Letteratura

Bruni Tedesci. villeggianti al limbo

Sono stato a vedere il film “I villeggianti” in cui Valeria Bruni Tedeschi ha voluto fare il passo lungo da attrice eccellente qual è, riconosciuta anche da me in questa rubrica, al ruolo più impegnativo di regista. E certamente lo fa fatto in modo generoso, ma perfino troppo, infilando nell’opera un eccesso di vicende e personaggi, e anche con qualche scoperta evidenza dei modelli cui si è riferita, a cominciare dal capolavoro di Monicelli, “Speriamo che sia femmina”. E naturalmente sullo sfondo ci sono pure le opere di Fellini, per fortuna non gli intellettualismi di Sorrentino. Comunque l’azione si smembra troppo, in episodi che non stringono, disperdendosi in duetti, in motivi sparsi, con qualche difficoltà di raccordo. Un difetto, questo, che in prima battuta viene a colpire la Bruni Tedeschi stessa nel suo esercizio di attrice, quasi esistesse una specie di inversione proporzionale: più un operatore si inoltra nella regia, meno porta a casa a livello di recitazione individuale. Infatti i suoi tormenti amorosi sono alquanto sfocati e inconcludenti, anche perché rivolti in direzione di un attore, certo in genere forte e sicuro di sé, Riccardo Scamarcio, ma che in questa occasione risente della medesima vaghezza e inconsistenza di trama messa in atto dalla protagonista-regista, con un gioco a chi lascia chi, toccato e fuga, che forse è una delle cause maggiori dell’inconcludenza complessiva della pellicola. E’ vero che un grande drammaturgo come Pirandello ci ha sempre ammonito che “la vita non conclude”, per questo verso la nostra regista ne è una troppo convinta seguace. Ma dalla vaghezza di quel rapporto a due, sempre sul punto di “incontrarsi e dirsi addio”, salta fuori un prodotto autentico, pare che la coppia abbia adottato una negretta che, diversamente da loro, tiene i piedi ben saldi in scena, portatrice di tutto il buon senso che manca in loro. Gli altri attori hanno più “spago”, una pure lei eccellente Valeria Golino, sorella della protagonista, dialoga con un marito, Pierre Arditi, che recita molto bene la parte del decaduto, del portatore di una antica noblesse di cui restano solo tracce appassite, come di un sapore o di un profumo evaporati col tempo. E ci sono pure tanti altri momenti efficaci, ma come carte di un mazzo vario, policromo., che vengono giocate un po’ a caso. Valida la presenza del personale della servitù, di un fattore che rivendica orgogliosamente i suoi diritti, e nel contempo fa strame di un figlio minorato, al limite con la deficienza. C’è una specie di duplicato della protagonista, di una aspirante a divenire lei stessa regista, o comunque autrice di storie, il che però la condanna allo zitellaggio, e alla disperata ricerca di amori precari, da procacciarsi alla ventura, come capita capita. Per rimanere in area pirandelliana, diciamo che i nostri “villeggianti” vengono a corrispondere a una colonia di Scalognati, paghi dei loro intrattenimenti, sempre un po’ insensati, irrisolti, senza però che ci siano, per loro fortuna, dei “Giganti delle Montagne” a minacciarli. E dunque, se in quel falansterio ci sono tante crisi in atto, tante storie che si logorano appena nate, e che scoppiano come bolle d’aria, non entra neppure la morte, perfino uno di questi inconcludenti, che ha sprecato tutta la sua vita nel nulla di fatto, e che dunque si potrebbe sospettare avviato a un suicidio riparatore, a una “morte per acqua”, ritorna invece a riva, quando più nessuno se lo aspetta, e perfino noi spettatori eravamo in attesa di vederci servito in tavola un cadavere. Dopo aver imbastito tanti intrighi, tante storie a esito incerto, la regista capisce che non può sciogliere, decidere, e quindi cancella il tutto, con una dissolvenza finale, come uno scolaretto che con la spugna svuota la lavagna dei termini di una equazione che è incapace di risolvere.

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Con Napoleone ( e Pazzi) verso Sant’Elena

Continua instancabile l’attività di Roberto Pazzi narratore. Due anni fa ci aveva dato “Lazzaro”, subito accompagnato da un mio convinto apprezzamento, simile del resto a quello che nel corso degli anni ho tributato a quasi ciascuna delle sue fatiche man mano che uscivano. E ora ecco questo “Verso Sant’Elena”, che magari è da prendere molto più letteralmente rispetto a quanto ci veniva proposto in tante occasioni precedenti. Nel nostro Roberto c’è sempre uno storico che studia bene i dossier su cui lavora, ma in genere accanto ai dati reali compaiono quelli irreali, o virtuali, gli inserti dovuti all’immaginazione dell’autore. In questo caso invece una componente del genere l’ha tenuta a freno, dandole ben poca esca. In definitiva, in quella che davvero è una cronaca di quanto accadeva sulla Northumberland, il bastimento che portava l’Imperatore verso la sua ultima dimora, si inserisce un solo elemento immaginario, quando il prigioniero illustre fa sorgere nella sua triste cabina lo spettro di un primo amore, tale Eugénie, che aveva allietato i suoi anni giovanili, ispirandogli anche un romanzo, quando la sua carriera militare era ancora sul nascere e il grande Corso non aveva lasciato cadere la pista letteraria. Ma per il resto Pazzi ci porta davvero a bordo del Northumberland, coi suoi due mesi di noiosa attraversata, condivisa da una ciurma costituita, pare incredibile, dalla bellezza di un migliaio di marinai, sottoposti alla noia, alla fame, alle punizioni corporali che la marina di Sua Maestà britannica era pronta a infliggere. Napoleone è trattato abbastanza bene, il che gli consente di errare col pensiero, e all’autore di dare consistenza, pienezza di dettagli al responso sibillino dato dal Manzoni in morte del personaggio famoso. Intanto, non è che Pazzi dimentichi del tutto certi suoi exploit precedenti, forse ci potrebbe essere di nuovo qualcuno che muova “Cercando l’imperatore”, ma più che mai dovrebbe mutarsi in uno stormo di uccelli, diversamente il condottiero abbattuto non può sperare in un arrivo dei “nostri” a liberarlo, questa volta il nemico principale, gli Inglesi, avevano fatto bene i loro conti, pur salvandolo dalle pretese degli alleati che avrebbero voluto comminargli la morte. Questa volta si è stati ben attenti a non ripetere l’errore fatale di comminargli una “comoda” prigionia sull’isola d’Elba, che è tra i ricordi che più assediano la memoria del prigioniero, quando era andato a trovarlo una donna rimasta a lui fedele, la polacca Walewska, portandogli anche il figlioletto, in sostanza ufficialmente riconosciuto, mentre il Re di Roma, il rampollo avuto da Maria Luigia d’Austria, che fine avrà mai fatto? Questa una angosciosa domanda che Napoleone pone a se stesso, mentre l’Autore, comportandosi come il demiurgo quale era previsto nel regime narratologico ottocentesco, fa incursioni all’interno di questo personaggio, mostrandocelo ancora imbevuto del ricordo di tanto padre, pronto a rivendicarne la gloria, ma alla fine domato, piegato da un nonno austero e implacabile. E soprattutto abbandonato dalla madre, appunto Maria Luigia, che vede in lui il frutto di un’offesa inflittale dalla ragion di stato, e che dunque non vuole concedergli alcun tributo di affetto, mentre sogna di rifarsi l’esistenza anche sul piano erotico, dandosi ad amori col Neipperg, e aspirando alla libertà che le potrà dare lo staterello di Parma. I ricordi del prigioniero illustre svariano, li animano dei “flashback” dedicati alla madre Letizia, alla sorella Paolina, che sono il lato buono delle sue memorie, magari assieme alla mai dimenticata creola, Giuseppina Beauharnais. Ma c’è pure il lato negativo degli ex-fedeli che lo hanno tradito, come Murat, come il sempre infido Talleyrand, e perfino lo zar di Russia, su cui pure credeva di aver stabilito un influsso quasi paterno. E dubbia è anche la fedeltà della piccola scorta che lo segue, un Las Cases che punta solo al guadagno che potrà trarre dalla possibilità di pubblicare le memorie della vittima illustre, e altri, immersi in oscure manovre. Insomma, un quadro triste, deprimente, tanto che l’Imperatore è quasi convinto a darsi la morte prima ancora di venire sbarcato sul miserabile scoglio. Del resto, tra i membri dell’equipaggio ce n’è pure uno cui forse l’ammiragliato britannico ha conferito l’ignobile incarico di avvelenare gradualmente il prigioniero, che è solo un inciampo, una grave soma. Infatti questo Pazzi, in veste soprattutto di storico, non si esime neppure dal darci i cosiddetti “conti della lavandaia”, snocciolando i numeri di quanto sarebbe costato all’Inghilterra albergare a lungo quel personaggio sgradito. Pazzi insomma riecheggia la tesi molte volte accennata di una morte procurata a Napoleone, però sei anni per condurla a buon fine sembrano un periodo un po’ troppo lungo. Del resto, mentre il navigatore coatto è libero di errare col pensiero di qua e di là dell’enorme scacchiere che ha frequentato nella sua turbinosa esistenza, non viene seguito quando approda a S. Elena. Questa resta una meta lontana, ovvero ci limitiamo solo ad andare “verso” di essa. Ma come si conviene a chi narra storie reali, anche Pazzi non si esime dal compito di dirci come sino andati a finire i protagonisti della vicenda, compresi i discendenti, e così compare anche un dato incredibile, una buona azione compiuta da Hitler, che quando occupò Parigi vi fece trasferire accanto alla tomba di Napoleone la bara del figlio, sottraendola alla Cripta dei Cappuccini, dove a Vienna dormono il sonno ultimo tutti gli Asburgo.
Roberto Pazzi, Verso Sant’Elena, Bompiani, pp. 189, euro 15.

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Missiroli: fedeltà o infedeltà?

La Casa editrice Einaudi mi ha usato la gentilezza di mandarmi i volumi di Paolo Colagrande e di Alice Cappagli, forse intuendo che sarebbero risultati accetti alle mie corde, come infatti è stato, consentendomi di dedicare a entrambi note molto favorevoli su questo blog. Non mi ha inviato invece la successiva “Fedeltà” di Marco Missiroli, forse anche in questo caso intuendo che sarebbe mancato il mio favore a quest’opera, come infatti è, anche se, vista l’ attenzione con cui è stata accolta, non ho mancato di procurarmela a mie spese. E’ opera incerta e confusa, sicuramente non superiore alla media di altri prodotti che hanno invaso il mercato in questi ultimi tempi. Forse anche in questo caso può valere la formula lanciata da Vittorio Spinazzola di un New Italian Realism, o di un neo-neorealismo, come preferisco dire io. Siamo cioè in presenza di uno spaccato di vita come oggi si svolge nelle comunità urbane, poste nel pieno di una società consumista, con tutti i suoi riti, compreso pure quello di una libertà sessuale per cui le coppie si fanno e si disfano, in un panorama “aperto” e molto tollerante, il che, sia ben chiaro, è decisamente un bene, l’ accettazione di uno dei presupposti stessi della nostra civiltà, che a ragione si può definire post-freudiana. Per cui proprio non si capisce che cosa sia saltato in mente al narratore di intitolare queste sue “ambages”, non “pulcherrimae”, ma certamente molto consuete, all’insegna della “Fedeltà”. Ci stava bene pure l’esatto opposto, ovvero un elogio della “infedeltà”, come condizione imprescindibile di vita al giorno d’oggi. In definitiva, il romanzo consiste proprio nel presentarci delle coppie che marciano ciascuna verso un momento di crisi, col maschio, ma anche la femmina, pronti ad accogliere l’attrazione di partner diversi, salvo magari a rientrare sui propri passi, ma, in sostanza, non per l’imporsi di ferree convinzioni morali, che nel nostro universo non hanno più un forte diritto di cittadinanza, ma solo per adempiere a scelte abitudinarie, di comodo, di assuefazione. La coppia numero uno è data da Carlo Pentecoste e dalla moglie Margherita, la cui convivenza è subito picconata da un evento fortuito. Il marito, docente di scuola, per le migliori intenzioni entra nella toilette riservata alle donne per portare soccorso a una giovane alunna, Sofia, dal che nasce però un intreccio, una relazione. D’altra parte Margherita a sua volta si lascia affascinare dalle dita sapienti di un massaggiatore, tale Andrea, che sa sfiorare abilmente i suoi punti sessualmente nevralgici invitandola a prolungare quei momenti di piacere, Ma , forse per allungare il brodo, o al positivo, per accrescere una fedeltà documentaria nel rendere uno spaccato del nostro oggi, il narratore non si nega nulla, appiccica al seduttore Andrea una improbabile coda che lo vede anche cedere a tentazioni omosessuali, con l’aggiunta di una partecipazione alle scommesse che si fanno circa i selvaggi duelli tra cani. Lo schema generale della vicenda si può anche ricondurre a una sorta di “ronde de l’amour”, ma contrastata dal ritmo avverso riportabile alla formula dell’”incontrarsi e dirsi addio”. Infatti Sofia, la giovane che si pone all’inizio della serie determinando la prima rottura di una sana vita coniugale, non è che stia al gioco, che accetti di rimanere al fianco dell’involontario seduttore Carlo, ma al contrario fugge lontano da lui, rientrando in un ambiente riminese, che sarebbe il suo terreno di partenza, dove ovviamente ci sono altri interessi affettivi ad attenderla. Forse i momenti più persuasivi in questa “ronde” sono quelli in cui la vicenda si “riposa” , affidata alla saggezza di genitori, di madri tolleranti, capaci di lottare contro la malattia, di comprendere e perdonare figli, figlie, generi nelle loro dispersioni, nei passi falsi. Il tutto senza picchi di vivacità, in un tessuto che si diffonde piatto, cercando di animarsi con il ricorso a un periodico “changez la femme”.
Marco Missiroli, Fedeltà. Einaudi, pp. 224, euro 19.

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Covacich, il vero batte il verosimile

Mauro Covacich è un assiduo lavoratore della penna, si sarebbe detto in altri tempi, oggi si dovrà dire del computer, già pronto a pubblicare una nuova opera a breve distanza dalla “Città interiore”, di appena due anni fa. Il suo “Di chi è questo cuore” appena uscito è sempre più lontano dall’oggetto che con qualche rispondenza si può dire “romanzo”, mentre costituisce un coraggioso passo integrale in direzione di quella che oggi si chiama “autofiction”, o magari se si ha il coraggio di far uso di un termine antiquato, autobiografia. Rispetto a cui il testo precedente costituiva ancora un tappa di avvicinamento, dove le confessioni stese in prima persona si accompagnavano a brani riferiti a personaggi mitici della città del cuore, Trieste, magari neppure visti da vicino, di persona, dalla voce narrante. Ora invece l’autore gioca a carte scoperte, con nomi in chiaro, perfino della sua attuale compagna, Susanna Tartaro, risalendo addirittura al padre di lei, Achille, di cui non è neppure oscurata la sua appartenenza alla categoria dei critici e storici della nostra letteratura. Ma, buttati via tutti gli schermi protettivi, Covacich si sa valere di valide chiavi per assicurare efficacia al prodotto risultante, cominciando subito con l’accordarsi un vivace saltabeccare da un’occasione all’altra, nel che trova i vantaggi del mestiere di giornalista che oggi accompagna validamente a quello di vero e proprio narratore, chiamato a mettere in piedi storie verosimili. Ora sfrutta invece l’enorme forza del vero, del visto, del sentito e sperimentato coi propri occhi, con la consapevolezza che pure nell’ambito di questi frammenti di verità può risiedere una forza drammatica, anche se magari abbassata nei toni. Non sono più insomma le “Anomalie” da cui era partita la sua carriera, sono fatti e fatterelli perfino troppo normali, ma raccolti con un’attenzione allo stato attuale dei costumi e della società condotta a tutto campo, a tutto giro, senza tabù e zone protette,, evitando in ogni caso l’enfasi, il cedimento ai buoni sentimenti. A cominciare da se stesso, e da quella menzione di un cuore contenuta nel titolo che farebbe scandalo se non si precisasse subito che è quello stesso dell’autore sottoposto, come oggi avviene quasi ad ognuno di noi, a un qualche intervento diagnostico. E c’è pure almeno un punto in cui il narratore indossa le vesti del detective, accostandosi a un fatto tragico, la caduta dall’alto di un giovane, non si sa se perché vittima di uno sciagurato atto di bullismo compiuto dai compagni, o da sue intenzioni suicide, o da un mero incidente. In altri momenti, o da parte di altri narratori, quest’episodio meriterebbe un’attenzione puntuale e monografica, ma non così nel presente esercizio, il cui conduttore si lascia ben volentieri trascinare da uno spunto all’altro. Non occorre un grande sforzo per spingere la nostra realtà quotidiana a farsi romanzesca, ci pensa da sola a provocare un tale effetto. Basta indagare su una madre anziana che invece di fare la calza “chiatta” con le amiche, e poi c’è tutto il capitolo dell’intervento a favore degli animali domestici, con riti curiosi, come quello dei bravi proprietari che ne raccolgono gli escrementi in sacchetti di plastica procedendo poi a cercare un cassonetto per disfarsi di quel carico. C’è da frequentare il cosmo dei diseredati, con le loro varie misure per concedersi momenti d’estasi con bevande di basso conio. Proprio perché Covacich in questa sua prestazione non intende affatto nascondersi, non manca di affrontare il capitolo delle interviste e presentazioni dei suoi libri che è costretto a concedere, rimbalzando da una località all’altra, e anche da un pranzo o una cena, coi relativi cerimoniali. Insomma, l’autore appare molto simile proprio a uno di quei diseredati di cui reca testimonianza, abituati a frugare nei bidoni del pattume per cercarvi qualche oggetto degno di interesse. Anche lui fruga nella infinita piattezza e banalità dei nostri giorni sperando di poterne estrare qualche gioiello splendente, qualche pepita aurea. Il rischio, diciamolo pure, è che un’impresa del genere possa essere tacciata con l’epiteto che ci siamo abituati a scagliare contro Emio Cecchi e i suoi “Pesci rossi”, ma in merito posso anticipare che ho appena steso un capitolo di una mia storia della narrativa italiana del primo Novecento in cui non ho certo salvato la Sor’Emilia, dato lo stato parsimonioso dei suoi raccontini, mentre sono stato largo di elogi verso le scintillanti epifanie scovate da Bruno Barilli e da Gianna Manzini. Ebbene, questo Covacich è in parte un loro erede, col vantaggio che ora trova a sua disposizione una sterminata distesa di “pesci rossi”, una pastura abbondante, quasi inesauribile.
Mauro Covacich, Di chi è questo cuore, La nave di Teseo, pp. 246, euro 17.

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Cappagli, piacevoli bisticci in famiglia

Ricevo di nuovo un libro dalla Einaudi, di Alice Cappagli, “Niente caffè per Spinoza”, così come in precedenza mi era arrivata “La vita dispari” di Paolo Colagrande, e ne sono ben lieto, tanto più che di nuovo mi è possibile esprimere anche su questo secondo arrivato un giudizio del tutto positivo, per giunta motivato da ragioni di natura diversa. Ovvero i due prodotti non si assomigliano affatto, ma pescano in acque tra loro distanti. Nella Cappagli non si rintraccia certo l’ironia fredda, quasi metafisica, come nell’opera di Colagrande. Al contrario, almeno in partenza, la protagonista di questo romanzo, di nome Maria Vittoria, è ben decisa a “volare basso”, quasi intimando a se stessa la prescrizione che nel film “Un eroe per caso” Dustin Hoffman pronuncia continuamente verso il figlio. Del resto, di che cosa si dovrebbe inorgoglire, questa modesta esistenza che soffre dei tipici mali del nostro tempo, cattivo esito di un matrimonio, disoccupazione, liti in famiglia, insomma difficoltà ad ogni livello. Da cui però la salva l’intervento provvidenziale di un’amica che le fa ottenere un posto di badante presso un anziano professore di filosofia in disarmo. E qui comincia il bello, dato che la configurazione di questo personaggio è condotta in modo addirittura geniale. Questo anziano, semicieco, ne combina di tutti i colori, da bambolone cui si vede ridotto, che fa malestri in cucina, se lasciato a gestire da solo la sua ghiottoneria, con la pretesa, magari, di cuocersi un riso ma versandosi addosso l’acqua bollente e così producendosi dolorose scottature. Maria Vittoria è stata reclutata non come domestica “tutto fare”, ma secondo la regola d’ingaggio dovrebbe prestarsi come lettrice per il povero ex-docente, che non può più contare sui suoi occhi, e qui si introduce un tema esilarante, in quanto il raffinato professore chiede all’inserviente di andargli a pescare di volta in volta, nel massimo disordine della sua biblioteca, un certo testo filosofico, una delle cui massime sarebbe adatta a commentare la situazione che il professore stesso, la sua famiglia, ivi compresa anche l’assistente, stanno vivendo. Vengono quindi pescate al proposito o meno frasi sentenziose soprattutto di Epitetto, ma anche di Aristotele, Agostino, Pascal, Bergson, in un ardito e piacevole bisticcio continuo con le basse pratiche che si consumano in quello sgangherato ménage. Del resto, il titolo la dice lunga, chiamando in causa Spinoza, ma subito contrastato, menomato da un caffè, cioè di una minima prestazione domestica, che non arriva, per i pasticci che i due conduttori del gioco combinano, volenti o nolenti. E’ una coppia ben assortita, pur nella sua voluta e calcolata diversità, di fronte a cui devono cedere i comprimari: una figlia del professore troppo preoccupata di sue questioni personali, e dunque perpetuamente assente; una cognata che tenta di impadronirsi della situazione per comandare su tutti, ma che viene colpita dalla legge del taglione, lei così abile e adatta agli inghippi dell’esistenza, viceversa è la prima ad andarsene, vittima di una malattia. Si aggiunga anche un’altra mossa opportuna dell’autrice, che non lascia troppo spago alla sua creatura “bassa”, non le permette di sviluppare a fondo una relazione pur promettente con un uomo baldo e simpatico. Devono rimanere in lizza, a combattersi, comprendersi, in definitiva stimarsi, da un lato il Professore, dalle sue altezze, ma compromesse dalla malattia, e dall’altro l’umile “badante”, Un contrasto che produce scintille di ironia, di humour, tali da ricordare un modo molto simile di procedere per piccole scosse quale è proprio del narratore Domenico Starnone. Su cui, come è ben noto, si è scatenata la pretesa di assegnargli l’esecuzione del romanzo “L’amica geniale”, da cui tuttavia è totalmente assente proprio la dimensione dell’ironia, qui invece, come nelle opere di Starnone, scoppiettante, ben dosata, fino allo spegnersi inevitabile di chi ne è la fonte, il Professore, con tutto il carico della sua sapienza e dei suoi limiti fisici.
Alice Cappagli, Niente caffè per Spinoza, Einaudi, pp. 273, euro 17,50.

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Murakami, un secondo tempo interlocutorio

Ovviamente mi sono precipitato ad acquistare la seconda puntata della trilogia “L’assassinio del commendatore” concepita dallo scrittore giapponese Murakami Haruki, ma devo dire che l’ho trovata abbastanza interlocutoria, fatta quasi per “allungare il brodo”, però con la cura di rimandare a un terzo momento la soluzione dell’enigma di base, concernente proprio quell’omicidio annunciato nel titolo, e a suo tempo rappresentato in un enigmatico dipinto dall’artista Amada Masaiko, quando si era trovato a vivere, nella Vienna ormai in preda ai furori del nazismo, un truce quanto misterioso fatto di sangue. Se non sbaglio, in questa puntata intermedia non ci sono nuove “entrees”, ma taluni personaggi già visti nel primo tempo vengono senza dubbio messi a fuoco con maggiore precisione, pur sempre in quell’affascinante, ma anche ingannevole “mix” tra un precisionismo minuzioso e invece abili inserimenti di atmosfere di sospetto, di minaccia, di incubo. Assume maggior consistenza in primo luogo Menshiki, l’enigmatico vicino di casa del protagonista, il quale se ne sta installato in una dimora di Masaiko, l’autore del dipinto in oggetto. Menshiki, possessore di una ingente fortuna, non si sa bene come acquisita, si è potuto permettere una principesca dimora nei pressi della residenza di chi ci parla in prima persona, e forse ricordiamo che si era rivolto a lui per chiedergli un ritratto, suo e di una fanciulla, Marie, che vive in un’altra dimora, sempre in quelle vicinanze. Domina su tutto una trama di paternità sospette, come del resto è comune all’intero ambito dell’attuale narrativa, dove compaiono le famiglie “aperte”, con donne dalle relazioni multiple, con possibili sospetti sulla autentica paternità dei figli che ne nascono. Infatti questo misterioso vicino crede di essere il padre di una deliziosa adolescente, Marie, ufficialmente figlia di un altro residente, in quel borgo animato da tante creature e fantasmi. Marie dunque viene per posare dal nostro ritrattista ufficiale, accompagnata da una zia in funzione di badante, tale Shoko, sfiorita zitella ma ancora disponibile a stringere relazioni, come avviene proprio nei confronti di Menshiki. Altro elemento apprezzabile della vicenda, la comparsa di un vecchio amico del protagonista, figlio del grande pittore, che per parte sua è orami invecchiato, relegato in un ospizio. Come sappiamo, Murakami è sempre pronto a scantonare da una dimensione di gretto e minuzioso realismo, che non salta nessun dettaglio per quanto riguarda il cibo, le cene, i lunch, i breakfast, o anche gli incontri sessuali. Gli appetiti sensoriali e sessuali vengono abbondantemente soddisfatti. Ma da questa dimensione volutamente mantenuta piatta, raso-terra, si staccano delle incursioni nei regni dello spiritismo, che lo scrittore tenta di mantenere in sospeso tra il sì e il no, tra una decisa concessione allo spiritico o invece qualche cauto ritorno alla realtà comune. Proprio quando il nostro eroe è in visita presso l’anziano pittore, da cui non può più venire la luce sulle ragioni di quel lontano dipinto, compare la proiezione proprio del commendatore, posta in bilico tra un fantasma concettuale e qualche residuo legame con una realtà materiale. Sta di fatto che, quasi preso per mano dal fantasma volonteroso, il narrante intraprende un lungo cammino per cunicoli misteriosi, fino a ritrovarsi recluso nella cripta che costituisce un po’ la scena madre di tutta la storia, una tomba da cui ancora una volta lo salva il vicino Menshiki. E c’è anche un altro viaggio in territori sconosciuti, che riguarda il personaggio fresco e positivo di Marie. Come si sa, Murakami tiene sempre un occhio rivolto alle trame dei maggiori autori del nostro Occidente, pronto a fare dotti riferimenti a Dostoevskij, a Kafka, a Proust. Non mi pare invece che tra questi autori venga mai menzionato Oscar Wilde, ma certo l’arcana scomparsa e riapparizione di Marie corrisponde da vicino ai “quattro passi nel delirio” che una sua coetanea compie in un delizioso racconto di Oscar Wilde, in quanto sequestrata dal “Fantasma di Canterville”. Qui le carte di ogni gioco sono sempre imbrogliate, lo scrittore nasconde eventuali tracce di ripetizioni e concomitanze, del resto i percorsi si incrociano, in quanto risulterà che Marie, nella sua apparente fuga, si era rifugiata proprio presso l’inquilino numero uno del mistero, Menshiki, permettendoci così, al suo seguito, di effettuare una accurata ricognizione nel suo enorme immobile, pieno di tante stanze. Ma al solito non scopriamo alcun mistero in esse, almeno non in misura esplicita. La penombra è abilmente mantenuta ovunque, in alternanza al troppo di luce cruda gettato su ogni dettaglio marginale, quasi per distrarci. Tra i personaggi che in questa seconda puntata balzano in primo piano, più che l’anziano pittore cui si deve l’aver eseguito il ritratto “matriciale”, conta il figlio, che è il tramite tra lui e il protagonista numero uno, il quale oltretutto gli porta notizie della moglie, di Yuzu, che, come ricorderà ogni lettore della prima puntata, lo aveva abbandonato, a favore di un diverso partner. Ora l’amico lo avvisa che l’ex-moglie è incinta, e qui di nuovo scatta uno di quei misteriosi rapporti virtuali, “concettuali”, a distanza, infatti viene insinuato che il fecondatore potrebbe essere stato il protagonista stesso, in una notte in cui ha sognato una relazione sessuale con la moglie del passato. Diciamo pure che un altro tratto di queste peregrinazioni sta in una loro circolarità, per cui nulla esce mai definitivamente di scena, ma i personaggi rimbalzano, rigettati a recitare di nuovo alla ribalta. Vedremo con quali ingredienti e attrazioni l’autore riuscirà a rimpolpare a sufficienza l’ultimo atto del suo trittico.
Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore. Libro secondo, Einaudi, pp. 434, euro 20.

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Colagrande e i piaceri di una “vita dispari”

Ricevo in omaggio, cosa che ormai mi succede ben raramente, un’opera narrativa di Paolo Colagrande, “La vita dispari”, e ne sono ben lieto, dato che trovo in lui un eccellente scrittore degno dei più ambiziosi traguardi, mentre in passato mi erano sfuggite le tre opere precedenti, di cui apprendo dalla bandella di copertina. E’ giusto il riferimento che vi si fa a Gianni Celati, ma forse ancor più appropriato rivolgersi al suo compagno di via che è Ermanno Cavazzoni, mentre, nella felice aperture di prospettive che troviamo in questo narratore, ci starebbero bene riferimenti anche Stefano Benni e a Francesco Piccolo, Anzi, a proposito di quest’ultimo, mi sembra che man mano che ne cresce il prestigio, diminuisce la sua capacità di invenzioni rapide, la destrezza di mano nel giocare a pari e dispari, o a una sistematica morra cinese. Mentre il nostro Colagrande ne sa fare abile, persuasivo interprete il suo protagonista principale, il Buttarelli che gli amici abbreviano nello pseudonimo di Buz, a cui si addice proprio la ”vita dispari” annunciata nel titolo, verificabile attraverso mille storture e allontanamenti dalla retta via, di cui Buz ci fa dono abbondante nelle varie fasi della sua esistenza. Caso mai, l’unico rischio di questo tipo di narrazione è che tra l’una e l’altra invenzione con cui il nostro anti-eroe rivolge uno sberleffo alla “vita pari” dei normali, si aprano cesure, momenti di vuoto, in attesa che scatti una trovata successiva per dare nuovo alimento ai vari focherelli. Ma ciascuno di questi si accende rapido, felice, incalzante, fin da quando il personaggio centrale inizia la sua carriera scolastica, facendo apparire subito un ben strano difetto, che starebbe nel riuscire a leggere, tra le due pagine di un volume, solo quella di destra, saltando l’altra. La sua esistenza, insomma, parte subito come dimezzata, come quando si stampa una fotocopia e le pagine dispari non vengono fuori. E ci sarebbero tante altre irregolarità che perseguitano Buz nel periodo della scolarità, come il trattamento bestiale che gli impone una crudele e sadica preside, Maribel, infliggendogli una dieta sgradita e intollerabile. L’irregolarità che affligge fin dalla nascita questo erede del Guizzardi di Celati, anche per il fatto di non avere padre ma di dover sottostare alle eccessive cure della madre vedova, ma consolata dalla solerte presenza del convivente Fulgenzio, si fa pesante quando per lui, ormai adolescente, si affaccia la questione dei rapporti con l’altro sesso, per cui in partenza non sembra molto dotato. Ma qui scatta una delle innumerevoli invenzioni del nostro autore. Buz, che supera brillantemente i suoi difetti nella lettura dimostrandosi del tutto padrone dei numeri, quasi un genio nella statistica, capace quindi di organizzare un sistema ingegnoso per procurarsi contatti con le compagne di scuole, scegliendone ben otto, a ciascuna delle quali propone una sorta di fidanzamento. Ebbene, pare incredibile, ma tutte rispondono, ponendo il finto spasimante in una situazione di imbarazzo, come accontentarle tutte, come accettare le loro proposte di singoli appuntamenti? Basterà inventare una serie bizzarra, a vanvera, di motivazioni varie che costringono il nostro pretendente “dispari” a non poter andare agli incontri in calendario. Ma tanta bizzarria nel tentare di risolvere la questione sessuale affidandosi al caso non impedisce a Buttarelli di conquistarsi un amore regolare, fino a sposare una efficiente collega trovata sul luogo di lavoro in cui p, per la sua capacità nei calcoli, egli ha potuto inserirsi, seppure a basso livello. Naturalmente la madre vedova e il compagno coabitante vedono di malocchio quella volontà del figliolo, un tempo docilmente succube, di sottrarsi al loro controllo, ma basta un colpo di dadi per causare la morte di entrambi, per via simmetrica, quasi speculare, in omaggio al gusto che domina per intero questa narrativa a favore di schemi geometrici, come fare un uso sistematico del testo di Rorsach. Intanto però Buz cresce, dall’adolescente timido e incerto salta fuori l’adulto ormai padrone dei suoi affetti, dei suoi impulsi erotici, al punto di sentirsi stanco della moglie legittima. Gli viene in aiuto un’avventura in cui Colagrande, diciamolo pure, si adegua a tante trame oggi in uso, relative alla coppia aperta, dove “lui” appare pronto a subire il fascino di figure femminili più giovani della coniuge, più “arrapanti”. C’è una scena madre, di taglio abbastanza convenzionale, in cui sorprendiamo Buz andato in viaggio di piacere, alloggiato in un hotel di lusso, che all’alba si sveglia con accanto nel letto il corpo adorabile di una giovane del luogo, Berengaria, di cui si innamora alla follia. Ma come liberarsi della moglie legittima, che si dichiara contraria a concedere il divorzio? Ci vuole un’altra trovata, come sarebbe quella di pagare una terza persona che sia disposta a sposare la giovane ma solo per finta, consentendo a Buz di proseguire tranquillamente nel godimento sessuale di Berengaria, Però, al solito, i giochi d’azzardo non sono agevoli, si inseriscono delle incognite impreviste, diciamo insomma che vivere una “vita dispari” non si rivela poi più facile e comodo rispetto a chi segue vie normali, Però si può assicurare che per noi lettori queste traversie, queste varie puntate a una sorta di roulette dei destini, riescono perfettamente godibili, ed è quello che più conta.
Paolo Colagrande, La vita dispari, Einaudi, pp. 281, euro 19,50.

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Erri De Luca: un giro dell’oca che funziona

Non sono mai stato molto favorevole alla narrativa di Erri De Luca, nei pochi casi in cui mi è avvenuto di incontrane dei prodotti. Vi ho ravvisato la sindrome della “napoletudine”, un termine per me negativo che sta a indicare chi sfrutta alquanto passivamente i riti e i miti di una grande stagione, ma vivendola di riporto, di ripetizione non troppo differente. Un’accusa, questa, da me scagliata anche contro un altro narratore pure molto stimato quale Ermanno Rea, da non confondere col suo omonimo, non so se legato a lui da qualche parentela, Domenico, che invece mi è sempre apparso come un ammirevole rinnovaatore di quella tradizione, in forme aggressive e potenti. A proposito di una di queste opere poste all’ombra delle glorie altrui, se non sbaglio “Il giorno prima della felicità”, dove al giovane protagonista viene addirittura messa in mano un’arma perché possa procedere a un immancabile delitto d’onore, mi è scappato detto “No, per favore no, non replichiamo la Cavalleria rusticana!”. Ma ora, davanti a un prodotto recente di De Luca, “Il giro dell’oca”, mi devo ricredere, forse perché qui l’autore si muove in proprio, sul suo, tuffandosi in un’ampia, esagitata, chiaroscurata auto-narrazione, se vogliamo far uso di una categoria oggi molto presente nei discorsi critici. A sollecitarlo a questa prolungata confessione è una invenzione abbastanza stimolante, infatti colui che si confessa dichiara di essere un padre mancato. Una delle donne della sua travagliata esistenza che ha messo incinta è stata a suo tempo obbligata ad abortire, e dunque ora il genitore mancato finge di dialogare col figlio mai nato, promosso al rango di avvocato del diavolo, di accusatore insistente, implacabile. Per caratterizzare le due parti, gli sferzanti atti d’accusa del figlio vengono stampati in grassetto, ma diciamo pure che l’autore, pur in vena di confessare i suoi torti e di dichiararsi disposto a espiare, in realtà ammorbidisce la posizione dell’interlocutore, si finge insomma un avversario di comodo. Credo che un lettore, come sono stato io stesso, parteggi spontaneamente per la voce del padre, dato che le contestazioni provenienti dall’altra parte sembrano pronunciate con tono saccente, da saputello, proprio di un giovane dei nostri giorni che si porta dietro tutti i principi, o pregiudizi etici che oggi abbiamo conseguito. Mentre dall’altra parte ci sta un povero Cristo intento proprio a compiere un “giro dell’oca” ad avvoltolarsi su se stesso, a confessare torti, fallimenti, pentimenti, ritorni sui propri passi. L’espressione più efficace si trova a p. 100 in cui il protagonista dichiara di dare voce a una “assemblea di me stessi”, cioè appunto alle molte vite, parti, maschere via via assunte, come operaio, come scrittore ai primi passi, come ideologo, come essere pieno di vanità, di errori, di presunzioni. Ne viene una trama davvero mobile e inquieta in cui, parlando di sé, il narratore percorre anche le tappe esagitate dei decenni trascorsi, ricostruite tra il pubblico e il privato, trovando sempre la parola giusta, la similitudine efficace. Lo si potrebbe accusare di facilitarsi il compito, fino ad apparire come un foscoliano “bello di fama e di sventura”, mentre dall’altra parte gli viene opposto un manichino, un oppositore di comodo, troppo compunto, troppo “perbene”. Ma in questa dialettica la pièce, quasi recitata più che affidata alla scrittura, raggiunge una sua efficacia, anche per il contrasto grafico secondo cui sono stese le due recite, quella bassa, quotidiana, prosastica del padre viene affidata a un corpo normale, mentre quella del figlio, sempre incalzante, sopra le righe, perfino retorica, risulta costretta in un grassetto rigido e inflessibile.
Erri De Luca, Il giro dell’oca, Feltrinelli, pp. 122, euro 13.

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Il fascino della poesia vista nel suo retro

Il sabato 15 dicembre 2018 sono stato invitato da Emilio Mazzoli a un incontro posto all’insegna di un quesito molto intrigrante, “Dove va la poesia”. Il luogo era la magnifica Sala dei Contrari, sita nel Castello di Vignola, che ha la proprietà, più unica che rara, di insistere su due spazi tra loro divergenti, come una lingua bifida. L’intento dell’incontro era riparatorio, infatti Mazzoli, grande sostenitore di tutte le possibili avanguardie, era stato urtato dall’effettuarsi nella sua stessa città, Modena, e dintorni, di un Festival di Poesia, dal settembre in poi, decisamente “seduto”, volto a prendere la poesia per il verso giusto, convenzionale, risaputo. Nell’intento di Mazzoli, conveniva invece prendere il fenomeno per l’inverso, fargli il contropelo, giocare di contropiede, e non aveva certo faticato a trovare chi doveva essere il grande maestro di questa attitudine “contro”, Nanni Balestrini. Ma al momento la sua presenza, per infermità momentanea, risultava indisponibile, e dunque io sono stato chiamato a svolgere una funzione surrogatoria, cosa che ho accettato ben volentieri, pur ammettendo la mia inferiorità al compito. Come portabandiera di un simile atteggiamento erano stati scelti, molto a proposito, Aldo Nove e Rosaria Lo Russo, chiamati anche ad animare la seduta con interventi performativi. Io per stabilire subito il clima giusto ho ricordato un episodio che vale in misura superlativa a contrassegnare un simile clima oppositivo. Nel 2003, rievocando solennemente i quarant’anni dalla nostra nascita come Gruppo 63, avevamo potuto organizzare una densa passerella a Bologna, Arena del sole, richiamando in pista tutti i sopravvissuti, che in quel momento erano ancora numerosi, ma celebrando anche qualche estinto di valore, tra cui Corrado Costa, che aveva potuto essere vocato attraverso qualche registrazione di sue prestazioni video e acustiche. Tra queste ultime, un audiotape straordinario, in cui ci ammoniva, come maestro che redarguisce i rampolli sbadati, “Questo è il retro. Zucconi, siete nel retro, girate la cassetta, retro, retro”. Fu un successo incredibile, subito dopo tutti i partecipanti replicavano in coro “questo è il retro, il retro”, ben comprendendo che in quel motto stava per intero la sfida lanciata ai “normali” praticanti della poesia. Nell’occasione non ho mancato di evocare certi meccanismi già cari alle avanguardie storiche nel perseguire i medesimi intenti eversivi, quale la pratica del “cadavere squisito” che aveva deliziato i Surrealisti, in una delle loro sedute, in cui veniva praticato il giochetto di società che porta ciascuno a scrivere una frase, poi a coprirla lasciando che un compagno di banco ne stenda una successiva, in completa ignoranza della precedente. Come si sa, il primo di questi incontri affidati al caso appioppava al cadavere la qualifica assolutamente impropria, aberrante, di essere “squisito”, il che fu accolto dal più vibrante applauso dei partecipanti, con ingiunzione a non procedere oltre, dato che era impensabile che saltasse fuori un più sconvolgente accoppiamento. Ma non mancai certo di evocare l’assente Balestrini, che già nel 1961 aveva dato il degno seguito a quella procedura moltiplicandola, secondo quell’esito di estensione quantitativa in cui io ho sempre ravvisato il tratto caratterizzante delle seconde avanguardie rispetto alle prime, col carattere aggiunto del ricorso, per ottenere questa moltiplicazione dei pani, a un “novissimo” strumento tecnologico, a una prima comparsa di un antenato del computer, pronto a snocciolare una sequenza senza fine di variazioni linguistiche. Del resto Balestrini era stato capace di procedere in proprio in questa impresa di attribuzione infinita di qualifiche prendendo come testa di turco la sua diafana, irreprensibile, fantomatica Signorina Richmond, sottoponendola a un fuoco di fila di epiteti saccheggiati da ogni angolo dell’esperienza umana.
Ma a questo punto del mio sproloquio sono stato chiamato al dovere di introdurre i due presenti. L’ho potuto fare trovando per ciascuno di loro un ascendente, che nel caso di Nove era lo stesso Balestrini. Infatti nella enorme produzione di Nove spicca il poemetto “Maria”, che viene a fornire un surrogato della Signorina Richmond, forse un po’ più qualificato in partenza, ma poi sottoposto a un profluvio di predicazione che, anche in quel caso, attingono a tutti i versanti della vita, come una interminabile giaculatoria, che oltretutto invita davvero a essere recitata, quasi evocando il pubblico rito del rosario. Infatti Nove, invitato come ospite di lusso al primo incontro di RicercaBO, nel 2007, quando, respinti da Reggio Emilia, avevamo ricollocato i nostri lari a Bologna (San lazzaro), aveva invitato tutti i presenti a venire a turno al tavolo per recitare uno dei tanti versetti del suo interminabile poema.
Ben diversa la matrice valevole nel caso di Rosaria Lo Russo, con cui si deve risalire addirittura a un padre fondatore della poesia e prosa d’avanguardia, a Rimbaud e al suo “Bateau ivre”, di cui la poetessa toscana non fa che rimodulare, replicare, variare all’infinito le rotte temerarie per tutti i mari dello scibile e dell’esistenza. Per lei mi è familiare ricorrere alla similitudine dello tsunami, della piena irresistibile, distruttiva, ma anche feconda, che trascina con sé quanto incontra sul proprio cammino. Se Nove procede in modo rettilineo e sistematico, un passo alla volta, Rosaria si affida a un percorso acceso, tonitruante, costellato di “spasimi”, tanto per valerci del titolo stesso di una sua esuberante performance.

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La “Italian New Epic” di Giovanna Passigato

Nella “bassa” bolognese c’è una località, Medicina, che sembrerebbe dover essere lasciata affondare nel folclore locale, di tradizioni e stagioni e meteorologia, freddi e nebbie invernali, calura estiva, e una popolazione laboriosa che si ingaggia in una quotidianità del tutto prosaica e prevedibile. In definitiva, è un “buen retiro” per pensionati, tra cui c’è Giovanna Passigato, con un brillante passato di funzionario impeccabile presso l’Università del capoluogo. Tutto calmo e quieto, sennonché la nostra Giovanna ha in sé la natura di una “signora omicidi”, capace di trasformarsi in mille guise, di evadere da quel luogo ristretto per assumere tanti abiti diversi, mettendosi nei panni più vari e cangianti. Si sa che esiste una “New Italian Epic”, con tanti narratori impegnati a dotarla di storie complesse, si pensi a un Enrico Brizzi, all’intero gruppo dei Wu Ming, a quanto faceva pure un Antonio Scurati in altre stagioni, prima di darsi al romanzo storico. Ebbene, alla chetichella la nostra pensionata entra in concorrenza o in sfida con loro, intessendo, come un grillo parlante, o come un qualche altro insetto intento a crogiolarsi al fuoco del caminetto, avventure ingegnose, pittoresche, stravaganti. Quasi con colpo di bacchetta magica decide per esempio di rievocare banchetti fastosi della buona nobiltà delle sue terre, oppure crudeli storie intonate allo scontro tra nazisti e partigiani da quelle parti. Ma meglio, per lei, distaccarsi dai confini ristretti del suo lembo di terra, concedersi avventure più ardite e funamboliche, come sfruttando un mazzo di figurine che si è trovata in soffitta, o sfruttando qualche cartone animato offerto dalla televisione, pronto del resto a scivolare nelle immagine stereotipate degli spot pubblicitario. Di recente pder un’impresa del genere la nostra scrittrice si è recata a visitare Tijuana, località messicana folclorica al massimo, ma rivissuta sul piano di una libera fantasia, così da ricavarne una “Nueva Tijuana”, con sfoggio di saloons, dove si affrontano i buoni e i cattivi, ma tra gli avventori fin troppo tradizionali scorrazzano anche strani insetti, animali favolosi, o invece orridi, repellenti. L’aggraziato, l’incantato viene sempre bilanciato da qualche nota stridente, in una ben calcolata armonia dove il macabro gareggia col lezioso e lo compensa. Qualche sera fa mi sono trovato a parlare proprio a Medicina di queste figurine raccolte in un mazzo ristretto, tanto da poterne ricavare appena un solitario, un limitato gioco di carte. Ma ho scoperto che questa ardita viaggiatrice mi aveva nascosto ben altro, un romanzone di più di 400 pagine, dove aveva inseguito e rivissuto, a modo suo, addirittura l’epopea del “Signore degli anelli”. Pretesto, l’impegno di una manciata di cavalieri. estratti da un medioevo “a strisce”, di riportare in Boemia il cadavere del “Re morto”, con lungo “Viaggio” che consente alla narratrice di percorrere tutti i regni della natura, ma sempre procedendo col suo tocco leggero, di raccoglitrice di figurine. Le fasi sono quattro, dedicate ciascuna a uno degli ambiti del nostro pianeta, le sabbie, le acque, i fiumi, le foreste. C’è un numero incredibile di personaggi, volti, presenze, per cui un lettore diligente che volesse seguire la trama fin troppo aggrovigliata, dovrebbe prendere appunti accurati, farsi una lunga lista di nomi, qualifiche, imprese. Come si dice che facesse il grande affabulatore Charles Dickens, che per ciascuno dei personaggi inseriti nei suoi folti romanzi modellava una statuina schierandola in bella vista, salvo poi gettarla via per non sbagliarsi e tenerla in vita a un successivo giro di pagina. Forse anche la nostra Passigato procede allo stesso modo, modellando con la plastilina uno dei suoi eroi sempre pronti a tuffarsi in nuove peripezie, o a sparire dalla scena. O forse un’altra immagine conveniente, e in accordo, in definitiva, col carattere grasso, perfino in senso gastronomico, del suo paese di vita, si potrebbe parlare di un ben assortito spiedino pronto a infilzare tanti pezzulli di carne e vegetali, ben attento ad alternare sapientemente i brani dai sapori forti con altri leggeri e gradevoli. Oppure si può parlare di un bombardamento leggero, capillare di emozioni, sempre pronto a ricominciare, magari con gli stessi personaggi che rinascono e rimbalzano da una pagina all’altra.
Giovanna Passigato, Il viaggio del re morto, Bononia University Press, pp 447, euro 18; Storie di Nueva Tijuana, Fara Editore, pp. 87.

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