Arte

La provvidenziale coperta di Perino & Vele

La visita virtuale cui mi dedico ormai quasi ogni domenica questa volta si spinge lontano, si reca addirittura a Tirana, capitale dell’Albania, e anticipa di alcuni giorni la mostra che sta per aprirsi, dedicata al duo Emiliano Perino e Luca Vele, cinquantenni ora in possesso di una piena maturità, e di una perizia stilistica confermata con grande coerenza, di cui seguo le tappe con pieno consenso fin dalle loro prime apparizioni. Li distingue in partenza l’assunzione di un materiale povero, quasi folclorico, la cartapesta con cui si confezionano i carri mascherati e le processioni nelle feste popolari della loro terra, ma forse meglio dire che la secchezza, l’aridità di un simile materiale sotto il loro trattamento si “sofficizza”, in realtà è come se si valessero di materassi, di trapunte, percorsi da quella serie alterna di escrescenze e di avvallamenti che li scandiscono, facendone come delle pelli animali, magari ruvide, grossolane, degne di pachidermi, di quegli elefanti che in effetti entrano nel loro immaginario, ma debitamente scuoiati, come trofei di caccia da esibire su qualche parete. Mi viene in mente la similitudine di Charlie Brown e della coperta che si porta dietro invariabilmente, come toccasana, come epidermide protettiva. O si può parlare anche di una sorta di tappeto magico, comunque di qualcosa che serve come pelle sussidiaria e protettiva, con cui imbottire, attenuare le durezze del mondo reale, che pure ci sono, e che i nostri due artisti non intendo affatto nascondere. E dunque quel manto incantato viene gettato con mossa agile a coprire, a immunizzare i vari ordigni dei nostri tempi, vagoni di treni, macchine, strumenti appuntiti e rigidi che magari protendono in fuori i loro bracci aggressivi, minacciosi, pungenti, e che dunque occorre rintuzzare, imbottire a scopo di protezione. Quei medesimi lacerti di pelli estratte da animali selvaggi possono anche essere sciorinati all’aria, come tappeti da mettere al sole, da far prosciugare e stagionare. Oppure quegli involucri morbidi si acciambellano su se stessi, vanno a costituire come dei gomitoli, da cui spuntano fuori i bracci metallici, gli aghi, le spine che non sono stati ricoperti nell’abbraccio, e che dunque restano a dardeggiare una loro presenza, per quanto sottile, non tale da mettere in crisi gli spessori che li avvolgono e che in definitiva li proteggono, Si potrebbe anche fare riferimento a fenomeni quali le slavine, le frane, purché associati a una sorta di candore, come risultanti da emissioni di qualche prodotto artificiale, concepito proprio per attutire i colpi, le sporgenze, per avviarli a un processo di lavaggio, di sterilizzazione. Uno di questi prodigiosi gomitoli era stato destinato, dai nostri due, per andare ad arricchire il parco di sculture all’aperto di Santa Sofia, nel forlivese, ma al momento la decisione, benché altamente utile, propizia, è stata bloccata. Mi auguro che ci sia presto un ripensamento, e che questi loro nodi, grovigli, gliommeri abbiano la provvida accoglienza che si meritano.
Perino & Vele, Western Promises, a cura di G. Centrone e G. Cjcola, Center for Opennes and Dialogue, Tirana, fino al 31 ottobre.

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Letteratura

Fascino, ma con trucco, della narrativa di King

Ancora una volta sono stato trascinato alla lettura avida, incessante dell’ultimo edificio eretto da quel narratore infaticabile che è Stephen King, su cui mi ero già inrattenuto non molte domeniche fa a proposito di due sue precedenti imprese, sempre con diagnosi tra l’ammirato e un qualche senso di delusione, per le soluzioni finali, che non possono mancare di rivelare il trucco, l’inganno, come è inevitabile quando si fa ricorso alla fantascienza. Ma forse è nel DNA della narrativa, se intende essere popolare, dover far ricorso a qualche marchingegno, a qualche motivo di trama alquanto grossolano, tale da recare offesa a una piatta verosimiglianza. Forse che un effetto del genere non è capitato anche a grandi narratori al di sopra di ogni sospetto come Balcac, Dickens, Dostoevsij? Occorre andare a vedere il rapportomesso in atto tra quanto segue tutto sommato le buon regole di una qualche verosimiglianza e invece quanto pertiene all’intervento di un “deus ex machina”, di un qualche asso nella manica. Un rapporto che non è stato tra i più felici, proprio nei due romanzi esaminati tempo fa. Se si parla delle “Bellezze addormentate”, mirabile era l’invenzione di quell’epidemia inedita che coglieva appunto le belle donne avvolgendone in una soffice matassa e sottraendole alla nostra scena. Ma poi, diciamolo pure, King non sapeva che farsene di quei tanti bozzoli quasi di bambagia, destinati a gremire un aldilà difficile da manovrare, Quanto all’”Outsider”, per rifarmi a un romanzo successivo, forse in quell’occasione l’autore ha preteso un po’ troppo di sollecitare gli interventi arcani della telepatia e di altre forze incognite legate in qualche modo allo spiritismo. Queste ci sono, eccome, anche nel nuovo nato, ma abbastanza bilanciate da una dote che King possiede a meraviglia, la capacità di muoversi nell’enorme corpo degli “States” andando a frugarei negli angoli più remoti e sprovvisti di un qualche fascino. Una virtù che condivide con quella di un regista del suo calibro che gli può essere associato, Hitchcock, col che accenno subito al fenomeno ineludibile e fondamentale del “feed back” continuo, tra la narrazione cartacea e la sua consorella filmica. Il che in definitiva sta alla base delle creazioni di King, con puntuale psasaggio dall’uno all’altro versante dell’invenzione narratologica. Dunque, anche in questo caso si parte da un angolo remoto e marginale degli States, che suppongo perfino molti lettori statunitensi non avevano mai sentito nominare in precedenza, ammesso che esso esiste davvero, sarebbe una sperduta loclità nel South Carolina, Du Pray, villaggio di poche anime, in cui, per puro caso, goiunge un giovanotto dai pronti riflessi, tale Tim Jamieson, accettando di risiedervi per qualche tempo e si svolgervi un’attività di poliziotto, di rincalzo, mal pagato, ai margini della società. Ma, come ogni lettore intuisce prontamente, sarà lui il buono e bravo della situazione, l’’angelo custode chiamato a salvare gli innocenti, tribolati e insidiati. Come è proprio la condizione del vero protagonista, Luke Ellis, un dodicenne che è un enfant prodige, desinato a una carriera prodigiosa nelle scienze matematiche, e forse pure dotato di poteri extrasensoriali, su cui beninteso l’autore non può precisare troppo, dato che questa è proprio l’area “out of bounds”, dove si tengono giochi, affari, misteri negati ai comuni mortali. Ma c’è una società segreta che intende sfruttare i fanciulli provvisti di queste doti, e ne fa razzia sistematica, andando a sottrarli alle famiglie dove vivono tranquillamente, non evitando di sopprimere in malo modo i genitori. In merito si dà un evidente “feed back” col film, con protagonista uno straordinario Robert Redford, “I tre giorni del condor”. Il nucleo centrale del romanzo è dedicato al lungo soggiorno cui Luke, assieme a una schiera di infelici coetanei come lui superdotati, è costretto a trascorrere in un luogo concentrazionario, in un carcere ispirato a tutti i più avanzati criteri tecnologici, ai più raffinati, sadici, ma anche sottili, perversi strumenti di tortura che valgono per condizionare corpi e menti degli infelici prigionieri. Sono pagine e pagine colme di orrori, ma sapientemente tenuti a freno. In definitiva i carcerieri fanno al tradizioinale sistema detto del bastone e della carota, pronti a infiggere colpi crudeli, ma anche concedere premi di consolazione sotto forma di pranzetti abbastanza raffinati e di altri conforti. Gli adolescenti sequestrati si agitano in questa sorta di castello ariostesco a porte chiuse, su cui peraltro incombe il presentimento che, tutto sommato, la sosta in quella Prima Casa, in quell’anticamera di quanto li attenderà a un passo successivo, sia ancora sopportabile. Alla base dell’operazione, naturalmente, ci sta un’organizzazione non priva di buoni intendimenti, una sorta di CIA o di altro ente intergovernativo, deciso a sfruttare i poteri eccezionali di quei ragazzini dirigendoli a far morire in incidenti stradali o aerei taluni personaggi negativi, che potrebbero essere fatali per le sorti dell’umanità. Insomma, quelle nequizie, quelle prevaricazioni condotte sui poveri fanciulli sono a fin di bene, ma rispondono anche al detto che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. In sostanza, quei genietti in nuce vengono spremuti come limoni per ricavarne certi effetti mortali che riescono a esercitare per via telepatica, dopodiché vengono gettati via nella spazzatura. Unica speranza di salvezza, tentare la fuga, nel che King rientra nella pratica di virtù normali, di buona verosimiglianza narrativa, pronto a sfruttare la mirabile eredità che in materia del genere, fughe avventurose nei boschi, passaggi di frotuna, attraversamenti di bracci d’acqua, gli cosente la ricca tradizione statunitense, da Mark Twain a Jack London allo stesso Hemigwaiìy, senza trascurare i passi di uguale natura provenienti da certi cugini inglesi come Kipling. La sequenza che vede Luke fuggire, in modi del tutto naturali, fin troppo, appena scavando un buco in una siepe, e poi arrampicandosi su vagoni di treno, e finendo proprio in quel buco remoto che è Du Pray, ci prende, ci conquista per la sua lucida sequenza. Tutto a posto, un passo dopo l’altro, fino a ritrovare il bravo poliziotto che se ne sta quasi in attesa di quel fuggitivo per proteggerlo dalla caccia spietata che la squadra dei carcerieri intraprende subito, avvalendosi di mezzi straordinari. In quella remota landa si svolgerà una sparatoria in cui King ritrova tutte il ben noto repertorio che si conviene al filone dei western, che del resto non è neppure disprezzato, sempre a stare all’ industriosa coabitazione delle due vie della narrativa contemporanee, dai film di Tarantino. Già abbiamo detto della corrispondenza tra questa impresa cartacea e i “Tre giorni del condor”. Anche qui, alla fine di tutto, quando Luke è definitivamente in salvo e la banda dei “cattivi “ risulta sgominata, compare il deus ex machina, il committente finale, il capobanda, che si presenta, come vuole il “bon ton” attuale, esteso fino a Satana, in panni dimessi, in blue jeans, e perfino con un nome del tutto anonimo, William Smith, pronto però a fare la morale. Non si illudano i buoni di aver vinto, anzi, non sanno che involontariamente hanno danneggiato una macchina mondiale intenta a fare il bene comune, pur attraverso forme di orribile malvagità. Ma il finale vede un divorzio, nel film il “missus dominicus”, che per qualche servizio segreto più o meno ufficiale interviene per far comprendere al personaggio interpretato da Redford l’inutilità della sua rivolta, a fargli comprendere che prima o poi egli è destinato a perire, a restare pure lui vittima di quegli stessi meccanismi che ha preteso di violare. King è più magnanimo, i predicozzi del quasi anonimo Smith, ovvero dell’Istituto, in tutta la sua imponderabile maestosità, vengono respinti, sventati, rimandati al mittente, dalla fragile ma tenace “congiura degli innocenti”. I buoni per il momento vincono sul cattivo, ma fino a quando l’’intraprendente narratore sarà disposto a lascargli le briglie sciolte sul collo?
Stephen King, L’istituto, Sperling & Kupfer, pp. 563, euro 21,90.

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Attualità

Dom. 15-9-19 (ancora Renzi)

Lilli Gruber ha ripreso i suoi appuntamenti serali dell’otto e mezzo sotto il segno di un enorme “heri dicebamus”, come se cioè in questo agosto in cui se ne è stata in vacanza non fosse successo nulla, pronta a richiamare in scena i medesimi “soliti noti”. Tra questi c’è pure Domenico De Masi, che almeno ha il vanto di aver bacchettato, qualche sera fa, i tanti “malpancisti” che anche tra i pensosi opinionisti della sinistra sono capaci di mandar giù la novità del governo giallo-rosso, non ne comprendono l’urgenza, per la necessità di fermare il pericolo Salvini, simile a un minaccioso e incalzante “Hannibal ad portas”. C’è chi addirittura dichiara che meglio sarebbe stato andare a nuove elezioni, che, forse, chissà, non avrebbero avuto l’esito paventato da molti, di un’inevitabile vittoria del Mussolini in sedicesimo. Tra loro, si distingue quella sorta di botolo ringhioso che è il De Amicis, direttore dell’Huffington Post. Contro tutti questi dubbiosi e renitenti, De Masi ha invitato a metterci almeno un po’ di entusiasmo, di calore nel sostenere un passo senza dubbio difficile ma necessario. Però, subito dopo questi suoi opportuni fervorini, Masi è rientrato nella guardia stretta del sinistrismo ufficiale, indirizzando i suoi immancabili strali contro Renzi, colpevole di essersi messo di traverso, quando i bravi Pd si industriavano ad aprire all’alleanza con i Cinque Stelle. Come se un anno fa le condizioni di quel possibile patto non fossero state proibitive, con il Pentastellati portatori del doppio dei nostri parlamentari, e intenti da tanto tempo a rovesciarci addosso tonnellate di merda. Ma appena i rapporti di forza sono mutati, un politico di razza come Renzi ha colto la palla al balzo ed è stato pronto a proclamare che sì, ora il matrimonio si poteva fare. Questa sua abile mossa beninteso non ha calmato l’antirenzismo incallito, che subito si è gettato a cercare il pelo nell’uovo, ovvero le motivazioni astute che non potevano non aver ispirato l’odiato peronaggio. Renzi lo avrebbe fatto solo per prendere tempo, per prepararsi con comodo all’uscita dal Pd con la sua pattuglia di fedeli. O io non capisco nulla di politica, cosa senza dubbio possibile, e si è interrotto quel filo di telepatia a distanza che mi lega al politico toscano, oppure posso far valere la mia opinione, che non ci pensa per nulla ad andarsene, a fare un partitino, sul modello dei Richetti e Calenda, che se ne sono andati per impulsi non raccomandabili, il primo perché frustrato nei suoi desideri di successo, di scalata al potere, il secondo perché prigioniero dell’immagine di fanciullo baciato dalla fortuna, dalle fate, avviate a un superbo destino di gloria. Il fine di Renzi, c’è da giurarlo, sta nel riprendersi la segreteria del Pd quando sarà i il momento buono, attendendo paziente nell’ombra che si riaffacci il suo momento, Se questo non è il suo comportamento, a lui non andrà mai più il mio consenso.

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Arte

La Sala delle Assi, capolavoro assoluto di Leonardo

La visita virtuale di questa domenica 8 settembre 2019 si compie a Milano, Castello Sforzesco, Sala delle Assi. A dire il vero, c’ero stato di persona qualche tempo fa e ne avevo pure ricavato una recensione, credo sull’”Unità”, ma non so bene a quale punto dei lunghi restauri che quell’opera, come ogni altra di Leonardo, ha sempre richiesto, dato il carattere sperimentale cui l’artista si ispirava, per riuscire a rendere la sua pittura morbida e fusa nell’atmosfera, Curioso il nome con cui quella sala viene chiamata, allusivo alle assi di legno che la ricoprivano, quando non si era ancora pensato di farle ospitare dei dipinti. Ma poi, auspice Ludovico Sforza, il Moro, il grande protettore di Leonardo negli anni milanesi, quelle coperture erano state tolte e il pittore aveva avuto via libera, riuscendo a compiervi un’impresa che si può allineare all’altra ben più nota del Cenacolo. In quel caso, avviene la grande confluenza della figura umana nel creato, qui invece la partita si rivolge alla natura, alla vegetazione, ma nel segno di un medesima libertà creativa, portata a superare di slancio tutti i limiti decorativi che fin lì aduggiavano gli interventi di quel tipo, fatti di festoni misti di fogliame e di frutti, tutti ben delineati, tali da ricordare più i fiori finti, magari bronzei, dei cimiteri, piuttosto che una natura davvero viva e ruspante. Con quell’impresa Leonardo si conferma iniziatore ufficiale della maniera “moderna”, per dirla con quel grande anticipatore della fenomenologia degli stili che fu il Vasari, anche se in realtà la sua preferenza andava a un ben diverso , e più controverso, protagonista di quella stessa modernità, il maestoso e magniloquente Michelangelo. Mentre da quel pergolato, fitto, mirabilmente intrecciato, frondoso, aereo tracciato da Leonardo verranno fuori gli esiti simili che ci daranno un ventennio dopo il Correggio, nella Stanza della Badessa a Parma, anche là con un fitto tappeto di fronde, interrotto soltanto dai pertugi da cui occhieggiano dei putti, cauti nel farsi breccia in quel mirabile tessuto vegetale. E ci saranno pure i complementi, assolutamente da non definire quali “nature morte”, tanto al contrario sono fresche e rugiadose, che Raffaello affida a un suo stimato collaboratore, Giovanni da Udine, ma in definitiva essendone capace lui stesso, se avesse avuto tempo e voglia di dedicarsi a quel ramo di attività. Per la fitta coltre tracciata da Leonardo in quella sorta di spaziosa grotta, delimitata da una serie di archetti ciechi che la cingono, ma in definitiva con l’effetto di concentrarla su se stessa, si possono sprecare riferimenti volti in avanti. Si può parlare di una sorta di Ninfee eseguite anzi tempo, come se Monet, nelle sue puntate italiane, fosse capitato anche a Milano, non solo a Venezia o sulla Riviera ligure di Ponente. Ma si può correre ancor più in avanti, verso i lidi del “contemporaneo”, e parlare già di un effetto da “over all”, degno di Pollock e del fitto groviglio del suo dripping, solo con la variante di vederlo applicato in alto, in verticale. Volendo, in quell’impresa c’è un residuo di intenti allegorici-commemorativi, infatti quelle piante appartengono ai gelsi, agli alberi produttori di more, da cui un evidente richiamo all’appellativo di cui si fregiava il committente, il padrone di casa, ma certo Leonardo era ben attento a cancellare in quei vegetali ogni traccia di stilizzazione elegante per puntare a fare massa, intrico, volume, anche se affondato nel benefico influsso di una circolazione atmosferica. Beninteso nell’elevare questo convinto elogio a una simile prestazione leonardesca io porto nuova acqua al mio mulino, di una difesa dell’artista di Vinci tale da essere per intrinseca costituzione negato a ogni chiusura linearistica, ad ogni contorno, con la conseguenza di dovergli negare la paternità della “Dama con l’ermellino.” Oltretutto, tra quelle fronde potrebbero trovare riparo degli scattanti ed elastici scoiattoli, o dei ronzanti calabroni, mai e poi mai quel cadaverico, imbalsamato animaletto che puzza da lontano di scarsa conoscenza de visu, che viene fuori solo da qualche reminiscenza desunta da illustrazioni di codici fantasiosi. Dunque, siamo in presenza del frutto di una conoscenza reale, raggiunta coi propri occhi, e poi tumultuosamente riportata sulle pareti, forse con tecniche precarie per la troppa fretta di afferrare l’oggetto, di renderlo nel modo più schietto e diretto.

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Letteratura

Fois non si sa distaccare dalla sua Sardegna

Sono un convinto e reiterato detrattore della narrativa di Marcello Fois, nonostante che egli da tempo viva nella mia stessa città, Bologna, senza che però ci sia stata alcuna occasione di incontrarci. Da parte sua, evidentemente, circondato da un ampio consenso nazionale, non c’è alcuna ragione per avvicinare appunto un oppositore indefesso, che per giunta conta assai poco nella scala dei valori critici. Io per parte mia mi chiedo che cosa lo abbia spinto a venire a vivere nella nostra città, ma restando del tutto insensibile a quanto vi si può cogliere, di atmosfere, ambienti, incontri umani. Con puntuale pervicacia egli si porta dietro, e rumina, coltiva, un ampio repertorio di ricordi dalla sua isola, anzi, dalla Barbaglia più remota e selvaggia. In sostanza si comporta come quei pastori sardi che, almeno qualche tempo fa, venivano ad abitare con le loro greggi sui nostri monti, magari portandosi dietro qualche rito brutale iscritto nelle loro consuetudini. Si diceva, quando fummo invasi dal crimine dei sequestri di persona, che si trattava proprio di una modalità delinquenziale che quei pastori sardi si erano portati dietro dalla loro realtà insulare. In Fois succede qualcosa di analogo, per carità, a un livello del tutto innocuo, innocente, di sfruttamento di miti autoctoni, per il resto suppongo che sia persona corretta e illibata. Ma a quella tradizione, di turpi crimini, di odi feroci, di vendette meditate a freddo, è rimasto legato e ne offre periodiche riedizioni, seppure con opportune varianti. A dire il vero, ne ha anche tentato una fuga, con l’opera penultima uscita dal suo laboratorio, “Del dirsi addio”, tentando di spingersi in direzione opposta, verso il Nord, verso la provincia di Bolzano, ma ne è venuta una storia aggrovigliata e inverosimile, accompagnata ovviamente ma una mia pronta stroncatura. Per cui, a conti fatti, meglio che Fois torni ad alimentarsi di quelle storie sarde succhiate col latte, introiettate nei suoi anni anteriori. Come è proprio la vicenda intitolata a “Pietro e Paolo”, perfetta nel suo stringersi in fatti lontani, del tutto incomunicanti col nostro oggi, chiusi in una tradizione di neorealismo assolutamente non suscettibile di venire fregiato con un “neo” aggiuntivo, come mi capita di fare quando voglio porgere una ciambella di salvataggio a qualche narrazione. Qui siamo fermi ai temi e tempi della Deledda, con ben poco avanzamento verso il nostro presente. Alla base di tutto c’è una coppia di amici del cuore, Pietro e Paolo, come i due apostoli, di cui però le loro cupe vicende non ricordano nulla, marcate a fuoco proprio dalle condizioni sociali di una Sardegna “d’antan”. Non dico che magari ancora oggi non vi si possano rintracciare aspetti di un simile spareggio sociale, ma non così cieco, immanente, inevitabile. Paolo è figlio di una sorta di padrino, di mammasantissima del luogo, che in occasione della Grande Guerra fa di tutto per esonerare il figlio, debole a livello fisico, dall’obbligo militare, ma non ci riesce, e allora gli mette a fianco una sorta di schiavo, di servitore fedele, il Pietro che è di poverissimo stato sociale, tanto che potrebbe pure essere esentato dall’obbligo di leva, essendo l’unico sostegno della famiglia. Ma in sostanza il possidente imperioso ne fa l’accompagnatore fedele al servizio del suo debole primogenito, con promessa di generosa remunerazione, in cambio, concessa ai congiunti dell’altro. Succede però che un comandante crudele e capriccioso, è ben noto che ce ne erano tanti in quella Guerra, decide, quasi testa o croce, che il fragile Paolo debba andare all’assalto, ma senza la compagnia dell’attendente, del fedele assistente, nonostante che questi si offra di affiancarlo. La vicenda scorre alquanto prevedibile, Paolo non se la cava nell’assalto, ne resta vittima, ma con sforzo eroico, e rispettando il compito ricevuto, Pietro riesce a intervenire e a salvarlo, quando però l’amico è ridotto a un misero tronco umano, costretto per il resto dei suoi giorni a trascinarsi in carrozzella. Quanto all’altro, essendo venuto meno all’ordine ricevuto dall’autorità militare di rimanere nelle retrovie, è costretto prendere la via della diserzione e a sparire nell’ombra. Naturalmente il padre padrone si vendica di quello che gli appare essere stato un vile tradimento dell’accompagnatore del figlio, e dunque riduce la famiglia di lui alla più cruda miseria, proprio con quella crudeltà che era tanto cara ai drammi del verismo del buon tempo antico. Ci sarà però malgrado tutto un ultimo abboccamento tra i due ex-amici, pur nei loro ruoli del tutto mutati, il ricco divenuto un rudere, un misero sopravvissuto a se stesso, l’altro invece sano, ma costretto a rendersi uccel di bosco, espulso per sempre dai ranghi di un vivere civile. Si compiaccia chi vuole, e pare che ve ne siano molti, di una storia così logora, così ricalcata su stereotipi, con esiti così prevedibili. Io continuo a vedervi il frutto di una sorta di transumanza inconcludente.
Marcello Fois, Piero e Paolo, Einaudi. Pp. 146, euro 17,50.

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Attualità

Dom. 8-9-19 (graduatoria)

Ora che il varo del governo giallo-rosso, da me tanto auspicato, è avvenuto, mi permetto, pur nella mia totale irrilevanza, di stendere una graduatoria dei meriti e dei demeriti di quanti vi hanno contribuito. Al primo posto dei valori positivi ci sta senza dubbio Giuseppe Conte, venuto crescendo nel tempo, dallo stadio di re travicello, di burattino fino a quello di promettente e risolutivo capo di stato. Egli si è studiato con pazienza i suoi due burattinai, ne ha scorto i punti deboli, mietendo consensi alle loro spalle, forse anche sfruttando, nelle relazioni internazionali, una buona conoscenza dell’inglese che gli ha permesso di dialogare in diretta con pezzi grossi come Trump e Merkel, ottenendone la simpatia. Meriti diretti, aver chiuso decisamente il forno in direzione di Salvini costringendolo alla resa, e anche di essere riuscito a fare, a incarico quasi avvenuto, il più bel discorso ascoltato in tutta questa congiuntura, in cui ogni altro invece si è distinto per toni cauti, reticenti, mezze misure. In particolare hanno brillato per scarso entusiasmo i numerosi commentatori politici dei vari salotti televisivi, quasi una sorta di coro muto della Butterfly, per paura di esporsi troppo. Al secondo posto viene Grillo, dimostratosi capace di intenti costruttivi, mentre lo avevamo conosciuto solo come uno sferzante distruttore di ogni certezza. A lui si deve il riconoscimento delle capacità di Conte, fino a proporlo come nuova guida dei Cinque Stelle, a detrimento dei soliti noti. Poi viene il mio preferito, nel fronte Pd, Renzi, che con il pronto fiuto che deve caratterizzare un politico di valore ha capito che era ora di invertire la tendenza e di aprire alla formazione fin lì considerata avversa. E beninteso in questa apertura è stato accompagnato da Franceschini, distintosi come il migliore, più sollecito e attivo nell’aprire il nuovo forno e nel renderlo agibile. Mentre in definitiva un mediocre punteggio va riservato a Zingaretti, costretto a modificare di continuo la sua linea, da un’iniziale avversione all’apertura del fronte, forse con il segreto, nocivo intento di andare a nuove elezioni, disastrose per noi, ma col vantaggio di distruggere le truppe parlamentari del competitor, dell’odiato Renzi. Poi è venuta la vana pretesa di ottenere segni di distacco dal precedente governo, con il rifiuto verso Conte, poi costretto a rimangiarselo, e così via, di cedimento in cedimento, ma infine, riconosciamolo, con un capacità di incassare i colpi, di far buon viso a cattiva fortuna, tanto da presentarsi alla fine con un faccione contento, sorridente, beneaugurante. Votazione bassa per un Presidente Mattarella, che era stata troppo concessivo accordando ben un’ottantina di giorni allo scellerato congiungimento Lega-Pentastellati, e poi invece incalzato i nuovi pretendenti, avviati verso un difficile matrimonio, a concludere in pochi giorni, quasi che questa volta, quasi per compiacere Salvini, fosse in lui la voglia di forzare i tempi e di andare davvero a nuove elezioni. Poi, ad accordo concluso, sono venuti da lui soltanto dei referti freddi, neutri, distaccati. Infine il voto più basso, anzi del tutto negativo, va a Di Maio, che ha difeso con le unghie le sue varie poltrone. In definitiva, era davvero allettato da quella poltrona di premier che Salvini gli offriva, una volta accortosi del passo falso compiuto, con l’impossibilità di strappare nuove elezioni. Se non ci fosse stato di mezzo l’atto di ferma ostilità e preclusione compiuto lucidamente da Conte, forse il matrimonio scellerato Salvini-Di Maio si sarebbe ricomposto. Quest’ultimo ha resistito impavido alla scomunica che pure gli è venuto dal mentore Grillo, ha pronunciato un discorso in cui ha rifiutato qualsivoglia cenno di critica o di abiura agli atti del precedente governo, non ha per nulla esortato i suoi a votare sulla piattaforma Rousseau a favore della nuova combinazione, ha insidiato fino all’ultimo la nascita stessa del governo. Mercoledì scorso ho lanciato un grido d’allarme, riconoscendo di quanto pericolo potenziale fosse latore Di Maio, quasi portatore di un esplosivo pronto a scoppiare con potere lacerante, esortando quindi a dargli un qualche riconoscimento. Forse meglio assegnargli il ruolo di vice-ministro piuttosto che un ministero così importante come quello degli Esteri, a cui egli appare del tutto inadeguato. Ma forse si pensa che in un Paese come il nostro, di scarso potere oltre le frontiere, i Ministeri di carattere economico abbiano più importanza, Particolarmente odiosa la pretesa, sempre ribadita da Di Maio, di essere alla testa di una formazione in equilibrio indifferente tra destra e sinistra. Mi auguro che il Pd riesca a farlo ricredere, con l’aiuto delle sapienti mediazioni di Conte, e che in definitiva appena possibile Di Maio sparisca del tutto dalla nostra scena politica.

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Attualità

Lunediade 2-9-19 (ancora Di Maio)

Purtroppo mi sento costretto a far seguire a ruota un lunediale, al domenicale di ieri abbastanza ottimista, perché vedo che Zingaretti e tutto il Pd stanno commettendo l’erore fatale che può mandare a catafascio tutta l’impresa. Esisteva già da tempo sulla piazza la trovata di abolire i due vice del governo, ma è altrettanto chiaro che questo a Di Maio non basta, in un momento di sconfessione generale del suo ruolo lui invece lo vuole vedere riaffermato. Per fortuna speriamo che un abile conduttore come Conte questo lo abbia capito, e già si prepara dichiarando, come ha fatto ieri, di considerarsi super partes, non diretta espressione dei Pentatellati. E dunque c’è spazio per le due guardie d’onore al suo fianco, che d’altra parte non saranno più plenipotenziari, come avveniva nel governo precedente. Ora Conte è cresciuto e quindi può tenere a freno i due piantoni, pur accettando che gli siano messi accanto, Un abile trattativista come Renzi questo lo ha capito, e anche lui, ieri, in una intervista, ha ammesso che proprio non ci sarebbe nulla di male a dare a Di Maio questo blasone da lui ansiosamente richiesto. Speriamo che Conte riesca a tranquillizzarlo su questo punto, prima che arrivi il responso Rousseau, se no Di Maio ha tutto il potere di farne uscire una risposta negativa al matrimonio in pectore, con gravi conseguenze a un tranquillo realizzarsi dell’unione.

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Attualità

La lunga vita del Premio Michetti

Nessuno ha notato un fatto spiacevole, che i premi d’arte, un tempo numerosissimi in tutta la Penisola, ora sono quasi tutti cessati, a differenza di quelli letterari che invece si moltiplicano. Spicca pertanto il Premio Michetti che raggiunge il bel numero di una sua 70ma edizione, forte di due fattori, prima di tutto dell’esistenza di un ampio museo dedicato proprio al grande artista abruzzese, e di un Presidente della relativa Fondazione, Carlo Tatasciore, che non è precisamente un esperto d’arte, ma questo gli permette di rivolgere al settore uno sguardo libero da pregiudizi. Inoltre è un brillante filosofo che tiene a battesimo una delle tante manifestazioni, queste sì numerose e in crescita, che nelle nostre varie località ora si tengono a favore di questa super-disciplina. Mi onoro di essere stato invitato poco tempo fa alla “Filosofia al Mare”” che Tatasciore organizza annualmente, e gli devo essere grato per avermi fatto capire, coi suoi scritti illuminati, l’importanza del filosofo Shelling, spingendomi a concepire una puntata dedicata a chi, come lui, e Kant, e Schopenhauer, hanno costituito un’ ”alba del contemporaneo”, mia prossina fatica critica. E beninteso gli devo essere grato per avermi invitato, l’anno scorso, a curare la precedente puntata del Michetti. Il quale ovviamente cambia ogni anno coloro che vengono chiamati a organizzarlo, con piacevole varietà di nomi e di temi. Questa volta il compito è spettato a un duo, a Claudio Cerritelli. critico militante di lunga storia, e ad Anna Imposinato, che viene dal polo museale di Napoli e ha pure lei una valida militanza alla spalle. Tema comune, uno di massima attualità, “Attraversamenti tra arte e fotografia”, che oggi si declina in una infinità di modi. Non riesco a valutare la maggior parte degli invitati, che sono quasi una sessantina, venti di più di quanti io ne avessi convocati la volta scorsa, e anche con una varietà generazionale, mentre io mi ero attenuto a giovani pur già emersi. Ma a questo modo mi riesce possibile rendere omaggio a figure cui già in passato anche a me era capitato di rivolgere la mia attenzione. Li passo in rassegna in ordine alfabetico, cominciando da Adriano Altamira, che della fotografia, di fitti album di immagini rapite da ogni possibile contesto, si è fatto il suo multiforme scudo d’Achille. Poi viene Anna Valeria Borsari, con le sue minuziose ricognizioni su dettagli marginali, ma richiamati in primo piano. Di Silvia Camporesi mi ero occupato nella rassegna video che teniamo ogni anno a Bologna, mentre non sono mai riuscito a “fermare” in una qualche istantanea il sempre fuggitivo e metamorfico Giuliano Giuman. Quanto a Paolo Mussat Sartor, maestoso fotografo dell’Arte povera, non ha mai avuto bisogno di un modesto riconoscimento da parte mia. Di Pietro Mussini mi sono occupato per le sue ingegnose luminarie sul filo della più avanzata elettronica, e frequentandolo anche ai tempi di quando era, in qualità di funzionario del Comune di Reggio Emilia, attivo organizzatore di mostre. Elisa Sighicelli, di nuovo, era entrata nel mio raggio selettivo per i suoi video ammessi alla nostra rassegna annuale al Dipartimento delle arti. Claudio Palmieri rientra in quelle scelte solitarie, orgogliosamente controcorrente, in cui si cimenta il grande gallerista Fabio Sargentini, infine Fausta Squatriti è anch’essa un monumento che si erge come un’isola misteriosa, pure lei da me poco frequentata. Per finire, si potrà ricorrere a una battuta usata dai critici cinematografici che, dopo aver menzionato gli attori di prima fila, se la cavano con un generico “bene tutti gli altri”. E arrivederci al prossimo appuntamento annuale.
Attraversamenti tra arte e fotografia, a cura di Anna Imponente e Claudio Cerritelli. 70° Premio Michetti, Francavilla a Mare, cat. Manfredi.

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Letteratura

Nadia Terranova non si libera dai fantasmi

E’ giusto che io completi la mia rassegna della cinquina 2019 al Premio Strega trattando pure dell’ultima arrivata, Nadia Terranova e del suo “Addio fantasmi”. Forse, nella mia particolare classifica, potrebbe risalire al terzo posto, data la poca stima che ho riservato sia alla seconda, Cibrario, sia al terzo, Missiroli, mentre sempre a mio avviso resta saldo in testa il “Mussolini” di Scurati, e il secondo posto, sempre nel mio solitario e insignificante appezzamento, spetta alla Durastanti. Quanto alla Terranova, trovo che il titolo è sbagliato, altro che “Addio fantasmi”, la sua protagonista, Ida, ci vive dentro, non se ne libera fino all’ultimo, tranne che con un plateale e stereotipato gesto di disfarsi di un cofanetto-reliquario. Qua e là c’è qualcosa di buono, come per esempio nell’esame dei rapporti che la protagonista intrattiene con un marito, Pietro, improntati a lontananza, impaccio, quasi ostilità, nel che si riscontra una qualche provenienza da Natalia Ginzburg, menzionata in una citazione propiziatoria ad apertura di libro. Approfitto per annunciare la prossima uscita di uno dei miei inutili saggi Mursia, pronti ad affondare nella generale indifferenza, che però mi permetteranno di fare i conti con i molti narratori del primo Novecento (cui è dedicato lo scritto) che avevo colpevolmente trascurato nella mia lunga attività precedente. E un altro titolo di merito sta nell’affezione che sempre la protagonista dichiara a favore del padre, nel che rasenta, di nuovo, un grande nodo di quel passato che sono andato a rievocare. Infatti in quel mio studio rendo tutto il meritato omaggio a alla Morante di “Menzogna e sortilegio”, però, attenzione, fermandomi lì, senza troppo seguirla nei passi successivi. Ma certo l’amore viscerale che la protagonista nutre per il genitore disgraziato, proprio per questo, vieppiù accentuato quanto più su di lui si abbattono i colpi della malasorte, trova un qualche pur timido riscontro nelle pagine della Terranova. In definitiva i brani che la Nostra dedica a questo padre, Sebastiano Laquidaria, sono i più interessanti dell’intera storia, anche se eccessivi, di chi scopre un tesoretto ma in definitiva non sa bene come gestirlo, e finisce per applicare a quel personaggio troppi attributi, tra loro anche contradditori. Chi è questo padre tanto amato? Un malato immaginario, o reale, in preda a qualche angoscioso male di vivere che lo obbliga al letto, all’inerzia più assoluta? Ma allora come fa ad andarsene da solo, a sparire? E questo avviene perché si avvia verso un suicidio, o verso un espatrio miracoloso in terre straniere? La Terranova agita questo fantasma, in definitiva intuendo che solo in esso sta la salvezza della sua barca, ma incapace di gestirlo in modo sicuro. Mentre al contrario è del tutto prosaico il rapporto con la madre, odiata proprio per la sua mancanza di idealità, ma costretta a reggere sulle sue spalle tutto il peso del povero ménage, trascurato da un padre eternamente in fuga dalle proprie responsabilità. E’ lei che deve tirare su la bambina, permetterle di studiare, consentirle di fuggire dal natio borgo selvaggio, che in questo caso è una Messina se non sbaglio per la prima volta inserita negli annali della nostra narrativa. A Roma la nostra Ida consuma quella sua vicenda cosi glaciale con l’altrettanto freddo marito, ma poi non resiste al richiamo della terra natia, vi torna per aiutare la madre a fare trasloco da una abitazione gremita di fantasmi, e il duetto tra le due donne, l’una contro l’altra armata, rientra nel registro del solito neorealismo in cui i nostri narratori non mancano quasi mai di ricadere. E purtroppo tra i fantasmi che assediano la storia ce ne sono tanti pienamente rispondenti a noti stereotipi, C’è l’amica del cuore, Sara, che si confessa vittima di un aborto cui è stata costretta per una relazione immatura, e ci sta pure il suicidio di un giovane, ma senza l’alone di mistero e di martirio gravante sul padre di Ida, Insomma, fantasmi che premono da ogni parte, di cui la narrazione si affranca. ma solo con atto tardivo, quasi fuori tempo massimo.
Nadia Terranova, Addio fantasmi, Einaudi stile libero, pp. 202, euro 17.

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Attualità

Dom. 1-9-19 (Di Maio)

Il “lieto fine” sulla via del condendo governo giallo-rosso, cui mi richiamavo appena qualche giorno fa, è prorogato ma, ritengo, niente affatto abolito. E’ successo che proprio Di Maio, da me lodato seppure a leva denti, si è messo di traverso, ma lo si può capire, o meglio lo avrebbe dovuto capire un fine negoziatore quale non è di sicuro lo schematico e rigido Zingaretti, magari a questo punto esentato dal sospetto di voler far fallire la trattativa. Compendiamolo, il povero Di Maio, che si sente scaricato dal mentore Grillo, e scavalcato da colui che fino a poco tempo fa sembrava solo un giocattolo, un burattino nelle sue mani, Giuseppe Conte, ora invece eretto a statista di prima forza con largo consenso internazionale. E nulla ormai lo può fermare, è bastato l’irrigidimento proprio di Di Maio, con minaccia di far fallire la trattativa, per vedere le borse scendere, lo spread salire, e nei sondaggi, non raggiunti dalla paura di una scomparsa di Conte, i Cinque stelle, proprio nel suo nome, hanno fatto un balzo in su di dieci punti. Dunque, Conte ha vinto, ma allora bisogna pure aver pietà dei vinti, è ridicolo che il Pd pretenda da parte di Di Maio una sconfessione della sua precedente attività di governo, è chiaro che lui punta i piedi, come un bambino a cui si vuole strappare di mano l’aquilone, e lo può fare perché ha ancora una forza non trascurabile in famiglia, un gruppo di fedelissimi pronti a fare quadrato attorno a lui, anche in difesa dei propri interessi. E poi c’è nell’aria la piattaforma Rousseau, cui è più che opportuno che i grillini si presentino dimostrando che non arretrano di una sola virgola rispetto al loro programma, chi li potrà bocciare? E dunque, si dia a Di Maio il sospirato posto di vice-premier, ormai di sostanza ben diversa da quella di un anno fa. Allora lui e Salvini erano i controllori del burattino Conte, del tutto nelle loro mani, ora il rapporto si è capovolto, è lui che conta, e dunque può fare il generoso, dispensare all’ex-protettore un posto onorifico, ormai destituito di un valore effettivo ma capace di recarne invece uno simbolico. Ovvero, ci vuole pure qualcuno che rappresenti il vecchio nucleo dei pentastellati, magari subito da controbilanciare con una nomina paritetica sul fronte Pd. Tanto, ormai a governare davvero, con abile capacità al compromesso, c’è lui, lo statista balzato fuori all’improvviso, quasi un nuovo Aldo Moro. E i Pd, se sono saggi, non stiano a pretendere impossibili sconfessioni, pentimenti, ma lavorino in silenzio, come si sta facendo, per stendere punti programmatici davvero consistenti. Su quel tavolo, al riparo da proclami speciosi, si potranno fare le varie concessioni reciproche che saranno inevitabili, così come nei matrimoni sta ai parenti trattare per la dote da dare ai novelli sposi.

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