Letteratura

Caterina Emili, una buona sinfonia di orrori e afrori

Confesso che mi ero procurato il romanzo di Caterina Emili, “La scimmia e il caporale”, con parecchia titubanza, imbarazzato da una copertina a tinte sgargianti, stonate, e del resto nulla mi diceva il nome dell’autrice, di cui, come sempre più mi capita in queste mie scorribande a ruota libera, nulla avevo letto in precedenza. E invece, con sorpresa, ho constatato, procedendo nella lettura, che l’opera “tiene”, in fondo non ce ne sono poi tante che vanno a frugare in un episodio infame qual è il caporalato, lo sfruttamento della mano d’opera di immigrati spietatamente trattati, con le donne costrette a cedere alla concupiscenza proprio dei “caporali”. Però può succedere anche che uno di questi, e tra i peggiori, tale Giuseppe, concepisca una passione violenta per una di queste povere vittime, la rumena Katarina, però misteriosamente scomparsa nel nulla. Ritornata al suo Paese, o vittima di un qualche truce delitto? E il nostro “caporale” è innocente in proposito, o il desiderio di mandare qualcuno, o di farsi accompagnare in quel Paese per tentare di recuperarla è solo l’abile mossa per allontanare da sé il sospetto di averla uccisa per vendetta, quando la povera giovane aveva preteso di sottrarsi a quel violento legame erotico? Nella vicenda, che scorre rapida ed essenziale, c’è pure il Tiresia del caso, il bravo testimone che parla in prima persona, anche perché in possesso di una certa cultura, quasi da intellettuale. E infatti il miserabile “caporale” tenta invano di farsene un complice nel tentativo di andare a ritrovare la scomparsa. Un aspetto riuscito del racconto sono i vari segnali di una violenza bestiale gravante sulla vicenda, che trova espressione nella carne di cavallo, cibo brutale, odiato dal narratore, eppure incalzante, con le sue masse sanguigne. Un altro elemento di minaccia e di pericolo viene dalla scimmia sbandierata nel titolo, un animaletto che in un paesino di quell’Italietta, sospesa tra gli orrori della repressione nazista e un rilancio economico, ma attuato in modi selvaggi, era divenuta l’amuleto di un sottufficiale tedesco. La sua scomparsa nel nulla aveva scatenato le ire funeste del soldato, non indenne dalla ferocia che le truppe d’oltralpe avevano manifestato in quel momento storico sulla nostra popolazione. Circolano insomma nella vicenda tanti segnali, sintomi, indizi di una violenza sospesa nell’aria, che si concentrano infine nel ritrovamento della salma della povera Katerina. E anche in questo caso abbiamo un orrido ma affascinante concerto di dati ossessivi, ripugnanti, ma anche carichi di un crudele potere attrattivo. il cadavere viene trovato in stato di avanzata putrefazione, quasi rientrato nella terra che ne ha riempito ogni cavità, quasi assorbendolo. Però qualcuno si è recato a rendere a quella salma un omaggio tardivo, tentando di ricomporla, e soprattutto di renderle un estremo tributo collocando un fiore sopra il cadavere. La vicenda infila a questo punto una trama degna di un “giallo”, ma ben lontano da quelle ben lubrificate e in genere inverosimili storie dei nostri giallisti più reputati. Anche per questo verso la vicenda ha una sua freschezza, e in definitiva cela un segreto che conviene rispettare, e neppure tentare di risolverlo. Chi ha ucciso la povera giovane, è stato il violento “caporale” che non le ha perdonato l’abbandono, oppure la gelosia di una compagna di lui, ugualmente aggressiva, pronta alla vendetta? E come si spiega l’omaggio floreale tardivo? Il quale però, con i suoi candidi petali, non vale certo a compensare tutti i connotati di violenza, di brutalità insiti non solo tra gli uomini ma anche negli animali e nella terra. Come dire che in questo breve racconto tutto circola, tutto si corrisponde, in una sapiente tessitura di odori, colori, sapori.
Caterina Emili, La scimmia e il caporale, edizioni e/o, pp. 130, euro 14.

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Fascino, ma con trucco, della narrativa di King

Ancora una volta sono stato trascinato alla lettura avida, incessante dell’ultimo edificio eretto da quel narratore infaticabile che è Stephen King, su cui mi ero già inrattenuto non molte domeniche fa a proposito di due sue precedenti imprese, sempre con diagnosi tra l’ammirato e un qualche senso di delusione, per le soluzioni finali, che non possono mancare di rivelare il trucco, l’inganno, come è inevitabile quando si fa ricorso alla fantascienza. Ma forse è nel DNA della narrativa, se intende essere popolare, dover far ricorso a qualche marchingegno, a qualche motivo di trama alquanto grossolano, tale da recare offesa a una piatta verosimiglianza. Forse che un effetto del genere non è capitato anche a grandi narratori al di sopra di ogni sospetto come Balcac, Dickens, Dostoevsij? Occorre andare a vedere il rapportomesso in atto tra quanto segue tutto sommato le buon regole di una qualche verosimiglianza e invece quanto pertiene all’intervento di un “deus ex machina”, di un qualche asso nella manica. Un rapporto che non è stato tra i più felici, proprio nei due romanzi esaminati tempo fa. Se si parla delle “Bellezze addormentate”, mirabile era l’invenzione di quell’epidemia inedita che coglieva appunto le belle donne avvolgendone in una soffice matassa e sottraendole alla nostra scena. Ma poi, diciamolo pure, King non sapeva che farsene di quei tanti bozzoli quasi di bambagia, destinati a gremire un aldilà difficile da manovrare, Quanto all’”Outsider”, per rifarmi a un romanzo successivo, forse in quell’occasione l’autore ha preteso un po’ troppo di sollecitare gli interventi arcani della telepatia e di altre forze incognite legate in qualche modo allo spiritismo. Queste ci sono, eccome, anche nel nuovo nato, ma abbastanza bilanciate da una dote che King possiede a meraviglia, la capacità di muoversi nell’enorme corpo degli “States” andando a frugarei negli angoli più remoti e sprovvisti di un qualche fascino. Una virtù che condivide con quella di un regista del suo calibro che gli può essere associato, Hitchcock, col che accenno subito al fenomeno ineludibile e fondamentale del “feed back” continuo, tra la narrazione cartacea e la sua consorella filmica. Il che in definitiva sta alla base delle creazioni di King, con puntuale psasaggio dall’uno all’altro versante dell’invenzione narratologica. Dunque, anche in questo caso si parte da un angolo remoto e marginale degli States, che suppongo perfino molti lettori statunitensi non avevano mai sentito nominare in precedenza, ammesso che esso esiste davvero, sarebbe una sperduta loclità nel South Carolina, Du Pray, villaggio di poche anime, in cui, per puro caso, goiunge un giovanotto dai pronti riflessi, tale Tim Jamieson, accettando di risiedervi per qualche tempo e si svolgervi un’attività di poliziotto, di rincalzo, mal pagato, ai margini della società. Ma, come ogni lettore intuisce prontamente, sarà lui il buono e bravo della situazione, l’’angelo custode chiamato a salvare gli innocenti, tribolati e insidiati. Come è proprio la condizione del vero protagonista, Luke Ellis, un dodicenne che è un enfant prodige, desinato a una carriera prodigiosa nelle scienze matematiche, e forse pure dotato di poteri extrasensoriali, su cui beninteso l’autore non può precisare troppo, dato che questa è proprio l’area “out of bounds”, dove si tengono giochi, affari, misteri negati ai comuni mortali. Ma c’è una società segreta che intende sfruttare i fanciulli provvisti di queste doti, e ne fa razzia sistematica, andando a sottrarli alle famiglie dove vivono tranquillamente, non evitando di sopprimere in malo modo i genitori. In merito si dà un evidente “feed back” col film, con protagonista uno straordinario Robert Redford, “I tre giorni del condor”. Il nucleo centrale del romanzo è dedicato al lungo soggiorno cui Luke, assieme a una schiera di infelici coetanei come lui superdotati, è costretto a trascorrere in un luogo concentrazionario, in un carcere ispirato a tutti i più avanzati criteri tecnologici, ai più raffinati, sadici, ma anche sottili, perversi strumenti di tortura che valgono per condizionare corpi e menti degli infelici prigionieri. Sono pagine e pagine colme di orrori, ma sapientemente tenuti a freno. In definitiva i carcerieri fanno al tradizioinale sistema detto del bastone e della carota, pronti a infiggere colpi crudeli, ma anche concedere premi di consolazione sotto forma di pranzetti abbastanza raffinati e di altri conforti. Gli adolescenti sequestrati si agitano in questa sorta di castello ariostesco a porte chiuse, su cui peraltro incombe il presentimento che, tutto sommato, la sosta in quella Prima Casa, in quell’anticamera di quanto li attenderà a un passo successivo, sia ancora sopportabile. Alla base dell’operazione, naturalmente, ci sta un’organizzazione non priva di buoni intendimenti, una sorta di CIA o di altro ente intergovernativo, deciso a sfruttare i poteri eccezionali di quei ragazzini dirigendoli a far morire in incidenti stradali o aerei taluni personaggi negativi, che potrebbero essere fatali per le sorti dell’umanità. Insomma, quelle nequizie, quelle prevaricazioni condotte sui poveri fanciulli sono a fin di bene, ma rispondono anche al detto che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. In sostanza, quei genietti in nuce vengono spremuti come limoni per ricavarne certi effetti mortali che riescono a esercitare per via telepatica, dopodiché vengono gettati via nella spazzatura. Unica speranza di salvezza, tentare la fuga, nel che King rientra nella pratica di virtù normali, di buona verosimiglianza narrativa, pronto a sfruttare la mirabile eredità che in materia del genere, fughe avventurose nei boschi, passaggi di frotuna, attraversamenti di bracci d’acqua, gli cosente la ricca tradizione statunitense, da Mark Twain a Jack London allo stesso Hemigwaiìy, senza trascurare i passi di uguale natura provenienti da certi cugini inglesi come Kipling. La sequenza che vede Luke fuggire, in modi del tutto naturali, fin troppo, appena scavando un buco in una siepe, e poi arrampicandosi su vagoni di treno, e finendo proprio in quel buco remoto che è Du Pray, ci prende, ci conquista per la sua lucida sequenza. Tutto a posto, un passo dopo l’altro, fino a ritrovare il bravo poliziotto che se ne sta quasi in attesa di quel fuggitivo per proteggerlo dalla caccia spietata che la squadra dei carcerieri intraprende subito, avvalendosi di mezzi straordinari. In quella remota landa si svolgerà una sparatoria in cui King ritrova tutte il ben noto repertorio che si conviene al filone dei western, che del resto non è neppure disprezzato, sempre a stare all’ industriosa coabitazione delle due vie della narrativa contemporanee, dai film di Tarantino. Già abbiamo detto della corrispondenza tra questa impresa cartacea e i “Tre giorni del condor”. Anche qui, alla fine di tutto, quando Luke è definitivamente in salvo e la banda dei “cattivi “ risulta sgominata, compare il deus ex machina, il committente finale, il capobanda, che si presenta, come vuole il “bon ton” attuale, esteso fino a Satana, in panni dimessi, in blue jeans, e perfino con un nome del tutto anonimo, William Smith, pronto però a fare la morale. Non si illudano i buoni di aver vinto, anzi, non sanno che involontariamente hanno danneggiato una macchina mondiale intenta a fare il bene comune, pur attraverso forme di orribile malvagità. Ma il finale vede un divorzio, nel film il “missus dominicus”, che per qualche servizio segreto più o meno ufficiale interviene per far comprendere al personaggio interpretato da Redford l’inutilità della sua rivolta, a fargli comprendere che prima o poi egli è destinato a perire, a restare pure lui vittima di quegli stessi meccanismi che ha preteso di violare. King è più magnanimo, i predicozzi del quasi anonimo Smith, ovvero dell’Istituto, in tutta la sua imponderabile maestosità, vengono respinti, sventati, rimandati al mittente, dalla fragile ma tenace “congiura degli innocenti”. I buoni per il momento vincono sul cattivo, ma fino a quando l’’intraprendente narratore sarà disposto a lascargli le briglie sciolte sul collo?
Stephen King, L’istituto, Sperling & Kupfer, pp. 563, euro 21,90.

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Fois non si sa distaccare dalla sua Sardegna

Sono un convinto e reiterato detrattore della narrativa di Marcello Fois, nonostante che egli da tempo viva nella mia stessa città, Bologna, senza che però ci sia stata alcuna occasione di incontrarci. Da parte sua, evidentemente, circondato da un ampio consenso nazionale, non c’è alcuna ragione per avvicinare appunto un oppositore indefesso, che per giunta conta assai poco nella scala dei valori critici. Io per parte mia mi chiedo che cosa lo abbia spinto a venire a vivere nella nostra città, ma restando del tutto insensibile a quanto vi si può cogliere, di atmosfere, ambienti, incontri umani. Con puntuale pervicacia egli si porta dietro, e rumina, coltiva, un ampio repertorio di ricordi dalla sua isola, anzi, dalla Barbaglia più remota e selvaggia. In sostanza si comporta come quei pastori sardi che, almeno qualche tempo fa, venivano ad abitare con le loro greggi sui nostri monti, magari portandosi dietro qualche rito brutale iscritto nelle loro consuetudini. Si diceva, quando fummo invasi dal crimine dei sequestri di persona, che si trattava proprio di una modalità delinquenziale che quei pastori sardi si erano portati dietro dalla loro realtà insulare. In Fois succede qualcosa di analogo, per carità, a un livello del tutto innocuo, innocente, di sfruttamento di miti autoctoni, per il resto suppongo che sia persona corretta e illibata. Ma a quella tradizione, di turpi crimini, di odi feroci, di vendette meditate a freddo, è rimasto legato e ne offre periodiche riedizioni, seppure con opportune varianti. A dire il vero, ne ha anche tentato una fuga, con l’opera penultima uscita dal suo laboratorio, “Del dirsi addio”, tentando di spingersi in direzione opposta, verso il Nord, verso la provincia di Bolzano, ma ne è venuta una storia aggrovigliata e inverosimile, accompagnata ovviamente ma una mia pronta stroncatura. Per cui, a conti fatti, meglio che Fois torni ad alimentarsi di quelle storie sarde succhiate col latte, introiettate nei suoi anni anteriori. Come è proprio la vicenda intitolata a “Pietro e Paolo”, perfetta nel suo stringersi in fatti lontani, del tutto incomunicanti col nostro oggi, chiusi in una tradizione di neorealismo assolutamente non suscettibile di venire fregiato con un “neo” aggiuntivo, come mi capita di fare quando voglio porgere una ciambella di salvataggio a qualche narrazione. Qui siamo fermi ai temi e tempi della Deledda, con ben poco avanzamento verso il nostro presente. Alla base di tutto c’è una coppia di amici del cuore, Pietro e Paolo, come i due apostoli, di cui però le loro cupe vicende non ricordano nulla, marcate a fuoco proprio dalle condizioni sociali di una Sardegna “d’antan”. Non dico che magari ancora oggi non vi si possano rintracciare aspetti di un simile spareggio sociale, ma non così cieco, immanente, inevitabile. Paolo è figlio di una sorta di padrino, di mammasantissima del luogo, che in occasione della Grande Guerra fa di tutto per esonerare il figlio, debole a livello fisico, dall’obbligo militare, ma non ci riesce, e allora gli mette a fianco una sorta di schiavo, di servitore fedele, il Pietro che è di poverissimo stato sociale, tanto che potrebbe pure essere esentato dall’obbligo di leva, essendo l’unico sostegno della famiglia. Ma in sostanza il possidente imperioso ne fa l’accompagnatore fedele al servizio del suo debole primogenito, con promessa di generosa remunerazione, in cambio, concessa ai congiunti dell’altro. Succede però che un comandante crudele e capriccioso, è ben noto che ce ne erano tanti in quella Guerra, decide, quasi testa o croce, che il fragile Paolo debba andare all’assalto, ma senza la compagnia dell’attendente, del fedele assistente, nonostante che questi si offra di affiancarlo. La vicenda scorre alquanto prevedibile, Paolo non se la cava nell’assalto, ne resta vittima, ma con sforzo eroico, e rispettando il compito ricevuto, Pietro riesce a intervenire e a salvarlo, quando però l’amico è ridotto a un misero tronco umano, costretto per il resto dei suoi giorni a trascinarsi in carrozzella. Quanto all’altro, essendo venuto meno all’ordine ricevuto dall’autorità militare di rimanere nelle retrovie, è costretto prendere la via della diserzione e a sparire nell’ombra. Naturalmente il padre padrone si vendica di quello che gli appare essere stato un vile tradimento dell’accompagnatore del figlio, e dunque riduce la famiglia di lui alla più cruda miseria, proprio con quella crudeltà che era tanto cara ai drammi del verismo del buon tempo antico. Ci sarà però malgrado tutto un ultimo abboccamento tra i due ex-amici, pur nei loro ruoli del tutto mutati, il ricco divenuto un rudere, un misero sopravvissuto a se stesso, l’altro invece sano, ma costretto a rendersi uccel di bosco, espulso per sempre dai ranghi di un vivere civile. Si compiaccia chi vuole, e pare che ve ne siano molti, di una storia così logora, così ricalcata su stereotipi, con esiti così prevedibili. Io continuo a vedervi il frutto di una sorta di transumanza inconcludente.
Marcello Fois, Piero e Paolo, Einaudi. Pp. 146, euro 17,50.

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Nadia Terranova non si libera dai fantasmi

E’ giusto che io completi la mia rassegna della cinquina 2019 al Premio Strega trattando pure dell’ultima arrivata, Nadia Terranova e del suo “Addio fantasmi”. Forse, nella mia particolare classifica, potrebbe risalire al terzo posto, data la poca stima che ho riservato sia alla seconda, Cibrario, sia al terzo, Missiroli, mentre sempre a mio avviso resta saldo in testa il “Mussolini” di Scurati, e il secondo posto, sempre nel mio solitario e insignificante appezzamento, spetta alla Durastanti. Quanto alla Terranova, trovo che il titolo è sbagliato, altro che “Addio fantasmi”, la sua protagonista, Ida, ci vive dentro, non se ne libera fino all’ultimo, tranne che con un plateale e stereotipato gesto di disfarsi di un cofanetto-reliquario. Qua e là c’è qualcosa di buono, come per esempio nell’esame dei rapporti che la protagonista intrattiene con un marito, Pietro, improntati a lontananza, impaccio, quasi ostilità, nel che si riscontra una qualche provenienza da Natalia Ginzburg, menzionata in una citazione propiziatoria ad apertura di libro. Approfitto per annunciare la prossima uscita di uno dei miei inutili saggi Mursia, pronti ad affondare nella generale indifferenza, che però mi permetteranno di fare i conti con i molti narratori del primo Novecento (cui è dedicato lo scritto) che avevo colpevolmente trascurato nella mia lunga attività precedente. E un altro titolo di merito sta nell’affezione che sempre la protagonista dichiara a favore del padre, nel che rasenta, di nuovo, un grande nodo di quel passato che sono andato a rievocare. Infatti in quel mio studio rendo tutto il meritato omaggio a alla Morante di “Menzogna e sortilegio”, però, attenzione, fermandomi lì, senza troppo seguirla nei passi successivi. Ma certo l’amore viscerale che la protagonista nutre per il genitore disgraziato, proprio per questo, vieppiù accentuato quanto più su di lui si abbattono i colpi della malasorte, trova un qualche pur timido riscontro nelle pagine della Terranova. In definitiva i brani che la Nostra dedica a questo padre, Sebastiano Laquidaria, sono i più interessanti dell’intera storia, anche se eccessivi, di chi scopre un tesoretto ma in definitiva non sa bene come gestirlo, e finisce per applicare a quel personaggio troppi attributi, tra loro anche contradditori. Chi è questo padre tanto amato? Un malato immaginario, o reale, in preda a qualche angoscioso male di vivere che lo obbliga al letto, all’inerzia più assoluta? Ma allora come fa ad andarsene da solo, a sparire? E questo avviene perché si avvia verso un suicidio, o verso un espatrio miracoloso in terre straniere? La Terranova agita questo fantasma, in definitiva intuendo che solo in esso sta la salvezza della sua barca, ma incapace di gestirlo in modo sicuro. Mentre al contrario è del tutto prosaico il rapporto con la madre, odiata proprio per la sua mancanza di idealità, ma costretta a reggere sulle sue spalle tutto il peso del povero ménage, trascurato da un padre eternamente in fuga dalle proprie responsabilità. E’ lei che deve tirare su la bambina, permetterle di studiare, consentirle di fuggire dal natio borgo selvaggio, che in questo caso è una Messina se non sbaglio per la prima volta inserita negli annali della nostra narrativa. A Roma la nostra Ida consuma quella sua vicenda cosi glaciale con l’altrettanto freddo marito, ma poi non resiste al richiamo della terra natia, vi torna per aiutare la madre a fare trasloco da una abitazione gremita di fantasmi, e il duetto tra le due donne, l’una contro l’altra armata, rientra nel registro del solito neorealismo in cui i nostri narratori non mancano quasi mai di ricadere. E purtroppo tra i fantasmi che assediano la storia ce ne sono tanti pienamente rispondenti a noti stereotipi, C’è l’amica del cuore, Sara, che si confessa vittima di un aborto cui è stata costretta per una relazione immatura, e ci sta pure il suicidio di un giovane, ma senza l’alone di mistero e di martirio gravante sul padre di Ida, Insomma, fantasmi che premono da ogni parte, di cui la narrazione si affranca. ma solo con atto tardivo, quasi fuori tempo massimo.
Nadia Terranova, Addio fantasmi, Einaudi stile libero, pp. 202, euro 17.

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Durastanti: un affascinante gioco dell’oca

In merito alla cinquina di quest’anno al Premio Strega, mi ero già espresso “antemarcia”, e alla luce del sole, ovvero in uno scritto uscito a stampa sull’”Immaginazione”, a favore di Scurati e del suo “Mussolini”, considerandolo destinato quasi per ufficio a riportare il primo premio. Invece mi sono espresso negativamente in questa sede, temo del tutto privata e priva di riscontri, sul secondo e terzo arrivati, su una Benedetta Cibrario, gessosa, rachitica, che nelle sue ricognizioni storiche riesce a non centrare i grandi obiettivi che pure le si offrivano, Mazzini a Londra, Cavour e Vittorio Emanuele II a Torino, limitandosi a casi minori e trascurabili. E pure Marco Missiroli mi è apparso un affannato narratore degli intrighi della “famiglia aperta” dei nostri giorni, in cui sa muoversi invece con grande sicurezza la Romana Petri dei “Pranzi di famiglia”, non per nulla da me premiata con un “pollice recto” di prossima uscita. Forse un giorno mi occuperò dell’ultima arrivata, Nadia Terranova, ma ora voglio dedicare un pieno consenso a Claudia Durastanti, di cui confesso di non aver letto niente fino ad oggi, ma la sua “Straniera” è convincente, ci avverto un’aria consonante con le mie amate testimoni di RicercaRE, Rossana Campo e Simona Vinci. Molto utile lo schema assunto in quest’opera, che è di farla consistere come in tante figurine o stazioni di un enorme gioco dell’oca, con cui l’autrice si affranca da una precisa sequenza cronologica, ma passeggia in su e in giù negli anni di vita della protagonista, e anche nei vari luoghi da lei frequentati, con una campionatura di incredibile larghezza. Infatti di volta in volta il personaggio che dice io in prima persona si trova a vivere in qualche natio borgo selvaggio del nostro profondo Sud, tra miseria e degrado, cui seguono improvvisi allargamenti d’orizzonte che ci portano nella Grande Mela o a Londra., E la categoria fondamentale dello “straniamento” accompagna ogni membro di questa affascinante scorribanda, si tratti del mutismo da cui sono affetti i genitori della protagonista, o di stati di alterazione dovuti al ricorso alla droga, o a innamoramenti improvvisi e precari. Traggo dal testo una definizione di grande efficacia di un simile perenne stato di distanza dalla normalità, secondo cui essere straniero è come “un colpo di pistola che ci siamo sparati di persona” (p. 179). In definitiva, concedendosi un simile statuto di costante nomadismo, la Durastanti raggiunge un vantaggio proprio rispetto alle due scrittrici sopra da me evocate, che al confronto appaiono condannate a condizioni più sedentarie, la Vinci a muoversi, seppure con ampio sguardo, nella “bassa” emiliana, la Campo in una Parigi entro cui si arresta il suo libertinaggio, mentre la loro allieva, inconsapevole, non dichiarata, forse neppure da loro accettata, si muove con assoluta scioltezza, come un cavallo che sa saltare con grazia e leggerezza i vari ostacoli, o come un giocatore di “shangai” che sa estrarre i vari bastoncini senza farne crollare il cumulo.
Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo, pp. 285, euro 18.

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Una “grazia ricevuta” da Nino Manfredi

Anche questa volta mi valgo del diritto, più volte teorizzato e praticato, di parlare di un film quando non ci sia un’opera letteraria su carta a stimolarmi, Nel riposo estivo mi è capitato di rivedere un capolavoro di Nino Manfredi, “Per grazia ricevuta”, del 1971, dove il grande attore comico è stato anche il regista di se stesso. Ritengo Manfredi il nostro comico numero due, appena dopo Alberto Sordi, ma come il collega anche lui in pieno possesso dell’arte di mescolare il comico col tragico, e con la capacità di fornire ritratti profondi della nostra società, superando i limiti della cosiddetta “commedia all’italiana”, o dandone delle prestazioni capaci di riscattarla. Il film di Manfredi si pone a mezza strada nei confronti di opere eccellenti in questo senso fornite da Sordi, quali “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”, 1968, regia Scola, “Bello, onesto, emigrato Australia ecc:”, del medesimo 1971, regia Zampa, infine, nel 1974, il film assolutamente centrale, di cui lo stesso Sordi assume la regia, “Finché c’è guerra c’è speranza”. Ritornando al film di Manfredi, che in fondo corrisponde all’eccellente autobiografia fornitaci di recente dal grande Almodovar, si parte da un bambinetto di scarsa fortuna, un orfanello tirato su da una zia che gli inculca un paralizzante rispetto della religione, mentre lei stessa si concede larghe scappatelle nascondendo in armadio un qualche amante di turno, della cui presenza il fanciullo ha qualche confusa percezione, il che lo fa già vivere tra due mondi, uno di bassa e volgare realtà e uno di apertura ad eventi arcani. E così in lui si alternano due psicologie, quella della devozione e dell’ossequio a principi comuni, che però coesiste con un temperamento ribelle. Una simile alternanza trova l’esito più aperto nel dilemma se cedere alle attrazioni del sesso, o se invece rifuggirne con orrore e senso di colpa. Il ragazzino ritiene di aver commesso un peccato mortale perché di nascosto gli è capitato di sorprendere i deretani di contadine intente ai lavori del campi, ma si vergogna di confessare questo peccato, pur alla viglia di ricevere la prima comunione. Da qui un contegno tipico di questa situazione dilemmatica, egli respinge l’ostia, ma poi, costretto ad assumerla, si sente in una colpa inespiabile, il che lo induce a punirsi gettandosi da una rupe, Qui scatta la prima “grazia ricevuta”, la superstizione in cui vivono gli abitanti di quel natio borgo selvaggio ritiene che una santa protettrice gli abbia fatto la grazia, e dunque questa prima sezione del film si chiude con una rumorosa processione di ringraziamento. Finalmente compare Manfredi in carne ed ossa, in quella sua duplice natura, ben diversa da quella del suo rivale Sordi, fatta cioè di duplicità contenuta, tra una condotta arrendevole e mansueta e invece una riserva di rifiuto, di opposizione. Cresciuto negli anni, il protagonista, Benedetto Parisi, obbedendo al versante timido e devoto della sua doppia psicologia, va a vivere addirittura in convento, ma poi scatta il versante di irresistibile rivolta, e dunque egli se ne va per le vie del mondo, fino a concepire un amore rigeneratore per una giovane donna, impersonata da Delia Boccardo, ottima nel capire la doppia sorte di quel suo innamorato, sempre sospeso tra il dichiararsi, il tentare di possederla, e invece un ritrarsi, preso da una insuperabile irresolutezza e indecisione esistenziale. In sostanza, Benedetto avrebbe bisogno di avere al suo fianco dei forti mentori, come è proprio il padre della donna amata, interpretato da un bravissimo Lionel Stander, magistrale nel rispondere al ruolo del libertino, dell’ateo convinto, pieno di disprezzo per il legame matrimoniale cui tuttavia in passato ha ceduto, sposando una megera, anche in questo caso ben interpretata da Paola Borboni, che è un concentrato di bigotteria unita a uno spirito borghese di sordido attaccamento ai beni materiali. I due fidanzati giungono fino al punto di recarsi all’altare per sposarsi, ma Benedetto di nuovo ha uno scarto, come un animale recalcitrante, fugge via, non è capace, non si sente degno di assumere un ruolo deciso nella comune esistenza, da qui un secondo impulso al suicidio, e il film si apre proprio quando in un’operazione chirurgica si tenta si salvare l’infelice vittima di se stesso. Ma di nuovo interviene la “grazia”, Benedetto si salva, con disperazione della suocera in pectore, che detesta quel buono a nulla, quel renitente a ogni impegno concreto, mentre viceversa la donna del cuore, degna del padre, frattanto deceduto, lo assiste, gli sta a fianco, e dunque il film si chiude quando il protagonista socchiude gli occhi, ammicca alle lusinghe della vita, con il suo tipico sguardo sospeso, tra accettazione e cauta riserva. Visto che siamo in tema, un’altra magnifica recita di Manfredi si ha nel film in cui Sordi, alias il cognato, cerca di ritrovarlo in Africa, e finalmente lo scopre, inserito in un ruolo incredibile di stregone di una tribù di indigeni. Qui di nuovo il dilemma del protagonista, cedere, rientrare nella vita borghese, o invece accettare fino in fondo quel nuovo destino che lo pone alla testa di una comunità alternativa? Manfredi sa giocare con flessibilità, sottigliezza, maestria un simile ruolo dubbio e perplesso, fino a una scelta del tutto coerente, il rifiuto di rientrare nella nostra cosiddetta società civile.

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Letteratura

Le prime prove di Romana Petri

Sono stato molto colpevole in passato nei confronti di Romana Petri, di cui ho snobbato, è la parola giusta, i primi romanzi da lei stesi negli anni ’90, cui poi ha fatto seguito una numerosa produzione approdata ora a “Pranzi di famiglia”, che finalmente ha ricevuto la mia meritata attenzione fino a dedicarle un “pollice recto” sull’”Immaginazione”, che però uscirà, dati i tempi lunghi del cartaceo, dopo questo mio intervento estemporaneo che, cercando di rimediare alle passate mancanze, e anche in preparazione di una sua comparsa qui a Cortina, in uno dei pomeriggi da me organizzati al Grand Hotel Savoia, rivolgo ad alcune sue prime prove, stanate fuori dalla mia biblioteca. Fra l’altro, mi sono accorto che possedevano generose dediche da parte sua, cui non ho risposto in alcun modo. Invece proprio il primo di questi romanzi, “Il ritratto del disarmo”, Rizzoli, 1991, mi doveva persuadere, per la comparsa di un personaggio molto interessante, tale Pillo, proprio “in disarmo” rispetto alle ordinarie sollecitazioni della vita normale: figura di intellettuale in preda a masochismo, a autismo, dedito a lunghe meditazioni, a mutamenti di alloggio e luogo, ma alla maniera del malato che si gira nel letto senza trovare pace. Anche perché accanto gli è una moglie pure lei poco normale, tale Oliviera, spigolosa, scarsamente sexy, e c’è pure una terza persona, Marsilia, però anche lei restia a entrare nei panni dell’amante in carica. Insomma, si tratta di un romanzo con parecchi caratteri di sperimentalismo, erede addirittura dei personaggi solipsisti di un Federigo Tozzi. Più rispondenti a canoni tradizionali del romanzesco allo stato puro altre due prove di quegli anni, che forse, da me sfiorate superficialmente, mi avevano tenuto lontano dalla loro autrice. Eppure già vi entrano alcuni dei motivi che poi l’hanno accompagnata fino all’ultimo prodotto, in definitiva il più maturo e riuscito. Già in queste prime apparizioni dominano le questioni di famiglia, tra una madre che se ne va troppo presto e fratelli e sorelle allacciati da problemi angosciosi di convivenza. Ma andiamo a vedere alcuni di questi esiti, come per esempio “Il baleniere delle montagne”, di nuovo Rizzoli, 1993, il più “romanzesco” fra tutti, situato in un’isola che credo inesistente, Flores, ma già con opzione, forse, per confessione della narratrice stessa, proveniente da Tabucchi, ispirata a riti e miti di un universo spagnolesco o lusitano, dove a dire il vero una figura maschile c’è nella persona di un avo che ha dovuto rinunciare al ruolo di baleniere per andare a rifugiarsi sulle montagne. Ma un nipote ne eredita l’audacia e lo spirito di avventura, però rivolgendoli a una attività folclorica come quella del torero, ma male gliene incoglie perché finisce incornato, e dunque l’intero romanzo è una veglia funebre della madre, Vera Monica, che alla fine decide di darsi a un rito cannibalesco, o sacrale, come per una orrida eucaristia, cibandosi delle stesse membra del figlio perduto. Più normale l’ambiente ove si svolge il terzo racconto di cui qui intendo fare menzione, “Alle case Venie”, Marsilio, 1997. Siamo negli anni drammatici tra la caduta del regime fascista e l’incrudelire delle forze tedesche occupanti, con l’aiuto dei cosiddetti repubblichini, contro cui reagiscono le popolazioni di un’Umbria paesana, contadina. In questo caso l’industre Petri pare ispirarsi all’epica partigiana di Fenoglio, e prorompe il tema dei rapporti fraterni, domina infatti la figura della sorella maggiore, Alina, che fa quasi da tutrice e madre in seconda al fratello Aliseo, il quale con ardore adolescenziale si tuffa nelle azioni partigiane finendo barbaramente ucciso da un traditore della causa resistenziale. E dunque anche qui si profila una veglia funebre, ma con l’inserimento di un ulteriore motivo, nelle vicende di famiglia entra pure un animale, in questo caso il cane dal nome di un essere umano, Arduino, e a dire il vero non si sa se la saggia Alina dedichi un omaggio funebre più accorato al fratello o al fedele animale domestico.
Del resto, venendo ad anni più recenti, questo possibile attaccamento all’amico fedele dell’uomo viene tematizzato nel “Mio cane del Klondike”, Neri Pozza, 2017, monumento eretto a ricordo di un animale forte, mostruoso, selvaggio, in cui si concentra tutta la hybris che la Nostra accumula nei suoi romanzi. Infine, nel penultimo “Figli dello stesso padre”, Longanesi, 2013, siamo davvero nel cuore del dramma famigliare, dell’incontro-scontro tra due fratelli nati da madri diverse, anche se a legarli c’è l’esistenza di un genitore in comune. Siano ormai a un passo proprio da “Pranzi di famiglia”, in cui si concentrano tutti i dissapori, i drammi, le ostilità che si annidano in ogni nucleo domestico, come di belve che però si concedono una tregua quando a sera vanno tutte a bere la stessa acqua. Qui i momenti di disarmo temporaneo sono appunto i “Pranzi di famiglia” in cui la Petri porta a provvisorio equilibrio le tensioni e ostilità che è venuta dipanando nella sua lunga produzione.

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Rossana Campo: un’allegria “senza nessun motivo”

La mia ferrea fede nei narratori emersi negli anni Novanta agli incontri di RicercaRE, a Reggio Emilia, e codificati nell’antologia che Balestrini volle intitolare ai “Narrative invaders”, ha subito di recente qualche battuta d’arresto. Si è fatto avanti sempre più insidioso lo spettro detto dell’”autofiction”. E così ho espresso note di dubbio nei casi di Piccolo, di Pincio, e perfino del pur molto amato Covacich, mentre attendo con ansia una qualche prossima uscita di Ammaniti, per fare un bilancio sulla situazione in atto. Il mio giudizio è pure oscillato, tra bocciatura e pronta assoluzione, nel caso della Vinci, mentre un solido prodotto che non riceve smentite mi è sembrato venire dai casi pur del tutto diversi di Brizzi e di Scarpa. Ma chi dimostra una costante aderenza ai propri temi e modi stilistici è senza dubbio Rossana Campo, al punto di rischiare il licenziamento da parte di qualche editore che pretende le novità a oltranza. Infatti da lei proviene una sorta di emissione continua a bassa intensità, ma incessante, inflessibile. Non si può certo parlare di un fenomeno esplosivo di tipo vulcanico, ma di una colata lenta, che esce borbottando. Convinti dalla validità di questo prodotto di fondo, via via diversi editori si prestano a prendersene una porzione, come farebbero dei raccoglitori del caucciù sgorgante dai fusti di certe piante. Quando uno di loro ha fatto il pieno, può farsi sotto un successore ad assumere la sua fetta di torta. Che a dire il vero non è mai stata omogenea e volutamente indifferenziata come in quest’ultima opera, dal titolo per conto suo già del tutto dimesso, con riferimento, nella pima parte, al “Così contente”, che in definitiva è la coltura di base, il piacere di vivere, di sentirsi scolare addosso l’esistenza, con un misto di sventure e di colpi improvvisi di fortuna, ma così da confermare il detto ungarettiano, dell’”allegria di naufraghi”. Con la seconda parte del titolo che mette le mani avanti, “Senza nessun motivo”, ovvero, non aspettatevi grandi cose, tutto in queste pagine scorrerà nella solita normalità che avete imparato a conoscere bene da tutte le puntate precedenti. Forse nella Campo non c’è cedimento all’”autofiction” perché di questa ha sempre riempito le sue emissioni, con le due componenti che rispecchiano davvero l’autobiografia dell’autrice, l’Italietta provinciale, disgraziata, piena di guai e limiti, da cui ha sentito l’impulso di fuggire via per giungere in una Parigi certamente metropolitana, ma non tanto propizia agli immigrati, costretti a vivere ai margini, e dunque a condividere la loro sorte con ogni altro emarginato, sul lavoro, o per questioni razziali e sessuali. Ma intanto, nulla può vietare l’”allegria”, nascente dal cibo, sempre presente in queste pagine, che ci propinano anche tante ricette, ovviamente accompagnate da opportune bevute; e soprattutto da amori, tresche, avventure, innamoramenti, ormai a tutto campo. Se si vuole trovare un qualche fenomeno di crescita da un romanzo all’altro della Nostra, magari si può dire che la relazione omosessuale diviene sempre più esplicita e dominante. Tra le note caratteristiche di questo mondo, sta anche l’impasto, non solo nel cibo e nel sesso, ma anche nella condizione di donne acculturate, tanto da spingerle a fondare un club intitolato alle “Chiennes savantes”, dove però è già insito il motivo dell’ibridazione. La sapienza, che queste ragazze dimostrano dichiarando letture ad alto livello, è però abbassata dall’epiteto autopunitivo di chiamarsi “chiennes”. E del resto la lotta per la tutela e difesa dei valori della condizione femminile entra tra gli ingredienti di base di questa zuppa posta a cuocere a fuoco lento ma inarrestabile. Va da sé che una narrativa del genere si vanta, di “essere fatta di niente”, ma d’altra parte, nel minestrone, deve pur entrare qualche grumo di azione nel senso tradizionale della parola, qualche pezzo di prosciutto o osso saporito che costituisca un nucleo di resistenza, nel bel mezzo di tanto “cazzeggiare” volutamente sconclusionato e a ruota libera. Infatti, nell’assaggiare questo brodo elementare e in apparenza omogeneo, ci cade sotto i denti un fatto grosso, appartenente alla famiglia del romanzesco allo stato puro, Tra queste donne allo sbando, figura una certa Linda, resa triste dall’aver dovuto abbandonare una figlia senza genitore dandola in adozione. E c’è pure una giovane elegante, quasi di pasta diversa rispetto alla volgarità delle altre donne del club, ma anch’essa portatrice di una tristezza, di un freddo senso di solitudine. Ebbene, ci sarà una classica agnizione, degna di qualche feuilleton, le due si riconosceranno come la madre e la figlia perduta, ma il tutto, sia ben chiaro, condito assieme agli accenti volgari, agli sberleffi, alle varie profferte sul tipo di “ma non è una cosa seria” che di queste pagine sono l’humus dominante.
Rossana Campo, Così allegre senza alcun motivo, Bompiani, pp. 189, euro 17.

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Carofiglio: un giallista che sa rispettare “la regola dell’equilibrio”

Quasi prevedendo la scomparsa di Camilleri il “Corriere della sera” ha messo in cantiere una serie di romanzi di nostri campioni del “giallo”, in una di quelle iniziative con cui i grandi quotidiani tentano di porre un freno al calo delle vendite, su cui, a buon conto, ormai tacciono, mentre solo qualche tempo fa esibivano trionfalmente il numero delle copie vendute. Questa serie, chissà perché, si intitola “nero profondo”, mentre più modestamente si tratta di gialli, come del resto indica il colore delle relative copertine. Io certo non amo troppo questo intero genere, di cui vado a rivedere le pulci perfino al numero uno, allo stesso Camilleri, ma riconosco che è un fenomeno sociologico inevitabile, già comparso in precedenti stagioni della narrativa di tutti i tempi, e dunque bisogna pure occuparsene. Uno dei meno peggio è senza dubbio Gianrico Carofiglio, e direi proprio per una sua massima lontananza dal “nero” dagli effetti esagerati, tanto che per una sua precedente prova, “L’estate fredda”, l’ho contrapposto alla sgangherata, effettistica, manierata “Paranza dei bambini” in cui si è esibito Roberto Saviano, cercando di mettere all’incasso la fama di santone del mondo laico e di sinistra che si è conquistato. Camilleri, per stare ancora a un confronto inevitabile, era altrettanto fermo nella difesa di quei valori, ma restio a ricavarne facili frutti. In definitiva, anche Carofiglio, sul piano politico, difende quei medesimi valori di sinistra, come risulta dalle sue frequenti comparse nel salotto della Gruber, ma lo fa proprio senza venir meno a un abito di corretto decoro formale, di freddo raziocino, quale gli deriva dal ruolo di magistrato che ha occupato per lungo tempo, e che non tradisce neppure sulla pagina. Non per nulla il prodotto di cui ora vado a parlare si intitola “La regola dell’equilibrio”, che è quasi un ammonimento che l’autore sembra in primis porre a se stesso, e a uno dei suoi protagonisti preferiti, in questo caso Guido Guerrieri, cui impresta molta parte di sé sia a livello professionale, di essere profondo esperto del diritto e nello stesso tempo di essere in possesso proprio di ferme doti di equilibrio, prudenza, circospezione nel condurre le inchieste. Con un relativo riscontro a livello linguistico, infatti Carofiglio si vale di una lingua corrente, pacata, non restia ad affrontare anche formule di gergo avvocatesco, ma quasi scusandosene o fornendo subito una opportuna versione per noi lettori sprovveduti. Naturalmente in questa incapacità di valersi di un sensuoso bilinguismo sta un limite di tutti i seguaci delle orme di Camilleri, un cui punto di forza, come ben sappiamo, è invece di cavalcare la tigre dei saporiti inserti dialettali. Per evitare ulteriormente di essere trascinato in qualche vicenda torbida e arrischiata il nostro autore scinde la sua materia in episodi ridotti. Infatti il suo portavoce qui di casi ne affronta due, e fra l’altro non ci scappa il morto, ennesima infrazione a regole implicite di un genere che il narratore-magistrato è riluttante a rispettare fino in fondo. In un primo caso Guerrieri difende un giovanotto accusato di stupro da una ragazza, che però, giocando abilmente su telefonate registrate, la nuova inevitabile fonte di prove e documenti, egli può dimostrare essere già stata in relazione col presunto violentatore, e dunque il rapporto si avvia a prendere i toni smorzati e penalmente irrilevanti del rapporto consenziente.
Più impegnativo il secondo episodio, in quanto a chiedergli di essere difeso è un suo quasi parigrado, un magistrato, tale Pierluigi Larocca, che però appare subito assai antipatico, spocchioso, da autentico “primo della classe” in tutte le sue imprese, nel pubblico e nel privato. Se Carofiglio ha un torto, è di farci apparire subito detestabile questo personaggio, tanto da aderire spontaneamente all’avversione che forse verso questo cliente prova lo stesso Guerrieri. Facciamo quasi il tifo con lui, partecipiamo a una accurata ricerca delle prove che rivelino come davvero il Larocca si sia fatto corrompere in vari casi per fornire sentenze favorevoli a malavitosi, ricevendo in cambio laute prebende, ovviamente scaricate su conti esteri. Il tutto forse è un po’ troppo evidente fin dalle prime battute, ma dobbiamo comunque apprezzare la finezza con cui il nostro avvocato difensore riesce a mettere nei guai l’assistito senza venir meno alla deontologia professionale, che non consente di infierire su un proprio cliente, anche se lo si sa colpevole. Purtroppo Carofiglio non sfugge a un noioso stereotipo di questo genere letterario, di infilare cioè nel cast dei comprimari una brillante detective pronta a intrecciare un flirt col conduttore dei giochi. Ma anche nell’inserire un motivo di questo tipo Carofiglio mantiene la mano leggera, ovvero rispetta quel senso di equilibrio che è annunciato perfino in copertina.
Gianrico Carofiglio, La regola dell’equilibrio, Corriere della sera, pp. 284, euro 7,90.

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Cauto elogio di Camilleri

E’ giusto che io mi associ al cordoglio unanime con cui è stata accolta la scomparsa di Andrea Camilleri, andando a pescare nella mia memoria quanto mi ha legato a lui in tutti gli anni trascorsi. Con un contatto diretto, che ci fu forse attorno al 1974, quando Enzo Lauretta, industrioso gestore del ricordo di Pirandello nella sua Agrigento, mi chiamò per la prima volta a uno degli incontri cui poi ha dato felice seguito vita natural durante. Allora ero riconosciuto forse come il primo “pirandellologo” nazionale, e proprio in questa veste Camilleri, presente in quell’occasione, mi aveva incontrato, quando in definitiva potevo essere perfino reputato più noto di lui. Tanto che poi se ne è ricordato, allorché era giunto al culmine del suo successo, e venne invitato non ricordo bene da quale giornale nazionale a presentare una selezione di opere pirandelliane, e proprio introducendo la collana ebbe la generosità di menzionare la mia “Barriera del naturalismo”, come il punto di partenza di una lettura appropriata del grande siciliano. In precedenza, quando finalmente Camilleri aveva iniziato la sua tardiva, per suo espresso riconoscimento, carriera di “giallista”, non ero mai stato molto favorevole a lui, ma in un quadro generale di diffidenza, magari da critico “emunctae naris”, verso tutto quel filone popolare, pur riconoscendone l’importanza, e anche la capacità si riuscire a sollevarsi, talora, a grandi altezze, come nel caso di Dostoevskij o di Gadda. Mentre anche nei pur massimi cultori, da Agatha Christie a Georges Simenon, non manca mai il ricorso a stereotipi, a meccanismi fastidiosamente replicati, il che ovviamente si è trasmesso anche nella produzione di Camilleri. Ma senza dubbio con un vantaggio, rintracciabile nel suo eccellente impasto tra lingua nazionale e inserti dialettali. Anch’io mi sono compiaciuto di apprendere e di fare largo uso di tutta quella nomenclatura, basata sui cabasisi, sul nivuro, sul taliare, sui vari settantini e ottantina, e così via. Un ottimo impasto, in cui ritengo che Camilleri sia riuscito più avvincente rispetto al suo predecessore Gadda, un narratore, quest’ultimo, verso cui peraltro è ben nota la mia costante “infedeltà”. Il ricorso al dialetto da parte dell’Ingegnere lombardo era un modo di imporre una superiorità culturale sui suoi modesti interlocutori, fino quasi a umiliarli, mentre il suo successore, ammettiamolo, ne ha saputo fare uno strumento di adesione, di simpatia umana. Ben assecondato, ovviamente, dall’ottima recitazione di Luca Zingaretti, ma anche in questo caso non scevra da un pericolo di eccessiva identificazione col personaggio, che non rende agevole un suo utilizzo per ruoli diversi. Ma, detto questo, resta il limite, peraltro comune anche a tanti maestri in quella medesima forma popolare, delle ripetizioni, dei meccanismi alquanto logori, come non ho mai mancato di mettere in luce. E c’è anche di più, ho stroncato per esempio un tentativo di Camilleri di uscir fuori dal suo repertorio solito, come succede in “Tutto mio”, una vicenda volta a scavare nella privacy di una donna, fino a varcare i limiti del patologico. Però, nel complesso, egli resta il numero uno dei giallisti ora attivi in numerosa schiera presso di noi, con esiti che restano ragguardevoli, come per esempio nel suo recente “Il metodo Catalanotti”, ben condotto nella vicenda intricata e davvero ricca di una abile suspense e di un industrioso scioglimento. Senza contare che Camilleri è davvero maestro quando si allontana dalle rive, pur così a lui proficue, del filone poliziesco per calarsi invece a ricostruire qualche segmento della storia isolana. “La rivoluzione della luna” è un capolavoro, sia nel tentativo di riscattare il ruolo della donna anche nella politica, sia nel calarsi quasi per intero nell’esercizio del dialetto. Ma ora, a spingermi a questa pubblica lode, entra pure la visione ritardata della “Conversazione su Tiresia”, che se non sbaglio lo scrittore siciliano aveva pronunciato l’anno scorso nel teatro classico di Siracusa, e che giustamente è stata ridata dalla RAI la sera stessa della sua scomparsa. In quello spettacolo Camilleri compare assiso al centro della scena, dominandola con la sua presenza accattivante, bonaria, comunicativa al massimo, con una lenta pronuncia delle frasi, ma sempre condite con opportuni ammicchi ironici, anche a se stesso e alle sue attuali condizioni di quasi-cecità, il che gli ha consentito di trovare una colleganza spontanea con Tiresia, di cui ha ricordato con chiara perspicuità didattica i casi forniti dalla mitologia. Ma poi è passato a enumerare i vari momenti di risorgenza del suo mito nell’intera storia universale della letteratura, nel che ha dimostrato di essere stato davvero un avido consumatore di libri, di storie, di capolavori del passato. Mi hanno colpito soprattutto gli abili, pertinenti riferimenti all’”Orlando” di Virginia Woolf, nel nome di un personaggio che, proprio come la creatura del mito, cambia regolarmente il suo stato sessuale passando agilmente dal maschile al femminile. E poi il riferimento a un’opera semi-dimenticata di Apollinaire, “ Le mammelle di Tiresia”, con l’avvertenza che da lì prende nascita il fondamentale vocabolo di Surrealismo, di cui poi è stato pronto a impadronirsi Breton. Infine, il commovente riferimento a Ezra Pound e ai suoi “Cantos” nel quale caso un autore notoriamente vigile difensore della sinistra non ha avuto difficoltà a riconoscere la grandezza di quell’oppositore politico. Ed eccellente pure la ricostruzione del tramando da Pound a Eliot e alla sua “Waste land”, dove appunto Tiresia assume forse il maggiore protagonismo in tutta la vicenda della letteratura contemporanea. Insomma, una prestazione eccellente, commovente, precisa e incalzante, che ci fa rimpiangere il fatto che al suo autore non sia stato possibile recitare un altro dramma, consistente in una rilettura della sorte di Caino.

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