Arte

Keith Sonnier, dipingere con la luce

Molto a proposito la “Lettura” di oggi dedica la copertina, come sempre selezionata con gusto efficace da Gianluigi Colin, all’artista statunitense Keith Sonnier, in mostra proprio a Milano, Galleria Fumagalli, con presenza che viene a interrompere un lungo periodo di assenza di questo artista dalle nostre parti, al punto che, confesso, lo credevo addirittura scomparso, mentre al contrario egli è vivo (nato nel 1941) e del tutto attivo. In esposizione ci sono i suoi “light works”, in sostanza, opere realizzate con tubi al neon, il che mi porta a riprendere un discorso già svolto appena domenica scorsa, ricordando ancora una volta il merito pionieristico del nostro Lucio Fontana, che fin dagli anni ’50 aveva ben inteso quale uso si potesse fare di quel ritrovato tecnologico per invadere l’ambiente, in modo più sostanzioso di quanto egli stesso non facesse bucando o squarciando la tela, dove la tela stessa bloccava l’infrazione e la rendeva meno decisiva. Inoltre, Fontana aveva il merito aggiunto di usare quelle lingue di luce con tratti sinuosi, biomorfi, mentre un suo successore, Dan Flavin, ne avrebbe fatto un uso rigido, rettilineo, secondo i parametri di un Mininimalismo ortodosso. In seguito la parola passò all’artista californiana Bruce Nauman che ben comprese la possibilità di sfruttare al massimo la duttilità, di quei tubicini al neon, fino a forgiare con loro dei numeri o delle parole, sostituendoli così ai mezzi grafici tradizionali, e riuscendo a scrivere davvero con la luce. In tal modo si compiva una staffetta col nostro Mario Merz, anche lui pronto usare la luce come mezzo grafico, si trattasse di scandire i numeri della serie di Fibonacci o certe sentenze decisive per la cultura dei nostri giorni. Ma anche di questo ho parlato domenica scorsa a proposito della magnifica mostra degli Igloos dell’artista torinese allo Hangar Bicocca. I “Light works” del nostro Sonnier sono concepiti tutti all’insegna della duttilità più mossa, quasi che volessero sostituire il pennello quando veniva manovrato dagli artisti dell’”action painting”, sul tipo di Mark Tobey, anche lui campione del West degli USA, come poi Nauman, in stretto dialogo con la calligrafia asiatica, e del francese Georges Mathieu, con le sue stoccate da temibile e ardito spadaccino. Tra Nauman e Sonnier, si compie proprio quel passaggio che a suo tempo io ho definito come l’abbandono dell’Informale “caldo”, cioè affidato alla manualità del pennello, a favore di un un Informale da dirsi freddo o tecnologico, dove appunto il pennello, e la relativa gestualità scoperta e immediata, risultavano sostituiti, ma con pari efficacia, da uno strumento tecnologico. Se si sta a certa borsa ufficiale dei valori, Nauman, almeno qui in Europa, ha oscurato il collega, concorrente, “competitor”, ottenendo una celebrità che però a mio avviso è stata messa a dura prova quando l’artista californiano ha piegato proprio la corsività del neon fino a comporre scenette di basso erotismo, approfittando anche della capacità di quei segmenti di accendersi e spegnersi a ritmo alterno, come avviene in tutti i messaggi pubblicitari, così da dare l’impressione di un movimento, e rendendo palese il compiersi dell’atto sessuale. Ma è stato un modo di “divertirsi”, quasi da fare concorrenza alle insegne dei sex shops. Sonnier si è comportato sempre più seriamente nelle sue applicazioni di quegli strumenti, il che però forse gli è costata quella certa dimenticanza da cui è rimasto colpito, almeno dalle nostre parti. Ma nessuno lo può battere nell’elasticità e felicita con cui ricorre proprio a quelle fiammelle di luce, davvero del tutto simili a pennellate schiette, dotandole prima di tutto del colore, giallo, verde, blu, e poi aggrovigliandole, portandole a intersecarsi tra loro, a sovrapporsi, oppure offrendole in cerchi, in forme più essenziali e geometriche, ma sempre all’insegna della mobilità più pronta e suggestiva.
Keith Sonnier, Light works, 1968 to 2017. Milano, Galleria Fumagalli, fino al 19 dicembre.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Letteratura

Maggiani e il romanzo misto di storia e d’invenzione

Maurizio Maggiani forse non se n’è accorto, ma con le sue ultime opere narrative, “Il romanzo della nazione”, del ’15, e l’attuale “L’amore”, di cui vado a parlare, rientra in pieno della formula manzoniana del “romanzo misto di storia e d’invenzione”, una coesistenza difficile da amministrare, col rischio che una delle componenti finisca per dominare sull’altra. E’ successo a Don Lisander, che dopo i “Promessi sposi” non ha più tentato di vivacizzare i fatti storici con l’aggiunta della trama, il romanziere è morto in lui, sostituito dallo storico puntiglioso e scrupoloso. Qualcosa del genere l’ha rischiata anche, di recente, Antonio Scurati, che col suo monumentale “Mussolini”, mentre ha raccolto una enorme messe di documenti, proprio da storico puntuale, si è visti ristretti gli spazi per la “fiction”, mentre nel precedente “Il tempo migliore della nostra vita” aveva tentato un compromesso ingegnoso, da una parte il blocco “storico” corrispondente a una attenta ricostruzione della biografia di un protagonista degli anni attorno alla metà del secolo scorso, Leone Ginzburg, ma affiancato, intervallato, dalle vicende oscure della sua stessa famiglia. Qualcosa del genere lo aveva fatto pure Maggiani nell’opera precedente, in quanto i fatti privati della sua famiglia erano stati messi a riscontro con quelli dei padri fondatori della nostra unità nazionale. Ora invece Maggiani fa saltare le paratie tra una dimensione e l’altra, ci offre un narratore in prima persona, tanto presente e ossessivo da non darci neppure il suo nome, il quale, dalla sua posizione di persona agiata, in possesso di un certo benessere, si china nel pozzo del tempo per andare alla ricerca delle varie fasi della sua esistenza precedente, facendo in modo che gli eventi del tutto privati di questa interferiscano con quelli pubblici. E soprattutto, evitando una esposizione “per filo e per segno”, ma saltabeccando da un capo all’altro di questa trama, come un Marcel pronto ad afferrare la resurrezione del tempo secondo appigli, spunti, suggerimenti del momento. Infine, facendo anche attenzione che nel dosaggio risultante il momento del privato sia più consistente e gratificante, sia per chi scrive che per chi legge, rispetto ai fatti pubblici. Non per nulla in primo piano ci stanno le relazioni sentimentali, o diciamo pure erotiche del soggetto che si confessa, come attesta il titolo di questa confessione, appunto l’amore, che però è parola infelice, come deve ammettere l’io che ci parla, costretto a rievocare una ragazza del passato, di stagioni ruggenti e bellicose, quando “dire ti amo appariva del tutto fuori luogo “ (p. 110). A proclamare con sicumera questa regola era, tra le altre adolescenti frequentate, la “luxemburghiana”, appartenente cioè a una delle varie sette e colorazioni ideologiche che nel corso di questa lunga confessione entrano in accordo o in collisione con il “privato”. Ora in un certo senso colui che narra (non bisogna fare l’errore di identificarlo con lo stesso Maggiani) ha raggiunto la pace dei sensi, vive in convincente accordo con la moglie, e dunque un termine pieno ed enfatico come “amore” potrebbe essere davvero accettabile, ma diciamo la verità, i passi godibili di questa narrazione ci sono quando l’austero commentatore, avanzato negli anni, ci parla dei rumori che dal giardino gli fanno giungere il tasso e la volpe, o quando egli si impegna in cucina, a preparare le frittelle di baccalà, o a pelare le patate. Soprattutto sfilano gli “amori”, ma per fortuna in versioni molto prosaiche e volgari, e trascinandosi dietro, ciascuno di essi, una fetta di tessuto pubblico. Si succedono così la Patri, la Sandra, la Chiaretta, colte, fatte rinascere, ciascuna di loro, assieme a un buona fetta di tessuto storico, per cui, di nuovo, traspare, in punteggiato. “il romanzo della nazione”. In un certo senso si potrebbe dire che ora Maggiani si affida a un enorme monologo interiore che assume anche i tratti a ruota libera, casuali, di una “corrente di coscienza”, quasi alla maniera del finale dell’”Ulisse” joyciano. Ma l’autore deve stare attento, questo continuo frammentare il filo del discorso, questo saltabeccare da un ricordo all’altro, alla fine potrebbe diventare anche stancante, un eccesso di divisionismo psichico può portare a un esito monotono, indifferenziato. In fondo, Joyce, almeno nel suo capolavoro, non si è affidato del tutto alla corrente di coscienza, lasciandola solo come capitolo terminale, mentre nei capitoli precedenti si è valso di fili conduttori, andando addirittura a prendere come guida i libri dell’Odissea. In altre parole, caro Maggiani, faccia attenzione, un po’ di disordine nell’afflusso dei ricordi e delle sensazioni può essere piacevole, ma un loro accumulo disordinato può alla lunga risultare difficile da sopportare. Ovvero un affluire eccessivo di eventi porta quasi a spegnerli, ad azzerarli.
Maurizio Maggiani, L’amore, Feltrinelli, pp. 195, euro 16.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Attualità

Dom. 11-11-18 (Cazzullo)

Stimo abbastanza Aldo Cazzullo, come del resto gli altri opinionisti in forza del “Corriere della sera”, per esempio Paolo Mieli, Beppe Severgnini, mentre più difficile è il mio rapporto con i collaboratori esterni, detesto i predicozzi di Galli Della Loggia, dissento in pieno dal liberalismo di Francesco Giavazzi, ho umori a sensi alterni con Angelo Panebianco, Ma tornando a Cazzullo, non ho condiviso una sua polemica con un lettore, nella rubrica “risponde” di martedì 6 novembre, a proposito di D’Annunzio e dei suoi rapporti con la Grande Guerra. Del resto, molto sinceramente Cazzullo ha dichiarato che nei suoi giudizi sul Vate è condizionato da un’insegnante avuta al liceo che glielo ha presentato in termini molto negativi, sul piano ideologico. Il che lo ha portato a bacchettare il Comandante imputandogli di essere stato un interventista, un guerrafondaio, un cinico condottiero portato a spingere alla morte centinaia di poveri soldati. Il tema è grosso e forse senza soluzione. Nel 1915 era meglio intervenire o no? Sbattere sul tavolo della pace la immane cifra di un milione di caduti, per meritarci la consegna di Trento e Trieste, o invece astenerci dal conflitto e ricevere quelle stese terre dall’impero austroungarico come premio per la nostra neutralità? Francamente non so cosa avrei pensato in quel momento drammatico, forse davvero era meglio astenerci dall’entrata in guerra. Ma, tornando al Comandante, è sicuramente vero che egli ha voluto la guerra per spirito guerrafondaio, per esaltare il suo eroismo, da autentico cavaliere all’antica o da samurai, dedito alla singolar tenzone, di cui infatti ha dato prove tangibili, imbarcandosi per temerarie imprese su agili imbarcazioni o su fragili velivoli, fino al famoso infortunio che gli è costato la perdita di un occhio, Ma è altrettanto sicuro che proprio nel corso della Guerra è avvenuta una mutazione in lui, egli ha capito la presenza dell’”umile fante”, del popolo affamato, negletto, sfruttato dalla borghesia, che peraltro era la sua stessa classe d’origine. Ci sono dichiarazioni sincere in lui quando dice di inchinarsi proprio davanti all’”umile fante” e di sentire l’obbligo morale di innalzare un altare in suo onore. Una cosa si può dire, che sul fronte il proletariato italiano, oltre a fare qualche passo verso un’unificazione linguistica della comunità nazionale, ha raggiunto un’unità di classe. E’ quanto un allora giovane scrittore in erba, Curzio Malaparte, ha capito a meraviglia, dandoci quello straordinario pamphlet che si intitola “Viva Caporetto” dove viene svolta una tesi estrema ma in sostanza veridica, che proprio in occasione di quella disfatta i poveri fanti hanno capito che il vero nemico era nelle retrovie e dunque bisognava invadere l’Italia per colpire il vile borghese che li aveva mandati mal attrezzati a morire sulle trincee. Credo che, anche senza gli orrori della guerra, in quel momento storico ci sarebbe stato comunque lo scontro tra un proletariato oppresso, sfruttato in mille modi, e la borghesia, ovvero l’Italia si sarebbe trovata al discrimine, o una rivoluzione di sinistra, al modo di quella leninista, sovietica, o una controrivoluzione di destra, dei neri, del fascismo. Certo, continuando a compulsare il dossier dannunziano, senza dubbio egli allora stava coi neri, però ci fu quell’episodio di Fiume e della Carta del Quarnaro che senza dubbio si pose nel segno dell’ambiguità, ma che allora era nell’aria, in sospensione tra sinistra e destra, tanto che perfino Lenin mandò un osservatore per capire che cosa stava succedendo a Fiume, verso cui molti intellettuali accorrevano da tutte le parti, non solo della geografia dell’Occidente, ma anche della carta dei valori ideologici. Fu insomma la “Festa della rivoluzione”, come una eccellente studiosa di quei fenomeni, Claudia Salaris, ha intitolato un suo saggio fondamentale. E io stesso, riproponendo un mio scritto, “D’Annunzio in prosa”, l’ho potuto arricchire della preziosa testimonianza di alcuni intellettuali inglesi, i fratelli Sitwell, che si dissero all’incirca: “abbiamo perso la rivoluzione sovietica di ottobre, non lasciamoci scappare questa nuova occasione data da Fiume”. La conclusione è che bisogna stare attenti a non applicare chiavi ideologiche troppo a senso unico, occhiali affumicati dal pregiudizio, Purtroppo l’Italia del secondo dopoguerra, in giusta reazione al fascismo, fu dominata da una ortodossia marxista ottusa, pronta a fare strazio di tanti valori, senza accorgersi che aveva nell’armadio gli scheletri della repressione stalinista. Sia D’Annunzio che Pascoli furono tra le molte vittime di letture del tutto monodirezionali.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Arte

Mario Merz: una magnifica distesa di funghi benefici

Forse solo l’immenso spazio dello Hangar Pirelli alla Bicocca, in Milano, era adatto a dare degna ospitalità agli igloos di Mario Merz, la sua principale invenzione che si è manifestata in almeno un centinaio di varianti, dal lontano 1965 fino agli ultimi istanti dell’artista (1925-2003). Di queste se ne ammirano in mostra una trentina. Ed è una splendida fungaia, di tutte le dimensioni e materie e destinazioni. Il tratto decisivo di quella abitazione primitiva sta nel suo andamento curvilineo, attraverso cui Merz ha ben compreso come ormai, al seguito di Einstein, l’universo sia dominato da un ritmo a spirale, a parabola, mettendo definitivamente in pensione la geometria euclidea fondata sull’angolo retto. A quel modo Merz ha anticipato una delle archistar dei nostri giorni, Zaha Hadid, che infatti ha lanciato un anatema contro le forme a rettangolo, dandosi a costruire edifici ispirati appunto al flesso, al curvilineo. Una intuizione, quella di Einstein, che non riguarda solo lo spazio ma anche il tempo. Infatti anch’esso “curva”, e dunque, invece di prolungarsi all’infinito, lentamente ci riporta al passato, il che risponde alla scelta elementare di Merz, di ritornare ai primordi della civiltà umana, come aveva ben inteso Eliot affermando che “in my beginning is my end”. E dunque, è legittimo, anzi, doveroso ritornare alle forme abitative delle origini, appunto sul tipo degli igloos, precisando però che non si tratta solo di un recupero, ma anche di un presagio. Forse ritorneremo tutti a vivere in dimore così semplici, unitarie, pronte ad essere innalzate ed abbattute, in nome di un destino che potrebbe essere di specie nomadica. Il futuro si potrebbe porre felicemente all’insegna del “piccolo è bello”, per cui c’è una correzione da imporre proprio alle archistar, va bene certamente costruire secondo schemi curvilinei, ma per carità, non fate grattacieli, rimanete invece vicini alla terra, prendendo proprio l’esempio dai funghi. Questo cortocircuito tra l’antico e il “novissimo” si ritrova anche negli stessi materiali con cui gli igloos vengono costruiti, si va dalle lastre di roccia, di ardesia, agli ammassi di terra, ai sacchetti quasi per arginare una piena, ma si procede fino ai vetri lucidi e trasparenti. E soprattutto si aggiunge un altro frutto di questa doppia frequentazione nel nome del “novantico”, il neon, che certo è un ritrovato della tecnologia avanzata, ma, se usato in tubicini attorti, risulta tanto simile alle venature dei vegetali e dei corpi viventi. Naturalmente bisogna adottarlo appunto secondo gli andamenti del biomorfismo, come aveva già intuito il nostro Lucio Fontana, piuttosto che con le bacchette rigide alla maniera del minimalista Dan Flavin. Oltretutto quelle sorte di capillari luminescenti diventano ottimi per comporre frasi con cui connotare i corpi bombati degli igloos, pronti del resto a riceverle, per meglio dichiarare la propria natura. Tra tutte le varie scritte, degna di particolare menzione è quella che intima un perentorio “objet, cache toi”, in cui si ritrova una perfetta sintesi dello spirito del ’68, lo dovremmo adottare come sigla ora che celebriamo il mezzo secolo dalla sua nascita. L’oggetto, industriale, consumista, era stato l’idolo dei primi ’60, con la Pop Art in testa, ma ora l’Arte povera e tutti i movimenti affini stavano annunciando che era l’ora di gettar via le cose, per affidarsi al movimento, a un nomadismo congenito, rispondente proprio alla provvisorietà degli igloos, o meglio, a uno spirito di connessione, a un “internet” assunto come filosofia di vita prima ancora che come modalità pratica di comunicazione. Ma non basta celebrare in Merz l’ideatore a getto continuo degli igloos, bisogna subito ricordare che egli li vedeva anche come primo e sostanzioso frutto di un altro suo favoloso recupero, la serie ideata nel ‘200 dal matematico pisano Fibonacci, che in definitiva era già un modo di dare scacco matto ai postulati di Euclide. Pare che Fibonacci mettesse a punto la sua serie studiando il ritmo con cui i conigli si moltiplicano nelle nascite, certo è che ne viene uno schema di crescita illimitata, capace nello stesso tempo di aprirsi, di dilatarsi nello spazio, e nel tempo. I suoi numeri in sequenza, modellati con tanti tubicini al neon, offrono una specie di chiave universale che Merz ha diligentemente applicato ad ogni sua operazione, portandola sia a sottolineare la curvatura degli igloos, quasi a fornirne lo scheletro, l’anima intrinseca, o invece a trapassarli, come una forza, una lingua di fuoco che viene da lontano e procede oltre nella sua crescita. E dunque, la calotta magica dell’igloo, così come la serie incalzante di Fibonacci sono le due armi di cui l’artista si è valso negli anni, talvolta abbinandole, talaltra separandole, ma destinandole a prossimi e inevitabili incontri. L’enorme cavità dello Hangar Bicocca è disseminato da decine di funghi, di escrescenze, di bolle tumefatte sgorganti in basso dal terreno, ma in alto ci sono a vigilare, a dominare le inesorabili scansioni numeriche della serie di Fibonacci, un modo per presiedere, regolare, incrementare le creature che sorgono dalla terra, come evanescenti bolle d’aria, capaci però di acquisire anche alti gradi di materialità. E’ tutto un avanti e indietro, una discesa agli inferi della terra, della materia, o un’elevazione verso atmosfere di alta e rarefatta poesia. A ciascuno di questi igloos è affidato il compito di recitare una sua parte, di assumere un suo ruolo, in un concerto complessivo, in un insieme perfettamente orchestrato.
Mario Merz, Igloos, a cura di Vicente Todoli, Pirelli Hangar Bicocca, fino al 24 febbraio.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Letteratura

King: difficili rapporti tra il vero e il fantasy

Il mio entusiasmo nei confronti di Stephen King, come del resto anche verso il suo quasi omologo giapponese Murakami Haruki (cfr. il mio blog di domenica scorsa), sta alquanto rallentando, e per ragioni abbastanza simili, I due sono maestri nell’abilità di affidarsi a una scena di assoluta quotidianità, beninteso nei rispettivi ambiti geografici e di civiltà, sentendo però il bisogno di aprire sbocchi per dare accesso a fattori di fantasy, di magia, di irrazionalismo, ma il passaggio dall’uno all’altro livello crea senza dubbio dei problemi, Dove e in quale misura lasciare la protezione del verosimile e affrontare il magico? Passaggio irreversibile o invece provvisto di una marcia indietro? Nel caso del precedente “Sleeping Beauties”, appena dell’anno scorso, la miscela era abbastanza netta, King entrava subito in territorio magico ideando una specie di epidemia mostruosa, ma nello stesso tempo “bianca”, felpata, che investiva solo la componente femminile del suo universo, manifestandosi attraverso una fasciatura progressiva che andava ad avvolgere le povere donne, provocando oltretutto in loro una sonnolenza irresistibile che le portava alla morte. Il tutto condotto abbastanza bene, con rinuncia sistematica a un canone di verosimiglianza, salvo poi a trovarsi di fronte al problema di che cosa fare di queste esistenze messe in mora. Ora King è pronto a sfornare un altro romanzo di più di 500 pagine, “The Outsider”, dove almeno in apparenza si tiene abbarbicato a lungo a un criterio di normalità, tratteggiando la pigra esistenza in un villaggio appartato di qualche “State”, Flint City, che però è scosso dalla scoperta di un orrido misfatto, Un ragazzino, Frank Peterson, è stato strangolato, e nello stesso tempo violentato in modo brutale infilandogli un ramo nell’ano. Scatta l’indagine, affidata un bravo poliziotto, Ralph Anderson, che però ben presto si trova di fronte a un bivio. Infatti l’assassino ha lasciato impronte, anche sul camion con cui avrebbe prima sequestrato, poi trasportato la vittima sul luogo del martirio, e perfino tracce di sangue da cui è stato possibile ricavarne il DNA, Ebbene, tutti questi indizi portano concordi a incolpare una nota persona del villaggio, tale Terry Maitland che è uno stimato docente nonché allenatore di un squadra junior di atleti del posto. Eppure, data l’evidenza delle prove a carico, si procede all’arresto di questo cittadino, nonostante che egli protesti la sua totale innocenza, accampando anche prove tangibili che al momento del crimine si trovava altrove, a molta distanza, impegnato a partecipare a un convegno in cui aveva anche preso la parola, come testimoniato da registrazioni video. Ma il torto dell’investigatore è di procedere comunque all’arresto del malcapitato, con l’errore aggiunto di condurre un tale atto “coram populo”, il che rende possibile la protesta del fratello della vittima, che interviene a uccidere l’incriminato. L’episodio, ahimé, ci ricorda troppo da vicino la scena ormai depositata nella storia in cui quel tale Ruby fredda l’accusato dell’omicidio del Presidente Kennedy, Lee Ostwald, e dunque in una occasione del genere King “fa il furbo”, riscrive un episodio ormai ben noto a tutti. Ma come uscire dal dato centrale dell’intrigo, l’ubiquità del presunto colpevole, di Terry che può dimostrare di essere stato altrove pur lasciando impronte digitali e macchie del suo sangue nel luogo del crimine? Nulla da fare, non c’è via d’uscita attraverso soluzioni che tengano i piedi per terra, King è costretto aricocorrere a soluzioni di ordine fantascientifico, deve andare a pescare in un patrimonio di cupe leggende, magari provenienti da un territorio molto adatto ad hoc quale il Messico, ricavandone una figura diabolica detta El Cuco, Deve insomma introdurre, come annuncia il titolo, l’”Outsider”, il protagonista che non viene semplicemente da fuori, ma addirittura da un altro mondo, di sortilegi, di presenze occulte, sotterranee. Un essere che non ha corpo ma che proprio per questo ne può assumere tanti, si può trasformare nelle sue vittime, seppure con qualche sforzo e fatica. Infatti il narratore, che non vuole rinunciare del tutto a una rotta verosimile, obbliga questa presenza demoniaca a soggiornare in cimiteri e grotte per completare, come una crisalide, il tempo di trasformazione nella vittima da plagiare, deve insomma parzialmente sottostare a criteri fisici, ma dispone anche di poteri che gli consentono apparizioni quasi telepatiche, cioè i personaggi in carne ed ossa vengono “visitati” da questa entità sfuggente, e perfino influenzati, come succede a un cattivo poliziotto, tale Jack Hoskins, che è un ubriacone spudorato, mosso da odio vero il collega bravo e buono, Anderson, fino al punto di andare ad appostarsi su una collina quando quest’ultimo, assieme a un gruppetto di altri “buoni”, tra cui una simpatica detective in gonnella, Holly Gibney, vanno a frugare in una caverna, proprio alla ricerca del luogo dove l’immonda creatura sta maturando la sua metamorfosi. Qui di nuovo il nostro autore saccheggia l’episodio fatale dell’uccisione di Kennedy, evocando gli spari misteriosi che anche in quel caso sarebberoi provenuti da una collina di fronte all’auto presidenziale. Del resto, quante altre scene abbiamo già visto, del tiratore che, celato nella vegetazione, fa fuori le sue vittime, ovvero di nuovo King lavora al riporto di scene di repertorio, anche se riprese con la sua indubbia scorrevolezza descrittiva e precisione di dettagli. Caso mai, un po’ di ingegnosità gli si potrebbe riconoscere nel modo con cui questo alieno riesce a procurarsi il DNA delle persone da incolpare, graffiandole in incontri casuali e di breve durata. Ma poi, se è creatura così immateriale e aerea, come è possibile che i “buoni” dell’impresa riescano davvero a catturarlo, nelle latebre della grotta, invano presieduta dal “cattivo” che ha tentato, riuscendoci in parte, di decimarli? Naturalmente il povero Maitland ottiene la riabilitazione alla memoria, la normalità trionfa, e l’alieno viene ricacciato nelle tenebre in cui è la sua dimora. Ma al confronto un classico statunitense del fantasy come Lovecraft ha più forza e decisione, esce dalla navigazione furba e mediana che tiene il nostro narratore troppo prolifico, almeno a giudicare da queste sue prove recenti.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Attualità

Dom. 4-11-18 (Pil)

Oggi parliamo un po’ del Pil, che secondo una drammatica notizia dell’Istat ha cessato di crescere. Ma, tra parentesi, mi chiedo se questo dato, nel nostro Paese, non sia da aumentare almeno di un terzo, pari all’evasione di cui tante aziende e imprese, come ben si sa, sono colpevoli. Tuttavia stiamo pure ai dati ufficiali, e smettiamola di lamentarci, o di augurarci sostanziosi incrementi, che ormai non possono più arrivare, non soltanto nel nostro disastrato Paese, ma anche in tutti gli altri che partecipino a un medesimo livello di benessere e di maturità. Oppure, per dargli ossigeno, dovremmo adottare un consumismo sfrenato, disfarci al mutare di ogni stagione dell’intero armamentario di gadgets, telefonini e altro, o riempire il carrello della spesa di cibi già destinati in partenza a finire nella spazzatura. Ci sono invece tutte le aree sottosviluppate del mondo, che sarebbero suscettibili di crescite a numeri interi, e non a piccoli decimali. Questo dovrebbe essere l’impegno per il futuro, cioè incitare le nostre imprese e aziende ad andare a produrre in quei posti, ma non col furbesco proposito di reintrodurre poi presso di noi quelle merci prodotte a basso prezzo, bensì di procurarne un consumo in loco, a soddisfare gli infiniti bisogni di quelle popolazioni. Sarebbe un modo per dare lavoro alle nostre maestranze, quel lavoro di cui ormai noi stessi siamo avari, e invece merci, mezzi, cibo alle tante aree del sottosviluppo. Certamente è un programma utopico, in quanto, ahimé, c’è un rapporto diretto tra il sottosviluppo di quelle aree e la presenza in esse di dittature, corruzione, lotte etniche, e dunque questi insediamenti dovrebbero avvenire sotto scorta armata, con truppe pronte a difendere chi si avventuri in tali imprese. Al momento questa è un’utopia, ma prima o poi ci dovremo passare, cercare di renderla possibile, o diversamente rassegnarci ad aumenti sempre più ridotti e da misurare in pochi decimali.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Arte

Franco Marrocco, un concerto dalla doppia natura

La visita virtuale di questa domenica ci porta alla Villa Reale di Monza, dove ancora per pochi giorni è allestito il “Concerto da camera” di Franco Marrocco, con cui l’artista solennizza il termine della sua direzione dell’Accademia di Brera, passando il testimone al collega Giovanni Iovane. Confesso che non sono andato in devoto pellegrinaggio in quel luogo, ma ne avevo ricevuto per via elettronica un perfetto documentario, e del resto martedì scorso, 23 ottobre, appena giunto a Milano, mi sono recato a vedere un allestimento che Marrocco ha fatto in un circolo di Palazzo Bovara. Per di più, a tutti i partecipanti all’incontro nel pomeriggio di quello stesso giorno alle Gallerie d’Italia, dedicato proprio alla mostra di Monza, è stata data copia di un monumentale catalogo della manifestazione. Insomma, ero abbastanza autorizzato a prendere la parola attorno a quell’impresa di Marrocco, aprendo una sfilata dei molti altri critici che avevano collaborato al catalogo stesso. Ho preso le mosse proprio dal direttore della Villa Reale, Piero Addis, che credo abbia fornito la chiave migliore per entrare in merito invitandoci a riflessioni di ordine etimologico. Le quali offrono una sorpresa, forse credevamo tutti di sapere l’origine e il significato di “concerto”, come di un perfetto iintreccio di fili, di suoni a rendere un’armonia complessiva, secondo la nozione che trionfa nel mondo musicale, e che ahimé ha pure un temibile riscontro in quello della burocrazia, quando si pretende che i vari organi pubblici assumano decisioni “in concerto”. Ma forse in questo caso scatta il ben diverso significato, quale si riscontra nel sostantivo “certamen”, cioè gara, contesa, da cui mi viene subito in mente il “Certamen capitolinum”, la gara tra poemi scritti in latino, bandita ad Amsterdam, di cui il nostro Pascoli ai suoi anni era dominatore sovrano. Ebbene, all’operazione del nostro Marrocco credo che si addica molto di più questa seconda accezione rispetto alla prima, ovvero egli non ha accarezzato, assecondato gli splendori, in molti casi “taroccati”, in preda al kitsch, di quella Reggia, bensì ne ha fatto il contropelo, ingaggiando appunto un fiero duello con le mummie conservate in quel luogo, il che oltretutto gli ha consentito di dare ampia prova del polistilismo che mi pare essere l’aspetto migliore della sua arte. Andiamo a vedere. Ci sono le soluzioni in chiave di monocromo, bianche o azzurre, che però fanno pensare a quei lenzuoli che, quando una famiglia va in vacanza, vengono stesi pietosamente su poltrone e divani, non certo per esaltarne le bellezze, ma al contrario per coprirle, per proteggerle. Ma in altri casi i pesanti motivi decorativi che caratterizzano le pareti di quella reggia, le stoffe, le damascature, le marezzature, magari dominate da un rosso dilagante, non si possono certo ignorare. In questo caso l’artista ha proceduto come a liquefarle, a farle “precipitare” in una broda prevalente, quasi che da quei muri sprizzasse sangue, o che vi si fosse appiccato un incendio, rovinoso ed esaltante nello stesso tempo. Se quella Villa avesse una lunga storia risalente ai secoli bui, come altre dimore regali, si potrebbe ipotizzare che vi si fosse consumato qualche delitto, e che ora dal cadavere zampillassero appunto fiumi di sangue. Ma, sempre in nome del polistilismo. Marrocco non ha certo dimenticato che attorno a quel palazzo si stende un magnifico parco dove la natura svolge le sue forze lussureggianti, e dunque le pareti, nonostante la vigile cura dei custodi, non possono evitare che tralci, rami, flessuosi rampicanti penetrino all’interno attraverso orifizi, aperture non ermetiche, e dunque il concerto non resta relegato nelle “camere”, ma si apre a uno spettacolo vegetale, attraverso stecchi, peduncoli, “rizomi”, con cui magari si riguadagna l’altro significato, ma nel senso per cui i motivi vegetali fanno serto, intreccio, magari con la possibilità di risalire a una matriarca della nostra arte, Maria Lai, e al “racconto del filo”, come Francesca Pasini ha giustamente intitolato una mostra al MART di Rovereto che vedeva l’artista sarda in pole position. D’altra parte conviene anche precisare che questo naturalismo in quota Marrocco non è certo esuberante, trionfante, nulla da fare con i tempi dell’Informale nella versione di Francesco Arcangeli, cioè di un Ultimo naturalismo all’altezza delle sue tre “emme”, Moreni, Morlotti, Mandelli. Un critico, cercando di definire il naturalismo di Marrocco, a quel vocabolo ha subito aggiunto la connotazione dell’”artificiale”, il che mi ricorda quando io presentavo l’Arte povera e simili come un Informale freddo, o tecnologico, appunto collegandolo in binomio con l’idea dell’artificiale, magari attraverso il ricorso ai tubicini al neon, come faceva magistralmente Mario Merz, anche a complemento della selva di igloo, ora ospitata trionfalmente allo Hangar Bicocca. Era un abbinamento ripreso anche dall’a me molto caro Germano Olivotto. A dire il vero il nostro Marrocco al momento si astiene da applicazioni artificiali di questa specie, però i suoi rami spioventi ci vanno molto vicino, Nel complesso, come dice Marco Meneguzzo nel suo contributo in catalogo, la sua è un’arte “territoriale”, che evade volentieri dalla superficie per occupare l’ambiente. Ma in proposito scatta l’ultima sorpresa etimologica. Un mio collega dell’Università di Bologna, Franco Farinelli, ci ha ricordato che “territorio” non ha nulla a che fare con terra, terreno, ma viene piuttosto dal “terrere”, altro non era che lo spauracchio innalzato per spaventare gli uccelli e tenerli lontani dal raccolto. Ecco un’ultima ambiguità, in definitiva anche gli interventi di Marrocco, pur realizzati in “camere”, vi agiscono da spauracchio, ci vogliono ricordare che subito fuori preme alle porte la massa informe della vegetazione.
Franco Marrocco, “Concerto da camera”. Monza, Villa Reale, fino al 31 ottobre. Cat. Nomos Edizioni.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Letteratura

Murakami tra realtà e irrealtà

Intervengo per la seconda volta su un’opera dello scrittore giapponese Murakami Haruki, dopo aver commentato in questo sito il “Kafka sulla spiaggia”. Ora è la volta de” L’assassinio del commendatore”, ma forse faccio male a parlare subito, in quanto l’autore ci avverte che questa è solo la prima parte di una trilogia, e dunque, sarebbe più corretto pronunciarsi solo dopo che l’impresa si sia sviluppata in toto. I vuoti, i dubbi, le incertezze che andrò a registrare, e a mettere anche sul conto di un giudizio finale, potrebbero trovare soddisfacenti risposte in corso d’opera. Resta ovviamente la conferma di certe virtù già comparse nel capolavoro precedente, che si potrebbero riassumere, ricorrendo alle sempre utili categorie fornite da Vittorio Spinazzola, in una perfetta combinazione tra “new realism” e “new epic”, ovviamente da non accompagnare col riferimento alla produzione italiana, in cui si stenta a trovare qualche frutto similare di una simile coabitazione. Per un verso, gli eroi di Murakami scorrono su un piano di assoluta prosaicità e volgarità. L’attuale protagonista, che è un buon grafico-disegnatore, ha una vita sessuale “come ce ne sono tante”, il che prevede che la moglie a un certo momento lo metta alla porta, avviandolo a un nomadismo in definitiva assunto con piacere, rallegrato da una perfetta catena di viaggi, di soste in ristoranti e alloggi che forniscono, a un eventuale turista, una perfetta guida di come comportarsi in suolo nipponco, dove fermarsi per mangiare, dormire, magari anche concedersi qualche avventura sessuale lungo il cammino. Infine un collega e amico gli offre un “buen retiro”, che sarebbe la villa in campagna dove risiedeva il padre, ora afflitto dai mali della vecchiaia e internato in un ricovero. Ma nel suo passato era stato un importante e stimato pittore, con un decisivo soggiorno a Vienna, dove aveva assistito a un delitto orrendo, forse già in chiave di repressione antisemita, da cui aveva ricavato un dipinto impressionante. Vi si vedeva un “commendatore”, o comunque un personaggio di spicco, che veniva ucciso a colpi di spada da una specie di samurai, con violento spargimento di sangue, e alla presenza di un enigmatico testimone. Ebbene, questo dipinto fatale è presente nella dimora in cui Yuzu va a soggiornare, inquietandone i sonni. Ma ci sono altri buchi neri, interrogativi, uscite laterali che si inseriscono nella trama impedendole di scorrere in orizzontale. Infatti Yuzu ha un vicino, figura misteriosa, che non si sa bene come abbia si sia costituito un solido patrimonio, certo è che è stato in grado di innalzare una villa poderosa. Ora l’enigmatico vicino di casa avanza al nostro artista una richiesta, accompagnata da congrua retrobuzione, irrinunciabile, di fargli il ritratto, posando per lui ma a condizioni molto specifiche. Qui si dà una curiosa concomitanza con un racconto del nostro Alessandro Baricco, “Gwin”, tanto da doversi chiedere se ci sia stata qualche interferenza tra i due. Fatto sta che anche il protagonista di quel racconto è un ritrattista “concettuale”, fa posare le persone ma per ricavarne solo una descrizione verbale. Anche il ritratto che Yuzu conduce del misterioso vicino ha tratti irreali, magici, che però sono poca cosa rispetto a un trillo di una campanella che viene a tormentare i suoi sonni notturni. I due si alleeranno nell’andare a indagare sulle origini di quel suono misterioso, il che li porterà a scoprire una cavità sotterranea. Infatti la narrazione del nostro Murakami si caratterizza, come già detto, dall’aprirsi di “enclaves”, grotte, pertugi, nel tempo e nello spazio. In questo caso poi l’autore non si esime dal dare consistenza al ritratto misterioso dovuto all’anziano proprietario della casa, quasi che si dotasse della celebre vernice del Dottor Lambicchi, da cui era deliziata la nostra infanzia, quando leggevamo “Il corriere dei piccoli”. Ovvero, da quel quadro salta fuori proprio il “commendatore”, con evidente riferimento al Don Giovanni di Mozart. Insomma, il “convitato di pietra” si materializza, ma in formato ridotto, infliggendo un colpo mortale alla verosimiglianza del racconto, ovvero dalla dimensione di un neorealismo balziamo in piena phantasy. E ci sono tanti altri eventi arcani a scuotere la vicenda, che l’autore giapponese non lascia mai scorrere su un unico piano, ma movimenta con continui salti di ogni tipo, dal presente al passato, dal reality al phantasy, come si diceva. E’ una mescolanza che senza dubbio ci affascina, ma che talvolta non appare ben amministrata, lasciandoci increduli e sospettosi. Diamogli però il tempo giusto per risolvere, o quanto meno attenuare, nei passaggi successivi, questi dubbi e interrogativi che al momento inducono a tenere alquanto sospeso il giudizio.
Murakami Haruki, L’assassinio del commendatore, Libro primo, Idee che affiorano, Einaudi, pp. 418, euro 20.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Attualità

dom. 28-10-18 (Pd

Il Pd è affondato in una serie di “mea culpa”, di fervorini sterili in cui si invocano mutamenti di tono, di condotta, mentre in politica contano le “cose” che ci si deve proporre di fare, a correzione di errori che ci sono stati, e proprio i punti che hanno dato il successo alla coalizione gialloverde ci dicono dove e in che modo si deve agire, per parare i loro colpi. Purtroppo uno dei punti dolenti non è nelle mani dei partiti italiani, deve intervenire l’EU, infatti è inutile, è risibile che si fissi, seppur legittimamente, per ogni Paese aderente i limiti del deficit da rispettare, se prima non si decide, tutti assieme, una questione strategica, a quale età consentire il pensionamento dei lavoratori. Non si possono lasciare le mani libere ai singoli stati in una materia del genere, pretendendo che però rispettino i criteri di spesa. Questo lo deve fare l’autorità comune europea, altrimenti i singoli Paesi subiscono il ricatto populista del ritornare alla età pensionabile che la Fornero ha innalzato, non per capriccio ma per porre rimedio a un precedente momento in cui la nostra economia versava in cattivo stato. E ci stiamo ritornando, se si lascia al governo la possibilità di rimettere il limite del pensionamento ai 62 anni. E’ ovvio che il “popolo” plauda a una proposta del genere, e voti in suo favore, se non interviene una imposizione europea, che fissi proprio un limite uguale per tutti, come condizione “sine qua” non per rimanere in Europa.
L’altro punto in cui il Pd deve rimediare al passato sta nell’aprire vaste possibilità di lavoro ai giovani, ben al di là dell’insufficiente Job’s Act, e beninteso scartando con sdegno l’ipotesi assistenzialista su cui pure i Pentastellati “ci marciano”, attirando a sé quasi per intero il voto giovanile. Bisogna trovare i modi di aprire concorsi, assunzioni, anche a costo di sforare i limiti di spesa, invece che per dare sussidi agli sfaticati e abbassare l’età dell’andare in pensione, che invece sono i due assi di briscola dell’alleanza di governo.
Infine, la questione immigrati, dove il Pd, come forza di governo, ha sbagliato non certo nell’assicurare l’accoglienza di quanti sono stati affidati alle carrette del mare, ma nel distribuirli poi sul nostro suolo senza procurare loro una sistematica possibilità di lavoro, di inserimento nella società. Prendiamo atto di due fallimenti, della politica di Minniti verso la Libia, troppo malmessa per fornire una sponda di accoglimento degli aspiranti all’immigrazione in condizioni sopportabili. Non so che mai riuscirà a fare la conferenza–monstre prevista nei prossimi giorni. E inappellabili sembra pure la risoluzione degli altri Paesi a prendersi ciascuno una quota di immigrati, anzi, pretendono addirittura di riportarci quelli che di straforo siano riusciti a varcare i confini. Quindi, teniamoceli, cercando di ricavarne un impiego razionale, e facendoci pagare dall’Europa il disturbo, allo stesso prezzo che viene concesso alla Turchia per chiudere la rotta da Est a Ovest. Noi possiamo chiudere quella da Sud a Nord, ma alle stesse condizioni, ed è quanto possiamo e dobbiamo pretendere con voce ferma dall’UE.

Pin It

Commenti

commenti

Standard
Arte

Una mostra molto completa, forse troppo, sui Macchiaioli

Anche oggi, come in altre occasioni, conduco una visita virtuale alla mostra sui Macchiaioli che la Galleria d’Arte Moderna di Torino aprirà, del resto tra pochi giorni. È un tema già tante volte percorso, così da dovermi chiedere se valesse la pena di riaprire quella porta che io stesso ho varcato in numerose occasioni, ma mi induce a una risposta affermativa l’ampiezza con cui quel fenomeno è indagato nella presente mostra, forse perfino in eccesso, e anche l’opportunità di ribadire alcune affermazioni che mi stanno a cuore. Come, tanto per cominciare, la proclamazione dell’unità dell’Impressionismo in tutta la cultura occidentale, di cui i Macchiaioli sono stati validi campioni. Per questa ragione mi ero molto compiaciuto quando il tempio dell’Impressionismo “alla francese”, cioè il parigino Musée d’Orsay, aveva osato porsi la domanda: “Les Macchiaioli. Impressionistes italiens?”, nel 2013, seppure con un precauzionale punto interrogativo. Io ero andato proprio in quell’occasione, se non in quella sede, in quanto la mostra, “noblesse oblige”, era stata dirottata nella sede minore dell’Orangérie, a proclamare che occorreva assolutamente togliere il punto interrogativo, dare alla frase una risposta positiva, a patto di sbloccare preventivamente quell’ “ismo” fondamentale da una usucapione a senso unico a favore del solo e solito Monet, come, ahimè, è avvenuto presso di noi ad opera di Marco Goldin, che ci ha inflitto non so quante mostre tutte poste nel sacro culto dell’autore delle Ninfee. Io invece, in una mia conferenza, ero andato ad apportare dei distinguo. Per esempio, chi è riluttante ad ammettere i nostri Macchiaioli nell’albo buono degli Impressionisti patentati, a cominciare dal massimo Roberto Longhi, colpevole di numerosi reati in questa direzione, comincia col muovere come capo di imputazione ai danni di Fattori e Lega e Cabianca l’aver indugiato troppo nel quadro storico. Ma, osservavo subito io, forse che lo stesso non si può dire anche di Degas, con il suo famoso dipinto delle donne spartane intente a esercizi ginnici? Del resto si sa bene che il grande Edgar era un convinto “italinisant”, frequentatore dei nostri musei. E anche il collega Manet, se non è mai venuto dalle nostre parti, però al Louvre si è assorbito buone dosi di Velàzquez e Goya. E dunque, in un esame completo del fenomeno macchiaiolo come questo che si tiene a Torino ci stanno bene i riferimenti retrospettivi ai Puristi come Mussini e Pollastrini, che certo non avrebbero sollevato censure da parte del formidabile duo Degas-Manet. Solo il Longhi poté infierire su quello che gli appariva come un insopportabile ritardo della pittura italiana rispetto ai cugini d’oltralpe, commettendo l’errore di non guardare le date di nascita, che infatti ci inducono a una conseguenza generale: i nati tra la fine dei ’20 e i primi dei ’30 dell’Ottocento non avevano affatto compiuto un divorzio dal quadro storico, quindi è giusto ammettere nell’albo d’oro le tele rivolte in questa direzione da Fattori, Lega, Cabianca. Caso mai, un discrimine si compie solo a partire dalla metà dei ’30, dopodiché diventa quasi obbligatorio lasciar cadere il soggetto storico e calarsi per intero nel vedutismo, come fa proprio Telemaco Signorini, eccellente campione di un nostro impressionismo quasi allo stato puro, da paragonare con i migliori esiti, se non proprio di Monet, almeno di Sisley. E dietro di lui viene la perfetta squadra degli Abbati e Sernesi, sulla cui linea del resto si attestano rapidamente anche i già ricordati Fattori e Lega e Cabianca, con l’aggiunta di Banti. Oltretutto, la “macchia” possiede perfino un impulso anticipatorio, ovvero si stabilisce il cortocircuito “novantico”, per cui se per un verso si guarda alle geniali tarsie dei quattrocentisti, per un altro ci si lancia in avanti ad anticipare certe soluzioni di “à plat” degne di quel transfuga dall’ortodossa impressionista che fu Gauguin, una strada su cui il troppo frantumato e rabbrividente Monet non poteva certo procedere. Su questo exploit tornese potrebbe piovere il commento di “troppa grazia, S. Antonio”, ovvero in un pur legittimo e apprezzabile intento di allargare le maglie si è finito per mettere troppa carne al fuoco, per esempio, che ci fa Fontanesi, in questa rassegna? O meglio, intendiamoci, se insistiamo a perorare la causa di un impressionismo che varca le frontiere, certo al vedutista reggiano-piemontese si addice del tutto una collocazione in questa schiera, ma il suo fare a “salice piangente”, è quanto ci possa essere di più lontano dalla strategia della “macchia”. Se è lecito, e addirittura doveroso, predicare a favore della causa di un impressionismo unificato, però bisogna anche ammettere che ci furono tante vie per giungere a quell’esito, e quelle seguite da Fontanesi furono sue proprie, come del resto anche quelle della Scuola di Rivara, con in testa Carlo Pittara e il suo solido realismo, per cui anche questa sezione è forse alquanto fuori luogo. Ma in questa materia vale il motto “melius abundare quam deficere”, come succede ampiamente nella mostra torinese che si sta per aprire.
I macchiaioli. Arte italiana verso la modernità, a cura di C. Acidini e V. Bertone, Torino, Galleria d’Arte Moderna e contemporanea, fino al 24 marzo. Cat. 24 ore cultura.

Pin It

Commenti

commenti

Standard