Arte

Gianantonio Abate, un favolista per i nostri tempi

Nella mia attività critica mi vanto di aver sempre prestato una “lunga fedeltà” ad artisti e scrittori con cui mi sono sentito in sintonia, usando verso di loro la felice formula inventata da Gianfranco Contini nei confronti di Carlo Emilia Gadda, a cui, viceversa, ho sempre rivolto una “lunga infedeltà”. Ma ritornando alla faccia positiva della formula, essa vale, fra l’altro, nei confronti dei Nuovi Futuristi (Bonfiglio, Brevi, Crosa, Innocente, Lodola, Luraschi, Palmieri, Plumcake, Umberto Postal), nati negli anni ’80, quando si scavalcò il clima del citazionismo nostalgico riprendendo a marciare in avanti e adattando le formule delle neoavanguardie nate a ridosso del ’68 al clima del consumismo sfrenato di quella nuova fin-de-siècle. Ho sempre precisato, nel rivolgere il mio consenso a quel gruppo, che il loro legame col Futurismo storico si poteva scorgere solo rivolgendosi alla svolta impressa al grande movimento dalla coppia Balla-Depero, che ne aveva fatto un avamposto del postmoderno, ben comprendendo come l’urbanesimo non dovesse svolgersi nel clima arido e asettico del Bauhaus, bensì in un recupero di valori decorativi e cromatici più confortevoli. Tra questi nipotini di Depero, che mi vanto di aver portato a esporre proprio nella Casa madre dell’artista, a Rovereto, un posto di spicco è sempre spettato a Gianantonio Abate, che come gli altri ha sempre marciato accettando un postulato di partenza, di dover fare un’arte tridimensionale, superando la pura e semplice superficie dipinta, però senza spingersi troppo in profondità, bensì viaggiando a un pelo di distanza dalle superfici-pareti. Si pensi al caso ben noto di Marco Lodola. Abate ci ha presentato a lungo come delle piattaforme su cui operare innesti, andare a piantare germi capaci di sviluppare organismi “geneticamente modificati”, strane piante e vegetali dove vari regni si ibridavano: quello dei prodotti naturali, di altri puri prodotti di serra, di altri ancora rubati da universi extragalattici i cui germi fossero piovuti dalle stelle tra di noi. Da qualche anno Abate ha operato una svolta, ora felicemente documentata da una coraggiosa Galleria, la Ierimonti di Carla Piscitelli, che da una sede lungamente tenuta a Milano con balzo audace è andata a impiantarsi a New York, in piena midtown, appena a un piano di sopra rispetto alla storica Marion Goodman. Poco prima, la Ierimonti ha reso un omaggio a Salvo, e a prima vista potrebbe sembrare che Abate, nella sua svolta, ne abbia adottato l’adesione a una pittura tutta svolta in superficie, a sfruttare in pieno il fascino di un colorismo allo stato puro. E certo, una parentela, o una discendenza, sono innegabili, ma con gli opportuni adattamenti, per cui le due strade ritrovano alla fine ciascuna un giusto margine di differenza. Il colorismo di Salvo è estatico, se sfida il cattivo gusto, lo fa con la convinzione di riuscire a domarlo, di ritrovare una sorta di paradiso terrestre, di giardino di meraviglie e incanti primari, quasi di sapore angelico. Abate invece non dimentica certo di avere alle spalle cumuli di paccottiglia, di immagini dozzinali, quelle stesse che un artista di prima classe quale Haim Steinbach va a scegliere con tanta cura nei magazzini del consumismo per poi allinearle su scaffali, in scapricciate e contrastanti sequenze. Abate procede allo stesso modo, a una selezione capziosa, del tutto incurante dei rischi del cattivo gusto, ma accetta poi la riduzione in piano, gli oggetti eterocliti vengono schiacciati, e affidati appunto a un colorismo volutamente carico ed esagerato, da cartone animato. Se compaiono degli aeroplanini, sono evidentemente rubati ai giochi di qualche ben attrezzato kinderheim, e le scie ignee o fumose che tracciano in caduta libera assomigliano in realtà a rami di corallo, sottratti a qualche vetrinetta. I lupi che rivolgono i musi aguzzi verso quegli strani corpi cadenti dal cielo fanno ricordare l’apologo della volpe che invano tenta di raggiungere l’uva acerba, e comunque sembrano modellati nel biscuit, in qualche materiale plastico nobile, ma nello stesso tempo decaduto a livello di ciondolo, di cianfrusaglie. Si pensa alla bigiotteria con cui i primi esploratori dell’America incantavano i selvaggi conquistandone la fiducia. Ora noi stessi siamo quei selvaggi, pronti a cedere al fascino di una paccottiglia, purché sofisticata, a venire conquistati da quell’incanto e scintillio cromatico. In fondo, a questo modo Abate resta fedele alla linea dominante del gruppo, che ha sempre trovato un nome-simbolo nei Plumcake, pronti a ingigantire i ciondoli-premio inseriti in merendine e in altri dolcetti di poco prezzo, da portare a dimensioni gigante, monumentali. Solo che ora Abate rinuncia al rilievo plastico per svolgere una pura “fabula de lineis et figuris”, cercando che l’intensità dei colori sia di compenso alla perdita di rilievo. Del resto, il bambino, o scolaretto astuto-ingenuo che presiede all’intera operazione viene effigiato in uno di questi “cartoni”, e compare pure un Napoleone come tema di studio, disceso al livello di una figurina Panini, di quelle da collezionare. Ma ora è l’intero universo che, nell’abile trattamento del nostro Abate, si cala in questa dimensione di favola per la nostra umanità, tanto esperta e rotta a ogni insegnamento, ma anche tanto regredita a uno stato di disarmata innocenza.

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Letteratura

Wu Ming 2: un sentiero per metà valido

Il volto inverso, di una lunga, o quanto meno tenace infedeltà, è sempre stato da me rivolto al collettivo che si fa chiamare Wu Ming, da quando esso è sorto degli anni ’90, dandosi a industriose operazioni di “nuova epica”, per menzionare una classifica che li vede opposti a un “new realism”, cui aderisco più volentieri. Le loro rivisitazioni di momenti cruciali della storia, la Riforma protestante, le guerre di religione, la Rivoluzione francese, mi sono sempre sembrate aride, disperse in dettagli marginali da cui non ci si solleva verso un filo conduttore centrale. Unica eccezione, un romanzo firmato da Wu Ming 2, in collaborazione con Antar Mohamed, “Timira”, che invece mi è sembrato opera coraggiosamente intenta a cavalcare la storia recente, con arditi giochi di sponda tra l’Africa delle nostre colonie e una madrepatria matrigna e insensibile. Ora leggo che dietro l’appellativo di Wu Ming 2 si cela Giovanni Cattabriga, ma la notizia mi giunge nel momento in cui questo autore ha lasciato, non so bene per quali ragioni, i colleghi del gruppo e si presenta con un nuovo prodotto, “Il sentiero luminoso”, mettendo di lato un intervento di piena e dichiarata natura narrativa per visitare il genere già assai ben frequentato del viaggio compiuto a piedi, dandosi cioè alla “viandanza”, come viene detto con termine significativo. Cattabriga non è nuovo, nel praticare questo filone, in quanto dichiara un precedente “Sentiero degli dei”, peraltro sfuggito alla mia attenzione. Questo filone narrativo risulta già ampiamente frequentato proprio nel fertile terreno bolognese, dove infatti troviamo le avventure molto ingegnose consumate da Enrico Brizzi, che hanno il vantaggio di non affidarsi solo alla descrizione dei luoghi, con relative consonanze storico-culturali, ma di infilare nello spiedo nuclei di trama consistenti e invasivi, così da sfiorare l’intrigo poliziesco. Cattabriga disdegna un simile complemento o arricchimento, preferendo puntare tutto sulle risorse offerte dall’itinerario affrontato, che si snoda da Bologna fino a Milano, assumendo un compito difficile. Infatti i percorsi in pianura rischiano di apparire monotoni e desolati, a differenza di quelli in montagna, arricchiti da panorami che mutano ad ogni svolta. Per ovviare al rischio di una monotonia che il percorso prescelto potrebbe presentare, l’autore dichiara, con tratto felice, di trasformarlo in un “wikisentiero,” dove cioè la pochezza del dato paesaggistico è largamente compensata dall’abbondanza di riferimenti culturali di ogni tipo, alla storia, alla geologia, ai dati di carattere socio-economico. Del resto, tanti sono gli ostacoli che il nostro viandante ci tiene a dichiarare: difficoltà di procurarsi mappe, carte geografiche, senza rinunciare agli ausili che possono venire dalle visioni satellitari, dal ricorso a google e ad ogni altro aiuto proveniente dalla rete. Ma anche così, la “viandanza” deve fare i conti con la presenza di corsi d’acqua non denunciati dalla cartografia, tanto da dover trarre una morale da tutto ciò: non si creda che le percorrenze di pianura siano più facili rispetto a quelle montane. L’acqua è un ostacolo superiore, più insidioso, meno prevedibile di quanto incontrato su versanti collinosi.
Direi che per tre quarti questa viandanza si legge con piacere e adesione, anche per la possibilità di associarsi al viaggiatore, mettendo a confronto con lui quanto ci risulta da qualche nostra esperienza personale. E poi ci sono tante illuminazioni, di toponomastica, tanti dotti indietreggiamenti al passato. Ma man mano che procede verso la meta, sembra quasi che l’Autore sia preso da timore circa la natura esigua del suo intrattenimento, e allora decide di rafforzarlo con robusti inserimenti ideologici. Qui purtroppo si ripresenta l’”infedeltà” da me dichiarata verso l’intero gruppo, troppo “politically correct”, nel senso di un sinistrismo inossidabile, contro cui protesto regolarmente proprio in queste pagine, e la dissidenza operata dall’appendice “2” non la sottrae al carattere comune. Poco alla volta il nostro viandante dichiara tutta la sua ostilità ai grandi lavori, inveisce contro l’Alta velocità, ovviamente è un No Tav convinto, retrocede nel giudizio e nella condanna fino a Enrico Mattei, come se la scelta della nostra nazione effettuata attraverso di lui di sfruttare gli idrocarburi fosse stata un tragico errore. finoDa qui si giunge all’appendice dell’Expo, contro cui, beninteso, vengono indirizzati ironici sberleffi e contestazioni, mentre una piacevole adesione può continuare ad accompagnare l’attraversamento di cascine e rogge del buon tempo antico. Altro tema di uguale portata sociale è il continuo riferimento all’epopea partigiana, con puntuale ricordo di ogni luogo dove siano state eseguite sentenze di morte da parte dei tedeschi e dei repubblichini. Per carità, io non voglio certo dissociarmi da questo rito, anch’io partecipo di quei valori costitutivi della nostra Repubblica, ma anche qui c’è modo e modo di celebrarli, quello del Wu Ming di turno è un po’ troppo ossequiente, non concede nulla a legittimi sospetti e riletture, che magari riguardano uno dei nodi più celebrati di quel martirologio, l’eccidio dei Fratelli Cervi. C’è ormai la tesi che essi, essendo partigiani di parte bianca, vennero tacitamente abbandonati alla vendetta dei nazi-fascisti dagli intolleranti compagni di parte rossa. Del resto, basta leggere Fenoglio, per constatare quanto il panorama della resistenza fosse più animato e controverso, rispetto a certe immagini ufficiali che se ne danno. Niente da fare, quando un membro del sodalizio Wu Ming, anche se uscito dal branco, tocca la storia, diventa un conformista di sinistra. Meglio che il “wikisentiero” continui a insistere sul valore privato e personale della pur ammirevole performance compiuta.
Wu MIng 2, Il sentiero luminoso, Ediciclo Editore, pp. 286, euro 18,50.

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Attualità

Domenicale 22-5-16 (Bagnasco)

Il fatto del giorno può essere lo sgradevole, inattuale, ingiustificato intervento del cardinale Bagnasco, alla testa dell’Episcopato nostrano, contro la legge, finalmente approvata, che regola le unioni civili. Fra l’altro, ma questo ovviamente Bagnasco and Co. non potevano saperlo, questa presa di posizione contrasta tristemente con la scomparsa di Pannella, di colui che è stato il paladino delle cause avverse, guidando il popolo italiano a respingere i reazionari rigurgiti curiali rivolti a cancellare il diritto al divorzio e all’aborto. Pare che l’esperienza non insegni nulla, la CEI vuole rinnovare sfide a suo tempo rintuzzate dalla sensibilità comune, in un’epoca in cui quella stessa sensibilità è andata oltre e oggi sarebbe sicuramente più ostile a quelle mosse. Che fra l’altro risultano del tutto sproporzionate, la legge appena approvata evita accuratamente di identificare le unioni omosessuali al matrimonio, il che appare del tutto opportuno, anche per rispetto del termine stesso di matrimonio e di quanto ha implicato nel costume e nella storia. Ma la parità di diritti tra le coppie omo e etero appare del tutto in linea con i nostri attuali standard di vita e di giudizio. E’ stato perfino accantonato il motivo della step adoption, anche se c’è da chiedersi se nel caso di un povero minorenne privo di uno dei due genitori il buon senso non indichi la via di affidarlo all’altro genitore superstite, anche se passato a praticare l’omosessualità, piuttosto che sbatterlo in un orfanotrofio, o metterlo in adozione. Ma a porre rimedio a questo stato di disagio potrà provvedere in via del tutto normale un giudice incaricato della tutela. Del tutto gratuita e infondata, poi, è la supposizione che questa legge apra la strada all’”utero in affitto”, non ve ne sono tracce, e sicuramente con questo parlamento un provvedimento del genere non passerebbe mai.
C’è però, in questo accanimento della CEI, un aspetto sconcertante che non è stato rilevato, perfino da Pannella che sul letto di morte ha scritto una epistola al “caro Francesco”. Non è che il nostro amato papa sta facendo il gioco delle due carte? A sé avoca gli aspetti magnanimi e generosi, tolleranti e aperti, riservando alla curia quelli antipatici e rancorosi. Ma non è lui il dominatore indiscusso del cattolicesimo? Si potrebbe obiettare che anche in ciò sta un aspetto positivo del suo pontificato, che lo vede fare un passo indietro rispetto all’angusto scenario italico, per entrare nei panni di una concezione globale. Ma proprio lui, fin dall’inizio, ha insistito nel fatto di essere prima di tutto il vescovo di Roma, e dunque quanto decide proprio l’episcopato in cui ha un ruolo così importante non gli può essere indifferente. Forse è questa la medesima ragione che gli ha consigliato di esprimersi in italiano, mentre assai più conveniente a una missione internazionale sarebbe stato che usasse lo spagnolo, seconda lingua nel mondo dopo l’inglese, e soprattutto la più parlata proprio dai fedeli del cattolicesimo di tutti i Paesi. E dunque, è tanto difficile per lui tirare per la gabbana l’irruenza di Bagnasco e soci, oppure sta al gioco, dietro cui, in definitiva, c’è anche una parte di adesione personale?
E non è un po’ troppo poco limitarsi a concedere ex cathedra alle donne solo un timido accesso al diaconato? Ho già detto altra volta che, pur da laico e ateo, non riesco a capire quale ostacolo teologico ci sia per la Chiesa l’accedere a una totale equiparazione uomo-donna, a cominciare dal sacerdozio. Cari osannatori di Papa Francesco, a cominciare dal semi-convertito Scalfari, non dovreste anche voi tirargli un po’ la gabbana in questo senso?

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Arte

Mendini, un codice che funziona bene

In un saggio da non perdere avviene il felice incontro tra Fulvio Irace, il miglior interprete dell’architettura contemporanea sul supplemento domenicale del “Sole 24ore”, e il maestro assoluto del postmoderno, Alessandro Mendini, con cui questa etichetta ondivaga (anch’io mi ci sono messo di buon impegno a renderla tale) trova tutto il suo significato più appropriato, in coppia con un altro nostro maestro, più anziano di lui e che ci ha già lasciato, Ettore Sottsass Junior. Una mostra al londinese Victoria and Albert Museum, di qualche anno fa, ha attestato puntigliosamente, con la precisione che ci mettono gli anglosassoni, questa comune virtù del duo nostrano. Che dunque non hanno bisogno di venire inclusi nel glamour delle cosiddette archistar, dato che al contrario, se in particolare si parla di Mendini, vale in questo caso il classico “piccolo è bello”, anche se lui non disdegna affatto le creazioni a tutto campo, in una normale attività di progettista di case e musei. Ma certo egli non punta ai maxi-organismi, che per prima cosa esigono che si stacchi il cordone ombelicale da cui sono legati alla penna progettuale. In Mendini, anzi, e gli agili capitoletti in cui è articolato il saggio di Irace lo attestano, si parte da un “sottile filo continuo che non si stacca mai dal foglio”, e che, invece di puntare a far grande, cerca di tracciare reti, retini, di presentarsi addirittura come un ricamo, come un “merletto su carta”. E dunque, non gigantismo, non ricorso a materiali plastici di eccezione, capaci di sfidare i secoli o quanto meno gli agenti atmosferici, ma al contrario l’elogio della “fresca fragilità dei fiori”, ovvero le lodi di un connotato di “fragilismo”, che, lo si ammetterà. non entra certo nel repertorio delle archistar, si tratti pure dei da me molto amati Hadid e Calatrava. In realtà, l’esame della creatività mendiniana porta a un apparentamento con i viaggi di Gulliver, infatti quello che conta è una “perdita dell’unità di misura”, per cui dal modesto utensile casalingo nulla vieta di risalire appunto all’edificio di vaste proporzioni, ma pur di non far venire meno i vantaggi di un vincolo, di una stretta relazione tra le parti, come in un organismo vivente. Compito principale di Mendini è quello di mettere le “cose in relazione tra loro”, così da farle diventare come i personaggi di una commedia dell’arte. Ecco quindi che egli non disdegna di mettere il suo ingegno al servizio dell’Alessi per progettare cuccume, cavatappi, ogni altro umile strumento dei nostri interni domestici, che così viene sollevato al livello di un folletto amichevolmente ghignante e confortante, come in un cartoon adatto anche all’infanzia. E l’altra impresa ben nota è quella che lo ha visto pure mettere la sua progettualità a disposizione degli orologi swatch, accogliendone in pieno l’esigenza di essere policromi, sgargianti, provocanti. L’unità di confluenza e di raccolta di queste varie proposte sono le stanze, teatrini dove si interpreta una bonaria, piacevole commedia dell’arte con attori quasi presi dalla strada, compiaciuti della loro provenienza dal basso, in stretta vicinanza con la cultura Pop. Altra nota distintiva, rispetto alle creazioni monumentali delle archistar, è la presenza del colore, pettegolo, insinuante, pronto a esercitare un ruolo deflazionante, contro la prosopopea di certi mobili di vecchia stagionatura e nobiltà, come le poltrone, che pretendono di ammantarsi di aura, come sarebbe la poltrona su cui forse Proust schiacciava un pisolino. Ma eccola degradata, o invece promossa? da un’invasione di brufoli, come una scarlattina provvidenziale e redentrice. Infatti uno dei proclami che suonano più irriverenti, in questo codice originale, sta nell’affermare che “progettare è dipingere”. L’ultimo attributo ugualmente fertile sta nell’elogio del “together”, del mirare non a una prestazione singola, solitaria pur nella sua magnificenza, ma invece a una prassi collettiva, nel nome di una intera comunità.
Fulvio Irace, Codice Mendini. Le regole per progettare. Electa, pp. 365.

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Letteratura

Jeeg Robot, eroe positivo

Di nuovo mi avvalgo della sempre da me dichiarata affinità tra narratologia e critica cinematografica per dire bene di un ennesimo film italiano, pur dal titolo improbabile, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, del regista Gabriele Mainetti, oltretutto presentato come appartenente al genere della fantascienza o dello “horror”. Così è, in termini letterali, ma quelle male piante vengono innestate su un fertile terreno italico, romanesco per la precisione, così da farne un gustoso prodotto degno di una “festa de noantri”, al modo di quanto era già avvenuto con “Suburra” di Stefano Sollima, da me ugualmente apprezzato. Beninteso sono evidenti i furti dal massimo Tarantino, ma l’arte, la cultura in genere vivono di citazioni e recuperi, nulla di male purché il trapianto avvenga in modo appropriato e intelligente. Qui si parte da un povero diseredato, un triste “senza famiglia” che vive di piccoli furti, ai margini con la malavita, ben rappresentato dalla dura maschera di Claudio Santamaria, pronto a sfidare Scamarcio. Inseguito dagli sbirri, il protagonista si rifugia tuffandosi nel Tevere, dove inala i flussi mefitici emananti da strani bidoni che hanno il potere di mutargli il codice genetico facendo di lui uno Spider man o un Uomo mascherato, e qui sta appunto la manifesta derivazione dai fumetti, con la medesima caratteristica di non sapere, in un primo momento, di aver acquisito il dono di una immunità totale. Precipitato da un alto edificio, dopo un intontimento provvisorio il nostro eroe si risolleva più forte di prima, mentre i colpi d’arma di fuoco gli si rimarginano senza bisogno di cure particolari. Continuando nel suo spirito di triste solitudine, egli disprezza dapprima la figlia disabile di un compagno di delinquenza rimasto vittima di uno dei suoi crimini, ma poco alla volta viene da lei sedotto, avviato a partecipare a una vita sentimentale, pur non rinunciando a farla vittima di uno stupro brutale. L’enorme forza muscolare così acquisita per via taumaturgica viene da lui inizialmente adibita al latrocinio, come lo svellere uno sportello di bancomat, ma poi egli la devia verso le buone cause. Come un novello King Kong ingrange la porta di un autobus in cui la tenera preda si era rifugiata, ma soprattutto ingaggia una lotta spietata con una banda di malviventi antagonisti che vogliono strappare alla fanciulla il segreto di un carico di droga che ritengono esserle stato lasciato in eredità dal padre. Una felice invenzione del film è di suscitare contro questo “burbero benefico” o “eroe involontario” un suo uguale e contrario. Infatti il capo di una banda avversaria, ben interpretato da un mefistofelico Luca Marinelli, finisce per bere anche lui la medesima pozione misteriosa, e dunque riceve a sua volta il dono dell’immunità. Da quel momento si scatena una lotta senza esclusione di colpi tra il paladino del bene e l’esponente del male allo stato puro, con un rapido trasmutare di scenari, sempre all’insegna del grandguignol compiaciutamene eccessivo, alla maniera di Tarantino. Inoltre Mainetti ruba anche da un repertorio ben acquisito il tema dell’attentato che qualche maniaco o vendicatore tenta di portare in uno stadio colmo di pubblico. La battaglia tra i due personaggi fumettistici si svolge, forse un po’ troppo allungata ed eccessiva, allo stadio olimpico e sulle rive del Tevere, dove alla fine entrambi precipitano trascinandosi dietro la carica esplosiva, che alla fine scoppia senza far danno in acqua. Forse, già che c’era, il regista poteva dotarla di un più ampio zampillo. Come succede in questi casi, quando due mitici combattenti precipitano, coinvolti in un abbraccio mortale, c’è un momento di suspense, ma poi il bene trionfa, infatti dalle torbide acque del Tevere balza fuori la testa del “cattivo”, orrido lacerto, e dunque ha vinto l’eroe positivo, come lo stesso protagonista dice di se stesso affacciandosi sul panorama di Roma. Ma un tributo estremo al male è stato pagato, infatti la tenera fanciulla (l’attrice Ilenia Pastorelli), non insignita del dono dell’immunità, è stata raggiunta da un fatale colpo d’arma da fuoco, morendo tra le braccia di Jeeg Robot, e così riscattandolo del tutto alle leggi dell’amore.

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Attualità

Domenicale 15-5-16

Tra i molti personaggi altolocati che frequentano i talk show e le pagine dei giornali autorevoli, come il Corriere della sera, la Repubblica e l’Espresso, io distinguo i buoni e i cattivi, ovviamente secondo il mio insignificante giudizio. Nella categoria dei primi metto Paolo Mieli, equilibrato e ben ponderato nelle sue riflessioni, mentre in quelli di un ex-direttore, come lui, del Corrierone metto Ferruccio De Bortoli, che nel salotto della Gruber ha osato dichiarare che al referendum voterà per il no, un voto che, come vado a dire, qualora vincesse, precipiterebbe il nostro Paese nel caos. Ma certo in questa lista di reprobi un nome che spicca, sempre a mio avviso, è quello di Michele Ainis, assurto nel giro di poco tempo, non so bene per quali virtù, ai primi posti in una scala meritocratica. Mi ero già espresso contestandolo, e cercando anche un’occasione di dialogo, visto che in coda ai suoi articoli mette la propria email, ma evidentemente dall’alto della sua posizione ha disprezzato il povero untorello che qui scrive. Nell’ultimo “Espresso”, oggi ancora in edicola, si è pronunciato, da costituzionalista quale sembra essere con tanto di patente, proprio in merito al referendum, ma incorrendo nella massima colpa, degli ignavi, di quanti cioè non si pronunciano, e indicano mali nell’uno e nell’altro caso. Io sono ben lungi dall’essere un costituzionalista, tuttavia un normale buon senso mi porta a dire che le sue osservazioni sono risibili e infondate, mosse dalla pretesa che, vinca l’uno o l’altro fronte, ne seguirebbero guai e paralisi. Supponiamo che vinca il sì, come io mi auguro e spero con tutto il cuore. Anche un bambino saprebbe che l’abolizione dell’attuale senato non implica affatto una applicazione immediata, si dovrebbe attendere la prima scadenza elettorale. Allo stesso modo la corte costituzionale, nonostante che abbia dichiarato illegittimo il Porcellum, si è affrettata a chiarire che i deputati giunti alla Camera attraverso di esso restano al loro posto, fino alla scadenza naturale, in barba a quanto pretendono le opposizioni. Ovvero nel caso di pronunciamenti di questa natura manca del tutto la regola di un’applicabilità immediata. Invece disastrosi sarebbero gli effetti di una vittoria dei no. Mi sembrerebbe del tutto corretto che Renzi prendesse la cosa come una bocciatura del suo operato nell’azione più caratterizzante di questo, e desse quindi le dimissioni dal ruolo di premier. Che fare? Tutti pensano che il presidente Mattarella sarebbe riluttante a sciogliere il Parlamento, ma in che modo vi si potrebbe costituire un’alleanza possibile? Attraverso quali alchimie e matrimoni indebiti? Se invece, magari dopo mesi di vani tentativi alla maniera della Spagna, decidesse di mandarci alle urne, con quale legge elettorale si andrebbe al voto? Temo con un proporzionalismo perfetto e con la sussistenza di un bicameralismo ugualmente perfetto. Bel risultato, roba da far venire la pelle d’oca solo a pensarci. E dunque, meditate, genti, meditate.

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Attualità

Domenicale 8-5-16

Il problema dei problemi è pur sempre quello, di proporzioni epocali, della migrazione di popoli dal Sud verso il Nord. Purtroppo in questo dramma i due fronti del suo svolgimento non sono equipollenti, Quello che avviene da Siria, Iraq, Afganista per via di terra e attraverso la Turchia può trovare in questa una tappa di accoglimento, quasi un lazzaretto, e così è stato, i Paesi dell’EUR bene hanno fatto ad assicurare alla Turchia un congruo finanziamento perché trattenga le masse in fuga su quel versante della carta geografica. Si potrà osservare con qualche amarezza la disuguaglianza di comportamenti, un’Europa a prevalente conduzione centro-nordica ha trascurato le richieste di aiuto proveniente da Italia e Grecia, mentre si è subito mossa non appena si è sentita minacciata dalla rotta balcanica correndo ai ripari. E’ insomma latente un certo disprezzo per il versante mediterraneo dell’unione europea, che si considera fatto di parenti poveri e straccioni, su cui è lecito nutrire diffidenza. In effetti, diciamo la verità, noi siamo stati e siamo perfetti nel salvataggio in mare di chi parte dalle coste libiche e si mette nelle mani criminali degli scafisti, e dunque Lampedusa e Lesbo meritano davvero, come si suggerisce, di ricevere il Premio Nobel per la pace. Ma i nostri campi di accoglienza sono volutamente dei colabrodo. Qualche giorno fa ne ho sentito un responsabile confessare bellamente che la gran parte delle donne ospiti di questi campi di concentramento se ne va per darsi alla prostituzione, i maschi evadono e tentano le rotte del Nord, il che può provocare qualche legittimo lamento da parte dell’Austria e della Francia con la tentazione di bloccarli al Brennero e a Ventimiglia. Noi siamo un Paese OK per il salvataggio, ma non certo per la residenza e la ricerca di lavoro. Ma allora, potremmo noi stessi proporci per un ruolo simile alla Turchia. La comunità europea finanzi, con la medesima abbondanza, dei centri di accoglimento e di contenimento “comme il faut” presso di noi, da cui si potrebbe uscire solo attraverso filtri controllati e razionali. Si dimentichi però, nel nostro caso, la risibile formula della rimpatrio di chi non avrebbe titolo per essere accolto. I nostri clienti vengono da Paesi del Centro Africa assolutamente indisponibili a riprenderseli, come invece potrebbe accadere nel caso della soluzione turca. In definitiva, la guerra sia in Siria che nelle altre zone del Medio Oriente dovrà pure finire, e dunque parecchie persone potrebbero desiderare di rientrare in patria, accettando quindi di essere parcheggiate, in modi confortevoli, nel suolo turco, senza pretendere di stanziarsi in Germania e in altri paesi del Nord Europa.
Ritornando al nostro settore travagliato, ho emesso più volte la richiesta di sapere se qualcosa è cambiato, se sono in atto respingimenti per cui la migrazione via mare si sia attenuata. Infatti non ci pervengono più bollettini drammatici di centinaia di vittime per naufragi. La soluzione ideale sarebbe di istituire in Libia qualcosa di analogo a quanto fatto in Turchia, cioè una enclave che trattenga le folle provenienti dal Sud Africa, ma purtroppo perché una soluzione del genere sia possibile bisogna attendere la pacificazione del Paese africano, che si accordi con l’Europa nello stabilire un’area protetta di rifugio dei migranti, magari con una cintura protettiva stabilita con la collaborazione di nostri soldati. Ma sono ipotesi per un futuro non si sa quando possibile.
Quanto poi a intervenire a monte, cioè nei Paesi africani da cui proviene la maggior parte dei migranti, al momento là non si trovano le condizioni utili, però questa potrebbe essere una sfida di portata a lungo termine, anche per la nostra economia. Inutile illudersi, ormai siamo condannati a un PIL che cresce a coefficienti da “prefisso telefonico”, e a una disoccupazione giovanile irrimediabile. L’avanzata dell’automazione robotica e informatica è destinata ad accrescere appunto gli indici di disoccupazione, e allora si deve puntare a una “fuga” non solo di cervelli ma anche di mano d’opera che le nostre aziende, anche dello stato, dovrebbero pianificare, andando a creare fabbriche nei Paesi africani del sottosviluppo, fornendo occasioni di lavoro, qualificato e allettante per la nostra gente, tale per i nativi da offrire loro finalmente una possibilità di sussistenza, evitando l’esodo verso le zone ricche del pianeta. Le ingenti risorse minerarie delle terre d’Africa ora degradate potrebbero essere sfruttate sul posto per avviare programmi di produzione di merci alla portata di quelle popolazioni. Credo che questa sia l’unica soluzione possibile nei tempi lunghi del nostro secolo.

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Letteratura

Moresco: un “Addio” al solito ridondante

Purtroppo Antonio Moresco c’è cascato ancora. Ho appena finito di deplorare le mille e più pagine degli “Increati” usciti l’anno scorso, che già egli ci propone, pur in misura ridotta di un terzo, “L’addio”, ma incorrendo nel medesimo reato di bulimia incontenibile, di mancanza di freni, di stancanti ripetizioni senza un briciolo di controllo. E dunque, si rinnova in me, e suppongo in altri, la deplorazione per non ritrovare più in lui il magnifico estensore dei “Canti del caos”, l’opera del 2009 in cui compendiava un più che decennale laboratorio colmo di ottimi esiti, da porlo in squadra con Aldo Busi nella pratica di un forte, incalzante espressionismo, a sua volta erede di qualche traccia del miglior Gadda. Ma a dire il vero già in quell’”opus magnum”, verso la fine, baluginava il sospetto che il cavallo di razza stesse per “rompere”, passando da un trotto ben registrato a un galoppo frenetico e smodato, come mi avveniva di osservare, con qualche preoccupazione per il futuro di questo narratore, recensendolo su “Tuttolibri”. Poi mi era stata data ancora licenza di recensire il successivo “Gli incendiati”, 2010, prima che la mia collaborazione a quel supplemento venisse “rottamata” d’ufficio (di chi e per quali colpe mie?). Già a quell’altezza Moresco usava e abusava di una invenzione in sé ingegnosa e passibile di valide applicazioni, che era di praticare una specie di equipollenza tra la vita e la morte, con personaggi che appunto trapassavano tranquillamente, ma continuando a fare dall’altra parte quanto erano abituati a praticare finché erano rimasti tra di noi, e dunque le due facce del cosmo risultavano un po’ troppo paritetiche. Mi è rimasta in sospeso una recensione al successivo “Lucina”, 2013, dove già compariva un ingrediente che avrebbe potuto essere la carta vincente di questa ultima prova, cioè l’inserzione di una presenza infantile che emette deboli segnali di sussistenza inducendo il narratore a una laboriosa ricerca. Ma poi, anche in quell’occasione si giungeva a scoprire che il bambino era deceduto, senza che nulla cambiasse nel ritmo di vita, suo e di ogni coetaneo, e dunque era tenuto a recarsi ogni giorno a scuola, come avrebbe dovuto fare se fosse stato ancora nel mondo di qua. Moresco infatti frequenta, magari senza ammetterlo, la narrativa e il cinema dello horror, nel che non c’è nulla di male, ma dovrebbe studiare un po’ meglio i marchingegni attraverso cui i maestri del genere, Stephen King per il versante cartaceo, il regista Alejandro Amenàbar de “Gli altri” per quello filmico, insegnano come si può superare la soglia fatale.
Infatti in questo “Addio” il dato più noioso e insostenibile è l’assoluta eguaglianza dei due universi. Il protagonista, tale D’Arco, agente di polizia, confessa fin dalle prime battute di essere stato ucciso, crivellato di colpi che lo hanno ridotto a un colabrodo coprendo di cicatrici la sua pelle, ma del regno dei morti di cui ora è abitatore non sa dirci nulla di essenzialmente diverso da quello dei viventi, nell’uno e nell’altro si accalcano le medesime folle sterminate, disperse in strade e abitazioni che condividono il medesimo squallore. Non solo, ma ad aggravare la sostanziale identità tra i due universi, e dunque la caduta di un decisivo valore narrativo nell’evocarli, ci sta anche la facilità, o diciamo meglio l’indifferenza con cui il nostro D’Arco passa dall’uno all’altro, qui appunto il nostro narratore dovrebbe inventare qualche marchingegno per rendere difficile il passaggio, o quanto meno per legarlo a determinate regole da rispettare, evitando che il transito si riduca a una passeggiata indifferenziata, come lanciare in aria i due versi della stessa medaglia, senza riuscire a distinguerli.
L’altro elemento che potrebbe dare spessore ed emozione alla vicenda è un lontano pigolio di bambini che si lamentano, nel che evidentemente Moresco si ricorda della “Lucina” sopra menzionata, trasferendo la minuta testimonianza infantile da un ambito di segnaletica luminosa a uno di natura acustica, e diciamo pure che quegli sparuti gridi di un’infanzia maltrattata, come esili pigolii di nidiate di uccelli sottoposte a minaccia, funzionano abbastanza bene, e qualche interesse lo provoca pure l’ingegnosa “caccia al tesoro” con cui il defunto cerca di reperire da dove vengano le deboli risonanze. Lo scoprire che quei fanciulli sono stati vittime di nefande torture fa scattare in lui la natura del vendicatore, col proposito di rientrare nel nostro mondo dove imperversano i malvagi oppressori della povera infanzia. Accanto a D’Arco, c’è pure uno di quei bambini che lo aiuta e si erge a difensore spontaneo della sua condizione umana così oppressa e perseguitata. Ma poi, posti in scena questi elementi che potrebbero movimentare la storia, Moresco cade nel solito difetto di una ridondante moltiplicazione di effetti speciali, di scontri e duelli senza fine, tra la coppia vendicatrice e i “cattivi” che li assediano da tutte le parti, come in un film di Tarantino, ma senza i colpi di genio del regista statunitense.
Antonio Moresco, L’addio, Giunti, pp. 274, euro 15.

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Arte

Le ingegnose acrobazie di Roberto Barni

Oggi stesso si chiude alla Malborough di Madrid una personale dell’artista pistoiese-fiorentino Roberto Barni (1939) dal titolo “Derecho a revès” (“Dritto su rovescio”?). Se questa fosse una sede cartacea ufficiale, non mi sarebbe lecito parlarne perché evidentemente mancherebbe a qualsiasi lettore la possibilità di andare a vedere di persona, ma siccome si tratta di una sede del tutto privata e virtuale, posso ben affidarle un commento a posteriori, per onorare un caro e stimato amico, fin dagli anni Sessanta in cui, assieme ai compagni Umberto Buscioni e Gianni Ruffi, ha costituito la Scuola di Pistoia, eccellente contributo al panorama della Pop Art in Italia, anche se i tre hanno sempre dovuto scontare il peccato di vivere in periferia e di venire talvolta trascurati. Tra loro, Ruffi è stato il più fedele alle sue invenzioni plastiche, a gara con Pino Pascali e in anticipo su Maurizio Cattelan. Infatti esse hanno sempre giocato sull’operazione di tradurre in forme concrete, tridimensionali, certe frasi metaforiche, come “La luna nel pozzo”, o “La via lattea”, quest’ultima, per esempio, affidata a una scia di contenitori tetrapak con dentro il liquido casalingo. Buscioni è rimasto fedele a un suo stile che è sempre stato di scorticare le immagini, come gli indiani scotennavano le loro vittime, anche se con gli anni questi accurati prelievi, di epidermidi felicemente policrome, hanno abbandonato una chiassosa attualità “popolare” andando a saccheggiare le risorse museali, cioè immagini sacre e preziose. Qualcosa di simile ha fatto anche Barni, passando quasi a militare nel fronte degli Anacronisti e andando a costituire immagini nobili, di gusto “gotico” o manierista, lunghe, affilate, dinoccolate, con teschietti aguzzi, appuntiti. Ma forse l’aspetto più efficace di questo suo mutare di pelle sta nell’essere passato dalle due alle tre dimensioni, nell’aver affidato cioè queste icone stilizzate alla scultura, e in una delle sue versioni più tradizionali, il bronzo, magari ulteriormente nobilitato da patine tali da conferire alle statuette un’aura magica. In sostanza, Barni si è procurato una specie di regolo, di componente primaria, con cui procedere poi a costruzioni ardite, degne di raffinati esercizi acrobatici, come in un circo i cui adepti ci appaiono pronti a ogni equilibrismo. Magari c’è in questo un qualche riferimento al Circo di Calder, o alla magrezza estenuata delle stele erette da Giacometti. Ma appartengono del tutto a Barni l’agilità, l’estro con cui questi suoi gnomi in senso contrario, affetti cioè da una estenuazione straordinaria, movimentano lo spazio, montando in groppa gli uni sugli altri, come a costruire castelli di carte, e sfidando le leggi della statica. Basterebbe poco per vedere quelle tenui costruzioni afflosciarsi di colpo, tanta è la sfida alle buone leggi della stabilità. Infatti non di rado alcune di quelle icone filiformi si mettono di traverso, bloccando la crescita delle altre secondo una verticalità regolare, e dunque posta sotto la protezione delle leggi di gravità. O addirittura in qualche caso una di quelle creature, più spregiudicata di altre, entra nel coro ma a testa in giù. Oppure si dischiude un bel gioco alterno tra gambe divaricate e altre che invece si stringono su un unico asse, col che l’intera stringa assume l’andamento di una specie di onda vibrante, a fasi alterne, di anse e di restringimenti. Viene quasi la voglia di chiedere all’autore il permesso di partecipare a quel gioco, di variare cioè le posture di quella folla di figurette, non fosse per il peso delle fusioni in bronzo che in genere si assestano attorno al metro di altezza. Ma certo almeno a un livello virtuale a un tale gioco, di una specie di “ questo l’ho fatto io”, si può partecipare, anche da lontano, come sto facendo io stesso in questo momento.

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Arte

La Biennale del disegno a Rimini

La Biennale del disegno di Rimini, giunta alla seconda edizione, sta assumendo proporzioni imponenti, merito di Massimo Pulini che l’ha voluta, nelle sue tre vesti, di Assessore alla cultura del Comune adriatico, di docente all’Accademia di belle arti di Bologna e di artista in prima persona, ben coadiuvato dalla principale sua collaboratrice, Annamaria Bernucci. Questa manifestazione guarda alla madre di tutte le Biennali, quella di Venezia, riprendendone la formula del decentramento in una pluralità di spazi, anche se beninteso le varie sedi riminesi non possono competere in magnificenza con quelle della Serenissima, ma hanno anche loro vari titoli di nobiltà, ben valorizzati dall’uso multiplo e di volta in volta appropriato che ne viene fatto. Si potrebbe pure dire che l’iniziativa riminese batte perfino la rivale in quanto abbraccia un arco storico di eventi artistici, come ne dice il titolo generale: “Da Guido Reni a Francis Bacon, da Andrea Pazienza a Kiki Smith”, e non è un bluff, questi autori prestigiosi sono davvero reperibili, tra le centinaia di presenze, di cui certo non potrò dare un elenco completo. Ma soprattutto il pregio migliore dell’iniziativa è di andare ben oltre i limiti del genere, di un disegno affidato a mezzi tradizionali come la matita o l’inchiostro o l’incisione. I partecipanti superano spesso e volentieri questi confini avvalendosi dei materiali più vari, e spaziando oltre i confini, infatti alle pareti o nelle stanze compaiono anche fumettisti, street artists e tante altra trasformazioni in atto, ben al di là del limitato identikit che sembrerebbe appartenere a questo mezzo nella sua conformazione più solita.
Un itinerario da consigliare a un visitatore potrebbe prendere le mosse da Castel Sismondo, in definitiva lo spazio più nobile e onusto di memorie tra i molti mobilitati per l’occasione, e come giusto, dedicato a presenze storiche, rintracciate in via diretta o tramite collezionisti, come è il caso della Collezione Ramo, col cui aiuto compaiono opere grafiche di Adolfo Wildt, Fortunato Depero, Domenico Gnoli, Enrico Baj, Maria Lai. Ma poi i curatori, Annamaria Bellucci in prima fila, intervengono in proprio, ed ecco gli appunti segreti ritrovati nello studio di Mario Sironi, che permettono di capire da dove venivano i suoi grandi, e così attuali, murali. Felice l’intitolazione data a una serie di disegni dello scultore Rambelli, il numero due, dopo Arturo Martini, nell’intera scultura del primo Novecento: “Il volume del segno”, straordinaria infatti è la forza con cui il tracciato grafico, nell’opera del Romagnolo, ruotando su se stesso, e spinto da una incontenibile bulimia, si rende adiposo come un pallone gonfiato. Andando verso la Piazza Centrale, merita una capatina il Teatro Galli che chiude il magico quadrilatero, dove si può ammirare una selezione del numero uno tra i nostri fumettisti, Andrea Pazienza, con la sua fantasia mobile e imprendible, pronta a dare stoccate in ogni direzione. Anche la nobile Biblioteca Gambalunga fa la sua parte, ospitando i lavori iniziali di Pino Pascali. quando lavorava per la pubblicità, e schiacciava le immagini riducendole a delle “sottilette”, per poi procedere a dare loro un’ampia volumetria “in alzato”. Accanto, un grafico per la pelle come Tullio Pericoli, che si porta dietro questa vocazione anche quando la rimpingua con la pittura. Ma certo, il cuore della Biennale si trova nel Museo della città, che ha ingoiato i tre piani di un vecchio ospedale rendendoli del tutto simmetrici ed equipollenti tra loro, e così apprestando una delle più ampie sedi espositive del nostro Paese, con una serie di stanze e corridoi, dove le presenze, a decine, si possono presentare al meglio, magari staccandosi dalle pareti e invadendo perfino i pavimenti, o allargandosi in ampi murali. Pullni e Bernucci si sono presi un piano a testa, lasciandone uno al Losavio, gallerista modenese. Qui, tra presenze ignote che si scoprono con piacere, ne ritrovo altre ben note, provenienti da tutte le generazioni presenti e passate, e dalle più varie tendenze, saluto quindi di passaggio Carlo Cremaschi, Ericailcane, Francesca Ghermandi, Alessando Pessoli, Nicola Cucchiaro, Laurina Paperina, Vittorio D’Augusta, membri di un coro giustamente polifonico, ognuno intento a suonare il proprio strumento. Come se non bastasse l’occupazione sistematica di tutti i luoghi urbani possibili, questa Biennale davvero vorace va a piantare le sue bandierine perfino in località vicine, come Longiano, Cortignola, Sogliano, con un coraggio che non si riscontra neppure nella regina madre, la Biennale veneziana.
Rimini 2016. Profili del mondo, Rimini, sedi varie, fino al 10 luglio.

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