Arte

Cuoghi e Corsello, Marisaldi: un'”officina bolognese” che continua sicura

Una fortunata occasione mi permette di parlare contemporaneamente della coppia Monica Cuoghi-Claudio Corsello e di Eva Marisaldi, che furono tra i più importanti protagonisti di “Nuova Officina bolognese”, principale fatica critica del mai abbastanza compiano Roberto Daolio, con la collaborazione di altri talenti critici della città petroniana. Quella rassegna avvenne alla fine del ’91 e metteva in pista giovani artisti che, pur succhiando il latte dai sacri principi del ’68, con la cassazione dell’atto del dipingere e la promozione di tante altre modalità operative, rilanciavano però quelle pratiche con un estro e una fantasia mai venuti meno, nel lungo tempo che ormai ci allontana da quegli inizi. Un loro tratto comune potrebbe essere di aver ripreso, di recente, un qualche rapporto con vecchie tecniche del dipingere e del “fare quadro”. La coppia dei due ora non disdegna affatto di darci minuti dipinti, quasi tradizionali, o di trasferire su tela i loro arditi graffiti murali, che in definitiva sono il nocciolo duro di tutta la loro presenza. Ma, chiamati ad allestire alcune sale al MACRO di Roma, hanno fatto prendere a questo ritorno alla pittura delle vie del tutto insolite, o meglio, c’è stato in loro un ritorno alle origini, in quanto la ricomparsa della pittura è avvenuta per delega. I due hanno condotto una razzia di dipinti tradizionali contenuti nel museo, pare in numero di 239, collocandoli a parete, come a costituire una quadreria del tutto convenzionale, o appunto museale, ma poi hanno scatenato su quella quieta e pacifica parata una serie di fulmini, come inserire delle graffe spaziali per dare unità a una visione altrimenti multipla e spezzettata, o immettervi con violenza una circolazione sanguigna, o sottoporla a un elettrochoc. Il che è avvenuto ricorrendo ai tubi al neon, e ritrovando con questo mezzo folgorante ed energetico al massimo i percorsi sottili, incisivi cui ricorrevano nel loro esercizio di graffitisti, dove accanto alle icone vergate con bombolette il neon faceva già di frequente la sua comparsa. Ma in definitiva qui c’è un avvicinamento tra i due corni del problema, in quanto i gas nobili e rarefatti scorrono entro tubicini con pareti colorate, e dunque c’è una sorta di pittura tecnologica, rarefatta ma penetrante e diffusa che accompagna, o fa il controcanto, al coro sommesso dei dipinti che se ne stanno dal canto loro quieti e immobili nelle loro collocazioni risapute. Ma certo questa è solo una tappa provvisoria nel percorso sempre vario e imprevedibile della nostra coppia ultra-sperimentale.
Eva Marisaldi espone in una Galleria privata, la De’ Foscherari di Bologna, che però, data la storia alle sue spalle, funziona già come una istituzione in loco. Se si vuole, anche Eva in questa occasione sente il richiamo della pittura, ma amministrandolo a modo suo. In fondo, ogni volta che ho affrontato sul piano critico il suo percorso, ho sempre detto che in lei c’è un quasi morboso attaccamento a una orizzontalità, sia essa data da una superficie o da una linea. Forse il suo lavoro più spettacolare Eva lo ha fatto in una sede di Neon, la galleria massimamente sperimentale della nostra città, quando riempì un sottoscala di una melma tecnologica, come fossero pericolose sabbie mobili pronte a inghiottire chi avesse osato immergervisi. In questo caso le pareti della galleria sono tappezzate da una serie di fogli in cui si sviluppa una linea d’orizzonte, il confine di visioni marine di blu intenso, disposte in fila come per una “graphic novel”, o come se fossero pronte per essere fotografate una a una onde ricavarne un video, secondo la prassi manuale, artigianale cui si affida il videoartista Kentridge. Ma qui appunto la strip, la lunga, paziente strisciata è stesa proprio per far trionfare un orizzonte basso, tipico del mare, su cui si protendono anche dei moli, o si colgono le sagome di bastimenti, che però sanno bene di dover “volare basso”, come se la dimensione in alto fosse loro negata, o ci fosse un colpo di rasoio a reciderla inesorabilmente. Pare che Eva si sia ispirata proprio alle vedute marine del capolavoro giovanile del regista Polanski, “The Big Knife”, ma ci sta un riferimento anche ai grandi navigatori del mistero, con Joseph Conrad in prima linea, senza dimenticare lo Stevenson dell’Isola del tesoro. Infatti, accanto a questa orizzontalità tesa, oltranzista, l’artista usa altre carte, il lato esotico e avventuroso di questi panorami marini si esprime con la comparsa di uccelli esotici dalle piume variopinte, a ricordarci che dall’officina Marisaldi escono dei video “phantasy”, o, rimanendo alla sua piattezza di base, tante fiches, bidimensionali ma coloratissime. Del resto, l’artista non disdegna di coltivare, in contrappunto a tanta orizzontalità, anche la verticale, di scatole che drizzano le loro pareti inanimate, inorganiche, a contrasto coi palpiti marini. E in alto ci sono anche come delle passerelle, o delle gomene che si asciugano all’aria, tese magari per ospitare la marcia di qualche scimmia acrobatica, o di quegli acrobati mentali in cui Eva ci invita a tramutarci. Non è finita qui, infatti, ritornando al senso di un’avventura marina alla scoperta di nuove terre, sappiamo bene che la presenza di queste, come nel viaggio favoloso di Colombo, è annunciata quando, sul pelo dell’acqua, compaiono ammassi di alghe o di altra vegetazione. Ebbene, con ricorso a disegni dal segno sottile, anche qui compaiono dei fogli che si gonfiano per il compenetrarsi di sagome, di tracciati, di scorie, come se fossero i residui di quanto non è ruscito a filtrare attraverso l’inflessibile processo di riduzione all’orizzontalità, alla “flatness”, a minacciarne il dominio.
Monica Cuoghi-Claudio Corsello, “Rolando”, Roma, MACRO, fino al 26 dicembre
Eva Marisaldi, “Surround”, Bologna, Galleria De’ Foscherari, fino al 31 dicembre.

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Letteratura

Dan Brown: un buon prodotto di para-letteratura

La presenza dei romanzi di Dan Brown, con relativo successo, sta a dimostrare che esiste senza dubbio quanto viene detto para-letteratura, cioè la confezione di prodotti narrativi che si raccomandano per la scorrevolezza di trama, spingendo il lettore fino a trangugiare le centinaia di pagine e a non aver pace prima di giungere alla soluzione finale. Ma poi, il libro si accantona, e difficilmente si va a rileggerlo, se non sia per decifrare qualche passaggio rimasto oscuro. E beninteso nelle produzioni del Nostro di queste zone grigie, di questi reati contro la verosimiglianza, ce ne sono tanti. Ma poi ci sono gli aspetti accattivanti, tra cui la ricomparsa in scena di personaggi che abbiamo già apprezzato, con l’accorgimento di ripeterne i tratti, pur di inserire anche qualche opportuna variante. Questo identikit vale per una costellazione di prodotti, i “gialli”, ma anche i “phantasy”, o i “quattro passi nel delirio”, modalità che il narratore statunitense sa frequentare molto bene e amalgamare tra loro, ponendosi alla testa di una vasta schiera di concorrenti. Fenomeno non certo nuovo, basti pensare che opere del genere, legate al filone cavalleresco, erano riuscite a togliere il senno a Don Chisciotte. Noi, più fortunati, cediamo soltanto a un ricatto momentaneo, a una sbornia temporale, per poi rientrare nei panni normali,
E dunque, mi ero già divorato “Il Codice da Vinci” e il successivo “Inferno”, cui ora fa seguito “Origin”, ma con la persistenza del medesimo protagonista, Robert Langdon. E’ infatti imperativo che a condurre il gioco ci sia un personaggio dai tratti simpatici, alla mano, con qualche piccola e perdonabile limitazione, ma per il resto pieno di buon senso, di riflessi pronti. Si aggiunga che la specialità di Langdon sta nella decifrazione di simboli o acronimi e simili, facoltà molto adatta a condurre come delle tortuose cacce al tesoro, alla ricerca di qualche verità occulta. Dall’altra parte ci deve essere una figura volta a rappresentare il genio del male, colui che sta tramando una minaccia letale per il genere umano. In “Inferno” era un “cattivo” assoluto, Bertrand Zobrist, che però, ammettiamolo, aveva diagnosticato una minaccia reale per il genere umano, la sovrappopolazione, fino a escogitare una epidemia letale, la cui diffusione avrebbe fatto strage dei nostri simili, fino farli discendere a un numero sopportabile. In questo caso non c’è un “cattivo”, anzi, un essere dotato di ogni virtù, intelligenza, abilità affaristica, perfino simpatico nei suoi tratti, Edmond Kirsch, e in definitiva la sua minaccia è più accettabile, in quanto volta a darci risposte sui massimi quesiti, da dove veniamo e dove stiamo andando. Questi geni del male o del bene, è opportuno che scompaiano presto, facendosi essi stessi vittine di suicidio, per lasciare libero l’uomo “come noi”, cioè Langdon, con la sua corte dei “buoni”, a sbrigarsela in mezzo a un mare di guai, anche se il genere pretende che si giunga a un lieto fine. Una componente piacevole nei romanzi di Brown è che queste enormi, labirintiche cacce al tesoro si svolgano in genere in luoghi altamente deputati alla cultura, e in particolare alle arti visive, o almeno questo, per un frequentatore di quest’area come me, è motivo di soddisfazione, e bisogna anche ammettere che il nostro autore si informa coscienziosamente in materia, consulta a fondo le guide turistiche. In precedenza ci aveva portato con estrema competenza al Louvre, o agli Uffizi, a San Marco, qui si parte dal Museo Guggenhein di Bilbao, la maestosa costruzione di Frank Gehry. E diciamo pure che la ricognizione nelle sale di quell’edificio è condotta in modi del tutto soddisfacenti. Poi ci si porterà a Barcellona, con perfetto sfruttamento dei monumenti che vi si trovano realizzati dal genio di Gaudì, dalla Pedrera alla Sagrada Familia. Entrano sempre in scena dei poveri esseri che sono preda di lusinghe, di plagi mentali, indotti quindi ad attentare ai rappresentanti del bene, e naturalmente l’abilità del narratore suscita una ridda di sospetti. Chi sono i maligni che vogliono impedire a Kirsch di enunciare la sua tesi, tale da smentire di colpo tutte le religioni più difuse, che cioè non ci sia stato un Dio creatore, che l’evoluzione della vita sulla terra si sia svolta per forze proprie? C’è la monarchia spagnola, con un re moribondo, in cui non si ravvisano affatto i lineamenti decisionisti di Juan Carlos, mentre il principe in attesa di successione sembra davvero una copia conforme dell’attuale regnante Felipe. Ma la sua fidanzata, anche in questo caso distaccandosi dalla realtà, è una intraprendente donna in carriera, capace di porsi fattivamente a fianco dell’eroe Langdon. E ci sono alti prelati, non si sa se intenti a tramare, magari anche contro il Papa di Roma, fino a contrapporgli un antipapa. Tra le presenze più simpatiche c’è pure quella di un robot, di nome Winston, perfetto servitore del Kirsch conduttore dei giochi, perfino troppo bravo nell’eseguire alla perfezione qualsiasi incarico gli venga affidato, e questa non è certo una novità, siamo assediati, oltre che in narrativa, al cinema e alla televisione da una folla di umanoidi di questo tipo. Qui comincia anche a manifestarsi l’inferiorità di queste creazioni di para-letteratura rispetto ai campioni di una autentica creazione letteraria. Winston, con tutta la sua perfezione di servitore efficiente, è solo una stinta malacopia di una autentica progenitrice, messa in campo dal narratoe frnces Villiers de l’Isle-Adam un secolo e mezzo fa, nella sua “Eva futura”.
Ma avviamoci verso il fondo, quando alla fine l’autore è costretto a dare delle risposte, a sciogliere l’enigma. A proposito della nostra “origine”, è da apprezzare la sua difesa di una soluzione laica, aconfessionale, secondo cui la vita sarebbe nata da sé. Se non si è riusciti a riprodurre in laboratorio il passaggio da una chimica dell’inorganico alla comparsa di sostanze organiche, ciò sarebbe dovuto alla nostra incapacità di spingere l’indagine indietro nel tempo a sufficienza, ma quando avremo la possibilità di velocizzare all’estremo questa indagine, riusciremo finalmente ad assistere al miracolo, non più miracolo, di veder apparire il vivente, il biologico dall’inorganico. E dall’altra parte? Su questo punto Brown fa apparire i limiti di chi naviga nel facile continente della paraletteratura rispetto agli autentici creatori che pure si muovono entro questi filoni. La stessa velocità di proiezione che ci permetterebbe di ricostruire il passato ci consentirebbe di prevedere anche il futuro, Qui Brown ha una eccellente carta in mano, quando dichiara che si vedrebbe una macchia nera crescere a dismisura, significando la comparsa di un alieno tra noi, fino a ingigantirsi, a schiacciarci. Qui ci stava una ingegnosa una soluzione alla maniera di Lovecraft, di un’insidia, di un insetto crescente a dismisura, di un mostro gigantesco pronto a inghiottirci. Ma la soluzione di Brown si limita a vaticinare che questa minaccia altro non sarebbe se non la crescita illimitata dei robot, dell’intelligenza artificlale, del resto pronta a stringere un patto d’alleanza con noi poveri umani. Soluzione ovvia, buonista, conciliante, che ci manda a letto sereni e tranquillizzati, Ma forse non è questa la risposta che ci attendiamo da una letteratura che conti davvero.
Dan Brown, Origin, Mondadori, pp. 559. Euro 25.

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Attualità

Dom. 15-10-17 (Rosatellum)

Naturalmente l’argomento del giorno è l’avvenuta approvazione alla Camera della legge elettorale nota come Rosatellum bis. In proposito è ridicola la protesta delle forze parlamentari non consenziente circa il ricorso alla fiducia, da parte del governo proponente. Questa è necessaria per evitare il boicottaggio con cui gli oppositori tentano di impedire il manifestarsi della maggioranza, quindi i veri anidemocratici sono loro. E’ come se dei bambini bizzosi preparassero una trappola ai danni dei passanti e poi protestassero se qualcuno manda all’aria il loro gioco, svelandolo ed evitando che si cada nella buca. Il boicottaggio di emendamenti avanzati in numero eccessivo, solo per fare da ostacolo, senza fondate motivazioni, si collega su un fatto che sembra del tutto opinabile, insostenibile. Perché in una materia eminentemente politica come il votare su una legge elettorale ci deve essere il voto segreto? Questo dovrebbe essere ammesso solo quando siano in gioco questioni di portata morale o religiosa o personale. Fra l’altro, è assurdo il fatto che il voto segreto su taluni argomenti sia previsto alla Camera e non al Senato. Questo è un altro degli inconvenienti provocati dalla bocciatura della riforma costituzionale volta a cassare il secondo ramo del Parlamento. Ma almeno non si potrebbe procedere a una unificazione dei rispettivi regolamenti? Non creo che questi siano protetti da qualche veto costituzionale. Nella speranza che il Rosatellum passi anche attraverso l’inutile rito del passaggio in Senato, con o senza la prova della fiducia, resta da chiedersi se esso valga a consentire qualche prospettiva di governabilità dopo le prossime elezioni. Resto del parere che ci voglia una poderosa campagna, non solo italiana ma europea in genere, per addivenire in ogni Paese al criterio del ballottaggio, come felicemente esiste in Francia, l’unica possibilità di guarigione dal male della ingovernabilità, oggi così diffuso in quasi tutti i Paesi occidentali.

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Arte

I coniugi Poirier: una continua presenza tra passato e futuro

Sono ben lieto che la Galleria di Stefano Fumagalli si sia trasferita di recente da Bergamo, dove ha svolto il suo ruolo di grande peso, in un sede milanese facilmente accessibile, non lontano dalla Permanente, rimanendo sotto la guida della moglie del fondatore, Annamaria Maggi. Posso dare la stura ai ricordi rammentando che Annamaria si è laureata con me, al DAMS, ormai tempo fa con una tesi su Castellani, artista-simbolo della Galleria condotta dai due coniugi, anche se a me non particolarmente caro. Un altro ricordo mi balza al cuore, quando nel 2005, nell’ultima edizione del Premio Belluno-Cortina artista dell’anno (in seguito soppresso quando a Belluno ha vinto la destra, come sempre anti-culturale), questo era andato ad Agostino Bonalumi, già allora sofferente, ma in una fase “movimentista” della sua attività, dimostrandosi capace di schiodarsi dalle forzate simmetrie del gemello Castellani per tentare più estrose fuoriuscite dalla tela. Allora Fumagalli appariva in piena forma fisica, mentre forse una malattia incurabile lo stava già logorando. Questa fase milanese ospita oltretutto una coppia a me carissima, dei coniugi Anne e Patrick Poirier, cui ho associato sul filo dei decenni il mio percorso “citazionista”, fin dagli inizi, quando mi recai a Genova, alla Galleria Masnata, per ammirare una delle loro prime opere, un calco di sagome tombali ottenuto con carte preziose, che poi feci trasferire nella mostra “La ripetizione differente”, ospitata allo Studio Marconi nell’autunnoi 1974. Sono felice di aver riproposto circa quarant’anni dopo quella rassegna, nella medesima sede, e beninteso i Poirier erano là, coi loro austeri-leggeri sarcofagi. Poi li ho ammirati quando, alla corte di Giuliano Gori, a Celle, primo e più importante museo a cielo aperto nel nostro Paese, hanno infossato un occhio macroscopico di un gigante ellenico, Efialte, trafiggendolo con un dardo acuminato. Ne avevo tratto lo spunto per invitarli in un altro luogo di sculture all’aperto, gestito assieme all’amico Fabio Cavallucci a Santa Sofia, in provincia di Forlì, lungo il corso del Bidente. E proprio nel letto di quel fiume, nel pieno centro della piccola ma industriosa città, i Poirier hanno impiantato una delle loro più ampie realizzazioni, supponendo che un errabondo ulisside vi fosse approdato, trasportandovi i propri Penati. Tante altre sono le occasioni di incontro con questa magica coppia, nelle loro multiformi apparizioni, che ora trovo concentrate in una perfetta antologia proprio alla Galleria Fumagalli. Ci sono gli erbari che essi hanno raccolto, comprendendo come le foglie carnose, policrome di certi vegetali corrispondessero da vicino alle carte con cui usano sagomare i corpi di illustri estinti. Ci sono le mappe di città morte, reali, nella storia, o nella leggenda, nel mito, nella futurologia, come vedevo offerte in ricostruzioni ingegnose presso la Galleria Ropac di Parigi. Ricordo anche una mia visita avventurosa in una delle Ville medicee, a Quarrata, per presenziare a una di queste loro animate presenze, pronte a rimbalzare dalle due alle tre dimensioni, dal passato al presente al futuro. Tra le opere inedite, almeno per me, in questa rassegna milanese c’è un tappeto che entra in gara con le mirabili imprese tessili che ci offre Boetti, solo che quanto ci offre l’artista torinese si pone nell’ambito di un gioioso colorismo, qui invece la visione è cupa, come di una pianura azzerata da un incendio o da qualche altro malanno, sorvolata da un drone, di quelli che ahimé, al giorno d’oggi registrano le tante distruzioni provocate dai conflitti in corso nelle varie parti del mondo. Del resto, non per nulla questa mostra si pone all’insegna della Dystopia, ovvero, i “topoi” esistenti non sono presi per il verso giusto, ma sempre in contropelo, in controtendenza, il che conferisce loro un peso di alto potenziale drammatico.
Anne e Patrick Poirier, Dystopia, a cura di Lorand Hegy e Angela Madesani. Milano, Galleria Fumagalli, fino al 20 dicembre.

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Letteratura

Barbolini: un tritacarne che macina bene

Seguo da tempo, con adesione crescente, la multiforme attività di narratore, saggista, giornalista di Roberto Barbolini, che ormai si trascina dietro una numerosa serie di opere, ma forse tutte riconducibili a un fenomeno cui si può dare un “correlativo oggettivo” ricavato dalla gastronomia, ingrediente immancabile in uno scrittore che si vanta delle sue origini emiliane. Dopotutto, in questo curriculum sono comprese “Ricette di famiglia”, del 2011. Mi viene dunque in mente l’operazione di chi macina col tritacarne dei cibi in partenza solidi, e magari anche distinguibili tra loro, separati, ma poi ne esce una striscia continua, multiforme, con tante striature e sfumature. E soprattutto quello che conta è il gesto con cui il condutttore dell’operazione fa scattare il taglio secco e perentorio che interrompe quelle emissioni, ottenendone dei segmenti di varia lunghezza. Questa dinamica spiega la ragione per cui nella produzione di Barbolini si alternano pezzi lunghi, di cose che puntano alla dimensione del romanzo, e altri invece perfino troppo brevi. Questo è anche il carattere della raccolta appena uscita, “Vampiri conosciuti di persona”. Se si va all’indice e si contano le pagine dei vari pezzi raccolti, si vedrà appunto come il coltello del cuoco abbia tagliato secondo misure varie e irregolari, qualche volta forse perfino troppo rapidamente. Ma per tornare al carattere multiforme, eteroclito dell’impasto, prendiamo ancora il titolo dell’ultimo nato, dove a un mostro sacro, orrorifico come quello dei vampiri viene assegnato un carattere del tutto intimo, privato, colloquiale, insito in quell’essere “conosciuti di persona”. Ovvero, Barbolini pratica allegramente un mix tra il sacro e il profano, tra punte di raffinata preparazione culturale, degna di chi ha studiato alla corte di Luciano Anceschi, e improvvise incursioni verso il basso, il prosaico, perfino lo scurrile, senza paura di dar luogo appunto a impasti in apparenza inconciliabili. Si potrebbe anche dire che la musa del Nostro è fondamentalmente “bastarda”, come del resto era indicato dal titolo forse più significativo dei molti espressi dalla sua instancabile officina, quando, in un’opera del ’98, ha denominato la sua Modena originaria “Piccola città bastardo posto”. Vale la pena di ricordare che, risalendo per li rami, un modenese patentato come lui può rivendicare tra i suoi antenati il grande Tassoni. Confesso che nell’andare a leggerlo, ero partito prevenuto, ritenendo che la sua “Secchia rapita” fosse cosa modesta, intrisa di folclore, invece vi ho trovato proprio una delle manifestazioni più efficaci di ibridazione continua, di fusione tra l’alto e il basso. Si pensi alle dee dell’Olimpo che, convocate dal padre Giove, tardano ad andare al concistoro perché impegnate a fare il bucato. Naturalmente, oltre al remoto antenato Tassoni, Barbolini raccoglie pure l’eredità ben più vicina di Delfini, senza contare che non gli manca neppure l’essere andato a navigare in più alte acque, con la trasferta che ne ha fatto un milanese, e dunque si può mettere in lista anche un riferimento a Gadda. Oppure, se si vuole, ritornando quasi ai conflitti tra Modena e Bologna degni della “Secchia rapita”, si potrebbe impostare un confronto tra questo campione della città della Ghirlandina e il nume bolognese della comicità e della parodia, Stefano Benni. Con la differenza che forse l’esponente bolognese ha la tendenza a frequentare di più certi esiti concettosi, iperbolici, futuribili, mentre il contendente modenese si attiene a un cabotaggio in definitiva più tranquillo, con oscillazioni dagli estremi più ravvicinati.
Nel taglio del flusso indifferenziato che sgorga dalla sua macina, l’autore, come indica il titolo, ha voluto privilegiare la presenza del vampiro Dracula, ma beninteso nulla di terrifico, si dà il caso che lo abbiano invitato a tenere una dotta conferenza proprio sull’oscuro nobile della Transilvania, nella sua terra, ma si dà il caso che gli era capitato di incontrarlo davvero, il tristo signore, nella sua incarnazione cinematografica più nota, cioè nella persona dell’attore Christopher Lee, di remote origini modenesi, e dunque la “bastarda città” aveva potuto accoglierlo con tutti i dovuti onori. Ne viene anche l’ameno contrasto tra il figurino del personaggio sanguinario e invece il suo rappresentante, che ai concittadini Modenesi si era presentato in abiti più che decorosi. Roba, insomma, degna di una conferenza da Rotary Club, come l’autore non manca di sottolineare ironicamente.
La striscia policroma ed eterogenea continua a uscir fuori, da un “blocco compatto di passato presente futuro”, e così si affacciano tante apparizioni, tra l’effimero, il casuale, il dotto, subito pronto a inabissarsi nel volgare, dalle stelle della più squisita formazione culturale alle stalle di quanto si addice appunto a un mondo bastardo, dialettale. Si potrebbe anche chiamare in causa la categoria, oggi così diffusa, dell’autonarrazione, dell’autobiografismo, e in effetti Barbolini vi si concede senza troppe remore o pudori. E proprio nel nome di un’esperienza diretta, vissuta “di persona” come più non si potrebbe, dalla macchinetta salta fuori il grumo più forte, più consistente, relativo a una crisi cardiaca subita dal narratore, e ricostruita in tutte le sue fasi, con estrema concretezza, efficacia, urgenza di sensazioni, impressioni. Tanto che forse sarebbe stato meglio isolare questa vasta zona di vissuto, darle un rilievo autonomo. Ma capisco che sarebbe stata anche una infrazione a un metodo generale di lavoro, quello di una macina decisa a procedere per la sua strada, a metter fuori vermi esili, filiformi, o invece grumi poderosi, di grande stazza.
Roberto Barbolini, Vampiri conosciuti di persona, La nave di Teseo, pp. 237, euro 15.

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Attualità

Dom. 8-10-17 (Catalogna)

Naturalmente l’argomento del giorno è la volontà scissionista manifestata da molte componenti della società catalana. In proposito mi pare che si debba registrare una bocciatura abbastanza ferma espressa, oltre che dalle istituzioni e dai partiti spagnoli, anche dalle autorità dell’UE. Perfino D’Alema, memore del suo passato di ministro degli esteri, in un colloquio presso la al solito rigida e segaligna Bianca Berlinguer, si è pronunciato in termini molto cauti e di freno, in sostanza, rispetto alle velleità indipendentiste della regione catalana. Da questo punto di vista si può comprendere la volontà del primo ministro Rajoy di bloccare con tutti i mezzi il referendum indetto dalla Generalidad di quella regione. E’ stato senza dubbio dannoso, e proprio per le buone ragioni della causa nazionale, che la Guardia civil intervenisse in modi così brutali. Bastava mettere in atto una cintura di isolamento per impedire l’accesso ai seggi elettorali, con sequestro delle schede. Ma certo, a questo modo, il referendum è risultato nullo, sia perché il numero dei votanti non ha conseguito la maggioranza, sia perché le votazioni si sono svolte senza alcuna garanzia di segretezza e di controllo. Detto tutto ciò, non si può però considerare chiusa la partita. Noi Italiani in merito dovremmo ricordare a tutti la saggezza che ci ha indotto a concedere statuti speciali a regioni in cui diversamente bollivano fermenti indipendentisti, al Sud Tirolo, in prevalenza germanofono, alla Val D’Aosta, francofona, e perfino alla Sicilia, che nel dopoguerra pretendeva addirittura di andare a costituire uno degli Stati Uniti d’America. Non so bene come siano andate le cose in merito, pare che il saggio governo di sinistra gestito da Gonzalez avesse concetto alla Catalogna le opportune autonomie, poi revocate, a quanto pare, dai governi di destra, ma questa senza dubbio è la strada da seguire, andare incontro alle aspirazioni di quel popolo concedendogli, appunto, le possibili autonomie conciliabili con un quadro di unità nazionale. In proposito, ha sorpreso l’intervento del re Felipe, troppo duro, quasi inappellabile, pessima sua prima prova di governo. Del resto, questa pare dover essere la regola generale. No ai frazionamenti indipendentisti, sì a tutte le possibili concessioni in ambito linguistico e di altre garanzie, ricetta che vale per il dissidio in Belgio tra la Vallonia e le Fiandre, e forse addirittura per quello tra la Scozia e l’Inghilterra. Però, ammettiamolo, quest’ultima causa indipendentista potrebbe avere valide ragioni in quanto l’Inghilterra è uscita dalla UE, mentre la Scozia vi vuol rimanere. Motivo che non agisce nel dissidio tra la Catalogna e la nazione spagnola, in quanto i barcellonesi non nutrono alcun desiderio di dar luogo a una Catalexit. In definitiva, nonostante le simpatie che da buon elemento di sinistra posso nutrire per gli umori separatisti nutriti a Barcellona e dintorni, oggi sfilerei con i “bianchi”, se la cosa mi fosse concessa.

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Arte

Una mostra “dentro Caravaggio”, ma non troppo

Siamo travolti da mostre volte a celebrare i centenari dalla nascita o dalla morte di grandi artisti, e qualche volta ci entrano anche le misure dei mezzi secoli, ma una celebrazione ad annum a mia memoria non si era mai avuta. E’ quanto invece ha osato il Palazzo Reale di Milano concependo una rassegna per onorare l’esatta ricorrenza del 29 settembre 1571, data di nascita di Michelangelo Merisi, a Milano, come attesta un documento inoppugnabile. Ne è venuta però una rassegna inevitabilmente “occasionale”, con una bella serie di indubbi capolavori, e qualche opera minore o addirittura dubbia. Il pubblico gradisce, come attestava venerdì scorso 29, giorno di apertura al pubblico, una lunga coda che ingombrava il cortile interno di Palazzo Reale. E certo la curatrice, Rossella Vodret, si è impegnata al massimo, ma dire che da tutto ciò escano apporti decisivi alla critica caravaggesca ce ne corre. O almeno, nel monumentale catalogo e negli aiuti didattici posti lungo il percorso compaiono dei contributi notevoli, a firma di collaboratori che si chiamano Riccardo Gandolfi, Alessandro Zuccari, Orietta Verdi, da cui viene rilanciata una delle prime biografie dedicate al Merisi, da Gaspare Celio, peraltro già riecheggiata tempo dopo dal ben più ufficiale Bellori. Il “buco” sugli anni milanesi del Merisi sarebbe stato riempito dalle conseguenze di un suo primo omicidio, con conseguente carcerazione, per cui l’artista già allo sbando sarebbe arrivato a Roma solo nel ’94 o ’95. Questa precisazione biografica ha, a mio avviso, il merito di affondare definitivamente la tesi cara a Roberto Longhi di un giovane artista tipicamente “lombardo”, che trascorre i suoi primi anni, quasi adolescenziali, nello studio del Savoldo, del Moretto da Brescia eccetera, cioè di quei “padani” su cui Longhi ha tanto insistito, Difficilmente un simile studio accurato si poteva fare dal chiuso di un carcere. E dunque, resta in campo il solo Pederzano, unica fonte accertata per il Nostro.
Ma quegli esimi studiosi sopra elencati non dedicano neppure una riga, se non sbaglio, ad affrontare il maggiore problema critico ancora sospeso, come spiegare il “primo tempo” caravaggesco, degli anni fine-secolo in cui sviluppa una meravigliosa poetica “chiarista”, o di realismo magico avanti lettera, visibile in tanti celebri dipinti che qui ci vengono risparmiati, forse perché ritenuti fin troppo noti, ma che pure danno forza e consistenza a questa mirabile fase giovanile, si pensi al “Ragazzo con cesto di frutta”, a “I musici”, al “Bacchino malato”. Caratteri dominanti di questo momento stilistico, lo sfondo luminoso, irrorato di luce diffusa, una fattura dei volti che li rende leggermente imbambolati, quasi cerei, percorsi da un sorriso enigmatico. Qui a dire il vero alcuni capolavori di un simile alto momento ci sono, a cominciare dalla prova più indicativa, “La buona ventura”, con quelle due figure scandite da una luce che si incolla alle carni e agli abiti , in una visione ferma, pacata, assoluta. E c’è pure, altro strepitoso capolavoro, la “Maddalena penitente”. Ma quasi a voler sbarrare la via a questa strada inquietante, che pure è il maggior problema ancora in sospeso per tutta la esegesi caravaggesca, la Vodret accoglie i visitatori con una “Giuditta che taglia la testa a Oloferne”, già del 1602, quando cioè i giochi si stanno chiudendo, e il Caravaggio sceglie la via ben nota dei chiaroscuri, del dramma, della tragedia immanente. Ma prima era venuto un altro capolavoro della serie che porta in una diversa direzione, il magnifico “Riposo durante la fuga in Egitto”: carni sode, emananti luce, piuttosto che essere immerse in un letto di tenebre, per il momento scongiurato. E beninteso non si fa cenno da nessuna parte a un altro inquietante interrogativo, relativo alla prima versione delle due tele dipinte per la cappella Cerasi in S. Maria del Popolo, un “San Paolo caduto da cavallo”, riemerso di recente, proprietà Odescalchi, e un “Martirio di S. Pietro”, andato definitivamente disperso. Che cosa ha indotto il Maestro a ritirare quelle due versioni e a sostituirle con le attuali e definitive? Un rifiuto del committente Cerasi, che però pare fosse deceduto molto presto? O, supposizione a mio avviso molto più accettabile, il fatto stesso che il Merisi si fosse accorto della dissonanza del suo stile “prima maniera” con quanto ormai stava adottando, e procedendo a incupire sempre di più, ad avviare a un naufragio in un mare di tenebre, come attestano, anche in questa mostra, i dipinti posteriori alla fuga da Roma per quella che ormai sarebbe da considerare un delitto recidivo, il secondo omicidio del nostro troppo collerico autore? Mi si potrà obiettare che però la presente mostra, se è manchevole sul piano della “mia” fenomenologia degli stili (mi si conceda un omaggio a una disciplina che ho insegnato per un trentennio), abbonda però sul piano filologico, oltre alla meritevole attenzione rivolta ai fatti biografici. Sul retro dei dipinti ci sono dei monitor che ne scandagliano gli stadi di produzione, dai primi abbozzi ai pentimenti, alle stesure successive. Indicazioni senza dubbio preziose, che però non valgono a risolvere dubbi di autenticazione, per opere assolutamente sicure. Ma si può ripetere col Vico che i dati esteriori, il certo della filologia, resta vuoto se non integrato da un giudizio critico, che qui non compare, e dunque la soluzione dell’enigma caravaggesco viene rimandata a una prossima puntata.
Dentro Caravaggio, a cura di Rossella Vodret, Milano, Palazzo Reale, fino al 28 gennaio, cat. Skira.

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Letteratura

Janeczek, persuasiva cantrice di Gerda Taro

Sono reduce dalla lettura del romanzo di Helena Janeczek, “La ragazza con la Leica”. Dico subito che ne ho riportato un’ottima impressione, tanto da farmi asserire che quest’opera avrebbe potuto vincere indifferentemente uno qualunque dei tre nostri premi maggiori, lo Strega, su cui tra poco, attraverso due “pollici” affidati all’”Immaginazione”, comparirà la mia valutazione che perfidamente capovolge l’ordine d’arrivo della cinquina. E avrebbe potuto vincere pure il Campiello e il Viareggio, su cui si possono leggere qui stesso i miei giudizi. Del resto mi ero già espresso favorevolmente anche a proposito del romanzo precedente di questa scrittrice, “Le rondini di Montecassino”, del 2010, giudizio espresso su “Tuttolibri”, da cui poi sono stato espulso, e il modo ancor m’offende. Da notare una certa fedeltà della Nostra a uno schema, che però, ovviamente, nei due casi, viene riempito di circostanze e personaggi che non potrebbero essere più diversi. In quella prova precedente all’origine di tutto c’era un evento storico straordinario, di portata epica, quasi leggendario, l’assedio di Montecassino e della sua Abbazia, difesa coi denti dalle truppe tedesche, assediata, aggredita dagli Alleati, con un miscuglio di etnie, dai polacchi agli statunitensi ai canadesi. Se Montecassino era il faro su cui ruotava tutta la vicenda, esso però risultava avvolto in una vasta coperta intessuta di valori comuni. Infatti a quella fonte, come a una Mecca, ritornavano sia i pochi superstiti di quegli scontri, sia soprattutto eredi, figli, parenti, o anche solo estimatori, giovani desiderosi di misurarsi all’altezza di quei fatti drammatici. Insomma, il mondo molto prosaico della chiacchiera quotidiana, della cultura Pop, entrava in connubio con la leggenda, tanto che io parlavo di un ben riuscito amalgama tra un New Realism e una New Epic, secondo l’arguta dicotomia proposta dallo Spinazzola. In questa nuova storia tutto cambia, ma, come dicevo, non la struttura portante. Il lato storico, ma anche mitico, questa volta è dato dalla Guerra civile spagnola, che però si incarna in un personaggio, diversamente da quanto avveniva nella vicenda precedente. Al centro di tutto ora c’è Gerda Taro, pseudonimo di una tedesca, di origini polacche, dal cognome impossibile, Pohorylle. Basta lei da sola a costituire un centro gravitazionale, un astro attorno a cui ruotano tanti pianeti. In genere evito di avvalermi dei risvolti di copertina, ma questa volta vale la pena di riportare quanto recita il quarto del libro: “Gerda… era gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque”. Così è, questa stella effimera emette la sua luce intensa, fino a estinguersi in una morte precoce, ed eroica, sul fronte spagnolo, meritando solenni e commosse onoranze funebri a Parigi, dai suoi amici reduci dalla disfatta. Ma Gerda è tutt’altro che stella fissa, in quanto la scrittrice la insegue in un fitto gioco di passi avanti e indietro, la coglie nelle vicende domestiche, in una Germania in cui già furoreggia la persecuzione nazista, da cui sono afflitti i suoi familiari. E poi c’è l’esilio a Parigi, e l’andata, in qualità di fotografa armata di Leica, sul fronte spagnolo, con accanto un altro personaggio da leggenda, André Friedmann, che porta anche lui un soprannome attraverso cui tutti lo conosciamo, Robert Capa. I due si incontrano, si amano, si separano, in una trama fin troppo rotta, a pulsazioni alterne, in cui non è facile raccapezzarsi, è opportuno che il lettore si armi di penna, prendendo appunti per inseguire le acrobazie di queste due folli, agitate esistenze. Con accanto altri amanti, reali o potenziali, tra loro in particolare Georg Kuritzkes e Willy Chardack, cui è affidato il compito di assicurare la platea di noi esseri comuni. Infatti con pronto rimbalzo siamo trascinati nel dopoguerra, quando entrambi, usciti indenni dall’inferno della Guerra e delle persecuzioni franchiste e naziste, dialogano da lontano, l’uno trovandosi in una Roma anni ’60, l’altro per le vie di Boston. Entrambi in definitiva si scaldano ancora al fuoco di quella fiamma lontana che li ha travolti, e che ancora non ha cessato di emettere i suoi raggi salvifici, le sue cariche di energia, di voglia di vivere. Incredibile è l’accuratezza con cui la Janeczek ha documentato questi vari fronti, con rimbalzi incessanti dall’uno all’altro, perfino troppo. Il lettore talvolta avrebbe l’impulso di consigliarla a rallentare il ritmo, a prendere qualche pausa, ma lei continua ad agitare il suo caleidoscopio dalle mille facce, o a inserire nuove tessere in un puzzle fin troppo gremito.
Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, pp. 333, euro 18.

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Attualità

Dom. 2-10-17

Il tema del giorno mi sembra essere quello dell’ingovernabilità da cui sono minacciati quasi tutti i maggiori Paesi europei. Il colpo di grazia è venuto dalle elezioni tedesche che presentano un rebus così difficile tanto da far prender tempo, a Angela Merkel, uscita a stento vincitrice, fino alla fine dell’anno per formare un governo. La Spagna ha dovuto votare a più riprese, e questo purtroppo sembra il destino che attende anche l’Italia, se non si escogita un meccanismo elettorale capace di farci uscire dai guai. In un editoriale insolitamente perentorio il cauto e moderato Paolo Mieli se la prende con le disfatte dei partiti socialisti in Europa, che però mi pare rientrino nel ritmo mutuamente alterno, una volta la destra, un’altra la sinistra, che dovrebbe essere fisiologico in Paesi maturi e normali. Curiosamente Mieli inneggia a Corbyn, quasi intonando assieme al leader inglese l’inno Red flag e preconizzando una prossima andata al potere del segretario laburista, che però nulla lascia presagire con certezza. Che cosa può spingere la Bray a ritentare l’infausta roulette di elezioni anticipate? E dunque, anche in Inghilterra i laburisti restano al momento lontani dal potere, mentre la Bray ce la farà, anche lei, a costituire il suo bravo mosaico di partitini per giungere ad avere la maggioranza in Parlamento.
L’unico Paese europeo che si salva da questo logoramento è la Francia di Macron, ma non tanto per virtù intrinseche del giovane leader, quanto per meriti lontani di De Gaulle, che paventando una Francia dai troppi formaggi, ovvero dai troppi partiti e partitini, ha imposto una riforma costituzionale fondata, in definitiva, sul ballottaggio. E questa resta l’unica via percorribile per saltar fuori dai rischi di ingovernabilità. Lo aveva ben capito il nostro Renzi, l’unico decisionista di valore, che però è stato fermato dalla congiura dei colpevoli, pronti a fregare i destini dell’Italia per far fuori uno scomodo personaggio deciso a cambiare le cose. E una ipocrita e pavida corte costituzionale ha contribuito al crimine bocciando l’ipotesi del ballottaggio, che pure è usualmente praticata per la elezione dei sindaci. Quello che è valido e compatibile con la nostra costituzione su quel fronte, perché dovrebbe apparire indebito su una base nazionale? E perché la costituzione francese affida la “summa rerum” proprio all’esito di un ballottaggio? E questo non è pure l’esito finale previsto nella maggior democrazia del mondo, negli USA?
Rebus sic stantibus, ritorno a quanto già suggerivo, in questa mia inutile tribuna personale, di tentare una legge elettorale con un premio di maggioranza fissato al 35%, mi pare che la pavida Consulta fin qui sia arrivata. E’ una meta cui potrebbero tendere i tre maggiori blocchi, Pd, Cinque stelle e alleanza di centro-destra. Sarebbe l’unica soluzione che ci potrebbe risparmiare le infinite tribolazioni di una più che certa ingovernabilità a venire.

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Arte

Il secondo Cinquecento fiorentino non passa l’esame

La mostra attualmente visibile a Palazzo Strozzi, “Il Cinquecento a Firenze”, è terza di un ciclo distribuito negli anni, ma forse nell’intento dei curatori, Carlo Feliciani e Antonio Natali, doveva svolgere il compito più significativo, rilanciare il secondo Cinquecento di quella lunga stagione, rivedere un certo schema storiografico secondo cui, dopo il grande capitolo di Pontormo, Rosso Fiorentino e Bronzino, con perfetta corrispondenza con i destini della città-stato, inizia un periodo di decadenza, segnando una simmetria inversa rispetto alla vicina Bologna in cui avviene esattamente il contrario. Il capoluogo felsineo aveva dormicchiato nella prima metà del secolo, ma poi aveva avuto, coi Carracci, un improvviso risveglio, un salto di qualità, con la fortuna di vedere nascere subito a ridosso dei tre cugini una schiera eccezionale di artisti, del calibro di Guido Reni, Domenichino, Guercino. Firenze senza dubbio aveva surclassato la rivale di là dall’Appennino, e questa mostra lo ricorda nelle prime sale mettendo in mostra un superbo Andrea del Sarto, un “Compianto su Cristo morto”, dell’artista che a Firenze aveva rappresentato fermamente l’approdo alla “terza maniera” del Vasari, quella da dirsi propriamente “moderna”, cogliendo la grazia e la fluidità di Raffaello assieme all’imponenza di un altro artista nato in casa come Fra’ Bartolomeo. Si sa che sempre il Del Sarto, pur rimanendo coi piedi ben fermi nella classicità, per talune smorfie dei suoi volti aveva aperto la strada ai due sublimi trasgressori di quel clima equilibrato, i “dannati” Pontormo e Rosso, e il vedere affiancati i loro capolavori, le due “Deposizioni”, della fiorentina S. Felicita e di Volterra, valgono da sole una visita alla mostra, se si aggiunge anche il Bronzino. Poi, purtroppo, è scattato l’effetto non proprio positivo dell’avere avuto in casa a più riprese Giorgio Vasari, assieme al Salviati. Il Vasari è tipico autore “double face”, straordinario nell’impostare una storiografia che ancora oggi resiste. Io personalmente mi permetto di dichiararlo fondatore della disciplina, la fenomenologia degli stili, che ho insegnato per decenni. Questo avviene nei “Proemi” delle sue “Vite”, dove ci offre il miglior annuncio di una modernità, con Leonardo, Raffaello e Giorgione, che regge fino a tutto l’Ottocento. Ma purtroppo duplice è il significato che ha in lui il termine di maniera, per un verso vale a denominare con sicuro intuito l’avvento di grandi epoche stilistiche, per un altro verso contiene l’invito a “imitare” i cultori di quelle aperture, e dunque a operare una sintesi di Leonardo, superato da Raffaello in morbidezza atmosferica, nello stesso tempo pronto a puntellarla, a irrobustirla con la grandiosità delle forme michelangiolesche. Questa per il Vasari è l’infausta “bella maniera” di cui lui stesso ha voluto essere campione esemplare, assieme al Salviati, dandoci tele gonfie, truculente, insostenibili. C’è chi ha tentato di recuperarlo come pittore, ma credo che questo intento sia irrealizzabile. L’indubbia grandezza vasariana resta legata alla sua geniale impostazione storiografica, e anche all’impresa architettonica che gli ha consentito, con gli Uffizi, di essere davvero moderno anche in questo ambito, anzi, addirittura un precursore del Movimento moderno del secolo scorso, dando un esempio di nitido funzionalismo, con decorazioni sobrie, contenute. Non è compito mio stare a esaminare da vicino la sfilata di tardo-cinquecenteschi che la mostra ci propone in abbondanza, per sostenere la tesi primaria che la muove. Non starei a fare delle differenze tra Santi di Tito, Alessandro Allori, e altre presenze minori che qui compaiono, il quadro offerto sul piano filologico è perfetto. Ma nessuno di loro sfonda i confini di soluzioni statiche, ancorate, non già ai grandi maestri del moderno, ma, ahimé, vittime della “bella maniera” così dannosamente proclamata dal Vasari. C’è un forte dato cronologico, a separarli dai vicini-lontani pittori bolognesi, un salto d’anni. Gli artisti che ho elencato nascono tutti attorno al ’30 di quel secolo, mentre Ludovico Carracci, che apre la serie bolognese protesa a rilanciare il moderno e a farne il vademecum per tutto il Seicento e oltre, nasce quasi una generazione dopo, nel 1555, questo forse è il salto generazionale che gli permette di uscir fuori dai rischi di un Manierismo, che a Bologna non è mai stato della classe di un Rosso e di un Pontormo, per andare a studiare i “veri” moderni, Tiziano a Venezia, il Correggio a Parma. Questo è l’eclettismo che si è tanto rimproverato alla Scuola bolognese, ma al contrario Ludovico e compagni hanno saputo ricavarne un cocktail di grande efficacia, buono per soluzioni future. Anche i fiorentini di cui ho detto sopra sono stati degli eclettici, ma nel senso dannoso proposto dal Vasari, cioè nel senso di tentare una sintesi tra Raffaello e Michelangelo, tanto per esprimerci a grandi linee, non valida per soluzioni future. La Controriforma in tutto questo discorso non c’entra perché era presente in entrambe le situazioni, ma, tornando a Ludovico e guardando una sua “Annunciazione”, egli accetta davvero l’invito della Controriforma a essere semplici, quotidiani, offrendo una prova di buon realismo naturalista, mentre lo stesso tema affrontato da Andrea Boscoli, nato una decina d’anni dopo, non manca di portarsi dietro ornamenti, esibizione di gigli alquanto leziosi, squarcio del cielo con visione di angeli, l’autore insomma non riesce a rompere con le bellurie ostentate dal Vasari-pittore.
Le cose vanno meglio sul fronte della scultura, merito, questo, della presenza tra i grandi protagonisti a Firenze di una “maniera” autenticamente moderna, del Cellini, protetto dai gonfiori michelangioleschi grazie alla sua professione primaria di orafo, il che lo porta a modellare corpi snelli, flessusi, sguscianti come serpenti, virtù che affida a un suo allievo come il Giambologna. Basti vedere un suo “Ratto delle Sabine”. E’ vero che a dominare il campo c’è un vasariano nella plastica, l’Ammanniti, ma riconosciamogli un destino molto simile all’autore aretino, di pesante scultore ma di eccellente architetto, in Palazzo Pitti, anche se volto a celebrare il gusto manierista. Proprio il “Biancone”, la statua in cui l’Ammannati concentra tutto il suo michelangiolismo, mette in fuga il Giambologna, portandolo a regalare alla città felsinea il Nettuno che ne è divenuto il simbolo. Buoni anche i bassorilievi di Vincenzo Danti, forse protetti da gonfiori eccessivi dal genere stesso da cui escono. Infine, se vogliamo vedere un artista che si libera davvero dagli orpelli vasariani gravanti su tutto il secondo Cinquecento fiorentino, andiamo a Pietro Bernini, nato nel 1562, se avesse avuto altri colleghi di quella stessa ondata generazionale, chissà, Firenze avrebbe potuto anch’essa fare il balzo verso la modernità del Seicento. Si sa che Pietro è padre del grande Gian Lorenzo, forse il “Martino divide il mantello col povero” che gli lascia in eredità è opera semplice, pulita, davvero in regola con i precetti controriformisti, e in linea con l’Annunciazione “povera” di Ludovico. Un’ottima base di partenza per consentire al figlio di procedere da lì verso i suoi gruppi sorprendenti, fatti via via più arditi, ma non guardando indietro alla pinguedine vasariana, bensì in avanti, verso un realismo sempre più pieno, pur sempre accompagnato da tutti i conforti della tradizione, che dominerà il secolo a venire. E’ anche la soluzione seguita in pieno, sul fronte della pittura, della Scuola bolognese, da Annibale e suoi continuatori.
Il Cinquecento a Firenze, a cura di Carlo Falciani e Antonio Natali, Firenze, Palazzo Strozzi, fino al 21 gennaio. Cat. Mandragora.

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