Letteratura

Dazieri: un Angelo della morte

Nell’intervento riservato alla casella letteraria di domenica scorsa, 15 gennaio 2017, ho parlato di un romanzo di Ann Radcliffe, tipico prodotto di un’area di para-letteratura, o di consumismo avanti lettera, quale si produsse in Inghilterra tra fine Settecento e primi dell’Ottocento attraverso il fenomeno del “romanzo gotico”, con grande successo di pubblico, tanto che per uscirne fu necessario reagire con l’arma della satira, cui provvide opportunamente la grande Jane Austen. Non ho avuto remore nel paragonare quella sua iniziativa all’intervento di Cervantes contro una precedente enorme bolla di para-letteratura, l’invasivo ciclo delle varie “chansons de geste”, distribuite nei due cicli, di Orlando e della Tavola Rotonda. E’ insomma ovvio e inevitabile che in certi periodi si impongano simili fenomeni di massa, è avvenuto perfino nel secolo forse di maggiore affermazione di una narrativa seria e impegnata, l’Ottocento, in cui il successo di Balzac è stato contrastato da quello di Sue, dando anche luogo a episodi di ibridazione, tra vena popolare e intenti di ricerca. Continuando nell’esame di questi casi, non sapremmo dove collocare, tra il consumo e l’originalità di propositi, le epopee di Verne e di Salgari. Ed eccoci, oggi, circondati da una dilagante diffusione del giallo, o del poliziesco, con una stretta osmosi tra il cartaceo, del libro che resiste proprio insistendo su prodotti del genere, e invece lo sfocio affidato al mezzo elettronico, si tratti di film o di televisione, che ormai sono tecnicamente omogenei. Mi è già capiato più volte, nelle varie possibilità di intervento che mi sono consentite, su giornali e riviste o su questi appunti, di entrare in merito, distribuendo titoli di consenso o di risoluto dissenso. Di recente, sul primo fronte, ho lodato le invenzioni pulite e molto verosimili di Gianrico Carofiglio, mentre ho bocciato severamente le prove effettistiche di un Saviano, tanto più colpevoli e condannabile quanto più ipocritamente intinte di buone intenzioni. Ora ho sul banco degli imputati Sandrone Dazieri con “l’Angelo”, cui, se fossi in sede di pollice “recto” o “verso” quale mi è concessa dall’”Immaginazione”, riserverei un “verso” risoluto, nonostante che Dazieri fosse entrato nella pattuglia da me sempre sostenuta dei partecipanti a RicercaRE, e pure nell’antologia che ne è stata il consuntivo, i “Narrative invaders”. Dazieri si schiera sul fronte degli inverosimili ed eccessivi aperto da Faletti, a cominciar da “Io uccido”, che però, in definitiva, anche nel coltivare l’orrore più spinto, manteneva una eleganza e nitidezza di soluzioni, mentre lo svolgimento di Dazieri è arruffato, confuso nei gangli portanti, preoccupato solo di seminare attorno a sé momenti di crudeltà ineffabile. Non manca la solita figura di investigatore intrepido e infaticabile, con relativo scontro con le autorità superiori, in genere tratteggiate come incapaci, preoccupate solo di bloccare le giuste intuizioni dei sottoposti, qui rappresentati da Colomba Caselli, in definitiva la figura più gradevole e accettabile nell’intera vicenda, e così si dica pure del suo partner, tale Dante Torre oppresso dall’educazione repressiva subita nell’infanzia. Il Torre è un’intelligenza di prim’ordine, a livello di capacità intuitive, ma risulta impedito da paure, da blocchi psichici che si porta dietro fin dalla nascita. Comunque, si deve ripetere, questo duo, e la loro azione congiunta, sono quanto di più gradevole si può ricavare dal romanzo fiume. E anche la prima scena del crimine si presenta in termini interessanti, nella sua violenza spropositata, di un eccidio di massa procurato immettendo una bombola di veleno nel sistema di ventilazione di una vettura Alta Velocità, in arrivo alla Stazione Termini, con soppressione di tutti i VIP assisi nel primo vagone. Da qui la caccia alle streghe, risalendo agli esecutori materiali del crimine, che naturalmente sono poveracci, subito repressi, in una specie di corsa a ostacoli, come se gli inseguitori avessero abbattuto un primo ostacolo, ma dovendo subito affrontarne altri successivi. Man mano che la corsa a ostacoli si dipana, passando da una casella all’altra del gioco dell’oca, la verosimiglianza si attenua, perde pezzi e rigore per strada, mentre si para, sempre più evidente, il nemico numero uno, che si presenta con un nome affascinante e carico di mistero, Giltiné. Finché può, l’autore lo lascia nel vago, a pesare come un pericolo senza nome e senza volto, e anche senza corpo. Infatti le apparizioni di questa figura satanica ce la mostrano intenta a sbendarsi, e subito dopo a ricoprire con garze e creme protettive un’epidermide orridamente piagata. Ma l’autore sa solo una cosa, che deve rendere questo spauracchio orripilante e temibile il più possibile, giocando alla rinfusa su ogni carta. E’ un morto vivente, che percepisce le “voci” di chi lo ha preceduto all’inferno? E’ un angelo vendicatore o sterminatore mosso dal proposito di vendicarsi di chi ha infierito nei suoi confronti? Quando si vede costretto a sollevare seppure parzialmente il velo dell’enigma, Dazieri si rifugia nel solito cataclisma di Chernobyl, succursale dell’inferno in terra, da cui, per tentare di salvarli, sarebbero stati sottratti alcuni infanti e messi al sicuro in una “scatola”, ma simile a una cella infernale, quasi per allevarvi insetti velenosi, gli stessi di cui la sopravvissuta si serve nel concepire le mille modalità di morte che semina attorno a sé. E il romanzo per intero non è che una ricerca esasperata di occasioni per permettere a questa incarnazione del Male di scoccare le sue insidie micidiali, che beninteso non hanno effetto sui pochi prediletti da Dio, la coppia degli investigatori, destinati a salvarsi.
Sandrone Dazieri. L’angelo. Mondadori, pp. 448, euro 19,50.

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