Arte

Una tappa intermedia nel lungo percorso degli espressioninsmi

Chiude proprio oggi alla Triennale di Milano una mostra dedicata alla Collezione di Giuseppe Iannaccone, straordinario raccoglitore di opere di arte italiana nel periodo 1920-1945, con annuncio di nuove puntate in cui apparirà come questo collezionista si sia comportato verso gli esiti successivi. In sostanza, è una carrellata sui nostri anni Trenta, abbastanza compatti a determinare una situazione che per un lato reagiva alla precedente stagione di “richiamo all’ordine”, tra Valori Plastici e Novecento, invitando artisti più giovani a rimettere i piedi in terra, magari saltando una generazione e raccogliendo i furori degli espressionisti del primo decennio, per il momento senza alcuna nozione di quanto si stava svolgendo al di là delle frontiere, chiuse dal regime fascista. Ma non dimentichiamo che era pur sempre possibile la famosa “Gita a Chiasso” poi ironicamente imputata daArbasino ai danni di quei giovanotti di allora, in definitiva troppo ligi a divieti non così ultimativi e irrimediabili. Io ho i conti apposto verso tutto quel blocco di esperimenti, gli ho dedicato un saggio in una mostra, quella tenuta da Hulten e Celant a Palazzo Grassi, nel 1989. Non solo, ma in quell’occasione non ho mancato di collegare gli espressionismi, per quanto più pacati e distesi di quel momento, alla stagione dei primi espressionismi di casa nostra, più sferzanti e acuminati, tesi tra i casi di Arturo Martini e di Lorenzo Viani, con in mezzo tutto il primo tempo dei Futuristi, quando, Balla e Boccioni in testa, si soffermavano a maltrattare un figurativismo abbastanza normale, non osando per il momento di applicargli una superfetazione geometrica. Per conoscerla gli occorreva incontrare il Cubismo parigino. E non basta ancora, vado cercando da molto tempo una sede che sia disposta a documentare le successive risorgenze di un espressionismo capace di rimbalzare nei decenni, come il fenomeno che in francese si direbbe del “ricochet”, del sasso piatto che salta fuori dall’acqua, vi affonda, salvo a tornar fuori un poco più in là. Infatti abbiamo visto ricomparire il fenomeno espressionista a guida dei Nuovi Selvaggi tedeschi, Baselitz e compagni, pronto a esercitare un diretto influsso sui membri della Transavanguardia, si pensi soprattutto a un Chia, a un Cucchi, mentre i miei amati Nuovi-nuovi si ispiravano piuttosto alle grazie leggere di un neo-liberty, e gli Anacronisti cercavano addirittura di rieditare il neoclassicismo novecentesco. Ma in definitiva era pur sempre nel complesso un ritentare le sorti di un figurativismo esteso e multiforme. E la cosa non è finita, chi mi segue su queste pagine clandestine ha visto le lodi che ho dedicato a Hockney, anche lui perfetto nel sostenere una ambìgua sospensione tra uscite neo-espressioniste, e invece di raffinato neo-liberty, anticipato su questa strada, tutta anglo-americana, da Alex Katz, e spalleggiato da Chantal Joffe. Per non parlare di certi ritorni alla pittura che si hanno anche tra giovani artisti di casa nostra, come i Padovani Andrea Grotto, Cristiano Menchini, Adriano Valeri, e un nomade come Alessandro Roma. Potrei anche aggiungere un giovane di primo pelo come sarebbe il sottoscritto, con il suo ritorno ai pennelli, non so ancora se da ritenersi del tutto velleitario o non privo di qualche merito.
Si dirà che tanta discendenza è eccessiva, da far gravare su quegli anni del nostro cammino, che furono tutto sommato alquanto provinciali e di scarsa rilevanza. Ma certo è che, al giorno d’oggi, mi sento tenuto pure a mettere la sordina al richiamo di “magnifiche sorti e progressive” che sarebbe subentrato al termine del conflitto mondiale. Siamo sicuri che quando proprio molti di quegli artisti, vergognatisi dello stile basso cui si erano dati fino a quel momento, tentarono di rialzarlo applicandovi gli stilemi del postcubismo, facessero cosa utile e salvifica? Ho detto più volte che taluni pittori, deliziosi quando si avvolgevano appunto nelle spire di un espressionismo naturalista ben sostenuto, si rovinarono quando passarono a schematizzarlo inserendovi a forza delle griglie geometriche. Penso ai casi di Fausto Pirandello, di Mario Tozzi, di Enrico Paulucci, quest’ultimo, chissà perché, non presente nella raccolta Jannaccone, Forse Birolli e Afro furono più articolati e sapienti nell’affrontare le ingegnose spezzettature para-geometriche, ma in definitiva fu una fase di transizione, un falso aggiornamento che presto dovette cedere il passo all’arrivo dell’Informale, dell’Art autre, in cui alcuni di questi alfieri degli anni Trenta potenziarono la loro vena, soffiarono più forte nelle canne delle zampogne pastorali. Penso a Ennio Morlotti, a Emilio Vedova, e a Mattia Moreni, che suppongo vedremo comparire nella prossima puntata di questa Collezione. Ma anche tali traguardi, che allora ci apparvero convincenti, sono stati a loro volta superati da traguardi successivi, da trincee più avanzate, da andare ad occupare. Dobbiamo comunque far risuonare il triste motto, “mais où sont les neiges d’antan”? Ormai non bastano a saziarci gli svolgimenti di specie Pop, e perfino “concettuale”. Di passaggio in passaggio, chi ci dice che ora non siamo tornati “al tempo”, secondo la formula degli esercizi ginnici, quando, dopo esserci tanto industriati a sporgere le braccia, a mettere il petto in fuori, a saltellare sulle gambe, ritorniamo a porci sull’attenti e a incollare le braccia ai fianchi? A portarci maliziosamente verso il ritrovamento di tappe ritenute del tutto superate ci guida la fotografia, con la sua adesione piatta al reale, che di conseguenza si trascina dietro pure il riproporsi di un figurativismo arreso, magari opportunamente schiacciato, magari già pronto per applicazioni di wall painting o di moralismo.
Collezione Giuseppe Jannaccone, Italia 1920-1945, Milano, Triennale, fino a oggi 19 marzo, cat. Skira.

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Letteratura

Zap & Ida: passi giusti verso il giallo

Conoscevo e apprezzavo da tempo l’operato della coppia Zap & Ida (Vincenzo Zapparoli, Ida Cassetta) per i loro volumi di disegni satirici di esilaranti sferzate inflitte ai potenti di turno, sulla falsariga degli attuali migliori vignettisti politici, un Gianelli sul “Corriere”, un Altan su “Repubblica”, uno Staino, sull’”Unità”, di cui ha anche la direzione. Non conoscevo invece la loro produzione di giallisti, fin quando Ida non mi ha dato il capostipite di una attività che ormai ha raggiunto la trilogia. Si tratta di “Passi”, che non esito a mettere a confronto con “Intrigo italiano” di un giallista ben più titolato di loro quale Lucarelli, e anche a risolvere la gara in netto favore della coppia meno nota nel campo. In entrambi i casi la scena è del tutto petroniana, ma si profila subito un vantaggio a favore dei due, in quanto evitano la curiosa e nociva decisione del loro concorrente, di arretrare nel tempo, di portarsi a una data, anni ’50, in cui Bologna non era “né carne ne pesce”, nulla la distaccava da una generica mediocrità, e la rendeva del tutto refrattaria proprio all’”intrigo italiano” che in modo arbitrario Lucarelli h preteso di piazzarvi, come se fosse un luogo di incrocio di servizi segreti internazionali, alla James Bond. Invece Zap & Ida in merito non hanno grlli per il capo, propendono per l’attualità più spicciola, facendo così la delizia del lettore che, se bolognese, non deve far sforzi mnemonici per risalire ai locali, ai bar e ristoranti di cui Lucarelli fa sfoggio nella sua cronaca retrospettiva. Naturalmente il compito principale che si pone a ogni giallista che si rispetti è di trovare il protagonista, che sia abile, pieno di fiuto, ma in vesti dimesse, riluttante alla disciplina, e dunque in aperto conflitto con i superiori. Questa figura candidata a essere accolta con simpatia, fino a farne un beniamino, con desiderio di ritrovarlo a prossimi appuntamenti, è Amareno Fabbri, nella cui denominazione gli autori danno una ennesima prova del loro umorismo, in quanto si tratta del pronto sfruttamento di un ben noto marchio industriale-pubblicitario, il che è già un modo di strizzare l’occhio al lettore e di imprimere al tutto un tono scanzonato, da non prendere troppo sul serio. Anche se questa coincidenza del nome con l’affermato prodotto non menoma assolutamente l’efficacia, l’intuito dell’investigatore, con la conseguente disputa nei confronti delle autorità superiori, rappresentate in questo caso dal questore Birillio. Fa parte di un’adesione a andamenti quasi obbligatori il ricorso alla collaborazione gratuita e diligente fornita da prostitute. Qui entriamo nell’inverosimile, cui del resto ci ha abituato anche il grande Camilleri. Basterà rivolgersi al recente episodio della serie Montalbano, andato in onda lunedì scorso 13 marzo, dove compare un personaggio che è nello stesso tempo brava madre di famiglia e prostituta, impegnata in un lavoro come tanti altri per rimpinguare il budget domestico, col pieno assenso del marito. Situazione del tutto incredibile e insostenibile, se riportata nell’ambito di una piccola comunità meridionale, in cui, come è ben noto, la peggiore offesa da rivolgere a un marito sta proprio in un implacabile “chillu sape”. Qui compare una prostituta tutto-fare, Marisa, fra l’altro di buona famiglia, per cui l’andare a battere nel marciapiede sembra più uno sport, una scelta ghirìbizzosa che una necessità, e la cosa si deve ripetere per una sua compagna di strada, Laura Bonvicini, anche lei con famiglia ragguardevole e benestante alle spalle. Inverosimile è pure che il bravo detective intrecci con Marisa, non una rapida relazione, un consumo provvisorio, quasi come premio di consolazione per gli affanni gravanti su un poliziotto, ma con tanto di passione, di partecipazione, fino a fare coppia fissa. Rientriamo invece nella parte positiva del romanzo quando, venendo al sodo, vi è escogitata una serie di omicidi, ben quattro a ripetizione, ma con l’abilità di non farli discendere tutti da una stessa fonte, bensì da mani omicide differenti, il che costituisce un garbuglio difficile da districare. Lo sdoppiamento dei delinquenti consente anche alla vicenda di toccare tasti diversi, assegnando un colpevole alla categoria dei mostri, dei patologicamente deviati, come rivelano proprio i “passi” eponimi con cui il criminale spia la sua preda; l’altro invece appartiene a una diversa categoria di bullismo sfrenato, confidante nell’appoggio che gli viene dai privilegi familiari e dai poteri forti che questi si trascinano dietro.
Zap & Ida, Passi, Giraldi Editore, pp.233, euro 13,50.

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Attualità

Dom. 19-3-17 (Olanda)

Buone notizie per tutti i sostenitori dell’Unione Europea. La vittoria dei Liberali in Olanda ha rintuzzato per il momento l’aggressione del fronte populista e xenofobo. Si può ipotizzare che in Francia, prossima sede di un confronto ugualmente decisivo, le forze regressive della Le Pen, anche se con tutta probabilità vincitrici al primo turno, vengano poi superate al ballottaggio da una alleanza repubblicana tra partiti di centro-destra e di sinistra. In Germania non ci sono rischi, vincano i democristiani o i socialdemocratici. E anche noi, quale sia l’esito della non imminente tornata elettorale, risulta assai improbabile che i Cinque stelle riescano a impadronirsi del governo. Piuttosto, emerge ovunque il dato preoccupante che ormai non si riesce più a costituire dei monocolori. non resta che puntare su coalizioni, piccole o grandi che siano. Data la presenza di un simile male comune, mi chiedo se non si dovrebbe aprire un vasto dibattito, o costituire un agguerrito ufficio studi volto a escogitare dei validi sistemi elettorali da proporre a ogni Paese dell’Unione. E il nostro, tristemente carente di una soluzione accettabile, dovrebbe essere il primo a sottoporsi a questo banco di prova. Si conferma che il grave limite dell’UE è di avere cominciato dalla fine, dandosi subito l’unità monetaria, senza fare alcuno sforzo per unificare sistemi ben più incisivi, tra cui anche le modalità elettorali.
E sempre in materia di soluzioni unitarie da adottare, è deplorevole che l’Unione non abbia risposto in modo concorde alle pretese di Erdogan di mandare suoi portavoce nei vari Paesi occidentali, ad arringare i cittadini turchi, tanto numerosi oltre le frontiere, perché votino per la sua lista, foriera di una dittatura che allontana a tempi lunghi quel Paese da una possibile confluenza nella nostra Unione. Il giusto e coraggioso rifiuto emesso dall’Olanda avrebbe dovuto essere suffragato dall’appoggio unanime di ogni altro Paese europeo, espresso anche a livello istituzionale.
Questo però cercando di non rompere del tutto con Erdogan, in quanto la soluzione che vede la Turchia fare da cuscinetto agli emigranti provenienti dal Sud-Est e diretti verso Ovest è da considerarsi ottima e funzionale. Del resto, a tacitare l’aspirante dittatore agisce senza dubbio l’arma dei soldi che gli vengono concessi. Anche noi, di fronte a un simile accorgimento, dovremmo drizzare le orecchie. Infatti, se vogliamo porre fine agli incessanti sbarchi dei disgraziati che si affidano alle carrette del mare, dovremmo tentare di apprestare in Libia una soluzione analoga. C’è da sperare che due governi libici di Tripoli e di Tobruk, riescano a raggiungere un’intesa volta a costituire un’area di accoglimento e di custodia delle folle di migranti provenienti dall’entroterra, naturalmente dietro congruo pagamento da parte nostra, e di tutta l’Europa. O, se una soluzione del genere resta impensabile, non potremmo noi stessi diventare un’area del genere, riconosciuta dagli altri Paesi e da loro finanziata, con l’obbligo nostro di trattare in modo umano i residenti, in attesa di, non già rimpatriarli, secondo il vano proposito agitato di tanto in tanto, bensì dirottarli verso gli altri Paesi europei, ma su loro richiesta, in vista di integrare la scarsità di mano d’opera che ormai si incontra nei Paesi sviluppati. Noi Italiani siamo molto generosi al momento del salvataggio in mare, ma poi estremamente deficitari nello stivaggio di questi migranti, che trattiamo male e nello stesso tempo lasciamo scappare via dai vari centri d’accoglienza, nel tentativo di arrivare nei Paesi del Nord secondo l’accusa non del tutto ingiusta che ci viene mossa.

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Arte

Le fini tessiture di Giorgio Zucchini

Lo Studio Cenacchi di Bologna presenta, alla sua seconda uscita, una bella selezione di dipinti di Giorgio Zucchini, fin dai suoi inizi da me sostenuto, e prontamente inserito tra i Nuovi-nuovi, assieme ad altre presenze bolognesi come Bruno Benuzzi, Marcello Jori, Luigi Ontani, e di conseguenza esposto assieme a loro anche nella corrispondente “stazione” della recente rassegna al Palazzo Fava, “Bologna dopo Morandi”. Davanti a un artista autentico, com’è senza dubbio Zucchini, cerco sempre di risalire alle sue origini e di ricavarne un motivo dominante che poi lo ha accompagnato lungo il cammino, pur dovendo subire, come è opportuno, tante variazioni e metamorfosi. Nel caso di Giorgio, penso a certe installazioni audaci, nello spirito del ’68, che vorrei definire “lucodromi”, in quanto egli allestiva come delle lunghe piste per lo scorrimento di flussi di luce, con la conseguenza di colorare di giallo tutto quanto cadeva sotto quei raggi. In seguito la sua produzione si è coagulata su delle superfici, ma a mio avviso è sempre in azione un fascio di luce che penetra ed evidenzia. Se si vuole una similitudine, si pensi a quanto succede proprio allorché, in una stanza semibuia, l’ingresso della luce mette in evidenza il pulviscolo, i minuti corpi galleggianti nell’aria. Allo stesso modo mi pare che gli industriosi assembramenti di piccole immagini di questi dipinti siano gli ostacoli, volutamente fragili, delicati, sempre sul punto di sparire, incontrati dalla luce che li investe, capaci però di resistere, di affermare malgrado tutto una loro consistenza residua. O si può anche parlare di uno sguardo portato su un volo di farfalle o di altri insetti, capace di inquietarli e di farli volteggiare nell’aria. Insomma, l’artista picchietta le sue superfici, vi inocula con attenzione e pazienza tante piccole inflorescenze, fino a costituire un tappeto, ma a maglie larghe, porose, che consentono al tutto di “respirare”. Questa stessa spiegazione genetica ci dice che Zucchini, nell’ambito dei Nuovi-nuovi, appartiene al ramo degli Aniconici, ovvero dei decorativi, riportabili, per valerci di una espressione nordamericana, al “pattern painting”, che ebbe la sua casa madre a New York nella Galleria di Holly Solomon, e non per nulla ci fu una perfetta intesa tra i Nuovi-nuovi e quel luogo, allora situato nella centralissima Quinta Strada, con Francesca Alinovi a fare da tramite, da ambasciatrice.
Si potrà obiettare che nel repertorio di Zucchini, oltre alle magiche e incantate tappezzerie, si incontrano anche figure, per esempio di nature morte, o anche di omuncoli, ma pure in questo caso i motivi iconici non assumono mai troppa consistenza, non mancano di mostrarsi sottoposti al bombardamento di un flusso luminoso che contribuisce a disgregarli, a renderli incerti, come se fosse il nostro occhio a dare corpo a dei fantasmi, a tentare di leggere persone e cose in un cielo nuvoloso, o comunque in un qualche tessuto, naturale artificiale che sia. Si potrebbe anche pensare a una leonardesca lettura delle macchie sui muri. Un altro effetto di una simile origine di questi prodotti visivi porta a una loro indeterminazione spaziale. Le tele dipinte dall’artista hanno limiti, confini, ma si sente che il suo esercizio potrebbe estendersi all’infinito, come del resto è proprio nella natura degli interventi di carattere decorativo. Potrebbe prolungarsi, per esempio, fino alla misura dei fregi parietali, magari posti in alto, all’incrocio coi soffitti. La preziosa tessitura di Zucchini conosce limiti, ma solo provvisori, ha in sé tanta potenza che potrebbe proseguire all’infinito.
Giorgio Zucchini, Tempera, con testi di Laura Falqui e Raffaele Milani. Bologna, Studio Cenacchi, Via Santo Stefano 63, fino a tutto maggio.

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Letteratura

Covacich: una valida “autonarrazione”

Suppongo che Mauro Covacich sia rimasto molto amareggiato per non aver riportato, nel 2015, il Premio Strega con la sua eccellente raccolta di racconti “La sposa”, credo solo per una questione di gerarchia di generi letterari, che aveva portato a preferirgli un romanzone, non privo di qualità, ma lutulento, farraginoso steso da Nicola Lagioia. Come tornare alla carica? Forse non è più tempo di puntare sul romanzo compatto e più o meno unitario nella trama, del resto Covacich si era già esibito molto bene anche in questa direzione con “A perdifiato”, del 2003, riportando solo il Premio d’affezione datogli dalla sparuta pattuglia, sul punto di essere licenziata, degli amici gestori di RicercaRE, a Reggio Emilia. Meglio allora ripiegare su un genere oggi del tutto dominante, detto dell’”autonarrazione”, tanto per evitare un termine più tradizionale e consunto come quello di autobiografia. Vi si sono misurati in questi anni tanti altri narratori, penso a Maggiani, Pennacchi, Scurati, Albinati, Doninelli, e perfino Veltroni. Ma in merito il nostro autore può vantare una precedenza, in fondo è stato tra gli iniziatori nell’ imboccare questa pista, con “A nome tuo”, e ora ritorna alla carica con “La città interiore”, che sarebbe poi, almeno a livello geografico, la città di Trieste, col che si apre anche una sfida nei confronti di chi ritiene di avere su quel luogo una specie di diritto di prelazione, Claudio Magris. Ma su questo terreno Covacich è superdotato, proprio per il taglio crudo, inesorabile, come affidato al bisturi, con cui definisce i nuclei d’azione dei suoi racconti. E in definitiva anche questa narrazione lunga altro non è che una ingegnosa cucitura di tanti momenti d’eccezione, isolati, racchiusi in una loro magica perfezione. Si aggiunga che questa medesima capacità di ritagliare, di concentrare in misura drammatica, accompagna il Nostro anche nella sua attività giornalistica. Da qui i vantaggi sulla schiera dei suoi competitori, che spesso non evitano di cadere in sdolcinature memorialiste, o peggio ancora, diffidando della forza stessa dei loro ricordi, vanno a rubare dalle cronache episodi di brutalità, delitti efferati, Albinati insegna. Mentre i flash scattati da Covacich si qualificano tutti per genuinità, per forza di cose viste, o sentite narrare in famiglia ma con tono perentorio, anche se beninteso, assiso in una cabina di montaggio, egli si arroga il diritto di incastrare questi frammenti di vita passeggiando in su e in giù sul filo degli anni, della storia, delle occasioni. Vario e vivace è l’alternarsi di incursioni nella propria privacy, col filo lungo di vicende che collegano i vari rami e generazioni della famiglia, e invece gli incontri “pubblici”, con personaggi famosi come Italo Svevo, Joyce, Quarantotti Gambini, Coetzee, ma sempre dimostrando la forte capacità di incidere, di andare oltre la scorza degli eventi, di penetrare sotto la cappa delle notizie ufficiali, insomma, di andare a mordere su una carne viva. Per esempio, tra i vari “topoi” che i frequentatori di storie triestine, Magris insegna, non possono evitare c’è una incursione, o immersione negli orrori della Risiera di San Sabba, dove venivano deportati e quindi giustiziati sia gli ebrei sia i partigiani, ma il modo secondo cui il nostro autore ricostruisce le vicende di Pino Robusti, con una doccia scozzese tra la speranza di scampare e invece un perentorio avvicinarsi della fine, avvolto negli orridi odori di carne umana bruciata, come in un gigantesco barbecue, riporta la palma del primato, proprio in forza di una lucidità insuperabile. Senza dubbio il ritmo di “toccato e fuga” con cui queste storie vengono inanellate contribuisce a dar loro forza, perentorietà, anche se, ammettiamolo, non è facile per il lettore seguire quelle scorribande, forse sarebbe il caso di munirsi di un foglietto per annotare i vari rimbalzi, salti in avanti e indietro nel tempo. Forse il narratore per primo ha dovuto darsi uno schema, una topologia dei vari incastri, così come si dice che il grande Dickens facesse per la folla smisurata dei personaggi inseriti suoi romanzi, costruendo un teatrino con le loro sagome e gettandole vie quando il loro destino fosse giunto a conclusione, per non rischiare di farle rivivere. Ma a dire il vero il ritmo diacronico cui Covacich si affida lo garantisce su questo fronte, i suoi tanti personaggi non escono mai di scena, possono essere richiamati a una svolta della narrazione.
Mauro Covacich, La città interiore. La nave di Teseo, pp. 233, euro 17.

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Attualità

Dom. 12-3-17

Matteo Renzi continua a essere sotto assedio, in un coro di inviti o di minacce a cambiare stile, a pentirsi degli errori commessi, a mutare vita e politica. Il bello è che questo coro unanime lo è pure nell’incapacità di riuscire a contrapporgli un qualche altro protagonista. Non si trova nessuna figura con quel tanto di spessore che dia affidamento e che possa consentire di puntare su di lui. Tra gli infiniti esempi di questa denigrazione o sfiducia ne voglio menzionare almeno due, in quanto provenienti da osservatori di indubbio valore e perspicacia. L’uno di questi ci giunge da Paolo Mieli, uno dei commentatori più equilibrati, come mi è capitato di riconoscergli più volte, e gli si dovrebbe anche essere grati per la capacità di confutare, nel salotto Gruber, gli assalti di Leghisti e Cinque stelle. Ma di recente, in un fondo del “Corriere”, ha esortato Renzi a farsi da parte, a prendere un lungo periodo di aspettativa, in attesa di essere richiamato in scena. Ma quando? E si può pretendere una simile rinuncia da parte di un leader ancora giovane e nel pieno delle sue forze? Forse che non abbiamo pessimi esempi di altri che si sono messi nella tenda d’Achille sperando in un richiamo in servizio, che non c’è stato? E’ il caso di Romano Prodi, incerto tra il tenersi fuori o il recitare il ruolo di padre nobile. Aggiungerei anche il caso di Pisapia, colpevole di ipocrisia, in quanto il suo “gran rifiuto” a ricandidarsi a sindaco nel Comune di Milano, gesto disastroso che ha aperto una falla nel renzismo, non corrispondeva affatto a un desiderio di andare in pensione. Era, diciamo le cose come stanno, il furbo proposito di smarcarsi appunto dal renzismo, nel cui nome avrebbe dovuto collocarsi una sua nuova candidatura a sindaco. Meglio ritrovare una piena liberà di manovra e sfidare il leader da una posizione esterna. Ma con quale possibile esito? Anche Pisapia è uno dei tanti produttori di modeste scissioni a sinistra destinate a riportare numeri “da prefisso telefonico”. Certo, Renzi è stato colpevole per aver nutrito il proposito di andare subito a una rivincita, provocando nuove elezioni politiche a breve termine, e per questo dimettendosi dalla carica di segtetario Pd, che gli avrebbe dato larga autonomia e controllo del partito fino al prossimo autunno. Il voler andare a primarei e assemblea a breve termine è stato senza dubbio la causa contingente, e la fornitura di un alibi, alla fuoriuscita dal Partito di Bersani e compagni, ma, come è stato detto quasi da tutti, quella pattuglia aveva già deciso di andarsene, e proprio per aver ben compreso di non avere la forza di disputare a Renzi la rinomina a segretario, anche se quel gruppo di oppositori avesse avuto più tempo a disposizione.
L’altra voce autorevole, ma ugualmente inutile, di avversità a Renzi è stata quella dell’ex-direttore di “Repubblica”, Ezio Mauro, su cui del resto pesa ancora un enigma: quali le motivazioni che hanno portato alla sua sostituzione? Forse un compromesso, per cui quel quotidiano si è attestato su una linea di minore ostilità all’ex-leader, lasciando però al direttore silurato una piena libertà nel continuare a svolgere il suo anti-renzismo? Il che è avvenuto di recente in una comparsa nel salotto Gruber, dove Mauro ha indicato come massima iattura per il nostro Paese il fatto che Renzi si sia voluto o fatto rinchiudere nel giglio magico del fiorentinismo. Motivazione fatua, risibile, o comunque non di grave momento, bilanciata del resto dalla solita circostanza che poi Mauro non ha saputo indicare soluzioni alternative a un ritorno in scena del leader fiorentino. C’è ora lo scandalo del padre, forse davvero in qualche misura colpevole di quanto gli si addebita, ma vale pur sempre il principio che le colpe dei padri non ricadono sui figli. E abbiamo già visto altri autodafé imbastiti su simili conflitti generazionali andare a disperdersi nel nulla. In definitiva, anche la ministra Boschi è stata assolta dal peccato di avere un padre senza dubbio in qualche misura coinvolto nei guai della Banca di cui è stato magna pars. E così, si può scommettere che anche le ombre su Renzi padre dilegueranno nel nulla. Comunque, venendo al sodo, vorrei sapere da Mieli e da Mauro, se non a Renzi, a chi ritengono che si possano affidare con qualche attendibilità le prossime sorti del nostro Paese.

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Arte

Merritt Chase, a completare l’Impressionismo statunitense

Merita senza dubbio una visita a Venezia l’ampia retrospettiva che in questo momento si può ammirare al secondo piano di Ca’ Pesaro, dedicata al pittore statunitense William Merrit Chase (1849-1916), esponente di un Impressionismo nordamericano che si rivela sempre più ampio e memorabile, in piena competizione con i concorrenti attivi presso i “vecchi parapetti”, per dirla con Rimbaud, dell’Europa, e a dimostrazione, una volta di più, che non è proprio il caso di lasciare il monopolio di quel movimento ai soli Francesi, e tanto meno al solo Monet. Il Nostro viene a ruota di due artisti forse in definitiva più grandi di lui che sono, in ordine cronologico, Winslow Homer e Thomas Eakins. Nato circa un decennio dopo di loro, però non supera l’ambio di manifestazione proprio dell’Impressionismo, e non tocca le sponde dell’”ismo” successivo, il Simbolismo, che peraltro non ebbe molta cittadinanza oltre Atlantico. Ma dei suoi due predecessori Chase condivide in pieno il tratto essenziale, la larghezza di un vedutismo che sa cogliere i suoi temi in campo lungo, o, si potrebbe anche dire, adottando un grand’angolo, quasi che la vastità del continente nordamericano avesse un fedele riscontro nell’avidità dell’occhio del pittore. E a tanta vastità di presa fa pure riscontro una ampiezza di soggetti, con rifiuto di una qualche specializzazione, nel che il nostro artista segue a ruota i suoi due predecessori. Egli infatti risulta felice e largo di presa sia nel ritratto, sia nel paesaggio, con particolare riferimento alle vedute di mare e di spiagge, sia negli interni. Si aggiunge anche una qualche ampiezza geografica, ma non in eccesso, certo si danno gli immancabili soggiorni a Venezia, compiuti in età giovanile e poi in piena maturità quando il nostro pittore, divenuto apprezzato docente, portava i suoi allievi nei luoghi sacri del Vecchio Continente. E dunque la mostra annovera una sezione di vedute veneziane, da cui trae anche la legittimità di ospitare la mostra, proveniente da luoghi statunitensi deputati come Washington e Boston. Si potrebbe obiettare che tanta larghezza onnivora di presa patisce a riscontro una certa caduta di accensione cromatica. Infatti c’è come una nebbiolina che si espande su tanta ricchezza di visione, offuscandola alquanto, ovvero, se ne facciamo appunto una questione di intensità di tavolozza, su questo aspetto forse Merrit Chase risulta alquanto inferiore allo sfavillio di colori di cui era capace Monet. Ma in definitiva il preteso capofila francese pagava la sua enorme felicità cromatica con una esclusione di tanti soggetti, a cominciare dal protagonista umano. Invece Merrit Chase, forse, mette la sordina alla accensione di tavolozza proprio in quanto le preferisce un largo appetito nel far presa sull’intero spettacolo, umano e naturale, di cui sa scandagliare ogni angolo, anche il più riposto e marginale. Infatti, se ci rivolgiamo alla serie ritrattistica, sorprende non tanto la maestria nel cogliere la sagoma complessiva della persona, o l’aderenza ai tratti fisionomici, quanto piuttosto l’attenzione prestata a dati marginali, a dettagli di moda e accessori che completano la presentazione del personaggio, pescati ai margini, quasi fuori quadro. Ovviamente tanta capacità di andare a sorprendere certi dati marginali si conferma negli interni, in cui gli abitanti sono sempre colti in campo lungo, il che consente di mostrarli avvolti da una pletora di complementi di arredo, tappeti, scansie, quadri alle pareti, con le relative cornici che valgono a suddividere e articolare lo spazio, a ripartirlo ingegnosamente. In tal modo Merrit Chase si porta a un passo dagli interni di cui saranno capaci i postimpressionisti francesi, Bonnard, Vuillard, anche se la sua visione risulta più ferma, più nitida, ma proprio per questo ancor più sicura nel fare presa su un gran numero di elementi di contorno, portati però a balzare in avanti, ad attirare su di sé una precisa e accurata attenzione. Tanta capacità analitica trova conferma anche quando l’occhio dell’artista esce all’aperto. Se si sofferma su spiagge e marine, le popola di presenze umane, di schiere di dame e di fanciulle, le cui candide “mises” diventano come un supplemento vegetativo, una fioritura che spunta tra le macchie verdastre delle erbe, a riscontro con una striscia alquanto pallida di mare, da cui emanano riflessi freddi e alquanto spenti. Sembra quasi che l’artista, per preservare tanta nitidezza di dettagli, decida di tenere in frigorifero la sua visione, forse nel timore che, se troppo riscaldata, gliene possa sfuggire la presa e ne vada persa l’armonia d’insieme. La visione del Nostro, insomma, intende essere plurima, distesa in una serie numerosa di spunti e di suggerimenti. Questo vale anche per le nature morte, che non si fissano mai su qualche aspetto concentrato e specifico, su un cumulo, su un gremito complesso arcimboldesco. La sua preferenza va a motivi ittici, a pesci che si distendono per il lungo, con le loro masse biancastre e argentate, quasi per accentuare ulteriormente il senso di uno spettacolo che, a garanzia della sua completezza e fedeltà, sceglie di tenersi sulle note fredde, conservato a basse temperature, e dunque preservato da sbavature, da indebite consunzioni. Tutto insomma al servizio di una visione precisa, avida di fare presa sulle mille suggestioni del reale, senza laciarsene scappare alcun dettaglio.
Merritt Chase. Un pittore tra New York e Venezia. Venezia, Ca’ Pesaro, fino al 28 maggio. Cat. Magonza.

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Letteratura

Talon: incerti incontri coi selvaggi

Sono stato messo sulle tracce di “Incontri coi selvaggi” di Jean Talon dalla lettura di una recensione molto positiva stesa da Marco Belpoliti nella sua rubrica sull’”Espresso”, poi si è dato il caso favorevole di essermi trovato in una cena a fianco della madre dell’autore, a cui ho rivolto la richiesta di ricevere in dono una copia del libro. Molto gentilmente il figlio ha proceduto in questo senso, e dunque eccomi in presenza dell’opera, accompagnata anche da una gentile dedica. Sono quindi alquanto imbarazzato nel non potermi allineare nell’elogio senza riserve del recensore sopra nominato, anche se bisogna pur riconoscere che si tratta di una narrazione singolare e insolita. Ma mi pare che Talon non si sia inserito in alcune possibilità di svolgere un tema del genere, come sarebbe il condurre una esplorazione in un paese utopico, immaginario, gravato di doppi sensi allegorici, secondo la via magistrale seguita da Jonathan Swift nei “Viaggi di Gulliver”. Ma egli non ha optato neppure per una soluzione paradossale, provocatoria, volutamente bizzarra, alla maniera di Ermanno Cavazzoni e dei suoi “Lunatici”, anche se Belpoliti, nel suo resoconto elogiativo, non ha mancato di collocare il presente romanzo in un’area del genere, magari in nome della comunanza di area geografica, inclusiva anche di altri casi eccellenti, di Gianni Celati, di Paolo Nori. D’altronde, non credo che Talon abbia voluto adeguarsi a un modello agnostico di vera e propria indagine etnologica. Lo attestano soprattutto i capitoli iniziali, dove finge di riportarci allo stupore dei primi esploratori dell’era colombiana, che riempiono i loro diari, qui ricostruiti ad arte, di stupite registrazioni circa i costumi sorprendenti risultanti dai loro “incontri coi selvaggi”. Nel che, tanto per ampliare lo spettro delle soluzioni adombrate, ma non seguite in modo risoluto, ci sta pure un rifacimento di un Marco Polo dei nostri giorni. Venendo in su, verso avventure e ricognizioni attribuibili ad antropologici di riconosciuta fama, come Boas o Malinowski, senza dimenticare neppure il grande Darwin, Talon sembra optare davvero per i panni di un loro seguace per rigore di analisi. Magari si potrebbe fare un accenno anche in direzione dei viaggi, ma anch’essi non per nulla da me accusati di una certa vacuità, cui si dà un narratore assai reputato come Daniele Del Giudice. Ci sta perfino un riferimento alle avventure di Jack London, se ci si rivolge a uno dei capitoli più felici di quest’opera, “La caccia all’orso bianco”, ma perché in quella circostanza l’autore ha le idee chiare, ci serve una vicenda di azione concitata, il tuffo nelle acque ghiacciate dell’artico sia di un esploratore, il Rasmussen, sia di un povero orso, costretti per un momento a solidarizzare nel tentativo di risalire a galla aiutandosi l’un l’altro. Insomma, la parte positiva di questa narrazione potrebbe stare proprio nell’evocare tanti sentieri, ognuno dei quali, se seguito con piglio risoluto, avrebbe potuto portare a un buon esito, ma se solo adombrato, da lontano e con mosse incerte, sfocia in una certa inconcludenza.
Jean Talon. “Incontri coi selvaggi”, Quodlibet, pp. 190, euro 15.

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Attualità

Dom. 5-3-17 (Consip)

Non intendo certo entrare a fondo nella tempesta tra il politico e il giudiziario che agita in questi giorni la nostra intera opinione pubblica, ma due riflessioni, pacate e da lontano, mi sembrano lecite. E’ una follia quella che sta alla base della Consip, cioè l’accentrare le ordinazioni di enti pubblici, per la sanità o la cancelleria o ogni altro reperimento di strumenti e utensili, in un unico ente nazionale, con torte enormi da dare in appalto. Si sa che in tal modo si cerca di rimediare agli abusi che i singoli enti commettono, se lasciati a decidere, con le incredibili differenze di costo di una banale siringa se acquistata da un ospedale siciliano o piemontese. Ma l’accentrare tutto è, per valerci di un proverbio, la tipica toppa peggiore del buco. Dovrebbe essere chiaro che queste enormi torte sono un invito alla corruzione, così come degli escrementi troppo abbondanti attirano meglio le mosche. O almeno non si capisce perché le autorità preposte non vigilino adeguatamente, come trasportare un carico di lingotti d’oro che si prestano agli assalti alla diligenza. Il rimedio potrebbe essere che un’autorità nazionale si limiti a fissare un calmiere, con scorrimento limitato tra minimi e massimi, cui le varie strutture pubbliche dovrebbero attenersi, ma procedendo ad acquisti in loco. E poi, perché sempre passare attraverso il rito degli appalti, inevitabile generatore di frodi, inganni, corruzioni e via discorrendo?
Questo sul fronte Consip, e relativo attacco a Renzi padre. Poi c’è la condanna di Verdini, e dunque del valido supporto da lui prestato alla risicata maggioranza renziana. Finalmente gli anti-renziani possono esultare, è arrivata la condanna preannunciata, che mette definitivamente fuori gioco quell’aiuto malsano, inquinante, destrorso. Ma in proposito, se si fa un discorso di natura politica, si dimentica che questa intera legislazione è partita senza una maggioranza precostituita, ha avuto bisogno dei voti berlusconiani. Se poi, persi questi per ragioni personali del Capo di un partito tipicamente aziendale, si è andati avanti coi spezzoni saltati fuori da quell’icenerg, come condannarli, che differenza faceva, rispetto ai tempi in cui era l’intera Fora Italia a sostenere il peso del governo? Il povero Bersani, a dire il vero, aveva tentato di fare a meno dell’appoggio dell’allora Cavaliere, ma ne era stato impedito dal rifiuto dei Cinque stelle, il partito anch’esso padronale, ma su basi ancora più assurde e insostenibili. E allora eravamo stati costretti a furor di popolo a non perdere più tempo e a far nascere appunto la “grosse koalition”, di cui Verdini era autorevole componente. Ora ne è venuta la condanna? Benissimo, nulla da dire, il guaio è che si conferma in proposito il nostro pessimo sistema giudiziario con i tre gradi di giudizio, per cui Verdini stesso può ridersela della sentenza, ne ha a disposizione altre due, che in genere negano gli effetti della prima, o si alternano in una doccia fredda, rendendo infiniti i tempi dei processi, e facendo sì che le persone di qualità, e di soldi, ben difficilmente finiscano in carcere. La riforma della giustizia che si impone è di cancellare quel terzo grado che appesantisce l’intero iter, e che corrisponde a una di quelle pessime prerogative esistenti, solo nel nostro sventurato Paese, alla maniera del bicameralismo perfetto. Fra l’altro, vorrei che chi se ne intende mi dicesse se fin d’ora Verdini è interdetto dai pubblici uffici o ha il diritto di attendere i tempi lunghi di prossime eventuali conferme della condanna.

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Arte

Mostre a Milano: Dias, Benedict, Gobbetto

Uno degli aspetti più ammirevoli, nella lunga attività di gallerista in Milano svolta da Giorgio Marconi, dapprima, per parecchi decenni, alla direzione di uno Studio, e ora di una Fondazione, è la “lunga fedeltà” sempre dimostrata verso gli artisti scelti al momento giusto, e in seguito riproposti a intervalli regolari. In questo momento il suo ampio spazio di Via Tadino si caratterizza proprio per due omaggi del genere. Il primo e il secondo piano sono dedicati a una carrellata sulle “Azioni in tempo reale” compiute da Franco Vaccari, artista a me carissimo, cui quindi riservo una testimonianza in pubblico, nella mia rubrica domenicale sull’”Unità”. Ma nelle sale del pianterreno c’è pure una ripresa di opere di Antonio Dias, già apparse al momento del loro concepimento, quando l’artista, brasiliano d’origine, ma con un incessante andirivieni tra la patria e l’Europa, e in particolare proprio Milano, costeggiava le varie imprese tipiche del clima del ’68, cui partecipava poco più che ventenne (nato nel 1944), proponendo un mix tra alcune tendenze di quell’epoca estremamente audace. Per un verso gli si poteva attribuire una specie di “Land Art” da camera, o ripresa in piccolo, a livello grafico: distese di deserto, o di firmamento stellare, come sciami di pulviscolo, di puntinismo incalzante. Ma si sa che quel tipo di ricerca viveva della dialettica tra sterminate e incolte superfici di terreno e gli interventi della mano dell’uomo, con tracce parche e ridotte. Dias inseriva, a contrasto con l’informalità dello sfondo, un “lettering”, cioè la comparsa di parole vergate a caratteri di stampa, così ricordando che l’altra faccia del momento, il “concettuale”, aveva rilanciato proprio il ricorso al materiale verbale. Oppure prelevava dal sottostante mare indistinto dei tasselli, dei riquadri, con l’evidente intento di introdurre delle cesure, delle zone di silenzio, per consentire al rumore di fondo di non disperdersi per eccessiva insistenza, così come le onde del mare si rafforzano se riescono a sbattere contro le rocce della riva. E nello stesso tempo, proprio grazie a quella dialettica tra un informe di base e invece inserti di manifesta artificialità, Dias evitava la “morta gora” del monocromo, che mi sembra insidiosa quanto le sabbie mobili, pronte a ingoiare e a spegnere qualsivoglia spettacolo.
Marconi, all’atto di crescere su se stesso, era stato preso dall’orgoglio paterno di intestare la appena concepita Fondazione nel nome del figlio Gio, ma si è subito avveduto che a quel modo lo gravava di troppa responsabilità, meglio distinguere i ruoli, ridare all’erede un compito a lui più adatto, di fare il “talent scout”. Così è stato, Gio ora dispone di uno spazio tutto suo, a poca distanza da quello paterno, in cui mettere alla prova dei talenti emergenti. In questo momento vi compare uno statunitense, Will Benedict, che vale la pena di menzionare perché può essere associato, per vie ritengo non pretestuose, alla presenza di Dias nella Fondazione Marconi. Infatti anche Benedict ricorre ad ampie distese, a vaste strisce, però non si affida all’austero bianco e nero dell’artista brasiliano (mi è rimasto non detto questo dato con cui Dias allora confermava la sua partecipazione alla sindrome sessantottesca, che era del tutto avversa al colore, come espressione troppo compiacente verso la sensualità). Ora invece il colore è un obbligo, una necessità primaria, ma anche Benedict, d’altra parte, si guarda bene dal cedere alla soluzione noiosa del monocromo, e dunque spezza anche lui la solitudine delle sue stesure, pur piacevolmente cromatiche, con degli inserti, che però non sono il “lettering” già tanto caro al concettuale, bensì delle immagini sottratte al mondo dei media, al “popular” dominante nei nostri giorni. In questo c’è senza dubbio un ricordo delle soluzioni di uno statunitense tra i più noti e validi, proprio nel reagire all’austerità sessantottesca, David Salle, ma con rinuncia a un mosaico troppo gremito di ritagli e furti dall’attualità, riportato invece a un più schematico e ridotto bilinguismo, e sta in ciò quella certa vicinanza che si può trovare tra l’ormai anziano brasiliano e la nuova e brillante recluta.
L’estremamente animato panorama di luoghi espositivi milanesi non consiste soltanto in alcune maxi-sedi, come sarebbe la flotta Marconi, così saggiamente divisa tra casa madre e arrembante filiale, ma è costellato di tanti altri spazi, che addirittura riesce difficile, per un non residente, andare a stanare nell’intrico delle strade. Però sono riuscito a raggiungere la stanza minima di Davide Gallo, perché mi interessava vedere che cosa sta combinando Nicola Gobbetto, su cui avevo puntato al momento di realizzare una Officina Italia 2, nel 2011. La sua presenza, come risulta dal catalogo Mazzotta, risultava già suddivisa tra una conduzione unitaria, con una sagoma ispirata a forme ritrovate nel mito, e invece una esile, fragile installazione di elementi più minuti e rarefatti. L’attuale presenza, temo già chiusa al pubblico, ricca di tante declinazioni, forse perfino troppe, può però essere ricondotta a una immagine dominante e massiccia di un Ercole, ma subito aggredito da una pioggia di tracce, come segni di una scarlattina che lo abbia colpito, o di picconate inferte proprio per intaccarne la massa. Ma l’icona non concentra in sé l’intero discorso di Gobbetto, che in parallelo si dà a montare nello spazio tanti corpi inerti, strane macchine, tubature, impianti idraulici o altro, che intendono essere una materializzazione delle “fatiche d’Ercole”. A questo modo l’immagine unitaria dell’eroe cede il passo a una vetrina dei suoi strumenti, delle armi con cui ha condotto le varie imprese. Al momento il repertorio si ferma a due materializzazioni delle “fatiche”, ma ho incitato l’artista a continuare, a mettere in campo tanti altri ingegnosi montaggi, gruppi, coacervi, tante “macchine celibi”, allettanti, anche se, o forse proprio perché la chiave di comprensione risulta celata.

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