Sconsiglio poi vivamente Gian Arturo Ferrari, che mi sembra appartenere alla categoria di chi, forte di solide posizioni di apparato, cerca di trasformarle in titoli spendibili sul mercato del successo letterario. Ho detto altre volte che, mentre un tempo i potenti, a cominciare dallo stesso Lorenzo il Magnifico, cercavano di acquisire titoli di gloria praticando la poesia, oggi lo fanno nell’ambito della narrativa, più spendibile a livello pubblico.

Pin It
Standard
Letteratura

Canepa: una mancata tempesta

Mi fa piacere che Emanuela Canepa, alla sua seconda prova, “Insegnami la tempesta”, dopo “L’animale femmina” con cui nel 2018 aveva riportato il Premio Calvino per opere inedite, stia avendo un buon riscontro, ne ho visto apparire varie recensioni di tono positivo. Nel quadro del fertile scambio tra quel Premio e RicercaBO, assicurato dal presidente del Calvino, Mario Ugo Marchetti, la Canepa quell’anno era venuta al nostro incontro a leggere un brano della sua opera prima, ma, data la complessità di trama, era proprio un tipico caso in cui una lettura parziale non riusciva farci capire di che cosa di preciso si trattasse, comunque appariva già l’incongruenza del titolo, in quanto spiccavano in primo piano due presenze maschili, intuitivamente legate tra loro da un rapporto omosessuale. In seguito, uscito a stampa il romanzo, ne avevo potuto effettuare una lettura completa, e addirittura dedicarle una recensione, su invito dell’amico Marchetti, affidata all’”Indice”, ma nella sua versione on line, che a me appare, al pari di ogni altra destinazione del genere, come una sorta di bottiglia affidata al mare, chissà se mai riemergerà e qualcuno la raccoglierà. Comunque, avevo scorto che una presenza femminile c’era, balda, giovanile, pronta a contestare la prepotenza dell’”animale maschio”, che si era spinto fino al delitto. Di fronte a questa nuova prova, comincio col notare l’assoluta inadeguatezza del titolo, “Insegnami la tempesta”. Ma di quale tempesta si parla? Non ce ne sono i presupposti, perché scompare quel rapporto pugnace uomo-donna che vivacizzava il romanzo precedente, qui ci si trova tra “Donne sole”, quasi per dirla ricalcando Pavese, col tentativo della scrittrice di agitare le acque, ma a fatica. Che cosa ci può essere di più convenzionale e risaputo quanto una madre, Emma, imperiosa, decisa a comandare a bacchetta sulla figlia Matilde, a controllarne perfino la vita sentimentale, a vessarla in ogni modo, fino a provocare in lei una inevitabile ribellione? Infatti Matildea un certo punto non sopporta la prigionia morale cui la condanna la madre, fugge, ripara in un convento, dove incontriamo una figura del tutto simile a Emma, una Irene anche lei donna imperiosa, abituata a comandare, che poi, però, non si sa bene perché, compie il gran rifiuto, e nel modo più ferreo, andando a rinchiudersi in un convento di clausura, in un monastero di Clarisse, quasi come una Monaca di Monza, ma del tutto volontaria, forse però mossa dall’intento di continuare a dominare, seppure entro quella situazione disagiata. Ma perché la ragazza è fuggita, basta a spiegarne l’atto la pretesa di sottrarsi alla perversa dominazione materna? Confesso che per un momento ho pensato, anzi, sperato che ci fosse anche qui lo zampino di una presenza maschile. Infatti accanto a Emma c’è pure la figura di un secondo marito, Fausto, che dunque è nel ruolo di patrigno nei confronti della giovane e sofferente Matilde. Forse egli ha tentato di abusare di lei, consumando un atto, che peraltro non sarebbe propriamente parlando un incesto? Ma no, anzi, questo Fausto è l’unico a comprendere davvero la figlia adottiva, a mostrare verso di lei sentimenti di gentilezza e affezione. E dunque, nulla da fare, non c’è tempesta, ma bonaccia di sentimenti, routine psicologica. Mi pare proprio che la nostra Canepa abbia sbagliato a questo suo secondo appuntamento, speriamo che si rifaccia in prossime occasioni.
Emanuela Canepa, Insegnami la tempesta. Einaudi, pp. 240, euro 17,50.

Pin It
Standard
Letteratura

Nove e Pazzi: percorso unico dalla poesia alla prosa

Ho ricevuto nei giorni scorsi il volumetto di liriche di Aldo Nove, “Poemetti della sera”, mentre in un incontro diretto a Ferrara, a proposito di un mio minuscolo saggio, “Una mappa per le arti in epoca digitale”, ho avuto con diretta consegna a mano una robusta antologia in cui l’amico Roberto Pazzi ha concentrato quasi per intero la sua produzione in poesia, “Un giorno senza sera”. Sono due autori molto diversi tra loro, ma trovo che li congiunge molto utilmente il fatto di essere entrambi cultori del genere breve appunto della poesia assieme all’altro “lungo” della narrativa. Le due componenti, lungi dall’ostacolarsi, agiscono in provvida concomitanza, o almeno così risulta a un lettore come me, che muove da una congenita diffidenza verso il genere poesia, di cui teme la caduta nel limbo o inferno del cosiddetto “poetichese”, così come pure per altre attività può esistere una analoga accusa di degenerazione. Molti dei miei colleghi che si occupano d’arte scrivono in “critichese”, e quanti frequentano le rive della filosofia scivolano nel “filosofese”, in cui, per non far nomi, eccelle Massimo Cacciari. Che cos’è il “poetichese”, che dà pure luogo alla “vergogna della poesia”? Il far ricorso a un lessico prezioso, cruschevole, ermetizzante. E il trovarsi pure, lo si voglia o no, coinvolti nelle questioni di una qualche metrica, anche se indubbiamente alleggerite dall’adozione, nella contemporaneità, del verso libero. Invece chi ha consuetudine anche con la prosa, se si cimenta pure nell’altro genere, lo fa avvalendosi di un linguaggio prosastico, comune, e anche di una sintassi molto fluida, dominata dalla paratassi, ovvero restano aperti i cancelli per una conversione da uno stato all’altro, senza nette cesure. Una situazione del genere si può allargare a tanti altri casi di simultanea frequentazione dei due lidi. Parlando proprio con Pazzi, ricordavo il caso notevolissimo di Moravia, autore di poesie fatte di tanti versetti sciolti, scarni, allungati come vermi. E ci starebbe pure il caso di Nanni Balestrini, pronto ad applicare a una pretestuosa “testa d turco”, trovata in una anonima signorina Richmond, una serie smisurata di apposizioni, a ruota libera, tirate fuori a colpi di dadi. E’ un criterio di libera casualità che poi Balestrini ha saputo applicare anche “in grande”, in componimenti narrativi pronti a diramarsi in infinite varianti. Questo esempio vale subito nel caso di Nove, anche lui portato a lunghe verificazioni, come fossero litanie, dedicate alla propria madre, o alla madre di tutti, alla Madonna. Infatti, mentre il metodo di Balestrini è inesorabile e pesca solo nel casuale, Nove invece incrocia il sacro col profano, componendo lunghe preghiere laiche, e magari invitando il pubblico presente a salmodiare assieme a lui i versetti di quelle litanie apotropaiche, forse suscettibili di procurare giorni di indulgenza, comunque non prive di potere consolatorio.
Si sa che Nove tiene un piede nella narrazione, ma con esiti alquanto rari. In Pazzi invece il narratore, rispetto al poeta, è ben più nutrito, egli vanta, se ben ricordo, non meno di una ventina di romanzi, che credo di aver recensito per lo meno in buona parte. E dunque, nel suo caso, anche quando assume la veste del lirico, si aggiunge pure immancabilmente il profilarsi di una “storia”, di uno spunto che basterebbe poco per allargare. Lo dice del resto lui stesso, ottimo commentatore di sé, che dai versetti snocciolati quasi d’impulso vede delinearsi i personaggi dei suoi romanzi, Cesare, Cleopatra, Napoleone, gli zar russi. Ovvero, c’è un percorso continuo che dall’esercizio breve porta verso il lungo. Prendiamo del resto il titolo stesso di questa antologia, “Un giorno senza sera”. Non potrebbe essere lo spunto per il dramma di un’umanità non più beneficata dal provvido arrivo delle tenebre serali, costretta a vivere sotto un’illuminazione inesorabile, come si fa per strappare la confessioni a qualche carcerato? Trovo esemplare in particolar modo il poemetto, “La mosca di Gravina”, riportato nel quarto di copertina della presente antologia. Vi scorgo adombrato un soggetto giù trattato da un regista dello horror di cui al momento non ricordo il nome, che mette in scena uno scienziato in anticipo sui nostri giorni, tentato addirittura dal progetto di trasportare lontano da sé il proprio corpo, pronto per tale scopo a chiudersi in una cabina ermetica. Ma non si accorge, il disgraziato, che assieme a lui è pure entrata una mosca, e così non può evitare che il suo corpo, trasmesso a distanza, salti fuori con la testa del vile insetto. Ebbene, uno spunto del genere mi pare pure insito nella lirica del nostro Pazzi, che per raggiungere una lontana donna amata pretende di mutarsi volontariamente in una mosca, e chiede alla donna di ospitarlo dentro di sé. Forse sfugge al nostro poeta che in tal modo rasenta una lirica eccezionale del Metafisico inglese per eccellenza John Donne, autore di un elogio dedicato a una zanzara che prima succhia il sangue di lui, poi quello della donna amata, e dunque in quell’essere vile avviene il coito, la congiunzione dei due sangui. Termino con un piccolo omaggio a me stesso, tornando a menzionare il libriccino di cui ho parlato in apertura, e che mi ha consentito di ricevere il dono poetico di Pazzi. In esso dichiaro che al giorno d’oggi tutte le creazioni, visive o letterarie che siano, confluiscono nel mezzo digitale, resta però un’unica differenza, appunto tra il fare breve e invece l’allungare il prodotto. I migliori operatori letterari, come Pazzi e Nove, sanno passare agilmente dall’una all’altra dimensione.
Aldo Nove, Poemetti della sera. Einaudi, pp. 88, euro 10,50: Roberto Pazzi, Un giorno senza sera, La nave di Teseo, pp. 293, euro 18.

Pin It
Standard
Letteratura

Un romanzo che talvolta supera “le dosi consigliate”

Continua ad affermarsi una valida comparsa di testi narrativi che evitano di sfruttare l’abusata moda del “giallo” e non mirano neppure a sfociare in qualche prodotto televisivo. Dopo aver dedicato la domenica scorsa un elogio alla Sottili, ora posso dire bene, seppure con dubbi e riserve, di un altro romanzo, “Non superare le dosi consigliate”, di Costanza Rizzacasa D’Orsogna, le cui poche apparizioni anteriori a questa recente giustificano una mia completa ignoranza su di lei. A mettermi sulle sue tracce ha provveduto una pur minuscola recensione di un’ottima intenditrice quale Silvia Ballestra. Volendo trovare un genere entro cui classificare questa prova, potremmo evocare l’elegia, o la geremiade, cioè un lamento, una protesta contro i colpi del fato, di un’avversa fortuna, di un’umanità maligna e pregiudizievole. Roba che trova il suo capolavoro assoluto nell’”Elegia di Madonna Fiammetta”, in cui il genio narrativo del Boccaccio ha profuso le sue doti migliori. Per rispettare le regole di questa forma di narrazione, bisogna stare dentro al tema, non uscirne, ma nello stesso tempo trovare al suo interno una materia sufficiente per riempire il componimento. In linea di massima sarebbe pure questo il caso, in quanto la protagonista, tale Matilde, inutile stare a chiedersi se ci sia qualche riscontro con la biografia dell’autrice, denuncia il male che l’ha afflitta, una grassezza eccessiva, una bulimia sfrenata, con relativa assunzione di tutti i prodotti in cui si esplica l’offerta alimentare dei nostri giorni, accompagnata da uno straripante assedio pubblicitario. E quando la nostra scrittrice sta al tema, tutto procede bene, le sue confessioni, o lamenti tristemente elegiaci, o in vena di inarrestabili geremiadi, sono convincenti, ottimi sintomi di un male dei nostri tempi. Ma in qualche misura è pure possibile rivolgere contro la protagonista quanto lei stessa ci dice nel titolo, seppure pensando di rimanere all’interno di una prescrizione di ordine dietetico o farmaceutico, “non superare le dosi consigliate”. E’ quanto invece l’autrice non fa, ma a livello globale di strategia narrativa, infatti spesso e volentieri accantona questo aspetto riconoscibile e valido, di una fame incontenibile, insaziabile, con relativo aumento del peso fino a proporzioni mostruose, per gettare occhiate attorno a sé, o anche a se stessa, ma secondo un percorso a strappi, a singhiozzi, tra il dire e il non dire, con accuse, attacchi improvvisi e inopinati, ma prontamente seguiti da ritirate, da smentite. Forse è inevitabile che il rifarsi dalla prima infanzia, alla ricerca delle tracce iniziali di bulimia implichi di necessità il portare sul banco degli accusati la propria famiglia, ma già qui comincia un procedimento a base di atti d’accusa subito seguiti da ritrattazioni, La madre, quale giudizio darne, è la prima colpevole a sfiduciare Matilde, a stigmatizzare in misura atroce la sua grassezza, o invece no, tutto sommato è stata amorevole, pronta alla comprensione? E il padre, un mostro di indifferenza, o invece una creatura sensibile, del tutto degna di ricevere l’affetto della figlia? C’è poi tutto un ballare su e giù a livello sociale ed economico. Il padre è stato persona di successo, o invece ha trascinato la famiglia a condizioni fallimentari? La stessa avidità della protagonista ha dovuto saziarsi tante volte non più che di un pane povero, da sottoproletariato. E c’è pure un andare su e giù quanto a doti intellettuali della protagonista e sue eventuali affermazioni di ordine professionale. E’ una “minus habens” quanto a talento, oggetto di scherno da parte delle compagne, e, come detto, perfino dei genitori, o al contrario è piena di meriti che le consentono una brillante carriera negli USA? Insomma la narrazione sbanda, apre spiragli in troppe direzioni, anche se non dobbiamo dimenticare la massina pirandelliana secondo cui “la vita non conclude”. Ma in definitiva la nostra Matilde supera in troppi casi “le doti consigliate”, anche secondo il saggio proposito formulato a suo vantaggio. Per fortuna l’andamenti narrativo si riscatta ogni volta che torna a risuonare la sconsolata elegia per la grassezza molesta, con tutti i disturbanti fattori somatici che l’accompagnano.
Costanza Rizzacasa D’Orsogna, Non superare le dosi consigliate, Guanda, pp. 249, euro 18.

Pin It
Standard
Letteratura

Sottili: un vento che riporta memorie

Nonostante che si parli tanto della crisi del cartaceo, questo resiste attraverso una abbondante uscita di uno dei suoi frutti più consistenti, il romanzo, che non pare proprio arrendersi rispetto al pur temibile rivale televisivo. Purtroppo, essendo un decaduto, ricevo ben pochi omaggi a domicilio, ma sbircio avidamente le recensioni contenute nei vari supplementi letterari, anche questi in definitiva cartacei, e procedo all’acquisto di romanzi che mi sembrino solleticanti, anche se non so nulla dei rispettivi autori, e non ne ho letto qualche prodotto precedente. E’ il caso di Eleonora Sottili e del suo “Senti che vento”, che mi sembra un buon frutto di varie componenti. Intanto, di un realismo che è pur sempre la moneta pagante, ispirato alle varie alluvioni che anche in tempi recenti hanno funestato il nostro Paese. Qui siamo a un esubero del Magra, in Liguria, e la descrizione di come le acque aggrediscono un villino invadendolo fino al primo piano è condotta in modi lucidi, esatti, senza concedere nulla a fattori misterici, come poteva avvenire nei racconti di Buzzati. E’ un pericolo reale cui si può reagire con gesti concreti, come quello di affrettarsi a portare ai piani superiori gli oggetti, utili o inutili, giacenti in basso, tra cui anche i regali ricevuti per un matrimonio imminente, che dovrebbe unire la protagonista, Agata, a un giovanotto, tale Giacomo, figura incolore e praticamente assente. Qui si potrebbe inserire una nota psicologica, a integrazione della sventura meteorologica, in quanto è evidente che la fidanzata non gradisce molto quell’unione prossima, e dunque è ben lieta che l’invasione delle acque distrugga quei doni, incolpevoli simboli, di un futuro non troppo amato. Accanto a lei ci sono una nonna e una madre, le tre costituiscono una piccola comunità ben organizzata e autosufficiente, tanto da rifiutare risolutamente le proposte di aiuto, o di esodo, che giungono loro dalle squadre di pronto soccorso. Infatti uno dei meriti di questo romanzo è di evitare assolutamente le note della fosca tragedia, questo nucleo familiare sopporta molto bene la calamità. Le tre donne si accontentano che l’assistenza provveda solo a rifornirle di acqua potabile, che diversamente non uscirebbe dai tubi, ormai inutilizzabili. Si dà anche un abile gioco tra il dentro e il fuori, per esempio una barca, trasportata dalla corrente, giunge a percuotere la casa. Le tre abitanti decidono di farla attraccare, quasi come preda di guerra, e intanto salvano dalle acque anche un cucciolo di cinghiale che diviene quasi la loro mascotte, come un cagnolino affezionato, alimentato con provvide poppate di latte. Accanto allo scambio con l’esterno, ne esiste uno all’interno, il frettoloso trasferimento degli oggetti collocati, e dimenticati nei ripostigli in basso portano alla scoperta di lontane foto di famiglia, coi loro relativi segreti, che giacevano nell’oblio, tra cui una relazione che la nonna aveva avuto con un amore clandestino. Del resto anche la protagonista numero uno, in quella reclusione forzata, ha tutto l’agio di riandare con la memoria a un suo tradimento nei confronti del fidanzato Giacomo. Lo avevamo intuito, che quella relazione non era alimentata da una vera e propria passione, per questo verso l’alluvione delle acque raggiunge una portata simbolica, assumendo il compito di cancellare, o almeno di rinviare sine die, un rapporto affettivo sbagliato, o avvertito come un “pis aller”. L’assenza del fidanzato non è solo dettata da cause di forza maggiore ma risponde anche a una “panne” sentimentale, quanto meno da parte della candidata al matrimonio, che peraltro è l’unica di cui conosciamo in cronaca diretta i sentimenti. Insomma, si potrebbe concludere, non tutte le disgrazie vengono per nuocere, quei giorni di isolamento causati dall’inondazione costituiscono un utile momento di pausa, di ripensamento.
Eleonora Sottili. Senti che vento. Einaudi, pp. 193, euro 16,50

Pin It
Standard
Letteratura

Un dialogo impari Tra Ammaniti e Avallone

La “Lettura” di domenica scorsa 26 gennaio offre come piatto forte un dialogo tra Nicola Ammaniti e Silvia Avallone. O meglio, più che un dialogo alla pari, è un’intervista che la giovane autrice (1984) indirizzo allo scrittore più anziano di lei di un ventennio (1966). In realtà, è un incontro impari, a senso unico, dove la giovane intervistatrice dichiara la sua ammirazione per l’autore più maturo, e ne ha ben donde, infatti a mio avviso Ammaniti è il numero uno di quella squadra poderosa che abbiamo avuto la fortuna di ospitare negli incontri anni Novanta a RicercaRE, Reggio Emilia, quelli connotati dalla formula lanciata dal duo Cesari-Repetti di “gioventù cannibale”. Il loro merito, e di Ammaniti in particolare, è stato di rilanciare la componente che sembrava vitanda, in una narrativa di ambizioni sperimentali, legata a un recupero della trama, del plot o dell’intrigo, o come altro si voglia dire. Tanto che i “puri” assertori delle avanguardie vecchie e nuove, sul tipo di Angelo Guglielmi, sono stati molto reticenti nel seguirci in quell’impresa, e in particolare proprio su quell’esponente di punta hanno sempre presentato un “pollice verso”. Invece per capire fino in fondo Ammaniti, bisogna forse prendere le mosse dal titolo di uno dei suoi capolavori, “Come Dio comanda”. Infatti il nostro narratore non ha snobbato il ruolo di “deus ex machina” nei confronti dei suoi svolgimenti, ha inserito una istanza superiore, inesorabile come una “ananke” greca, che si inserisce perfettamente nel panorama della nostra realtà quotidiana, con le sue miserie, squallori, passi falsi, e li manovra, implacabile, verso la catastrofe, verso un finale grandioso, dando fuoco alle polveri, talvolta anche in senso reale, Di questo superbo, inesorabile, sequenziale narratore sono stato più volte l’estasiato e convinto esegeta, nutrendo qualche dubbio sui suoi ultimi passi. Come quelli rappresentati da “Anna”, e devo dire che mi turba il suo attuale passaggio a riversare il racconto sul supporto digitale, anche se in linea di massima una variante del genere rientra in pieno nella mia teoria, che dichiara, nel nome di Aristotele, l’equivalenza poetica del raccontare in terza o in prima persona, del romanzo e del cinema, ammettendo inoltre che anche questo oggi debba rifluire nella tecnica digitale. Rivio in proposito a un mio recente opuscolo, “Una mappa per le arti nell’epoca digitale”.
La Avallone, ben consapevole della distanza di valore tra i suoi propri exploit e quelli dell’intervistato, lo gratifica di un entusiasmo di cui però non si trovano tracce nei suoi tre romanzi. Il primo, ”Accaio”, è stato oggetto di una mia stroncatura perché ricadeva in soluzioni da vecchio neorealismo, alla maniera di Pasolini o di Testori, senza alcuna traccia delle vie innovative del suo interlocutore. Forse qualcosa di meglio compariva nel secondo romanzo, “Marina bellezza”, personaggio più in linea coi nostri tempi, più disinibito e libero. Ma la terza uscita, e più recente, “Da dove la vita è perfetta”, è ricaduta in uno stanco quadro sociologico di disavventure legate alla maternità, accettata o no. Insomma, mentre Ammaniti è il fulgido rappresentante di una fase eroica, sul finire del secolo precedente e oltre, della nostra narrativa, non riconosco un merito del genere alla Avallone, che infatti mi sono guardato bene dal chiamare all’iniziativa in cui ho tentato di dare un seguito agli incontri reggiani, RicercaBO, a parte il fatto che lei stessa avrebbe rifiutato sdegnosamente di parteciparvi. Ma a ognuno i suoi metri di giudizio.

Pin It
Standard
Letteratura

Una brillante collaborazione tra l’Italia e il Canada

Ricevo il n. 30/31 della rivista “Parole” (non trovo il carattere con cui dovrebbe essere indicata la lettera “o” secondo la grafia del Saussure). La storia di questo periodico è molto interessante, è stato fondato nel 1985 da Luciano Nanni, cui ho l’onore di aver affidato, negli ormai lontani anni ’70, l’insegnamento di estetica al corso DAMS, dove ha dato ottima prova di sé, riportando più volte la menzione di miglior docente tra tutti. Senza dubbio ha impresso al suo insegnamento, rispetto alla mia precedente conduzione, una svolta accentuata verso interessi logico-linguistici, di cui il termine adottato come sigla della sua creatura è un segno evidente. Ma poi, andato in pensione, Nanni ha cambiato pelle, lasciando cadere gli interessi teorici per darsi alla pratica dell’arte, ideando una tecnica particolare di sfruttamento degli effetti del gelo e della brina sui vetri, adottando per queste sue prove il vocabolo di “criografie”. E per meglio ribadire una simile metamorfosi ha adottato lo pseudonimo di Nanni Menetti. C’è in questo una qualche analogia col mio stesso percorso, dato che, andato in pensione, anch’io mi sono immerso in esercizi pittorici, senza però tralasciare la greppia della teoria, fedele all’immagine dell’Asino di Buridano che ho sempre dato, incerto da quale greppia alimentarsi. Data l’avvenuta trasformazione, Nanni Menetti ha lasciato la direzione di “Parole” affidandola a Antonio Bisaccia, docente all’Accademia di Belle Arti di Sassari, il quale ha realizzato un interessante e inedito ponte transoceanico collegando la rivista, non genericamente all’America del Nord, ma con scelta esclusiva rivolta alla città di Toronto, e così ottenendo una cogestione tra studiosi italiani e colleghi canadesi. Di ciò l’attuale fascicolo è una buona risultante, essendo aperto da un ampio saggio di John Picchione, uno dei migliori italianisti non solo del Canada ma più in generale del Nord America, ben noto sia per gli studi sulla nostra neo-avanguardia, con particolare riferimento ad Antonio Porta, e anche sulla questione generale di come distinguere tra il “modernismo”, il termine che a mio avviso impropriamente i colleghi nordamericani hanno identificato con le avanguardie storiche, e il postmoderno. Recensendo un contributo di Picchione a una simile tematica, ho lodato molto le sue osservazioni critiche relative alla difficoltà di dare confini certi a quel “post”, dato che tanti dei caratteri che dovrebbero assicurarne la specificità si ritrovano già nel “modernismo” degli inizi di secolo. Questa volta Picchione si presenta con una lettura molto analitica della poesia di Guido Gozzano, di cui mette in luce molto bene i vari tratti che lo distinguono dai poeti precedenti, come la grande coppia Pascoli-D’Annunzio, che si erano limitati, come diceva un nostro comune maestro, Luciano Anceschi, a andare “verso” il Novecento senza superare una barriera residua. A dire il vero anche il verdetto finale di Picchione sul caso di Gozzano mi sembra che resti ancora alquanto sospeso, come se quel diaframma non fosse caduto del tutto. Questo matrimonio transoceanico è attestato soprattutto da un saggio, come sempre acuto e ultra-informato, di Bruce Elder, già docente all’Università Ryerson di Toronto, con tante affinità tra Bisaccia e me stesso, al punto che in una sua opera capitale di due anni fa, “Cubism and Futurism”, ci ha concesso l’onore di riportare sul retro alcune nostre frasi, considerandole in piena sintonia col suo pensiero. Che, come il mio, sposta indietro la nascita del postmoderno, e ne fa una cosa sola con l’affermarsi dell’elettromagnetismo, dalle prime intuizioni dei nostri Galvani e Volta su su agli sudi precisi di Maxwell, fino a pervenire alla maturazione completa dovuta a Einstein, e con tanti comprimari lungo questa strada illuminante. Il tutto sotto gli auspici del numero uno di Toronto, Marshall McLuhan, nostro comune mentore. Ci sono poi altri saggi, anche dello stesso Bisaccia, che esaminano l’approdo inevitabile di tutte le arti nel digitale, su cui in parte concordo, ma vorrei anche segnalare un mio recente contributo (“Una mappa delle arti nell’epoca digitale”, Marietti) che naturalmente nessuno di questi interlocutori potenziali ha ancora ricevuto, e dunque non potevo certo sperare di ricevere in merito i loro pareri. Elder e Bisaccia hanno in comune la peculiarità di essere versati prima di tutto nelle arti visive, Elder è addirittura un produttore in proprio di videoarte, o comunque di apporti cinematografici al settore. Questo li porta a ritenere che il digitale abbia ormai vinto la partita, il che è senza dubbio conforme al responso dei nostri tempi, ma con ciò non viene cancellato un fattore di cui si deve continuare ad avvertire la presenza, il fattore trama, o “dieghesis”, o intreccio. Vale a dire, tra i vari esiti della registrazione elettronica o digitale ci sono i componimenti brevi, che in effetti vengono acquisiti dal circuito artistico, li si vede nelle gallerie d’arte, nei musei, nelle Biennali eccetera, dove conta la valorizzazione dei dati sensoriali, al di fuori di una qualche narrazione. Ma le sale cinematografiche, e soprattutto i canali televisivi, ci riversano fiumi di prodotti “lunghi”, la cui durata è di almeno un’ora e più, affidati anch’essi al digitale, ma eredi proprio di quelle componenti che Aristotele fissava nella sua “Poetica” attribuendole, da un lato, al poema epico, antenato della narrativa, dall’altro alla commedia e tragedia, da cui viene l’intera attuale produzione di portata “lunga”. Nessuno va in una sala cinematografica per vedere i prodotti del nostro Elder come video-maker, mentre non avrebbero difficoltà a venire programmati in qualche galleria o museo d’arte. A ciascuno il suo, pur in una comune innegabile confluenza nel digitale.
Parole, nn. 30/31, Editore Mimesis, pp. 474, euro 22.

Pin It
Standard
Letteratura

“Tolo tolo”: non sempre “repetita iuvant”

Dopo aver esaminato “Hammamet”, è logico che ora mi rivolga all’altro film che tiene banco, al centro dell’attenzione degli spettatori, il “Tolo tolo” con cui Checco Zalone sembra aver rinnovato il successo di “Quo vado”. Ma forse l’affollamento con cui è stato accolto il primo apparire di questo film è destinato a calare, mi sembra che dal pubblico esca un verdetto quasi unanime, non ci si diverte come nel film precedente. Il fatto è che Zalone fa uso di una comicità alquanto meccanica, e questa bagna le polveri, rischia di scattare con efficacia via più ridotta. Nei termini del massimo esperto di fenomeni del genere, il nostro Pirandello, Zalone non passa dal comico all’umorismo, non compare in lui un personaggio totale provvisto di un’ampia psicologia, come invece è stato nel caso di un Sordi, e anche di un Manfredi. Abbiamo visto spegnersi via via i fuochi d’artificio che inizialmente accompagnavano il primo apparire di altri “comici”, incapaci di inoltrarsi in seguito in più consistenti personaggi. Si pensi al trio Aldo, Giovanni e Giacomo, ma qualche rischio del genere sovrasta anche Carlo Verdone, e perfino Totò, pur eccellente, ma finché rimaneva appunto nei panni del comico, del burattino, prigioniero della battuta, affidata per intero ai frizzi e lazzi. Si aggiunga, nel caso di quest’ultimo prodotto di Zalone, quanto viene stigmatizzato da un noto proverbio, “scherza coi fanti ma lascia stare i fanti”. Appunto nel fortunato “Quo vado” l’attore scherzava, con taluni nostri difetti, ma in definitiva veniali, come l’inguaribile attaccamento al “posto fisso”, al sessismo, alla nostra inciviltà nel capire i diversi, eccetera. Ma ora ha voluto fare il grande passo, cercare di ricavare effetti comici dalla massima disgrazia dei nostri giorni, il fenomeno migratorio. Devo dire che personalmente non l’ho data buona neppure a Benigni e alla sua pretesa di trasformare in occasione di comicità (“La vita è bella”) il male estremo dello sterminio degli ebrei nei lager. Del resto mi pare che Benigni, prudente nonostante le apparenze, ora si guardi bene dal ritentare le vie di quel gioco assurdo. Invece Zalone crede di potersi aggirare coi suoi riti e miti, di cittadino dei nostri giorni, prigioniero delle nostre consuetudini, dei gadget cui siamo consacrati, tra la totale privazione di questi beni che invece affligge i dannati della terra, ma il contrasto si fa stridente, il riso muore sulle labbra, e anche la vicenda sentimentale appare fragile, di quella brava fanciulla che il buonismo di fondo cerca di preservare da un inevitabile destino, di vendersi ai trafficanti per ottenere vantaggi per sé, per il figlioletto, per lo stesso protagonista. E miracoloso appare pure il lieto fine della vicenda, proprio col ragazzino che per tocco di bacchetta magica alla fine della vicenda trova il padre pronto ad accoglierlo. Stiamo a vedere, se il consenso a questo film nei prossimi giorni vada calando, per l’implacabile funzione che in casi del genere spetta a quello che un tempo si diceva “radio fante”, il passaggio del giudizio da spettatore a spettatore, ben più valido di ogni titolato commento critico.

Pin It
Standard
Letteratura

Hammamet: manca una ricostruzione storica

Naturalmente mi sono fiondato a vedere “Hammamet”, il film di Gianni Amelio dedicato agli anni di esilio consumati da Bettino Craxi ad Hammamet, fino alla morte. Bettino è stato un mio idolo, di strenuo sostenitore della causa della socialdemocrazia, subendo anche per questa mia fede l’ostracismo dei colleghi del Gruppo 63, in genere più spostati a sinistra. Una fede che ho potuto rinnovare nel culto di Romano Prodi e di Matteo Renzi, che in modi vari e con esiti purtroppo non sempre felici, si sono susseguiti a staffetta per quella strada. Credo di aver affidato a questo mio diario segreto il resoconto di una mia visita che qualche anno fa mi è capitato di fare alla tomba di Bettino. Ero ad Hammamet per un convegno letterario, scoprendo che quella località tunisina è come una Rimini africana, con alla periferia una selva di grandi hotel, quasi come enormi tartarughe insabbiate nell’arenile, a notevole distanza dal nucleo abitativo, dove mi ha portato un taxi, alla ricerca della tomba dell’esule. Trovata a fatica, in una striscia riservata agli occidentali, accanto a una ben più ampia fetta di tombe riservate agli abitanti di fede maomettana. E non è stato per nulla facile trovarla, data la sua modestia, di tomba terragna, con la sola nota distintiva di una accurata imbiancatura, segno di lutto e di rispetto, nulla più, niente di quella ostentazione di lusso e di vanagloria che le torme dei prevenuti avversari di Bettino gli hanno attribuito. Ma veniamo al film su cui ho concepito molti dubbi. In fondo Amelio si è comportato con qualche ipocrisia, evitando di confrontarsi col personaggio pubblico, inserendo solo qualche cenno su due punti cui invece è affidata la possibilità di rivalutarne l’opera: il fatto che desse atto “apertis verbis” del mal costume di tutti i partiti di allora di rubare dai bilanci delle aziende pubbliche e private, soprattutto per coprire le spese elettorali, compreso il PCI che si faceva foraggiare dall’URSS finché questa è esistita. Inoltre valida resta pure la prova di forza data contro gli USA quando avevano preteso, nell’aeroporto di Sigonella, di impadronirsi del terrorista che si era reso colpevole dell’uccisione di un cittadino nordamericano. Ma siccome il delitto era avvenuto su una nave battente la nostra bandiera, dovevamo tutelare il diritto e la dignità di esserne noi i giudici. Ricordo che allora anche i giornali della sinistra estrema, come “Il manifesto”, gli resero l’onore delle armi, ora invece contestato da quell’insopportabile mestatore che risponde al nome di Travaglio, e che anche ieri sera ha sottoposto il ricordo del leader del PSI a un linciaggio sfacciato. Anche questo brillante episodio è stato ricordato dal pavido Amelio un po’ di straforo, affidato a una ricostruzione condotta per mezzo di miseri soldatini da un nipote al seguito del leader maximo, sulla spiaggia tunisina. Per il resto, ampio spazio al privato, sottoponendo Pierfrancesco Favino a un tour de force, a indentificarsi con Bettino, a reggere la contraffazione come una pesante maschera, che in definitiva lo immobilizza, lo appesantisce, anche se si deve ammettere che in tal modo l’attore conduce una prova estrema di dedizione, di sacrificio di sé. Insomma, troppa privacy, troppo vissuto personale, per quanto riguarda il protagonista, seguito con esasperante vicinanza nei suoi tic, negli appetiti gastronomici, negli scatti di collera, o viceversa nei tratti di residua umanità. Il tutto sotto il premere della mala salute, dell’incombere del senso della fine imminente. A contrasto con tanta eccessiva fisicità Amelio ha fatto ricorso a una serie di figure simboliche in cui ha concentrato l’ambito del premere di motivi esterni. Tra tutti, è misteriosa e del tutto sbagliata la presenza di un giovane preteso figlio di un austero funzionario del partito, che alla fine si apprenderà essere stato addirittura colpevole della morte del genitore, buttato giù da una finestra, e ormai chiuso nella follia. Forse la regia di Amelio ha assegnato a questo personaggio fittizio il compito di punire, in Bettino e in ogni altro uomo politico, la macchia originaria, il fatto di essersi resi artefici di colpe, prevaricazioni, violenze. Troppo simbolica è pure la visita che a un certo punto il leone in gabbia riceve da parte di un esponente dell’universo DC, tipica espressione degli ambigui rapporti intrattenuti con lui, di rivalità e di complicità. Peggio di tutto aver scelto, nella senza dubbio avvenente Claudia Gerini, una specie di concentrato di tutte le amanti avute da Bettino nel corso della sua esistenza. Non parliamo poi del finale, in cui compare un dialogo col padre, all’ombra della Madonnina, quasi un ricalco dal “Posto delle fragole” del grande regista svedese Bergman. Abbastanza fuori luogo pure l’incursione in un capitolo infantile in cui il prode Bettino compare già nella veste di protestatario ribaldo, meritandosi una punizione nel collegio religioso in cui trascorre la sua difficile pubertà, già pronto a conati di rivolta, affidati a una fionda con cui il ragazzino ribelle rompe le vetrate dell’edificio che lo ospita. Insomma, fuga da compiti di seria ricostruzione storica, rifugio in una privacy che diviene perfino ingombrante, soffocante, e che non serve molto, o per nulla, a una rivalutazione dell’uomo politico, se non nel senso di dedicare una prece alla sua monumentale uscita di scena.

Pin It
Standard