Arte

Il Verrocchio, vero maestro di Leonardo

La mostra del Verrocchio al Palazzo Strozzi di Firenze pone subito un quesito oggi assai diffuso: fino a che punto un museo che organizza una mostra monografica su un artista ha il diritto di pretendere che altri musei gli prestino opere considerate fondamentali per rispondere a quello scopo? Nel caso, il dipinto in cui proverbialmente è avvenuto il discepolato di Leonardo presso il Verrocchio è “Il battesimo di Cristo”, ma il direttore degli Uffizi, Elke Schmidt, si è guardato bene dal concedere il trasferimento di quel capolavoro seppure a poche centinaia di metri di distanza, anche per la buona ragione che ha appena finito di riunire i Leonardo degli Uffizi in un’unica sala, e quel dipinto fa parte di un sacro terzetto. Ma, difronte a un veto, motivato o no che sia, la mostra allo Strozzi non si poteva permettere di mettere nella copertina del catalogo proprio l’opera incriminata, il che si configura quasi come una frode ai danni del visitatore. Io stesso ho percorso almeno due volte le sale alla ricerca disperata della tavola mancante, chiedendomi se per caso mi fosse nascosta alla vista da quei drappelli di altri visitatori che fanno siepe attorno quadri più importanti impedendone la visione. Ma nonostante questa assenza, il rapporto tra il Verrocchio maestro (1435-1483) e Leonardo allievo (1452-1519) viene fuori molto bene dalla mostra, grazie al fatto che Andrea aveva accolto in larga parte la lezione proveniente da un suo quasi coetaneo, Desiderio da Settignano (1430-1464), coi suoi magnifici bassorilievi dedicati a teneri profili femminili, inseriti in leggiadri ovali, immagini di tenerezza, grazia, morbidezza, di cui il Verrocchio è stato buon erede, riportandoli in toto al piano. Di suo egli ci ha aggiunto pure delle capigliature dorate, ariose, deliziosamente arricciate, ovvero viene da lui un insegnamento di cui poi Leonardo si sarebbe fatto vanto, quell’ammonimento a far scherzare appunto i capelli all’aria, invece che tenerli racchiusi in masse compatte. E sempre da quella fonte gli è venuto pure il ricorso a mani lunghe, affusolate, distese lungo il corpo. A questo punto c’è da chiedersi se il famoso giudizio emesso dal Vasari non sia stata una perfidia, un atto in più dell’animosità che l’Aretino nutriva verso il Verrocchio, come del resto contro tutti gli esponenti della seconda maniera, soprattutto i nati attorno agli anni ’40-’50 del ‘400, ed aveva perfettamente ragione, da grande fenomenologo degli stili, come mi permetto di chiamarlo io per onorare la disciplina che ho insegnato per qualche decennio. Come si sa, ancora più duro l’Aretino era stato nei confronti del Perugino, accusandolo di valersi di stampi precostituiti per ripetere le immagini che gli venivano richieste con insistenza. E in genere egli non ha amato certo i Botticelli, e Ghirlandaio e Pintoricchio, che quindi la mostra fiorentina forse si poteva risparmiare di esporre in fitta schiera. Se fosse stato costretto a porsi alla loro scuola, Leonardo avrebbe recalcitrato con ben maggiore violenza di quanto non doveva fare verso il maestro riconosciuto, e anzi, ci possiamo chiedere se appunto non sia stata una perfidia, una vendetta ulteriore del Vasari ai danni del Verrocchio, quella pretesa che si sarebbe sentito sconfitto dalla maggiore maestria attestata dall’allievo. Forse Leonardo, nel concepire il famoso angelo di sinistra, così dolce, tenue, morbido, è stato davvero un allievo fedele. E la diceria vasariana secondo cui il Verrocchio si sarebbe sentito vinto, superato, al punto dal cessare di dipingere per darsi solo alla scultura, è appunto una immotivata cattiveria. Caso mai, il giovane di grande avvenire, doveva sentirsi sconcertato da certi dati di paesaggio presenti nelle tavola in cui pure inseriva il suo linguaggio già così “sfumato”: quelle orribili fronde di una palma, come un ventaglio agitato a sferzare l’aria, quelle rocce così squadrate e massicce. Mentre i lontani, ammettiamolo, hanno già una loro leggera trasparenza azzurrina. Probabilmente il Verrocchio nei suoi ultimi anni interruppe l’esercizio della pittura non perché si sentisse superato dall’allievo, ma perché si dedicò alla più redditizia pratica della scultura, con il lungo soggiorno a Venezia per modellare la statua di Bartolomeo Colleoni, in cui ovviamente doveva lasciar cadere le forme deboli e aggraziate provenienti da Desiderio per “fare la faccia feroce”. Ma era un obbligo del tema, perfino la famiglia dei Della Robbia, come si vede da un loro pezzo presente in mostra, in casi del genere aggrottava i volti, seppellendoli sotto maestosi cimieri. Del resto, all’occasione, anche lo stesso Leonardo sapeva coltivare dei foschi e minacciosi cipigli. Pescando dentro l’ampio repertorio consentito dalla mostra allo Strozzi, vale la pena di fare due riscontri che vanno in direzioni opposte. Il Verrocchio ebbe al fianco un collaboratore, Francesco di Simone Ferrucci, che calcava sui corpi dando loro più aggetto, più forza. Ma c’era anche Bartolomeo della Gatta, quasi coetaneo di Leonardo, che forse, in un cenacolo, popolato di figure molto realistiche, gli ha dato qualche suggerimento di cui il Vinci si potrebbe essere ricordato nella sua massima impresa milanese.
Verrocchio il maestro di Leonardo, a cura di F. Caglioti e A. De Marchi, Firenze, Palazzi Strozzi, fino al 14 luglio. Cat. Marsilio.

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Letteratura

Bruni Tedesci. villeggianti al limbo

Sono stato a vedere il film “I villeggianti” in cui Valeria Bruni Tedeschi ha voluto fare il passo lungo da attrice eccellente qual è, riconosciuta anche da me in questa rubrica, al ruolo più impegnativo di regista. E certamente lo fa fatto in modo generoso, ma perfino troppo, infilando nell’opera un eccesso di vicende e personaggi, e anche con qualche scoperta evidenza dei modelli cui si è riferita, a cominciare dal capolavoro di Monicelli, “Speriamo che sia femmina”. E naturalmente sullo sfondo ci sono pure le opere di Fellini, per fortuna non gli intellettualismi di Sorrentino. Comunque l’azione si smembra troppo, in episodi che non stringono, disperdendosi in duetti, in motivi sparsi, con qualche difficoltà di raccordo. Un difetto, questo, che in prima battuta viene a colpire la Bruni Tedeschi stessa nel suo esercizio di attrice, quasi esistesse una specie di inversione proporzionale: più un operatore si inoltra nella regia, meno porta a casa a livello di recitazione individuale. Infatti i suoi tormenti amorosi sono alquanto sfocati e inconcludenti, anche perché rivolti in direzione di un attore, certo in genere forte e sicuro di sé, Riccardo Scamarcio, ma che in questa occasione risente della medesima vaghezza e inconsistenza di trama messa in atto dalla protagonista-regista, con un gioco a chi lascia chi, toccato e fuga, che forse è una delle cause maggiori dell’inconcludenza complessiva della pellicola. E’ vero che un grande drammaturgo come Pirandello ci ha sempre ammonito che “la vita non conclude”, per questo verso la nostra regista ne è una troppo convinta seguace. Ma dalla vaghezza di quel rapporto a due, sempre sul punto di “incontrarsi e dirsi addio”, salta fuori un prodotto autentico, pare che la coppia abbia adottato una negretta che, diversamente da loro, tiene i piedi ben saldi in scena, portatrice di tutto il buon senso che manca in loro. Gli altri attori hanno più “spago”, una pure lei eccellente Valeria Golino, sorella della protagonista, dialoga con un marito, Pierre Arditi, che recita molto bene la parte del decaduto, del portatore di una antica noblesse di cui restano solo tracce appassite, come di un sapore o di un profumo evaporati col tempo. E ci sono pure tanti altri momenti efficaci, ma come carte di un mazzo vario, policromo., che vengono giocate un po’ a caso. Valida la presenza del personale della servitù, di un fattore che rivendica orgogliosamente i suoi diritti, e nel contempo fa strame di un figlio minorato, al limite con la deficienza. C’è una specie di duplicato della protagonista, di una aspirante a divenire lei stessa regista, o comunque autrice di storie, il che però la condanna allo zitellaggio, e alla disperata ricerca di amori precari, da procacciarsi alla ventura, come capita capita. Per rimanere in area pirandelliana, diciamo che i nostri “villeggianti” vengono a corrispondere a una colonia di Scalognati, paghi dei loro intrattenimenti, sempre un po’ insensati, irrisolti, senza però che ci siano, per loro fortuna, dei “Giganti delle Montagne” a minacciarli. E dunque, se in quel falansterio ci sono tante crisi in atto, tante storie che si logorano appena nate, e che scoppiano come bolle d’aria, non entra neppure la morte, perfino uno di questi inconcludenti, che ha sprecato tutta la sua vita nel nulla di fatto, e che dunque si potrebbe sospettare avviato a un suicidio riparatore, a una “morte per acqua”, ritorna invece a riva, quando più nessuno se lo aspetta, e perfino noi spettatori eravamo in attesa di vederci servito in tavola un cadavere. Dopo aver imbastito tanti intrighi, tante storie a esito incerto, la regista capisce che non può sciogliere, decidere, e quindi cancella il tutto, con una dissolvenza finale, come uno scolaretto che con la spugna svuota la lavagna dei termini di una equazione che è incapace di risolvere.

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Attualità

Dom. 17-3-19 (ecologia)

Commentando i fatti della settimana. Sul fronte TAV, ormai tutto è fermo fino alle elezioni di maggio, poi si vedrà. Via della seta: si riscontra l’insolito gesto di coraggio del nostro Don Abbondio, il presidente Mattarella, che, mi sembra fuori dai suoi compiti istituzionali, ha osato fare un intervento a favore degli accordi con la Cina, il che è giusto, ma purché siano fatti “con juicio”, come non a torto ammonisce lo stesso Salvini. Poi c’è stato lo sciagurato eccidio avvenuto in Nuova Zelanda a danno di comunità islamiche, ma purtroppo casi come questo sono da paragonare a eventi naturali, terremoti, tsunami, imprevedibili, inesorabili. Ce ne saranno altri, senza che si possano parare i colpi in anticipo. Infine, c’è stato il movimento di milioni di giovani, bello senza dubbio, ma da guardarci dentro. Intanto, tutti quegli adolescenti dimostranti voglio sperare che evitino di acquistare merendine o altri prodotti avvolti in quelle materie plastiche che inquinano i nostri mari. Inoltre spero che esortino i genitori ad acquistare auto sempre più riposte sull’uso dell’energia elettrica invece che di prodotti fossili, o che lo facciano loro stessi appena saranno in età di guidare dei mezzi. Ma siccome avremo sempre più bisogno proprio di energia elettrica in grande quantità, si chiedano, i nostri bravi giovani, se non sia il caso di impostare un’azione per il rilancio delle centrali nucleari, che esistono tutto attorno a noi. Oppure si pongano il quesito, che è poi lo stesso, se il rifugio nella comoda speranza che le fonti energetiche si possano ottenere in quantità sufficiente con pale eoliche o pannelli solari sia davvero sufficiente, oppure no. In definitiva, verrebbe fatto di lanciare un ammonimento alle schiere di giovani: bene, viva il vostro entusiasmo, però in primo luogo datevi allo studio delle scienze, non trinceratevi dietro slogan consolatori ma accampati sul vuoto. E’ troppo comodo e facile prendersela con falsi obiettivi, che alla prova di un rigoroso controllo scientifico non reggono. Voi giovani forse non ricordate che qualche decennio fa lo spauracchio agitato erano le alghe nei nostri mari, di cui veniva accusato l’inquinamento provocato dalle industrie. Ma andando a indagare si è scoperto che il fenomeno esisteva già nel cuore dell’Ottocento, quando i nostri mari certo non subivano gli scarichi dalle fabbriche. E poi oggi di questo spauracchio non si parla più. E del buco nell’ozono che sarebbe stato provocato dalle bombolette spray? Anche qui, allarme cessato. Peccato poi che i giovani di oggi non abbiano potuto ascoltare i saggi avvisi del migliore dei nostri meteorologi, Bernacca, che esortava a prendere in esame i periodi lungi, di decenni o meglio di secoli, prima di dire che è in atto una mutazione climatica. Ma certo, nelle nostre città bisogna eliminare le polveri sottili e quant’altro. Voi giovani che contributo date, coi vostri motorini, in questa direzione? In altre parole, prima di rivolgere un atto d’accusa indiscriminato verso gli adulti, è bene che pure i giovani assumano le loro responsabilità. E magari, a qualche prossima votazione, non diano in massa i loro suffragi al qualunquismo dei Pentastellati, sempre con la morale sottintesa di farla pagare a noi “grandi”.

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Arte

I fuochi d’artificio di Boldini

Le collezioni comunali di Ferrara hanno due assi nella manica da giocare, corrispondenti alle opere di loro due grandi concittadini, Giovanni Boldini e Gaetano Previati, mentre si sono lasciate scappare un terzo loro grande, Filippo De Pisis, e pure un ospite d’eccezione quale per qualche tempo era stato il De Chirico creatore della Metafisica. Ma anche tornando ai due fortunatamente presenti tra i beni della città, è stato senza dubbio un merito avere creduto in loro anche in momenti in cui la loro fama era a rischio. Questo in particolar modo era vero nel caso di Boldini, che godeva di scarsa fortuna quando i Ferraresi decisero di acquistare dalla vedova dell’artista un buon numero di dipinti e disegni. Il rilancio di questo pittore, ora pienamente avvenuto, lo si deve in buona misura, lo posso dire con una punta d’orgoglio, a mia moglie Alessandra Borgogelli, che sul finire del secolo scorso gli ha dedicato una monografia presso Franco Maria Ricci e due mostre epocali alla Permanente di Milano e addirittura al Marmottan di Parigi. Ora il Palazzo dei Diamanti coglie i frutti di quel rilancio, inalberando il tema della moda, che certo fu per Boldini un grande motivo di ispirazione, ma pur di saperlo vedere nel modo giusto. Infatti nulla è più triste del vedere le toilettes del tempo, assiepate in teche dove se ne stanno scialbe, ingiallite, quasi come una raccolta di ossi di seppie, e senza dubbio è vero che l’artista è partito da lì, ma i dipinti, al confronto, sono scoppiettanti, pieni di slancio, di esuberanza, ovvero Boldini ha davvero applicato alle vesti dei “fuochi d’artificio”, come suona il titolo di un dipinto in mostra. Paradossalmente gli è giovato quello che poteva sembrare un peso morto irriducibile, il fatto di essere giunto alla Ville Lumière ma per svolgervi, presso Goupil, una fase di revivalismo di grazie rococò, consistenti fra l’altro in certi divanetti leziosi, con esili, fragili schienali, che del resto si accompagnavano ai bastoni da passeggio dei ritratti maschili, Ma l’artista da quegli elementi di mobilio, già per parte loro scattanti, snelli, pronti a invadere lo spazio, traeva forza, appoggio per innalzare in verticale le sue dame, sfruttando appunto le toilettes come dei razzi, come dei missili a vari stadi, pronte ad attorcersi, quasi a ruotare su se stesse, a imprimere ai corpi uno slancio, capace di premere addirittura sulla conformazione ossea, sulle scatole craniche, come se le signore distinte si mutassero in levrieri con le teste affusolate, o in destrieri felicemente zampettanti nello spazio. Il tutto anche appoggiato a un felice abbinamento cromatico, fatto di bianchi abbaglianti favorevoli al mulinare dei veli in una danza sfrenata, ma anche di rossi e blu quasi fosforescenti, come se Boldini avesse già avuto un presentimento dell’arrivo dei materiali tessili di sintesi, e dunque avesse “incellofanato” le sue figure muliebri, proprio come splendenti bouquet di fiori. Inutile qui stare a passare in rassegna i risultati, che in genere sono superbi, pieni di energia. Nel che sta anche la differenza tra il Nostro e gli altri ritrattisti, seppure anch’essi di grande livello, che la mostra gli pone a fianco, i Degas, Manet, su su fino a Sargent, ma niente da fare, i loro esiti sono irrimediabilmente fermi, statici, anche se di solida conformazione Nessuno di loro sa dare scatto, tensione quasi elettrica alle proprie figure, facendone come dei parafulmini, pronti a ricevere e ad essere illuminati dalla scossa in arrivo.
Si aggiunga che questo capitolo di Boldini e la moda è solo una metà del suo catalogo. Proprio la Borgogelli ha scoperto alcune frasi in cui l’artista si è detto stanco dell’essere obbligato ad omaggiare le belle dame del suo tempo, mentre lo interessava allo stesso titolo il deretano di un cavallo, pronto ad affrontare le vie di Parigi. Se si vuole, è anche possibile lanciare un aggancio verso l’altro Ferrarese, Previati, col suo divisionismo affidato a fibre elastiche, capaci di sferzare lo spazio, quasi raccogliendo un’eredità dal concittadino. La mostra, insomma, è senza dubbio gratificante, nel contrasto tra le morte spoglie della moda e l’esuberante rianimazione che ne sa dare il pittore. Resta solo un aspetto negativo, il brutto corridoio che permette il passaggio dalle stanze centrali dei Diamanti ad altre laterali. Disgraziati i balordi reazionari che hanno impedito la costruzione di un passaggio costruito a regola d’arte, sul retro del Palazzo, e dunque con nessun fastidio per la nobiltà delle sue forme di facciata.
Boldini e la moda, a cura di Maria Luisa Pacelli e altri, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 2 giugno. Cat.autoedito.

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Letteratura

Con Napoleone ( e Pazzi) verso Sant’Elena

Continua instancabile l’attività di Roberto Pazzi narratore. Due anni fa ci aveva dato “Lazzaro”, subito accompagnato da un mio convinto apprezzamento, simile del resto a quello che nel corso degli anni ho tributato a quasi ciascuna delle sue fatiche man mano che uscivano. E ora ecco questo “Verso Sant’Elena”, che magari è da prendere molto più letteralmente rispetto a quanto ci veniva proposto in tante occasioni precedenti. Nel nostro Roberto c’è sempre uno storico che studia bene i dossier su cui lavora, ma in genere accanto ai dati reali compaiono quelli irreali, o virtuali, gli inserti dovuti all’immaginazione dell’autore. In questo caso invece una componente del genere l’ha tenuta a freno, dandole ben poca esca. In definitiva, in quella che davvero è una cronaca di quanto accadeva sulla Northumberland, il bastimento che portava l’Imperatore verso la sua ultima dimora, si inserisce un solo elemento immaginario, quando il prigioniero illustre fa sorgere nella sua triste cabina lo spettro di un primo amore, tale Eugénie, che aveva allietato i suoi anni giovanili, ispirandogli anche un romanzo, quando la sua carriera militare era ancora sul nascere e il grande Corso non aveva lasciato cadere la pista letteraria. Ma per il resto Pazzi ci porta davvero a bordo del Northumberland, coi suoi due mesi di noiosa attraversata, condivisa da una ciurma costituita, pare incredibile, dalla bellezza di un migliaio di marinai, sottoposti alla noia, alla fame, alle punizioni corporali che la marina di Sua Maestà britannica era pronta a infliggere. Napoleone è trattato abbastanza bene, il che gli consente di errare col pensiero, e all’autore di dare consistenza, pienezza di dettagli al responso sibillino dato dal Manzoni in morte del personaggio famoso. Intanto, non è che Pazzi dimentichi del tutto certi suoi exploit precedenti, forse ci potrebbe essere di nuovo qualcuno che muova “Cercando l’imperatore”, ma più che mai dovrebbe mutarsi in uno stormo di uccelli, diversamente il condottiero abbattuto non può sperare in un arrivo dei “nostri” a liberarlo, questa volta il nemico principale, gli Inglesi, avevano fatto bene i loro conti, pur salvandolo dalle pretese degli alleati che avrebbero voluto comminargli la morte. Questa volta si è stati ben attenti a non ripetere l’errore fatale di comminargli una “comoda” prigionia sull’isola d’Elba, che è tra i ricordi che più assediano la memoria del prigioniero, quando era andato a trovarlo una donna rimasta a lui fedele, la polacca Walewska, portandogli anche il figlioletto, in sostanza ufficialmente riconosciuto, mentre il Re di Roma, il rampollo avuto da Maria Luigia d’Austria, che fine avrà mai fatto? Questa una angosciosa domanda che Napoleone pone a se stesso, mentre l’Autore, comportandosi come il demiurgo quale era previsto nel regime narratologico ottocentesco, fa incursioni all’interno di questo personaggio, mostrandocelo ancora imbevuto del ricordo di tanto padre, pronto a rivendicarne la gloria, ma alla fine domato, piegato da un nonno austero e implacabile. E soprattutto abbandonato dalla madre, appunto Maria Luigia, che vede in lui il frutto di un’offesa inflittale dalla ragion di stato, e che dunque non vuole concedergli alcun tributo di affetto, mentre sogna di rifarsi l’esistenza anche sul piano erotico, dandosi ad amori col Neipperg, e aspirando alla libertà che le potrà dare lo staterello di Parma. I ricordi del prigioniero illustre svariano, li animano dei “flashback” dedicati alla madre Letizia, alla sorella Paolina, che sono il lato buono delle sue memorie, magari assieme alla mai dimenticata creola, Giuseppina Beauharnais. Ma c’è pure il lato negativo degli ex-fedeli che lo hanno tradito, come Murat, come il sempre infido Talleyrand, e perfino lo zar di Russia, su cui pure credeva di aver stabilito un influsso quasi paterno. E dubbia è anche la fedeltà della piccola scorta che lo segue, un Las Cases che punta solo al guadagno che potrà trarre dalla possibilità di pubblicare le memorie della vittima illustre, e altri, immersi in oscure manovre. Insomma, un quadro triste, deprimente, tanto che l’Imperatore è quasi convinto a darsi la morte prima ancora di venire sbarcato sul miserabile scoglio. Del resto, tra i membri dell’equipaggio ce n’è pure uno cui forse l’ammiragliato britannico ha conferito l’ignobile incarico di avvelenare gradualmente il prigioniero, che è solo un inciampo, una grave soma. Infatti questo Pazzi, in veste soprattutto di storico, non si esime neppure dal darci i cosiddetti “conti della lavandaia”, snocciolando i numeri di quanto sarebbe costato all’Inghilterra albergare a lungo quel personaggio sgradito. Pazzi insomma riecheggia la tesi molte volte accennata di una morte procurata a Napoleone, però sei anni per condurla a buon fine sembrano un periodo un po’ troppo lungo. Del resto, mentre il navigatore coatto è libero di errare col pensiero di qua e di là dell’enorme scacchiere che ha frequentato nella sua turbinosa esistenza, non viene seguito quando approda a S. Elena. Questa resta una meta lontana, ovvero ci limitiamo solo ad andare “verso” di essa. Ma come si conviene a chi narra storie reali, anche Pazzi non si esime dal compito di dirci come sino andati a finire i protagonisti della vicenda, compresi i discendenti, e così compare anche un dato incredibile, una buona azione compiuta da Hitler, che quando occupò Parigi vi fece trasferire accanto alla tomba di Napoleone la bara del figlio, sottraendola alla Cripta dei Cappuccini, dove a Vienna dormono il sonno ultimo tutti gli Asburgo.
Roberto Pazzi, Verso Sant’Elena, Bompiani, pp. 189, euro 15.

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Attualità

Dom. 10-3-19 (TAV)

Francamente mi sarei augurato che i pareri opposti sulla TAV provocassero davvero la caduta dello sciagurato governo giallo-verde, impostoci dall’ignavia di Mattarella, timoroso di doversi assumere i grattacapi insiti nel portarci subito a nuove elezioni, e dunque intento a rabberciare un governo possibile, anche se nel malo modo che “ancor ci offende”. Ma evidentemente a nessuno dei due contraenti giovava rompere in questo momento, meglio traccheggiare fino alle elezioni europee, adottando l’escamotage di far partire i bandi, ma con la riserva di poterli annullare. Però, dopo quella scadenza, non sarà più possibile prolungare la “melina”, e dunque, come dicono quasi tutti i pronostici, il governo cadrà, dopo averci inflitto gravi perdite per un intero anno. C’è pero da temere che i Pentastellati, avendo portato a casa il reddito di cittadinanza, possano risalire nei voti. Siccome il provvedimento non sarà ancora in opera, si dovrà vedere se l’elettorato dei Cinque Stelle sarà disposto a prolungare il credito a loro favore o se invece sarà già pronto a voltargli le spalle. Siccome sia il Pd sia FI sono in leggera risalita, il pur scarso apporto che potrà venire da parte loro dovrebbe portare alla conferma di una maggioranza in Europa ancora nelle mani delle forze positive, ovvero si può sperare che “portae inferi non praevalebunt”. Purtroppo è anche vero che la conduzione assicurata in tutti questi anni dagli organi europei è stata fiacca, piena di errori, di mancanze, e non si vede proprio chi avrà la forza di portarvi rimedio, anche nella migliore ipotesi che continui a governare il blocco tra i popolari e i socialdemocratici.

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Arte

Boezem e il suo “Elogio degli uccelli”

La Galleria Fumagalli, nel suo passaggio da Bergamo a Milano, sta facendo un ottimo lavoro che mi ha indotto a parlare su questo blog per ben tre volte delle mostre che vi ha portato. In quella sede ho avuto il piacere di rivedere la coppia Anne e Patrick Poirier, che già erano stati un pilastro quando presso lo Studio Marconi, nel 1974, avevo in definitiva aperto il ciclo del gusto “rétro” organizzandovi “La ripetizione differente.” Quindi sempre là ho potuto ammirare i neon abilmente intrecciati nello spazio da Keith Sonnier, il collega e rivale di Bruce Nauman negli USA, a torto messo in sordina a vantaggio dell’altro. Ora poi, nella mostra dedicata all’olandese Marinus Boezem, rivedo un artista che ben cinquant’anni fa avevo ospitato a Bologna, alla Galleria Nuova Loggia, in coppia col suo connazionale Ger Van Elk, cosa di cui essi forse si sono del tutto dimenticati. Il merito di quella precoce segnalazione non fu del tutto mio, bensì ispirato da Piero Gilardi, con cui avevo stabilito uno stretto rapporto, ma in una fase anteriore del suo lavoro, e anche dei fatti apparsi sul quadrante della storia. Avevo accolto Gilardi come efficace campione della Pop Art, grazie ai suoi tappeti-natura, che costituirono anche un episodio rilevante della Pop nostrana, in stretta simbiosi con quella statunitense, tanto che lui, assieme a Pistoletto, era l’unica accettato nelle rassegne ufficiali di quel clima. E proprio alla Nuova Loggia lo avevo portato in mostra, quando ancora giurava su di lui Gian Enzo Sperone. Ma eravamo alle soglie del ’68 e stava scattando uno dei più vistosi ribaltoni che si siano avuti nelle vicende recenti, quello che dalle forme fin troppo chiuse di Gilardi e Pistoletto, cui per l’ambiente torinese era anche il caso di aggiungere Aldo Mondino e Ugo Nespolo, portava all’”aperto” dell’Arte povera e delle altre proposte similari fiorite in tutto il mondo occidentale. E Sperone fu pronto a porsi alla testa di questa svolta, che aveva in Germano Celant il diligente sacerdote. Ma nella prima fase l’Arte povera non si era ancora districata da un certo residuo minimalismo, di forme dure e impacciate. Gilardi in quel momento attuò un salto della quaglia, ovvero, per conto suo non riuscì a saltar fuori da un pur felice mimetismo delle sembianze naturali, ma lo stesso successo che gli consentiva di viaggiare negli USA lo aveva portato a capire anzi tempo che là il pendolo si stava invertendo di nuovo, auspice di tale mutamento lo stesso capofila del Minimalismo, Bob Morris, passato a sperimentare l’Anti-form, cioè non più metalli rigidi, bensì feltri cascanti, in quello che io stesso definii una sorta di Informale ritornante, ma in versione fredda o tecnologica. Gilardi si comportò allora alla maniera del Virgilio dantesco, fu cioè colui che “reca il lume dietro e sé non giova”, cioè lui stesso rimase impermeabile a quelle nuove mosse, però andava in giro munito di poderosi album con la documentazione di chi, in tutto l’Occidente, stava conducendo quella svolta. Tra questi, appunto la coppia Boezem-Van Elk, e dunque io fui ben lieto di accettare il suo consiglio di esporli, trasmettendolo al direttore della Loggia, anche se questi era alquanto incerto su quel passo e non seppe dargli un degno seguito. Ora torno a incontrare Boezem, e lo vedo procedere sicuro sulla via già allora imboccata, da autentico interprete della Land Art, tra i pochi protagonisti che ne seppe dare l’Europa, accanto al connazionale Jan Dibbets. Tutti ricordano di quest’ultimo il capolavoro, quella spiaggia su cui l’artista aveva apportato dei solchi lasciando che si incaricasse la marea montante di cancellarli. Ebbene, a tanta distanza di tempo trovo una straordinaria corrispondenza nell’opera di base realizzata da Boezem appunto nella Galleria Fumagalli, sul cui pavimento ha rifatto l’impianto della basilica di S. Francesco ad Assisi, valendosi di semi, destinati a essere spazzati via, anche se in questo caso non da un’onda montante, bensì da uno sciame di uccelli che si può ben supporre che siano pronti ad avventarsi su quel prezioso ben di Dio loro offerto, mentre dei rami sporgenti dalle pareti gli offrono dei sostegni ideali per soffermarsi a guardare la preda che li attende. Il tutto è una perfetta replica della ben nota immagine giottesca dedicata al Santo che predica appunto al mondo dei volatili. Anche andando a indagare a ritroso nei tanti anni che mi separano dal primo incontro con Boezem trovo pur sempre in lui un produttore di installazioni in perfetta sintonia con i capolavori della Land Art. In tante occasioni egli ha eretto palizzate, “alzati” in verticale, siepi di vegetali, nel che si può intravedere una specie di sfida o di concorrenza nei confronti di Christo e delle sue “Running Fences”, magari pur sempre aggiungendo a questi esercizi spaziali un pizzico di respiro museale che manca totalmente nell’opera del bulgaro-francese-statunitense.
Marinus Boezem, Bird’s Eye View, Milano, Galleria Fumagalli, fino al 5 aprile.

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Letteratura

Missiroli: fedeltà o infedeltà?

La Casa editrice Einaudi mi ha usato la gentilezza di mandarmi i volumi di Paolo Colagrande e di Alice Cappagli, forse intuendo che sarebbero risultati accetti alle mie corde, come infatti è stato, consentendomi di dedicare a entrambi note molto favorevoli su questo blog. Non mi ha inviato invece la successiva “Fedeltà” di Marco Missiroli, forse anche in questo caso intuendo che sarebbe mancato il mio favore a quest’opera, come infatti è, anche se, vista l’ attenzione con cui è stata accolta, non ho mancato di procurarmela a mie spese. E’ opera incerta e confusa, sicuramente non superiore alla media di altri prodotti che hanno invaso il mercato in questi ultimi tempi. Forse anche in questo caso può valere la formula lanciata da Vittorio Spinazzola di un New Italian Realism, o di un neo-neorealismo, come preferisco dire io. Siamo cioè in presenza di uno spaccato di vita come oggi si svolge nelle comunità urbane, poste nel pieno di una società consumista, con tutti i suoi riti, compreso pure quello di una libertà sessuale per cui le coppie si fanno e si disfano, in un panorama “aperto” e molto tollerante, il che, sia ben chiaro, è decisamente un bene, l’ accettazione di uno dei presupposti stessi della nostra civiltà, che a ragione si può definire post-freudiana. Per cui proprio non si capisce che cosa sia saltato in mente al narratore di intitolare queste sue “ambages”, non “pulcherrimae”, ma certamente molto consuete, all’insegna della “Fedeltà”. Ci stava bene pure l’esatto opposto, ovvero un elogio della “infedeltà”, come condizione imprescindibile di vita al giorno d’oggi. In definitiva, il romanzo consiste proprio nel presentarci delle coppie che marciano ciascuna verso un momento di crisi, col maschio, ma anche la femmina, pronti ad accogliere l’attrazione di partner diversi, salvo magari a rientrare sui propri passi, ma, in sostanza, non per l’imporsi di ferree convinzioni morali, che nel nostro universo non hanno più un forte diritto di cittadinanza, ma solo per adempiere a scelte abitudinarie, di comodo, di assuefazione. La coppia numero uno è data da Carlo Pentecoste e dalla moglie Margherita, la cui convivenza è subito picconata da un evento fortuito. Il marito, docente di scuola, per le migliori intenzioni entra nella toilette riservata alle donne per portare soccorso a una giovane alunna, Sofia, dal che nasce però un intreccio, una relazione. D’altra parte Margherita a sua volta si lascia affascinare dalle dita sapienti di un massaggiatore, tale Andrea, che sa sfiorare abilmente i suoi punti sessualmente nevralgici invitandola a prolungare quei momenti di piacere, Ma , forse per allungare il brodo, o al positivo, per accrescere una fedeltà documentaria nel rendere uno spaccato del nostro oggi, il narratore non si nega nulla, appiccica al seduttore Andrea una improbabile coda che lo vede anche cedere a tentazioni omosessuali, con l’aggiunta di una partecipazione alle scommesse che si fanno circa i selvaggi duelli tra cani. Lo schema generale della vicenda si può anche ricondurre a una sorta di “ronde de l’amour”, ma contrastata dal ritmo avverso riportabile alla formula dell’”incontrarsi e dirsi addio”. Infatti Sofia, la giovane che si pone all’inizio della serie determinando la prima rottura di una sana vita coniugale, non è che stia al gioco, che accetti di rimanere al fianco dell’involontario seduttore Carlo, ma al contrario fugge lontano da lui, rientrando in un ambiente riminese, che sarebbe il suo terreno di partenza, dove ovviamente ci sono altri interessi affettivi ad attenderla. Forse i momenti più persuasivi in questa “ronde” sono quelli in cui la vicenda si “riposa” , affidata alla saggezza di genitori, di madri tolleranti, capaci di lottare contro la malattia, di comprendere e perdonare figli, figlie, generi nelle loro dispersioni, nei passi falsi. Il tutto senza picchi di vivacità, in un tessuto che si diffonde piatto, cercando di animarsi con il ricorso a un periodico “changez la femme”.
Marco Missiroli, Fedeltà. Einaudi, pp. 224, euro 19.

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Attualità

Dom. 3-3-19 (crisi?)

La situazione politica italiana è molto confusa, e si rischia che neanche le prossime elezioni europee portino un chiarimento. Quasi di sicuro il M5S ne uscirà ridotto al 20% o giù di lui, come indicano i pronostici emessi da Pagnoncelli, ma anche la Lega è prossima a segnare il pieno dei suoi voti, che non dovrebbero andare molto oltre un 32%. Purtroppo però la somma risultante darebbe pur sempre la maggioranza ai giallo-verdi, che potrebbero arroccarsi in una posizione del genere resistendovi ad oltranza. La scelta risolutiva sembra nelle mani di Salvini, forse chiamato a decidere se per lui sia meglio rimanere all’interno di quel patto sciagurato, che però gli consente di ricattare e comunque di mantenere sotto controllo l’alleato ormai divenuto più debole, o se invece la coesistenza diventi impossibile, con rivolta proprio degli ambienti dell’Italia Settentrionale che mordono il freno e non tollerano l’immobilismo negli affari economici tipico di Di Maio e compagni. Certo, Salvini, uscendo dal governo e provocando nuove elezioni, sa di potersi rifugiare nella provvida trincea del centrodestra, che oltretutto riuscirebbe a controllare. Insomma, forse si porrà per lui il quesito, meglio sopportare i limiti che gli pongono i Pentastellati, o quelli che gli verrebbero da Berlusconi, nel caso di un suo rientro nell’unione di centro-destra? Certo, se i nostri affari economici andassero peggiorando, come è del tutto probabile, si potrebbe giungere alla crisi di governo, purtroppo non c’è nulla da sperare da parte del presidente Mattarella, il principale responsabile di questo pessimo stato delle cose, e assolutamente incapace di una mossa azzardata quale fu quella compiuta da Napolitano quando mandò a casa Berlusconi dando l’incarico del governo a Monti. Mattarella non è tipo da mandare a casa nessuno, se non ci è proprio tirato per i cappelli. E dunque, nubi, incertezze, navigazione a rilento, tra mille ostacoli.

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Arte

La marcia di Ontani dal povero al ricco

Massimo De Carlo oggi è forse il terzo grande tra le gallerie d’arte milanesi, assieme alla Fondazione Marconi e a Lia Rumma. Ma per rafforzare questo suo ruolo ha compreso che doveva abbandonare il coraggioso fortilizio che aveva occupato in zona Lambrate, nella speranza di trascinarsi dietro altre gallerie e di costituirvi un fitto polo milanese. Visto che questo non è avvenuto, ora ha invertito la rotta ed è andato a occupare un prestigioso spazio nel pieno centro, un’ala del Palazzo Belgioioso, accanto al mitico ristorante Boeucc e all’ancor più mitica residenza di Alessandro Manzoni. Per celebrare adeguatamente questo nuovo inizio De Carlo ha chiamato Luigi Ontani, un artista che ora va decisamente per la maggiore, e che così si può vantare della distanza da lui superata in circa mezzo secolo, breve in termini spaziali ma enorme quanto a prestigio. Infatti aveva esordito nel 1970 ad appena un centinaio di metri di distanza, nel Centro S. Fedele gestito dai gesuiti, con la sapiente regia di Padre Eugenio Bruno, purtroppo scomparso qualche tempo fa. Ed era toccato proprio a me tenere a battesimo l’artista, nato a poca distanza da Bologna, in una sua prima audace fuoriuscita, dove già si manifestavano alcuni degli aspetti che poi ne avrebbero retto tutta la carriera. Questi, allora, si potevano stringere nella formula del “povero ma bello”, dove il primo termine stava a sancire una accettazione della svolta sessantottesca, ben espressa dall’Arte povera. E cioè, la si smetta di fare ricorso a materiali e tecniche delle belle arti, ma si adottino materiali di recupero, magari provenienti dalla strada. Il “povero” però, nell’esercizio di Ontani, era subito chiamato a fregiarsi di un appellativo opposto, di un “bello” ritrovato dall’interno stesso di quella poetica, così da costituirne un capovolgimento totale, un ribaltone. Luigi, con acuta intelligenza, si era rivolto all’utilizzo di materiali del tutto cheap, ai limiti col trash, quali i cartoni plissettati e le imbottiture di gommapiuma, con i loro terribili colori rosa e azzurri, che a quei tempi si usavano, ma giusto per imballare le spedizioni. Eppure Luigi ne aveva inteso tutto il potenziale “ricco”, bastava ritagliarne trance, spessori, frammenti, con le forbici sapienti di uno stilista di lusso, ed ecco operato il miracolo, gli oggetti risultanti acquistavano nobiltà, fascino, seppure volutamente mantenuti in bilico col kitsch, sospesi tra il buono e il cattivo gusto, in gara reciproca. Un altro dei mezzi “poveri”, sessantotteschi che l’artista fu pronto ad assumere stava nel ricorso alla foto, però anch’essa rivolta a celebrare un rovesciamento, spostandosi da una regjstrazione del “qui e ora” verso un viaggio a ritroso nel tempo, permettendo al protagonista di farsi fotografare calato nei panni dei personaggi di dipinti storici, o di appartenenti al mondo esotico. Era insomma una sistematica coltivazione dell’ alibi, dell’essere altrove. Nel corso degli anni doveva avvenire quasi obbligatoriamente che il povero delle origini fosse sostituito da un materiale nobile e ricco come la ceramica, nelle sue forme più sofisticate, abbellite da un ricorso al colore. E anche il narcisismo che da sempre è stata una molla ispiratrice del nostro artista, ma in fuga da se stesso, si è compiaciuto di giochi più complessi, pur senza mai rinnegare una prima filiazione da quanto nasceva spontaneamente dal suo stesso cognome, portatore di quell’ontano che nella lingua aristocratica del latino diviene un “alnus”, subito congiunto, come è detto nel titolo di una di queste favolose ceramiche, a un inevitabile ”Alieno”. E c’è pure la confessione del “Narcis” di fondo che si manifesta in ciascuna di queste apparizioni, pronto a moltiplicarsi con effetto di “eco”, come viene subito specificato. Inoltre la metamorfosi in pianta si accompagna sempre e di nuovo alla fuga, all’evasione, come indica un altri titolo, “PalmAltrove”. E beninteso non manca un omaggio al nume fondatore del luogo in cui le opere vengono ospitate, ecco dunque un medaglione volto a celebrare “Albericus Belgioiosiae” con l’aggiunta di un “Auroborus”, con allusione all’effetto di continuo “ouroboros” che presiede a tutte queste sintesi, opere che si acciambellano su se stesse, come sacri pitoni in letargo, dove le lussureggianti screziature della ceramica valgono a rafforzare gli splendori delle pelli, pronte a snodarsi per mettere in evidenza la maculatura, la policromia delle superfici. Magnifici pendagli, addobbi, stemmi nobiliari per confermare la sacralità del luogo. Ma non viene mai meno del tutto un utile ricordo delle occasioni cheap, kitsch, quotidiane da cui tutte quelle superfetazioni trovano la loro nascita.
Luigi Ontani, Albericus Belgioiosiae Auroborus, Milano, Galleria Massimo De Carlo, fino al 16 marzo.

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