Letteratura

Un mio omaggio a Sean Connery

In questi giorni abbiamo perso due grandi uomini di spettacolo, Gigi Proietti e Sean Connery. Li ho amati entrambi, ma mi esimo dal celebrare il primo, in quanto esula dalle mie corde. Proietti, per sua stessa confessione, è stato un perfetto, entusiasmante erede della comicità anteguerra di Petrolini, imbattibile per esempio nell’inventare una sua parlata a ruota libera, molto simile al “gramelot” che era al centro delle prestazioni di un personaggio molto simile, Dario Fo. I due comici si sono divisi quasi in parti uguali il vanto di valorizzare al massimo la dialettalità del Nord e del Sud Italia. Con un vantaggio per Fo, in quanto riusciva a mettere anche per scritto le sue invenzioni, al punto da poter essere insignito del Premio Nobel per la letteratura. Credo di aver detto da qualche parte di quanto mi è capitato a Los Angeles, nel 1997, nel bel mezzo di un raduno si cultori della critica e della storia della nostra letteratura, immersi nell’assurda pretesa che un candidato d‘obbligo per il nostro Paese fosse lo stitico, elitario Mario Luzi. Io esultai invece, alla proclamazione di Fo, rischiando di essere linciato dagli orfani inconsolabili dell’inesistente candidatura di Luzi, Fatto il confronto, non si sarebbe potuto assegnare a Proietti quel riconoscimento per la letteratura, proprio per l’assenza di una resa testuale delle sue pur brillanti prestazioni orali. Ma venendo a Sean Connery, e beninteso passano all’ambito cinematografico, i debiti riconoscimenti l’attore inglese li ha ricevuti, facendosi amare da una platea internazionale, col merito aggiunto di essersi saputo disincagliare dal successo troppo facile connesso alle sue pur memorabili interpretazioni dell’Agente 007. Anch’io, alle loro prime battute, ne sono stato convinto, lasciando però a Umberto Eco, sempre alla caccia di facili traguardi, di farsene il cantore. E’ merito di Sean aver compreso per conto suo che doveva distaccarsi da quelle apparizioni troppo facili, troppo popolari, e che proprio la sua dignità di attore a tutto tondo doveva fargli intraprendere altro cammino. Sono ben lieto pertanto di celebrarlo per due film eccellenti, due capolavori da lui interpretati, proiettati su reti Mediaset (nulla da parte della RAI) proprio nel giorno del suo decesso, Non si puà tacere che per questa sua rimonta si è valso dell’aiuto di registi ugualmente di alto calibro. Col che, rientro in quella licenza che mi accordo, di ricoprire la casella del blog dedicata alla narrativa prestando attenzione a una narrazione su pellicola, si sarebbe detto una volta. Ecco allora subito “Marnie”, del 1964, dove Connery ha potuto valersi della sapienza registica di Alfred Hitchcock, in una delle sue incursioni nell’universo freudiano. Non si può non ricordare il parallelo “Io ti salverò”, dove però il ruolo terapeutico e salvifico spetta a una donna, alla grande attrice Ingrid Bergman, che deve risalire a una interpretazione del sintomo da cui il marito, Gregory Peck, è scosso, quando vede dei solchi paralleli, tracciati in qualche modo nello spazio. In Marnie i ruoli sono invertiti, spetta al partner maschile assumersi la missione dell’”io ti salverò”, il che consente a Connery di dismettere i panni funambolici e spettacolari dell’Agente 007 per quelli di un uomo d’affari posato, squadrato, conoscitore del mondo, ma non insensibile al fascino di una impiegata, sorpresa a rubare, di cui scopre le tante altre falle precedenti, che potrebbero destinarla alle patrie galere. Devo dire che la partner femminile di quel film appare meno fascinosa di Ingrid Bergman, è una troppo assente, troppo evanescente Tippy Hendren, che in effetti, dopo quella sua prestazione maiuscola, mi pare che non abbia nel carniere altri titoli di particolare rilievo, ricordata semmai grazie alla figlia, Melania Griffith, a cui riconosciamo a sua volta la recita in un capolavoro quale “Donne in carriera”. Il nostro Sean, nella parte di innamorato, ma freddo e circospetto, attento a misurare i suoi trasporti, ricostruisce il dramma di Marnie, consistente in un delitto involontario compiuto da piccola, che la aliena dal sesso, in quanto all’atto sanguinoso è giunta per difendere la madre, costretta alla prostituzione proprio per mantenerla. Da qui il comportamento frigido, i furti per mandare i soldi alla madre, e il paziente intervento terapeutico dell’innamorato in pectore,
L’altro capolavoro cui Connery ha dato il volto è “L’uomo che volle farsi re”, più tardo, siamo nel 1975, e ancora una volta la maestria dell’attore è ben servita da un altro regista di prima grandezza, John Huston. Del resto il racconto da cui la story è tratta corrisponde anch’esso a un capolavoro narrativo di Rudyard Kipling, pure lui da considerarsi un autore che bisogna tutelare da una prigionia nei miti di Mowgli e compagni, così come Connery è da proteggere dai lacci dello 007. Del resto, ad accrescere la forza di questo film accanto a Sean c’è pure un altro mattatore dello schermo inglese quale Michael Caine, e in una parte minore fa pure capolino Cristopher Plummer che si finge nei panni di Kipling. da narratore stupito, affascinato di questa storia di orrore e morte. I due, Daniel Davot e Reachy Camehan, militari in licenza, anche loro al servizio di Sua Maestà, giungono in una terra inesplorata e selvaggia nel cuore del Tibet, in cui Kipling immagina che sia sopravvissuta da più di due millenni una popolazione che sta attendendo il ritorno del legittimo sovrano, addirittura Alessandro Magno, di cui corrompono il nome in Liskander. Il nostro aitante Sean, per qualche rassomiglianza da effigi conservate nei secoli, viene creduto una miracolosa ricomparsa del sovrano, a cui tutto è dovuto. L’astuto Kipling, in proposito, saccheggia miti e vicende offertigli dalla letteratura inglese. Fra l’altro i due, in possesso della superiore civiltà raggiunta dall’Occidente, riescono a rendere tanti favori e servizi utili a quei sudditi inaspettatamente ritrovati, come riusciva a fare l’eroe swiftiano giunto a Lilliput. Fra l’altro le immense ricchezze accumulate dagli eredi di Liskander attraverso i secoli sono messe a disposizione dei due avventurieri, che quindi se ne potrebbero andare immensamente ricchi, magari sfruttando un ponte mobile che la loro ingegnosità di creature dell’Ottocento è riuscita a realizzare. Ma Daniel Dravot si sente investito nella parte, gli piace quel titolo di re raggiunto per miracolo, lo vuole conservare, e addirittura perpetuare, sposando una vergine del luogo, Questa però non gradisce l’ipotesi di vedersi addossare la convivenza con un essere divino, protesta dandogli un morso, ma così facendolo sanguinare, e dunque il preteso erede di Alessandro è un mortale, scatta la reazione del popolo tradito. Al che, Dravot ritrova tutto l’orgoglio del soldato di Sua Maestà, e precipita in una voragine cantando un inno patriottico, Il compagno si salva fortunosamente, recupera la testa dell’amico, avvolgendola a scopo di tutela in un panno, e la riporta a Kipling-Plummer, orripilato a quella vista, poi parte per un destino errabondo, ma in perfetta regola con la sua adesione a una setta della massoneria.

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Andrea Vitali, un metodo molto dubbio

Ho trovato di particolare banalità il recente romanzo di Andrea Vitali, “Il metodo del Dottor Fonseca”, provando una certa meraviglia nel vedere che è stato accolto da Einaudi Sile libero, ramo editoriale un tempo molto raffinato e anticipatore, ora, mi pare, un po’ troppo sensibile a esigenze di mercato. C’è il solito giornalista investigatore che ben conosciamo, alle prese con un dirigente che lo rampogna ad ogni passo. In questo caso il capo presuntuoso viene detto Il Maiale, e diciamo pure che è uno dei pochi aspetti apprezzabili dell’opera, non tanto per il nomignolo che gli appioppano i dipendenti, quanto per il fatto che gli attribuiscono un membro attorcigliato al modo di un cavatappi. Il nostro reporter è inviato in una landa montana, Spatz, sospesa in una terra di nessuno, ma con un’impronta che può far pensare alla Svizzera romanda, tanto da evocare gli spettri dei racconti, ma ben più abili, di un Dürrenmatt. In quel luogo sospeso nel nulla ci sarebbe stato un misterioso delitto, un giovane ammalato di nervi, forse autistico, avrebbe ucciso la pur amata sorella, con cui conviveva in solitudine, avendo perso i genitori. Devo dire che un aspetto ancora accettabile è l’aria di vacanza con cui si svolge l’ispezione del nostro reporter, in un albergo alla buona, dove però si fanno manicaretti a base di capriolo o di coniglio. Ci viene voglia di annusare quei piatti golosi, che per sua fortuna il protagonista può gustare davvero, tentando anche di spartirli in compagnia dell’unico altro ospite di quella locanda fuori mano, tale Ermini, inappetente, sconsolato, presente sul posto perché al confine sorge una clinica misteriosa in cui è ricoverato il fratello. Naturalmente si subodora subito che in quell’ospedale sospeso tra cielo e terra si consumano delitti orribili, applicando appunto il metodo del dottor Fonseca, come dice il titolo. C’è da giurarlo, in quella fosca clinica si rottamano i malati che vi trovano ricovero, e poi gli organi espiantati vengono spediti in varie destinazioni seguendo le richieste di mercato. Ma il nostro Vitali non riesce a immergere questa attività criminosa nel clima di orrore che le dovrebbe convenire, basti pensare che i messi, gli inservienti del cupo commercio altri non sono che il postino del luogo, lo stesso albergatore, un poliziotto corrotto. Insomma, si spediscono fegati e cuori come pacchi dono natalizi, come salami o formaggi. Visto che la vicenda non si regge sulle sue gambe con qualche rispetto della buona verosimiglianza, Vitali chiede aiuto alle arti magiche, al dono della telepatia, con cui per esempio comunicano tra loro i due fratelli, ma ne è capace pure il misterioso ospite della locanda, Ermini. Quanto al dottor Fonseca, il turpe manovratore di quel commercio di organi, egli ha usurpato il ruolo di un autentico maestro sopprimendolo e prendendone l’identità, e credendo anche di aver allevato un perfetto complice in un giovane dottorino, tale Massenti, che però si è innamorato della ragazza, il che porta a far naufragare il “metodo” così ben organizzato. Naturalmente il nostro reporter capisce tutto, e vorrebbe portare nel mondo civile le sue scoperte, ma quando entra nell’ auto per discendere a valle, commette l’errore fatale che suppongo ogni lettore saprebbe scongiurare, semplicemente guardandosi alle spalle, facendo attenzione che sul sedile posteriore non ci sia un viaggiatore abusivo. Ma questo c’è, e narcotizza i sensi del nostro cronista, che farebbe una brutta fine se non ci fosse il chiaroveggente Ermini che riesce a far venire aiuti in suo soccorso. Per un ultimo confronto con esito disastroso nei confronti di Vitali, pensiamo come su qualcosa di simile, un’indagine su foschi delitti provinciali, si sia mosso con ben altra abilità Pupi Avati, nel suo “Archivio del diavolo”, tanto da indurmi a ritenerlo degno di partecipare alla prossima selezione dello Strega. Per il prodotto di Vitali invocherei piuttosto un rogo igienico e liberatorio.
Andrea Vitali, Il metodo del dottor Fonseca. Einaudi stile libero, pp. 187, euro 16,50.

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Parrella, un tipo di donna in regola coi nostri tempi

Ho letto con molto piacere e adesione l’ultima prova di Valeria Parrella, “Quel tipo di donna”. Del resto non avevo mai negato un consenso alle sue molte opere precedenti, compresa la penultima, “Almarina”. Sia detto tra parentesi che questi nuovi autori sono instancabili, sempre pronti a buttar fuori nuovi prodotti, forse incalzati dall’industria culturale, dai suoi tempi e obblighi. Ma quello che piace in questo recente prodotto è l’andamento molto libero, in francese si direbbe “á bãtons rompus”, per cui la nostra Parrella non si preoccupa di costruire una storia, una trama, come ha fatto in passato. O meglio, si tratta quasi di un’opera trasversale in cui la scrittrice infila agilmente un po’ tutte le sue varie comparse precedenti, chiedendo il conforto, il concorso di altre tre compagne di avventure, che sono proprio “quel tipo di donna” a cui lei stessa appartiene: persone dotate di un buon grado di cultura, anche se faticosamente conquistato innalzandosi da condizioni proletarie dei rispettivi genitori. Aperte a tutte le possibili avventure imposte dallo scenario quotidiano, a cominciare dal sesso, dato che sono inseguite dallo spettro della solitudine, pronte del resto a comunicarsi i rispettivi amori, o invece a nasconderseli accuratamente. Amori sfuggenti, affidati a messaggini sul cellulare, sempre a rischio di sparire nel nulla. Una condizione di disagio, psichico, sociale, che spinge “quel tipo di donna” a fare comunella tra loro, e per esempio a imbastire viaggi, in luoghi esotici, come potrebbero essere la Turchia, l’Anatolia. Le nostre protagoniste sono un impasto tra audacia, fino a limiti di scostumatezza, e invece conservazione di un certo decoro, come è dovuto a quel tanto di intellettualità che c’è in loro. Naturalmente, queste peregrinazioni turistiche mescolano insieme motivi di fascino e di rischio. Il primo per esempio è rappresentato dall’apparire di una maestosa tartaruga che blocca l’auto su cui si trovano imbarcate nelle loro industriose peregrinazioni. Questo saltabeccare tra ostacoli e attrazioni del presente e della geografia è anche abbondantemente condito da improvvise emersioni di ricordi di infanzia, in cui domina la figura di nonna Teresa, che introduce anche un lievito ideologico, in quanto quella fiera ava era stata coraggiosamente antifascista, e poi orgogliosamente iscritta al PCI, al punto di volere che nella sua bara fosse collocata una copia dell’”Unità”. Ma tanto rigore non appartiene allo stile di vita del nostro “tipo di donna”, che invece ci appaiono disposte a vivere alla giornata, al di fuori di progetti, di scelte rigorose e coerenti. Però proprio questo aprirsi quasi al caso costituisce l’attrattiva di questa prosa libera, sciolta, senza fini prefissi.
Valeria Parrella, Quel tipo di donna, HarperCollins, pp. 107, euro 16.

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Albinati, il rischio di deviazioni

Ho sul mio tavolo l’ultimo prodotto di Edoardo Albinati, “Desideri deviati”, che mi sembra riportarsi all’altezza di una prova positiva quale “La scuola cattolica”, insignita del Premio Strega, e accolta anche da me con una sostanziale approvazione. Poi mi ero occupato anche di “Un adulterio”, riconoscendovi pur sempre i tratti di una buona attitudine, ma sviluppata come in un formato minore, meno impegnativo. Tuttavia il consenso che gli rivolgo è sempre offuscato da qualche disagio e perplessità. A formularli mi aiuta il titolo stesso di questa prova, pur complessivamente riuscita, quel riferimento a desideri “deviati”. Pare proprio che il nostro autore non riesca a evitare talune deviazioni rispetto a un percorso principale. In questo caso ce n’è uno subito in partenza, in quanto un primo protagonista, detto il Coboldo, viene dal Sud, ma rispetto a taluni stereotipi della meridionalità. come una vita grama trascorsa all’ombra di due zie zitelle, devia subito, portandosi, e portando fortunatamente anche noi, su una ben più dinamica scena milanese, così evitando tutti i limiti e i rischi che continuano ad annidarsi in chi ancora frequenti il Mezzogiorno, meglio lasciarlo a grandi testimoni del passato. Ma anche a Milano questa prosa ci impone un’altra deviazione, infatti potrebbe sembrare che il Coboldo si tuffi nella frequentazione del mondo editoriale. E dunque saremmo a un romanzo a chiave, dovremmo andare a cercare chi, tra i tanti dominatori dell’editoria ambrosiana, si cela sotto le varie dramatis personae. Saremmo insomma a una specie di emulazione del compito in cui si è specializzato in particolare Walter Siti, per non risalire addirittura al Parise del “Padrone”, intento a rivedere le bucce di un colosso dell’editoria quale Garzanti. Ma per fortuna non è così, anche se l’ambiente di partenza potrebbe farcelo pensare, infatti anche qui c’è un padre padrone, di nome Minaudo, pronto a esercitare un po’ di nepotismo a favore di un figlio inetto, come sta a significare il soprannome che gli viene affibbiato, di Quadratino, per certe sue caratteristiche somatiche. Però il vero protagonista si chiama Nico Quell, e non resta affatto prigioniero nelle stanze della casa editrice, e nei riti e intrighi che vi si compiono, ma si muove in libera, anarchica scoperta di altri aspetti del mondo circostante, Una scena madre consiste in un ricevimento, anzi, in un party, dato dalla facoltosa e ben introdotta coppia dei coniugi Macchi, e in questo caso Albinati dà il meglio di sé, riscrivendo il galateo che al giorno d’oggi si addice a questi incontri mondani. Ritroviamo quasi la finezza, l’arguzia, la capacità analitica di un Proust, ma riportate all’altezza della nostra società attuale, cioè con tutti gli adattamenti che si convengono se si vuole procedere all’altezza dei nostri tempi. Per stare ancora a una simile capacità di fornire un brillante contraltare ai grandi del passato, si dà il caso che il personaggio numero uno, Nico, abbia una sorella. Irene, e così ritroviamo addirittura il duetto brillante, intrigante che ci ha ammannito a lungo Musil. Irene brilla anche per un comportamento sessuale audace, disinibito, aggressivo, come del resto avviene in tutte le coppie che affollano queste pagine. Divertente. riuscita al massimo è pure la relazione che una solerte segretaria intrattiene col padre padrone Minaudo concedendosi a lui come per adempiere a una pratica d’ufficio. Fin qui tutto bene, siamo a un minuetto ben condotto, perfino esilarante. Ma poi, ancora una volta, arrivano le deviazioni cui pare proprio che Albinati, non del tutto consapevole delle sue armi migliori, non voglia rinunciare. Lo avevo già detto a proposito della sua “Scuola cattolica”, anch’essa raffinato tessuto di vita, sentimentale, sessuale, affaristica dei nostri tempi. Ma che bisogno c’era di introdurre, come elefanti in un deliziosa bottega di cristalleria, i truci delitti del Circeo? E anche qui, è vero che l’intellettuale anarchico Nico, vero eroe della vicenda, è sempre in libera uscita, al seguito di mutevoli e polimorfi “desideri”, ripetiamo pure uno dei due termini del titolo. Ma c’era proprio bisogno di fargli provare l’ebbrezza di sfidare la polizia, quando questa cerca di liberare un edificio da un’occupazione abusiva? Sembra quasi che Albinati tema di non riuscire a riempire a sufficienza le sue pagine, con le sottili note di un proustismo riveduto e corretto, ritenendo necessario metterci dentro anche qualche argomento forte, che però stride, proprio come dei pachidermi che schiacciano un brillante tessuto mediano.
Edoardo Albinati, Desideri deviati. Rizzoli, pp. 413, euro 20.

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Pupi Avati, il buon diavolo tenuto a freno

Di Pupi Avati avevo lodato, su queste pagine semiclandestine, il primo romanzo, “Il ragazzo in soffitta” e il successivo “Il signor diavolo”, il primo senza riserve, dato che in fondo il grande regista, specializzato in storie che si consumano in interni borghesi, vi aveva piazzato un “giallo” non certo inferiore a quanto oggi fanno senza sosta i nostri giallisti di professione. Avevo detto bene anche della seconda prova, ma ora lo posso dire, un po’ a denti stretti, non del tutto convinto, perché mi è sembrato che gli spunti, pur brillanti, rimanessero alquanto scuciti, non ben concatenati, il che si è riflesso anche nel film che il grande regista ne ha tratto. Forse lui stesso si è reso conto di quel grado di incompiutezza, tanto da ritornare sui propri passi, nell’attuale “Archivio del diavolo”, ma riempiendo i vuoti, rispondendo ai molti quesiti rimasti in sospeso, con l’aiuto di una moltiplicazione di personaggi, che oltre a rendere più comprensibili i fatti pregressi, aprono tante altre vicende, tanto da avergli fatto avvertire la necessità di dotare il romanzo di un dettagliato elenco di “dramatis personae”, quasi per evitare che tra tanta varietà di vicende intricate il lettore si possa smarrire. Intanto, forniamo subito a chi si avvia alla lettura di quest’opera una rassicurazione, la parte del diavolo è trattata con molta discrezione, uno spirito laico la potrebbe addirittura espungere. Tanto per incominciare, ci viene detto che cosa è capitato all’eroe, o anti-eroe della vicenda precedente, a Furio Momenté, burocrate grigio, insignificante, inviayo nella provincia veneta a svolgere un compito più forte di lui, attenuare l’impressione provocata da un barbaro delitto avvenuto all’ombra di una famiglia nobile del luogo, e buona sostenitrice della DC. Il “missus dominicus” aveva fallito nella sua missione, scomparendo quasi nel vuoto. Ora ci viene detto che era caduto in un oscuro pertugio esistente all’interno di una chiesa, senza più essere in grado di risalire alla superficie, costretto a morirvi di fame, e addirittura a cibarsi dei miseri resti di una neonata, sepolta in quell’abisso, e vittima proprio di uno di quei turpi fatti su cui il funzionario era stato chiamato a indagare. In proposito può intervenire qualche influsso diabolico, ma nella forma ben nota dell’orrore di scoprirsi sepolti vivi, quel destino atroce che lo scrittore statunitense Edgar Allan Poe temeva più di ogni altra cosa e che, a quanto ci vien detto in queste pagine, ha colpito il narratore russo Gogol, come risulta a un altro impiegato, sul tipo del Momenté, addetto a sorvegliare gli ingressi in un sottoscala, conducente nell’archivio agitato nel titolo. Anche questo grigio burocrate passa il tempo scrivendo una biografia del grande autore russo, e indagando sul mistero di quel suo rivoltarsi nella tomba. Del resto, quasi per questioni di affinità di situazione, proprio questo modesto custode ha la visione di un morto vivente, crede di scorgere proprio il Momenté intento a risalire dalle tenebre dell’archivio in cui era confinato. Ma la realtà ci dice che il suo cadavere se ne stava in quella sepoltura lontana, e scoperta solo casualmente. Con ciò, in definitiva, terminano gli influssi di specie diabolica o soprannaturale, e passiamo all’escussione di tristi, squallidi casi di vita comune. Per esempio di un sacerdote, Don Stefano Nascetti, la cui esistenza è stata per sempre rovinata dall’aver assistito a un bestiale accoppiamento della madre con un malvagio personaggio, tale Saintjust, pronto a fare un uso iniquo dei suoi poteri governativi. Nello stesso tempo il timido sacerdote è perseguitato da una donna, infelice in quanto il marito la tradisce con un giovanotto, obbligandola ad accettarlo nel loro letto, in una convivenza a tre. La donna si suicida, o è vittima di un omicidio brutale, magari compiuto proprio dal rozzo convivente, nella speranza di ricevere, attraverso il vedovo, suo amante, un premio assicurativo. Ma anche il nostro sacerdote può essere accusato dello stesso crimine, il che lo convince a ritirarsi in provincia, dove ritrova proprio la situazione rimasta interrotta nel romanzo precedente. I fatti, le vicende, i personaggi si moltiplicano, ma c’è un fil rouge, o noir, con qualche apporto del diavolo, a congiungerli, a richiamarli circolarmente in scena. Il prodotto è ampio, vivace, polimorfo, ben ordito, per cui, pur non contando nulla, mi sento di avanzare una candidatura a favore di quest’opera, la vedrei del tutto degna di riportare il prossimo Premio Strega.
Pupi Avati. L’archivio del diavolo, Solferino, pp.264, euro 16.

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Arianna Ulian, una storia di cavalli a Venezia

Ho tirato un sospiro di sollievo, ricevendo le bozze di un romanzo steso dalla sconosciuta, almeno a me, Arianna Ulian, giuntomi su consiglio di un valido talent scout come Giulio Mozzi, e con la postfazione di Dario Voltolini, uno dei favolosi protagonisti degli incontri di Reggio Emilia negli anni ’90. In tal modo ho potuto uscire dalla sacca di miserie, morali, fisiche, sessuali, corporali, di cui è pregno il secondo arrivato nella cinquina del Campiello, il Firizziero di “Sommersione”. Qui non siamo molto lontano, seppure lo scenario si amplia aprendosi sull’intera Venezia, non certo presa per il verso solito, turistico, prigioniero di stereotipi. Ma quanto appunto la vicenda narrata da Frizziero è prevedibile e scontata, qui tutto diviene arcano, sfuggente, di difficile ricostruzione. Se presentato al pubblico impreparato del Campiello, un simile prodotto lo avrebbe fatto fuggire via inorridito, anche per la buona ragione che la vicenda qui esposta sfugge di sicuro all’”eresia della parafrasi”. Chi riesce a darne conto “per filo e per segno”? Si tratta infatti di una vicenda impostata nel segno dell’avventura folle, impraticabile. Due cineasti, Angelo e Sarah, si mettono in testa di fare entrare a forza, di girare nelle strette calli veneziane un western scatenato, sul tipo del famoso “Mucchio selvaggio”, con la necessità primaria di far arrivare sulla Laguna una schiera di cavalli, cosa contro cui contrastano ragioni logistiche di trasporto, di protezione degli animali, di igiene dei cittadini. Sorge insomma, come dice il titolo di quest’opera quanto mai aperta e sospesa, “La questione dei cavalli”. Infinite sono le traversie per tentare di portare entro la Serenissima questi poveri animali, impresa che in effetti non riuscirà, li vedrà abbandonati su un’isola a metà strada, sottoposti a un’agonia, a una morte inesorabile. Mentre per le calli veneziane, secondo il copione, velleitariamente assunto, si affolla una schiera di comparse autorizzate a comportarsi proprio da “mucchio selvaggio”. La Ulian rasenta una prova di Scurati, prima che divenisse il puntuale e ispirato biografo di Mussolini, quando in un romanzo colmo di orrori aveva supposto che S. Marco cadesse preda di un’orda di cinesi barbari occupanti. C’è tanta barbarie anche in queste comparse, che però si limitano a sbevazzare nelle varie osterie disseminate nei sestieri, fornendocene quasi una guida enologica e gastronomica, che si mescola ai sentori, alle puzze, alle muffe che incrostano case e palazzi, o salgono dai canali. E’ insomma un orrido impasto di sensazioni, ben lontano dalle immagini oleografiche della Venezia per turisti, ma anche dal degrado neo-verista di cui si compiace Frizziero. A completare l’indubbio senso di disagio di un lettore ci si mette anche un’altra componente, ugualmente astrusa e sfuggente, la presenza di un ragazzino, tale Momo, forse un disadattato, forse in fuga dai genitori e dalla scuola, armato di un binocolo con cui diviene il muto, simpatetico testimone dell’agonia dei cavalli, che in definitiva restano i protagonisti principali di questo dramma.
Arianna Ulian, La questione dei cavalli, Laurana Editore, pp. 282, euro 18.

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Rizziero, una “sommersione” in una miseria stereotipata

Dicevo nel domenicale scorso che per me sarebbe stato un problema decidere, nel capovolgimento sistematico della cinquina uscita dal Campiello, se all’ultimo posto condannare il primo arrivato, in base alla giuria stabilita da lettori sprovveduti, Rapino, o invece il secondo, Sandro Rizziero, con il suo “Sommersione”. In entrambi noto un errore stilistico, seppure di segno contrario. Rapino crede di compiere una finezza assumendo a spron battuto il “che” dei poveri di spirito, degli sgrammaticati, di quelli che altro modo non sanno come legare tra loro le proposizioni subordinate, ma è un espediente già ampiamente utilizzato, pronto a scadere nello stereotipo. Frizziero parte da una scelta in apparenza più sofisticata, assegna al suo triste e tristo protagonista il privilegio di apostrofarsi col “tu”, che dovrebbe rivelare confidenza con se stesso, apertura ai più sottili processi psicologici. In tal senso, per esempio, lo ha impiegato il numero due del Nouveau roman francese, Michel Butor, nel romanzo che lo ha rivelato al pubblico, anche italiano, “La modification”, ma il “vous” in quel caso veniva impiegato da un personaggio “come noi”, perfettamente all’altezza della mentalità, dei mezzi , delle prospettive di un qualsivoglia borghese degli anni Cinquanta del Novecento. Invece questo approccio confidenziale ostentato da Frizziero serve solo per farci immergere nelle brutture di un soggetto che sgorga dai registri più neri e squallidi del neorealismo d’antan, già invecchiati ai tempi dei nostri Veristi, e neppure più tollerabili quando avevano tentato di rilanciarli Pasolini e Testori, nella speranza di mostrarsi “nipotini dell’ingegnere” (Gadda), come con partecipe benevolenza li aveva chiamati Arbasino, per sua fortuna invece lui stesso perfettamente in linea con l’evoluzione psichica attestata dai personaggi di Butor. Già il tutto parte da un dannoso restringimento d’orizzonte, come l’isola della Laguna dove vive questo pescatore, reo di tutti i possibili vizi e colpe, che maltratta la moglie non esitando a picchiarla, e a cornificarla in ogni occasione, diffidente verso la figlia, in cui vede un’avversaria, interessata solo a sottrargli l’appartamento, in ansiosa attesa che il genitore crepi o che se ne possa decretare l’invalidità mentale. Del resto, questo indegno protagonista fa di tutto per degradarsi, per procurarsi il peggio, passando da una bettola all’altra per ubriacarsi, tentando approcci sessuali con ogni donnetta che gli venga a tiro. Forse si potrebbe dire che, almeno, ha un momento di elevazione spirituale quando si inoltra in mare col suo burchiello dandosi alla pesca, ma a anche su questo preteso limbo, o addirittura zona paradisiaca, viene a stamparsi l’orma del delitto, della colpa. Infatti, verso la fine di questa odissea nel fango e nell’ignominia il suo cultore deve confessare, più a se stesso che agli altri, di aver compiuto un delitto, o meglio, di nulla aver fatto per sottrarre un compagno di pesca, e anche di bagordi, a un’orrida fine per annegamento. E dunque, nel tessuto cronico di nefandezze spicca anche un “vautour”, un fantasma risorgente dal passato. L’autore non nega proprio nessuna colpa alla sua creatura. Ovviamente si potrebbe obiettare che tutto questo è “vero”, senza dubbio si possono trovare, nelle circostanze ricostruite da questo romanzo, dei personaggi che vivono a quel modo, tra tante miserie e angustie e bassezze. Ma il compito di una narrativa che si rispetti è di andare ad analizzare casi in linea coi problemi dei nostri giorni, non già trame residuali sgorganti dal passato, già abbondantemente trasmesse agli atti della storia della narrativa, dossier che quindi non vale più la pena di riaprire. Oppure ci cascano proprio i lettori sprovveduti, che credono ancora di venire posti di fronte a casi degni di credito.
Sandro Rizziero, Sommersione, Fazi Editore, pp. 189, euro 16.

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Ade Zeno: un’abile partita a scacchi

Come già detto, anche quest’anno rovescio del tutto l’ordine d’arrivo del quintetto finale del Premio Campiello. La cosa migliore sono le prose nervose e sensibili di Patrizia Cavalli, senza dubbio in ragione della sua provenienza dalla poesia. Seguono a ruota i giusti esperimenti linguistici di Francesco Guccini, mentre, portandomi sul primo arrivato, Remo Rapino, ho giudicato stucchevoli e ridondanti i suoi tentativi di fare stile. Ora mi fermo sul terzo arrivato, Ade Zeno, e sul suo “Incanto del pesce luna”, titolo a dire il vero alquanto fuorviante, mentre il romanzo infila alcune situazioni apprezzabili, anche se non ben collegate tra loro, non ben gestite. Il protagonista, Gonzalo, ha un primo tempo che lo vede al lavoro presso un’agenzia di pompe funebri specializzata nelle cremazioni, con riti relativi, cui il nostro impiegato adempie alla perfezione. Nello stesso tempo è afflitto da un male oscuro che ha colpito la figlia Ines, il che ha messo in crisi il matrimonio con Gloria, e pure le finanze della coppia, in quanto la clinica presso cui la figlia è ricoverata costa assai. Il dialogo che il genitore sfortunato tenta di intrecciare con la figlia malata ci può far ricordare, magari, il capolavoro di Pedro Almodòvar “Habla con ella”. Da qui la necessità di trovare un mestiere più redditizio, nel che si trova un’altra brillante invenzione del romanzo. Il bravo Gonzalo non trova di meglio che mettersi al servizio di un’anziana signora che sopravvive pascendosi di carne umana, e dunque il solerte domestico ha il compito di procurarle dei rottami esistenziali, dei poveri esseri allo sbando, e anche di far scomparire i residui di questi mostruosi banchetti della signora. Diciamo pure che questa è un’idea, nella sua brutalità senza appello, degna delle invenzioni più macabre di un Ammaniti, così come la precedente attività presso le pompe funebri ci può ricordare l’eccellente partenza di Veronica Raimo, con il suo “Dolore secondo Matteo”. Come si vede, siamo di fronte a notevoli lampi di vita fuori del comune, ben lontani dalla stanca routine che abbiamo già trovato nelle cronache troppo puntuali del modesto eroe di Rapino, e non ci saranno neppure esiti memorabili quando, domenica prossima, andremo a fare i conti col secondo arrivato, Sandro Frizziero. Ma in sostanza Zeno si è comportato come un giocatore di scacchi, capace di far compiere alle sue pedine delle mosse brillanti, degli avanzamenti improvvisi e inopinati, senza però saper mantenere le posizioni raggiunte, e soprattutto senza riuscire a cucirle tra di loro secondo una strategia ragionevole e apprezzabile.
Ade Zeno, L’incanto del pesce luna, Bollati Boringhieri, pp.183, euro 16,50.

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Rapino, i primi saranno gli ultimi

Niente da fare, anche quest’anno mi trovo a dover capovolgere da cima a fondo la cinquina del Campiello. L’opera migliore è quella di Patrizia Cavalli, troppo difficile per un pubblico generico, privo di una corretta educazione letteraria. Avrebbero bocciato implacabilmente anche la grande stilista Gianna Manzini, se si fosse presentata al loro giudizio, così come, se non ricordo male, a suo tempo hanno pure bocciato Alberto Arbasino. Guccini meritava il posto di buon secondo, mentre al terzo, come via di mezzo, ci può stare Ade Zeno col suo “L’incanto del pesce luna”, andrò a vedere in un prossimo domenicale. Mentre per una collocazione all’ultimo posto potrei avere qualche esitazione tra il primo arrivato, Remo Rapino, e il secondo, Sandro Rizziero. Ma no, è giusto infierire su Rapino e sul suo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, forse perché certe sue pretese raffinatezze hanno fatto colpo su elettori non ben preparati. Sedotti, forse, da quello che a loro è apparso un fiore stilistico, l’adozione sistematica del “che”, come congiunzione di trapasso tra le principali e le subordinate. Appunto un pubblico grossolano crede di trovarsi in presenza di una mossa ardita, non sa che questa era già stata ben utilizzata dal numero uno dei nostro Veristi, Giovanni Verga, a cui serviva per stabilire un ponte tra il suo stato di buon borghese facoltoso e acculturato e la folla dei proletari cui intendeva avvicinarsi con autentica partecipazione. Poi il “che” come chiave “passepartout” era stato ripreso da Edoardo Sanguineti nel suo “Capriccio italiano”, ma non come indizio di non acculturazione, bensì di regressione psichica in stati primitivi di onirismo. Invece il nostro Rapino ne fa un uso sistematico per sancire lo stato di degrado del suo personaggio, dal principio alla fine di una lunga cavalcata, che entra in contatto con questo povero membro del quarto stato, del disagio, della miseria, fin dal lontano 1926 e poi lo segue per quasi un secolo. Sempre uguale, cosa evidentemente impossibile, in un così lungo arco di tempo. Anche gli ultimi della terra, se non altro grazie alla televisione, qualche passo avanti negli usi linguistici lo hanno fatto. Invece il nostro autore continua implacabile, negando al protagonista ogni possibile sviluppo. E dire che al momento dell’infanzia e dell’adolescenza gli aveva pure fatto riconoscere, da un maestro, qualche attitudine all’apprendimento, peraltro ferma solo ad apprezzare la lettura del deamicisiano “Cuore”. Ma anche in questo caso, come negare al personaggio una qualche maturazione, se non altro grazie alla TV o alla lettura di fumetti e altro? Del resto, di questo suo osservatore inossidabile, tetragono ad ogni lievito esterno, lo scrittore si fa un assiduo testimone di quanto può capitare in un lungo arco di tempo. Servizio militare, prime avvisaglie del sesso, verginità a lungo mantenuta, poi frequentazione regolare di casini, finché ci sono, quindi di puttane, ma, come nel ricordo di “Cuore”, il nostro fedelissimo e immarcescibile si porta dietro la donna del primo amore, anche se questa non ha tardato a dimenticarlo e a passare a nozze più confortevoli, Ma poi nella sua affannosa rincorsa lungo i decenni, Il Liborio salta gli ostacoli, si concede evasioni di specie onirica, immagina di consumare una tardiva relazione con la fiamma giovanile, come del resto sul punto di morire convoca in scena, per una passerella finale, tutti i protagonisti della sua esistenza, siano essi stati davvero vicini a lui o invece assenti, come un genitore che lo ha abbandonato troppo presto. Con la tuta d’amianto del “che” pronto ad ogni uso. Bonfiglio Liborio si tuffa in tante situazioni, anche in quella della malattia psichica, subendo un ricovero che peraltro gli riesce confortevole. Forse in merito gli sprovveduti votanti sono stati del tutto inconsapevoli di una delle tante rivisitazioni del romanzo, rivolta in questo caso al “Memoriale” di Paolo Volponi, venuto però al momento giusto della storia.
Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, Minimum fax, pp. 265, euro 17.

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“The Hateful Eight” di Tarantino, perfetto concentrato di brutalità

Ancora una volta mi valgo della facoltà di sostituire un pezzo dedicato a un’opera di narrativa con l’analisi di un film, generi che ritengo del tutto affini, avvalendomi dell’autorità di Aristotele (che ovviamente nella sua “Poetica” si limitava ad equiparare epica e teatro). La settimana scorsa su Rai 3 è ricomparso un più volte ripescato film di Quentin Tarantino, “The Hateful Eight”, che mi pare appartenere alla serie positiva del grande regista statunitense, degna del suo capolavoro inarrivabile, “Pulp Fiction”. Del resto, una partenza dal “pulp”, da fatti di banale clamore Pop, è sempre presente in lui, che quindi non esita a ispirarsi al grande filone di questa natura qual è il western, addirittura con riferimento all’epopea italiana creata da Sergio Leone, con tanto di colonna sonora affidata a Morricone. Il film comincia mostrandoci una diligenza che si trascina, spinta da tre coppie di cavalli, in una distesa innevata dello Wyoming. A bordo un cacciatore di taglie (l’attore Kurt Russel) che tiene avvinta con tanto di manette una sua preda, una ragazza dall’apparenza selvaggia, da portare in una prossima località, Red Rock, e riscuotervi il premio relativo. Già qui entra in scena la brutalità di cui l’intera pellicola dà ampia prova, come del resto è nello stile del nostro regista, nel senso che il predatore non lesina al suo ostaggio una continua pioggia di ceffoni e di altri mali trattamenti. La sequenza inaspettata di eventi dà le prime prove di sé sotto forma di impensati autostoppisti che fermano il lento incedere del mezzo di trasporto, chiedendo un passaggio. Dapprima si tratta di Samuel Jackson (preferisco dare direttamente i nomi degli attori), anche lui nei panni di un cacciatore di taglie, che infatti si porta dietro tre salme già stecchite, ma che nello stesso tempo rivendica un suo ruolo di ex-combattente nell’Unione del Nord, e si dice addirittura in possesso di una lettera che gli avrebbe inviato il grande padre della patria, Abramo Lincoln. Questo documento diventa un talismano capace di esercitare un fascino irresistibile su questi disgraziati, feccia della vita, facendo respirare loro come una boccata d’ossigeno, tanto da supplicare a turno il portatore del privilegio di potergli dare una sbirciata. Poi c’è pure un secondo autostoppista, che si annuncia come sceriffo designato a governare il luogo in cui il convoglio è diretto. Siamo in presenza di una carovana dei misteri, in quanto ben si avverte che ciascuno dei presenti recita una parte che non gli appartiene. Li insegue l’arrivo di una tormenta, che scongiurano mettendosi al riparo in una stazione di posta, dove li attende una squadra di quattro personaggi, in apparenza anche loro riparati in quell’approdo per evitare la bufera in arrivo. Ovviamente si rafforza in noi l’impressione che dietro quelle apparenze si nascondano fini e sorti ben diverse. C’è però un rischio, che esaurita la tappa del viaggio, la vicenda si incagli in un interno noioso e ripetitivo, quasi meglio adatto al teatro che al cinema. Sembra quasi che Tarantino vada a recuperare una sua opera prima, “Le iene”. Ma la concentrazione in un’unica sede permette pure un rafforzo di brutalità, come è nel caso di un anziano, invalido, già ricoverato nella stamberga, che era stato addirittura un generale dell’esercito sudista, il cui fine principale ora sarebbe di conoscere il destino di un figlio scomparso. Si dà allora l’inevitabile scontro tra questo rudere sudista e il fiero paladino del Nord, che gli rivela quale sia stata la sorte del figlio. Lui stesso lo avrebbe catturato, denudato, costringendolo a camminare nella neve, e a cercare un unico conforto prestandosi a un cunnilinguo, a ingoiare il suo membro, come unica sorgente di calore, ma senza evitare di venire infine sterminato. Naturalmente il fiero nordista ha previsto che il povero genitore avrebbe reagito a tanto orrore, e dunque gli lascia un revolver, per consentirgli di sparargli, ma anticipandolo con maggiore destrezza, proprio come avviene in una qualche scena western. La narrazione ristagna pericolosamente, fino al momento in cui l’autore svela le carte, ci fa conoscere un antefatto. Veniamo a sapere che quella miserabile fanciulla portata alla morte in realtà è la mente di una banda di malviventi, suoi fratelli, che sapendo del suo arrivo, hanno sterminato e gettato in un pozzo i poveri abitanti del posto-ristoro, e ora cercano di far fuori col veleno i nuovi arrivati, e potenziali aguzzini della loro congiunta. Ma i due eroi “positivi”, si fa per dire, della vicenda, cioè l’ex-nordista portatore della lettera di Lincoln, e lo sceriffo in potenza, riescono a sopravvivere all’eccidio programmato dai parenti della ragazza, uccidendoli uno alla volta. Alla fine hanno un moto d’orgoglio, non basterà uccidere a sua volta la mala femmina, bisognerà rispettare le forme della legalità, cioè darle morte per impiccagione, anche per rispetto di quel documento nobile, che peraltro è un falso, un modo per tenere alta l’asticciola del destino. Alla fine, si potrebbe far echeggiare la conclusione di uno dei nostri drammi cinquecenteschi dell’orrore, alla maniera di Giraldi Cinzio, o di qualche tragedia shakespeariana, con riferimento a noi spettatori, “che cosa state a far? Son morti tutti”, Tarantino ha rispettato appieno il suo impegno verso un brutalismo che non perdona, che non lascia superstiti.

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