Arte

Una mostra su Italia 1918-1943, dove storia e politica vengono prima dell’arte

Confesso di essermi recato a visitare l’enorme mostra realizzata da Germano Celant per la Fondazione Prada, “Post Zang Tumb Tuuum” con il timore che fosse venuta addosso a una vasta impesa condotta da me e da altri per il Comune di Milano nel 1982, “Annitrenta”, che forse della città ambrosiana è stato anche il maggiore evento espositivo in assoluto. Sospetto subito fugato per varie ragioni, in quanto il nostro intento di allora fu di concentrarci su un solo decennio, appunto gli anni Trenta, in cui si perfezionò la dittatura fascista, col sospetto che ogni realizzazione nata in quel tempo fosse inficiata da quelle specie di piaga dilagante. Invece noi dimostrammo che l’arte italiana, seppure il più delle volte scevra da intenti polemici verso il regime, e anzi assai spesso consenziente e anche pronta a trarne vantaggi, marciò per la sua strada con grandi esiti innegabili. Cominciamo invece a vedere i tratti distintivi dell’attuale rassegna. Intanto, colpisce l’adozione dell’inglese come lingua ufficiale nel catalogo, quasi troncando il dibattito in corso presso di noi. No, se si vuole un prodotto da esportare, come pretende essere la presente mostra, l’unica è conformarsi alle esigenze di mercato, lasciando alla nostra lingua una particina minore, relegata in appendice. Del resto, non per nulla Celant è detto scherzosamente l’AmeriKano. Utili indicazioni vengono anche dal sottotitolo, che intanto segnala il periodo assai più vasto abbracciato, 1918-1943, e poi i tre termini che vi compaiono, “Art Life Politics Italia”. Purtroppo l’ordine di queste tre componenti è da invertire, il curatore ha premiato i due secondi aspetti, questo è un grande affresco della vita e della politica in Italia nell’intero periodo, dove l’arte viene a rimorchio. Gli artisti e i relativi movimenti sono chiamati in campo, ma solo quando la storia, o la cronaca dà loro la battuta, prima devono attendere pazientemente nel retroscena. Succede così che non si rispettano i tempi reali, almeno secondo l’orologio degli stili per farli apparire, non solo, ma la loro presenza viene spezzettata in tante comparse alla spicciolata, alcuni ritornano quasi ad ogni passo, come per esempio Wildt, Sironi, Casorati, avendo però il loro percorso smembrato in tante tappe. Si potrebbe anche usare una metafora presa dal campo ciclistico, questo è un modo per “spezzare i cambi”, non si speri di vedere un decorso organico dei vari “ismi” succedutisi in quegli anni, poniamo, “richiamo all’ordine”, Novecento italiano, Artisti di Parigi, i Sei di Torino, le varie Scuole romane. Un capofila fa appena a tempo a comparire, che subito la sua presenza è “spezzata” dal comparire di un qualche avversario, o semplicemente diverso da lui, dato che a comandare è l’asse storiografico, o cronachistico, degli eventi esterni, a cominciare da mostre, premi, concorsi pubblici, che ovviamente quasi sempre mescolano le carte, pescano a destra e a sinistra, elaborano dei menu stuzzichevoli. Certamente il rispetto di un contesto storico è importante, ma nella nostra mostra le varie tendenze comparivano ben distinte, forse anche per il vantaggio di pescare entro un unico decennio che quindi procurava di per sé il compattamento delle presenze, consentendo a ciascuna di esse di dipanare un proprio autonomo svolgimento. Qui c’è un effetto paradossale, l’enorme catalogo funziona meglio della mostra, in quanto esso è affidato a una schiera di collaboratori, spesso molto validi, i quali ricostituiscono i loro orticelli, riuniscono le vicende che invece in mostra sono interrotte per la dittatura degli eventi esterni. Che dominano anche nella selva dei documenti da cui è allagata la mostra, quasi più da leggere, magari grazie ad enormi proiezioni, come del resto oggi avviene per effetto della sostituzione del cartaceo con l’elettronico. Infatti al termine del primo tratto espositivo entriamo nella semioscurità di un salone animato da enormi tatzebao elettronici, cangianti per accrescere la propria capienza. E sui tavoli, ad ogni angolo, c’è pure una selva di cataloghi, riviste, monografie, bravo chi avrà il tempo di esaminarli tutti. Si aggiunga che lo spazio Prada risulta inadatto a tanto sciorinamento di fatti e aspetti, non basta certo l’unico edificio eretto ex-novo, bisogna ricorrere ai lunghi bracci delle cascine preesistenti, percorrerle, ritornare sui propri passi, infilarsi di qua e di là, infine raggiungere la scatola centrale attraverso una passerella, procedendo dal primo piano al pianterreno. In conclusione, senza dubbio uno sforzo ingente, meritevole per tanti aspetti, ma da non avvicinare da chi, come me, viene della fenomenologia degli stili, ottimo invece per chi sia un cultore di interessi storico-politici per il ventennio, qui ricostruito in toto. Un’ultima osservazione: non so se sia stato opportuno porre il tutto all’insegna del fremente urlo futurista dello Zang Tumb Tuuum marinettiano, il Futurismo fece presto a sparire dalla scena, o dovette affidarsi a deviazioni aneddotiche, scenografiche, decorative, da Balla a Depero a tutto l’Aerofuturismo, che presto presero in gran dispitto le imprese contigue. Se ci fosse ancora qualche superstite di quel movimento, temo che si recherebbe in loco armato di pomodori per contestare tanti ritorni alla normalità, al figurativismo, che in effetti finirono per vincere, in quell’arco di tempo, qui ancora più ossessivamente presenti per la moltiplicazione dei pani e dei pesci, in quanto i vari protagonisti di qualche ritorno all’ordine ricompaiono a ogni pie’ sospinto.
Post Zang Tumb Tuuum, a cura di Germano Celant. Milano, Fondazione Prada, fino al 25 giugno. Cat. autoedito.

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Attualità

De Cataldo, quattro passi nel caos

Ho preso atto più volte che la produzione di una narrativa “gialla” di carattere popolare sta dilagando, fenomeno non insolito negli annali del romanzo, basti pensare alla voga estrema dei poemi cavallereschi nel medioevo, fino a produrre la follia di Don Chisciotte, capace per ciò stesso di affrettarne anche l’inevitabile fine. Questo evento apotropaico non si è ancora compiuto nel nostro tempo, quindi non ci resta che andare a vedere chi, in tanto diluvio, si salvi o no. E’ quanto sto facendo sia in queste noticine private sia nelle poche apparizioni “in chiaro”, cioè in cartaceo, che mi sono concesse dalla rivista ”L’ Immaginazione”. Così, ho avuto un giudizio oscillante sul mio concittadino Lucarelli, tra consensi e dissensi, ho denunciato l’ambiguità di Saviano, tra il volto del santone ufficiale e invece lo spietato sfruttatore di una materia purulenta. Mi hanno convinto le scritture pulite e i buoni ingranaggi di Gianrico Carofiglio e di Maurizio De Giovanni, assieme alle prove appartate del duo bolognese Ida & Zap. Invece non avevo mai avuto occasione di misurarmi su uno degli autori di grido di questa ondata, Giancarlo De Cataldo, me ne dà il pretesto l’uscita di un suo “L’agente del Caos”, ma devo dichiarare subito la mia delusione, non lo metterei certo in una squadra di promossi assieme ai Carofiglio e De Giovanni, con cui peraltro risulta che abbia collaborato a più riprese. Fossi in sede di “Immaginazione”, si tratterebbe di un pollice verso. Parafrasando il titolo, possiamo dire che siamo di fronte non a un “agente”, bensì a un “autore del Caos”. Il che potrebbe anche essere un bene, se un narratore il caos riesce ad amministrarlo, ma questo non avviene nel prodotto del Nostro, che nel caos precipita in misura incontrollata. Tutt’al più, gli si potrebbe attribuire la categoria dello hellzapoppin, di una rapida sfilata di comparse mobili e cangianti, come del resto rivelano gli smilzi capitoletti di questa narrazione. C’è uno scrittore in prima persona che ha misteriosi incontri romani con un a sua volta misterioso avvocato, tale Alwin Flint, che vorrebbe convincerlo a scrivere la biografia di un suo cliente, anche lui personaggio misterioso e cangiante, fin nei nomi da attribuirgli, e nei natali da riconoscergli, con tante variazioni sul motivo, in una impazzita pallina di roulette che alla fine si arresta nella casella dove troviamo un Jay Dark. Che dire di questo protagonista? Gli si può attribuire ogni capacità e qualità, è un bricconcello che vive di furti, no, è un giovane forte e furbo, padrone di se stesso, a cominciare dal fisico che gli permette di guadagnare qualche soldo sottoponendosi a test su droghe varie, ingurgita zollette di zucchero intinte di succhi fatali, lsd o prodotti analoghi, che però sopporta con disinvoltura, o invece no, cade nel delirio, sprofonda in incubi, e noi con lui. Il tutto nell’ambito di un ugualmente misterioso progetto escogitato dalla CIA o comunque dai poteri forti, che sarebbe di sconfiggere i giovani hippies statunitensi, allergici alla guerra del Vietnam, rovinandoli sotto un diluvio di droga riversata a piene mani. Uno dei tratti positivi del romanzo sarebbe di portarci a rivivere gli anni ’60 dei Figli dei Fiori, o ancor prima della beat generation, con i suoi riti fastosi, in un San Francisco dei tempi d’oro, e relativi santoni, come per esempio l’apostolo appunto dei viaggi favoriti dall’acido lisergico, Timothy Leary. In fondo, la scapigliatura di De Cataldo vorrebbe far rinascere la scrittura libera e disinvolta di un William Burroughs, ma senza la capacità di darsi un ordine, una regia, vivendo di espedienti, di trovate momentanee, come avviene al suo eroe principale Jay Dark, un momento sull’altare, ma il momento dopo sprofondato nella polvere, nella disgrazia, da cui però sa sempre riscuotersi riuscendo a farsi finanziare, e a vivere alla grande zampettando da New York a Los Angeles a Londra. Però in definitiva gli unici momenti per noi lettori apprezzabili e a misura d’uomo sono gli incontri in trattorie romane, tra il narratore autorizzato e lo strano figuro che pretende di ingaggiarlo. E ci sono tanti altri personaggi che passano in rapida successione, il lettore non fa quasi a tempo a memorizzarli, è consigliabile che si procuri un taccuino per prendere nota dei nomi, se no, a un passaggio successivo, non si ricorda di chi si tratta, che cosa ha fatto, da dove viene. Del resto in genere si tratta di comparse di poca durata, di puri flatus vocis, come fuochi d’artificio che sfrigolano nel buio e nel vuoto. E come si sa, può anche succedere che taluni di questi ordigni non riescano ad accendersi, restino a pesare inerti sulla pagina.
Giancarlo De Cataldo, L’agente del caos, Einaudi stile libero, pp. 321, euro 19.

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Attualità

Dom. 15-4-18 (Lega e M5S)

Si scopre che tra i commentatori politici c’è una schiera di indefettibili vedovi o orfani del duo Salvini-Di Maio. Non bastano le proclamazioni che almeno il primo dei due ha fatto a favore dell’unità della coalizione di destra, Berlusconi compreso, molti continuano a non crederci, a pensare che sia solo una finta. Lasciate che i due bravi ragazzi si ritrovino lontani dagli occhi del cattivaccio Berlu e vedrete come sanno filare d’amore e d’accordo. E’ già indicata l’occasione, quando i due berranno un calice della pace al festival del vino a Verona, non lontana dal Ponte di Bassano che come si sa bene concilia le unioni. Naturalmente se Salvini non molla il partner, non è certo per lealtà, o perché si senta legato a lui alla follia, ma lo fa per convenienza, per calcolo aritmetico, perché se si presentasse al connubio auspicato da tanti col suo solo 17%, l’altro, che ha il 32%, farebbe di lui un solo boccone. Così invece può rivendicare che l’incarico al premierato tocchi, se non proprio a lui, comunque a un esponente della Lega. Salvini sì che è bravo e un passo indietro è pronto a farlo, eppure non si dica che supera di slancio i veti, si sa che ne ha emesso uno severo contro il Pd, che non speri di entrare nelì’ipotizzato governo a trazione leghista. Non è poi molto diverso dal veto dei Pentastellati nei confronti di Berlusconi. Il quale per conto suo ci ha messo un fermino, con quella dichiarazione estemporanea contro l’assenza di spirito democratico in Di Maio e compagni, cosa verissima, tanto è vero che solo qualche tempo fa ne era convinto perfino Eugenio Scalfari, con quella sua asserzione che fece scandalo secondo cui, tra Berlusconi e l’altro, egli non avrebbe esitato a scegliere il primo, e ha ragione, per quanti torti si debbano riconoscere al fondatore di FI, affidarsi a lui comporta meno rischi che affidarsi i amembri volubili, non sperimentati, pronti a tutto del M5S.
Correttamente il Presidente ha detto che non c’è più spazio per nuove consultazioni, che bisogna fare in fretta, ma in contraddizione con ciò si è preso qualche altro giorno di pausa, e speriamo bene che non proceda al rito inutile di mandare qualcuno a esplorare, quando ormai la situazione appare bloccata, e non può certo essere una figura di secondo piano a riaprirla. Che fare allora? Io nel mio piccolo, nella mia inesistenza, l’ho detto fin dal primo momento, non resta che un governo del Presidente affidato a una personalità super partes, al che certamente la coalizione di destra ci starebbe, e anche il Pd, con l’ostilità frenetica solo dei Cinque Stelle, che certo griderebbero al tradimento inaudito, al golpe. Compito di questo governo di tutti? Fare una legge elettorale decente, fondata su un consistente premio di maggioranza, il massimo che l’esosa e tremebonda Consulta riesca a concedere, magari anche al 40%, cui del resto il gruppo di centro-destra è già molto vicino. Meglio elezioni a breve termine, con la speranza di uscire dalla morta gora, piuttosto che vivacchiare malamente, attendendo che i due “si parlino”, e che uno di loro accetti di cedere all’altro il bastone del comando. Purtroppo da elezioni di questo tipo quasi di sicuro uscirebbe vincitore proprio il Centro-Destra. Pazienza, il berlusconismo ci ha governato, più male che bene, per un ventennio, dopo forse potrebbe riaffacciarsi una sinistra in regola, democratica, coi conti in ordine col suo passato, quale continua a essere espressa dal Pd, e non dalla banda abnorme, dall’armata Brancaleone dei seguaci di Di Maio. Chissà, perfino l’ottuso popolo italiano potrebbe avere qualche pentimento e ritornare sulla retta via.
Aggiungo che per porre rimedio alla fiera resistenza con cui gli appena eletti in Parlamento si opporrebbero a rimettere in gioco la carica appena ottenuta si potrebbe concedere una conferma automatica a molti di loro, con qualche meccanismo aritmetico non impossibile da trovare.

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Arte

Cesare Tacchi, buon protagonista della Pop romana

Il Palaexpo di Roma dedica una opportuna retrospettiva a Cesare Tacchi (1940-2014) che della grande stagione della Pop Art nella nostra capitale è stato uno dei numerosi protagonisti, forse non proprio di prima fila ma comunque valido, degno di attenzione. Conducendo scelte sicure subito ai suoi inizi, quando, primi anni ’60, appena ventenne, partecipava al clima tipico nella Capitale di quanti praticavano una specie di minimalismo avanti lettera, lasciandosi alle spalle i residui della stagione informale e andando con sicurezza verso una stagione di rinnovato meccanomorfismo, in sintonia col pieno rilancio dell’industrialismo, dopo la crisi da cui era stato colpito proprio ai tempi dell’Informale. Penso ai Lo Savio e Uncini e Carrino, che oltretutto ben capivano come quel ritorno a un geometrismo netto e scandito dovesse accompagnarsi alla fuoriuscita dalla superficie della pittura e all’impiego di materiali costruttivi, come i metalli e gli intonaci. Tacchi, con scelta responsabile, si inserì in quel clima, ma praticando una variante significativa. Infatti usava un materiale tale da accettare, anzi, da sollecitare una squillante policromia, certi gialli, certi ocra densi e compatti, come del resto stava pure facendo il numero uno di quella situazione, Schifano. Ma ben presto il nostro artista ha lasciato cadere le sagome esatte e rigorose a favore di icone, ovviamente ispirate a temi “popolari”, di pronta presenza, a gara con le sigle pubblicitarie. Icone di figure, tracciate con solco rapido, con attenzione esclusiva ai profili, come se si trattasse di ombre cinesi. Del resto, si può parlare proprio di una stagione di rinnovato interesse verso i grandi stampatori asiatici, credo che la domenica prossima parlerò di un ospite alle Scuderie del Quirinale, di uno dei tre famosi litografi, nella fattispecie Hiroshige. Ebbene, i Pop romani, come già era avvenuto nelle lontane stagioni del Simbolismo, in quel momento hanno fatto di nuovo tesoro di quei suggerimenti. Ma nello stesso tempo il nostro Tacchi ha pure adottato una diversa eccellente soluzione. Infatti il carattere vuoto e aereo, filante, al risparmio proprio dei suoi profili lasciava tanto spazio libero sullo sfondo, e dunque come riempirlo? Ecco allora l’idea efficace di stendervi carte da parato, anch’esse con un piede nella banalità, nel kitsch o “cattivo gusto”, compagni inevitabili di esiti di Pop Art, che però nello stesso tempo già fanno l’occhialino a soluzioni di specie “citazionista”, di quelle che arriveranno circa due decenni dopo. Insomma, quei festoni decorativi si pongono abilmente tra il banale e il prezioso, il che poi trova conferma definitiva nell’imbottitura di poltrone o di divani che l’artista colloca nei suoi dipinti, ancora una volta con l’intento di riempire, di occupare nel modo giusto. Si aggiunga che si tratta di una occupazione tenuta in sospeso, tra uno schiacciamento di superficie, in modo da adattarsi alla superficialità sia dei profili iconici sia delle carte da parato, ma anche da aggettare di qualche pollice, strizzando l’occhio alle soluzioni plastiche decisamente tridimensionali di Ceroli, Marotta, Pascali, anche se su quella strada Tacchi preferisce fermarsi, non procedere oltre un certo limite. Vedo con piacere che per questo ricorso a imbottite, coperte, cuscini ed altri apparati domestici viene fatto un corretto riferimento a quanto stava producendo in quei medesimi anni Domenico Gnoli, invitandoci così ad allargare il panorama delle soluzioni da considerarsi unicamente legittime, come a dire il vero esigevano i critici allora al comando proprio nella capitale, penso a Boatto e Menna. Si pretendeva che la Pop Art di rito capitolino si barricasse in una sua pretesa purezza, di soluzioni limpide ed essenziali, guardandosi da possibili contaminazioni, quali in definitiva venivano considerate le proposte provenienti da Gnoli. Io allora fui il solo, assieme a Luigi Carluccio, che fossi disponibile ad appoggiare le sperimentazioni eteroclite di Gnoli, al punto da convincere un grande protagonista di quegli anni, Marcello Rumma, pur da una sede appartata come Salerno, ad acquistare uno di quei dipinti intimisti e para-surrealisti di Gnoli, venendo però subito sconsigliato da amici critici conterranei, e indotto a disfarsi di quell’opera ritenuta spuria, sconveniente. Per fortuna il medesimo interdetto non agiva su Tacchi, che riconosceva ben volentieri quella comunanza di soluzioni. Proprio in nome di un allargamento di panorama, e su invito di Rumma, io tenni in una sede da lui controllata, i vecchi Cantieri navali di Amalfi, una mostra intitolata “Ritorno alle cose stesse”, dove secondo il mio usuale modo di procedere non mi bloccavo entro un solo “ismo”, ma cercavo di raccogliere un mazzo di procedure simili, emergenti da vari centri, maggiori o minori della nostra penisola, tra Milano, Torino, Pistoia. Apprendo con piacere che ora sono in programma varie iniziative per ricordare proprio l’attività pionieristica e altamente meritoria di Marcello Rumma, da cui è scaturita l’attività anch’essa prodigiosa della moglie Lia. Del resto, è pure nella mia prassi essere convinto che la marcia degli stili non si ferma, che questi mutano, si rinnovano, conoscono svolte improvvise. Come fu proprio quella che a cavallo del ’68 pose fine all’iconismo della Pop Art, in tutte le sue ramificazioni, aprendo le porte a soluzioni del tutto aniconiche come quelle raccolte sotto la sigla dell’Arte povera di Celant. Infatti, fu mio il suggerimento dato all’amico Marcello di fare seguito alla ricognizione plenaria sull’arte oggettuale da me effettuata incaricando invece proprio Celant di offrire un primo spaccato del suo poverismo, cui io mi astenni dal partecipare per rispetto della dinamica alterna degli stili.
Il ’68 segnò anche l’inevitabile crisi nel lavoro di Tacchi, proprio perché ben difficilmente si può essere testimoni di ogni stagione. Egli ha continuato a lavorare quasi per un quarantennio, ma costretto a inseguire i nuovi fermenti, a tentare di adeguarvisi, e la presente retrospettiva fa bene a documentare questa lunga fase, in cui non mancano certo talune pensate intelligenti, in tono con le nuove soluzioni, che, detto in sintesi, hanno comportato l’abbandono totale delle soluzioni statiche, iconiche, per adottarne altre in movimento, nello spazio fisico o concettuale. Ecco che allora l’artista presenta se stesso, ma non certo in effigie, bensì con l’intero corpo, tentando di cancellarlo, di nasconderlo alla vista. E la campitura affidata al pennello non serve più a far risaltare i contorni, bensì a occludere la presenza. Oppure c’è l’invito al dialogo, con due basi su cui gli interlocutori sono invitati ad appoggiare i gomiti per discutere tra loro. Insomma, si va verso l’azione, la performance, con soluzioni senza dubbio ingegnose, ma che si allontanano via via dal porto sicuro raggiunto negli anni buoni di un esercizio ottimale, compiuto con totale rispondenza alle esigenze di quel tempo.
Cesare Tacchi. Una retrospettiva, a cura di Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi. Roma, Palaexpo, fino al 6 maggio. Cat. autoedito.

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Letteratura

Montefoschi: una narrativa fatta di “non-luoghi”

Circa vent’anni fa opponevo un risoluto “pollice verso” sulla rivista ”L’immaginazione” a un romanzo di Giorgio Montefoschi, uscito allora, “Il volo”, lo potrei ripetere quasi con le stesse parole a proposito del suo recente “Il corpo”, se non fosse che in genere non replico mai le mie sentenze di morte nella medesima sede, un ritorno di condanna sta bene in una sede minore, forse sfuggente, come questa del mio blog solitario. Naturalmente, se il giudizio di qualità è lo stesso, mutano di volta in volta i motivi di trama adottati dallo scrittore. Montefoschi, si potrebbe dire, è un frequentatore di quelli che in ambito architettonico Marc Augé ci ha abituato a chiamare i “non-lieux”, luoghi anonimi, banali, fatti in serie, come aeroporti, supermarket eccetera. Nei quali a dire il vero ci potrebbe anche essere del buono, del resto è pur necessario abituarsi a ciò che ci si presenta come inevitabile, chiamandoci a “far buon viso a cattivo gioco”. C’è in effetti un fascino insito nel banale, non per nulla proprio nel tentativo di giustificare il viaggio del nostro autore in luoghi frusti e anonimi si sono invocati nomi grossi, da Joyce a Robbe-Grillet. Solo che in lui la piattezza risulta definitiva, inappellabile, senza riscatto. Si sa invece quale partito utile ne sapeva trarre proprio Robbe-Grillet, cui venne commissionato a un certo punto di scrivere un romanzo tale da presentare con volto piacevole gli aspetti didattici della grammatica francese, coniugazioni, tempi dei verbi e così via, ne venne un gioiello. “Djinn”. Allo stesso modo nel caso del romanzo del Nostro si potrebbe dire che gli è stato commissionato o dal sindaco di Roma per illustrare la toponomastica della Capitale, come ci si muove da una via o piazza all’altra, oppure dall’associazione ristoratori per presentarci una sfilata di trattorie con relativi menu, e devo dire che in definitiva questo è l’aspetto più gradevole ed accettabile del racconto, per chi come me si picca di avere anche una piccola componente di gourmet. A consentire queste diligenti perlustrazioni c’è ovviamente la trama del romanzo, tipica dei nostri giorni, di matrimoni, ménage, consuetudini coniugali, accoppiamenti sessuali che si sciolgono. Qui sono di scena due fratelli, Giovanni e Andrea, con relative mogli, Serena e Ilaria, e figli, nipoti e così via, infatti è opportuno che il panorama sia gremito per poter abbozzare una specie di calcolo combinatorio tra i vari possibili accoppiamenti. In questo caso Giovanni, che dei due fratelli è il più vispo, bravo negli affari, dispotico nei confronti della moglie Serena, e anche con buone attitudini sessuali, a rompere le consegne, a invaghirsi della cognata Ilaria, fino a intessere con lei una vicenda di incontri, abboccamenti, accoppiamenti consumati in assenza dei rispettivi legittimi consorti. Il corpo del titolo c’entra molto poco, se non nella misura che quello dei vari attori viene trasportato da un quartiere della Capitale all’altro, come si diceva, e più che sui vari rapporti sessuali veniamo edotti sugli spuntini, pasti rapidi o raffinati, in casa o fuori che i diversi attori consumano, nelle varie combinazioni previste. Tanta piattezza e superficialità si guarda bene dall’incorrere in esiti catastrofici, da tragedia, in definitiva i fratelli riescono a non rompere del tutto tra loro, anche perché Ilaria, che potrebbe essere il pomo della discordia nella famiglia, a un tratto si dichiara sazia della relazione col cognato, non gli apre la porta, non si capisce bene perché. E anche la malattia da cui questi è colpito, che potrebbe essere una utile manifestazione delle componenti corporali, non incide più di tanto. Il troppo presuntuoso Giovanni viene colpito da una crisi, subisce un ricovero ospedaliero, da cui però si riscuote per andare subito a rituffarsi nel girotondo di incontri previsti dalla vicenda. La logica dei “non-lieux”, che è anche il trionfo dei non-eventi, riprende subito ad affermare il suo dominio.
Giorgio Montefoschi, Il corpo, Mondadori, pp. 220, euro 19.

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Attualità

Dom. 8-4-2018 (governo del Presidente)

Ho già deprecato, in passati domenicali, l’insipienza del popolo italiano che ha creduto ai “fake programs” elettorali, di Salvini con relativo impegno a rimandare a casa 600.000 immigrati, e di Di Maio, di dare a tutti un reddito di cittadinanza. Dopo l’esito disastroso delle elezioni mi sembra che i nostri politici si barcamenino come possono, vittime semmai delle loro false promesse e degli scopi divergenti che queste esprimevano. Una categoria di cui si può dire tutto il male possibile è quella dei commentatori politici, che ci assediano sia dalle colonne dei quotidiani, sia soprattutto dalle vane chiacchiere dei salotti televisivi. Fino a pochi giorni fa questa mala genia era quasi unanime nel prevedere l’intesa Lega-Cinque stelle, senza essere capace di fare un piccolo calcolo numerico. Salvini, per quanta fregola possa avere di andare al governo, sa bene che se si separa da FI, col suo 17% ha circa la metà dei voti della controparte, e dunque dovrebbe rinunciare all’ambizione di essere lui il presidente del consiglio. Come dicevo, non esiste una poltrona per due. La sua situazione è quella della tartaruga, che magari può avere in gran dispitto la corazza cui è costretta, ma sa bene che se vi rinuncia resta scoperta e indifesa. E dunque, Salvini ha bisogno, seppure obtorto collo, di avere in suo appoggio le altre due componenti della coalizione. L’annuncio che andranno tutti e tre assieme alle prossime consultazioni al Quirinale ha interrotto per sempre i sogni dei Pentastellati di andare al matrimonio con un compagno disposto a essere succube e minoritario. E allora Di Maio si è prontamente rivolto all’altro fronte, dimenticando la infinita serie di “vaffan” pronunciata contro i Pd, rinunciando perfino al veto opposto alla eventuale presenza di Renzi. Naturalmente questo suo spudorato voltafaccia fa del male, dato che tutti gli anti-renziani, così numerosi dentro il Pd, sono già pronti a rispondere a questo specchietto delle allodole, ad andare a leccare il deretano al vincitore accontentandosi di qualche posticino minore nella compagine del governo, pare però che il grosso del partito per il momento resiste. E allora? Credo sia facile previsione dire che Mattarella sarà costretto a fare il governo del Presidente, tutti dentro, resterebbero fuori solo i Pentastellati, a strillare come aquile spennate gridando all’inciucio, al tradimento del voto e così via. Naturalmente questo “tutti dentro”, anche col Pd, potrebbe avvenire solo con un capo del governo neutro, al di sopra delle parti, e con un programma minimo, mosso in definitiva dal proposito di preparare nuove elezioni formulando una legge capace di portarci fuori dalle secche, che si confermerebbero se si rimanesse al sistema attuale, magari rivisto in proporzionale puro. Ci vuole cioè un robusto premio di maggioranza, non so bene in quale misura la nostra pavida e indecisa a tutto corte costituzionale sarebbe disposta a concederlo. Basterebbe raggiungere il 35%, o ci vorrebbe un 40%? Naturalmente, una soluzione del genere null’altro sarebbe se non il ballottaggio previsto dalla riforma Renzi, che i politici, sobillati dall’iniquo popolo, hanno così dannosamente bocciato. Credo che l’intero Parlamento, Cinque Stelle comprese, sarebbe propenso a votare una riforma del genere, con la speranza che esca vincitore, o il blocco di centrodestra, o il solitario fronte pentastellato. Purtroppo per il mio Pd al momento anche così non ci sarebbero speranze, bisogna attendere che l’uno o l’altro di questi pretendenti al momento più titolati possa dimostrare quanto vane e inutili fossero, e saranno anche in una prossima campagna elettirale, le loro “fake” promesse. Insomma, il Pd, spero sempre col dinamico Renzi alla testa, si deve accingere a una lunga traversata del deserto se vuole sperare di risorgere a nuova vita.

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Arte

Al San Domenico di Forlì mostra alquanto inutile

Qualche domenica fa, parlando della mostra ora visibile al ferrarese Palazzo dei Diamanti, mi chiedevo se era da relegare tra le esposizioni inutili, da condannare al braccio secolare del libello steso da Montanari e Trione, ma infine la salvavo per l’intenso amore che porto nei confronti di Gaetano Previati, ospite abbondante a quel banchetto, e per il fondamentale vincolo che lo lega a Boccioni, anche lui ben presente in quell’occasione. Non ho invece dubbi nel condannare “L’eterno e il tempo”, ora in atto ai Musei di San Domenico di Forlì. Peccato, perché quel Comune ha fatto senza dubbio uno sforzo ingente e lodevole nel mettere a disposizione una serie di sale e spazi, questa volta poi ha il merito di far partire la mostra dalla maestosa navata della ex.chiesa che dà il nome al complesso. Anche se poi le opere risultano, qui, e negli altri spazi, alquanto raccogliticce, mosse più che altro dall’obbligo di “fare qualcosa”, costi quel che costi, anche senza la presenza di motivi cogenti. Il San Domenico aveva ospitato mostre giuste e corrette per segnalare artisti della tradizione locale, penso al Palmezzano, a Melozzo da Forlì. Era già apparso in affanno nella pretesa di celebrare un grande come Piero della Francesca, rientrando in limiti più ragionevoli con puntate dedicate a un passato recente, come il Liberty e l’Art Déco, peccato che soprattutto nel primo caso, si fosse messa nelle mani di non-specialisti, assunti come tutto-fare. Ora i nomi dei curatori sono di alto bordo, a cominciare da Antonio Paolucci, ma è mancato un sicuro filo conduttore, come risulta già dal titolo dell’intera manifestazione, dove si scomoda “L’eterno”, soggetto opposto al “Tempo”, che compare subito dopo, sempre nel titolo, e che è il vero amministratore delle vicende stilistiche, qui però disperse in mille rivoli, anche se i due terminali dichiarati sempre nell’etichetta del prodotto, Michelangelo e Caravaggio, ci sono davvero. Alcune sculture del Buonarroti sorgono nell’immensa navata, ma circondate da dipinti non sempre all’altezza. Di Raffaello c’è solo un arazzo, dei grandi protagonisti del Manierismo come il Pontormo e il Rosso solo dipinti minori, spalleggiati dai mediocri Daniele da Volterra e, dispiace dirlo, Giorgio Vasari, che col pennello, inutile insisterci, non ha mai eguagliato l’acutezza del critico, dello storico dell’arte (del fenomenologo degli stili, preferisco dire io). Si sale poi al primo piano, dove senza dubbio qualche perla c’è, come addirittura lo straordinario Tiziano che dedica un famoso ritratto a Paolo III e ai suoi congiunti. Ma avendo accanto solo la triste, accademica sfilata dei Manieristi di seconda o terza ondata, che aduggiavano la Roma di fine Cinquecento, i vari Muziano, Nebbia, Pomarancio, i fratelli Zuccari, roba da lasciare a Federico Zeri che solo su di essi ha esercitato le sue dubbie doti di storico dell’arte. Ma è anche vero che ci sono le eccezioni, i colpi d’ala improvvisi, come addirittura un gioiello del Greco, un manierista autentica come Lello Orsi, infine l’ampio, morbido Barocci, in quel suo ruolo di ponte tra i due secoli. Un difetto del San Domenico è di non riuscire ad assicurare un percorso razionale ai visitatori, infatti dopo le ampie sale al primo piano si è fatti deviare lungo un corridoio che, rubando un termine in uso al nostro Parlamento, si vorrebbe definire “dei passi perduti”. Lo sanno bene i curatori, che infatti ci mettono dipinti e disegni decisamente minori, di quelli che servono a fare il pieno a a dare una opportuna quantità di opere a chi ha pagato il biglietto, sottoponendolo però a marce forzate, e a salite. infatti dopo quella lunga e stretta galleria ne segue un’altra a un livello innalzato, anch’essa in genere costellata di cose minori, dove beninteso, anche in questo caso, si trovano ghiotti reperti, per esempio i ritratti e le nature morte di un bolognese, Bartolomeo Passerotti, rappresentante di quella cultura petroniana che sarebbe da indagare da vicino, prima dell’arrivo dei Carracci. E c’è perfino, davvero, un Caravaggio splendido, dalla collezione di Roberto Longhi, il “Ragazzo morso dal ramarro”. Poi si plana in un’ultima sala, che si sarebbe potuto raggiungere in via diretta, senza sottostare a quegli obbligatori giri depistanti che ricordano un po’ le digressioni consumistiche imposte dai motel. Questo è davvero un “sancta sanctorum”, che però viene in ritardo, e presenta capolavori già visti mille volte, come talune gemme di Ludovico e Annibale, e due Caravaggio da favola, “Il sacrificio di Isacco” e “La Madonna dei Pellegrini”, e c’è perfino una straordinaria, estesa, diramata “Adorazione dei Magi” di Rubens. A lato, in una specie di cripta separata, sorge la statua che è poi la ninfa pronuba, protettrice, giustificatrice di queste varie esposizioni, una “Ebe”, capolavoro di Antonio Canova.
L’eterno e il tempo tra Michelangelo e Caravaggio, a cura di Antonio Paolucci e molti altri. Forlì, Musei di San Domenico, fino al 17 giugno. Cat. Silvana editrice.

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Letteratura

Giuseppe Conte, salvataggio tardivo a Istanbul

Non so per quale misterioso connubio un poeta tendenzialmente austero e dedito al sublime, rivolto a praticare il “poetichese”, come Giuseppe Conte, insista anche a scrivere romanzi intonati a una vena facile, quanto mai leggibili. Mi era già capitato di lodare una sua precedente prova appartenenti a un filone storico, “citazionista”, consistente nella ricostruzione delle avventure e della morte di un suo grande predecessore, il poeta inglese Percy Bysse Shelley (“La casa delle onde”, 2005). Ora invece, con “Sesso e Apocalisse a Istanbul”, Conte è sceso a più miti pretese, entrando nell’agone in cui si colloca tanta produzione attuale, di turismo dedito ad avventure erotiche inframmezzate da incursioni nel terrorismo. Roba insomma da fiancheggiare, su un livello ridotto, i romanzoni di Dan Brown e altra roba del genere. E tuttavia, al termine della lettura, dopo momenti in cui stavo per rigettare il libro ritenendo inutile proseguire nella sua lettura, mi sento di assolverlo, per un finale non privo di grandezza, dove magari l’autore ritrova le doti epiche e altisonanti care anche al poeta. Andiamo a vedere. Protagonista è una donna, Veronica, meglio nota con l’abbreviazione Vero, stanca di un consorte potente ma distratto, tanto da sentirsi autorizzata a trovare un partner più efficace, tale Giona Castelli. Tutto sembra seguire un percorso molto facile, i due vanno a sfogare i loro appetiti erotici a Istanbul, sappiamo quanto questa città sia divenuta epicentro di trame del genere per merito dell’esempio trascinante proprio di Dan Brown. Giona, pur essendo maestro di erotismo, è pure un intellettuale che approfitta di quel soggiorno per visitare alcuni intellettuali del luogo. Assieme a loro ha la pessima idea di andare con una prostituta, anche se la cosa ci resta alquanto celata, la verremo a conoscere solo per gli effetti tragici che ne derivano. Infatti salta fuori un vendicatore della notte, una esistenza bruciata dalla droga, di un giovane caduto nelle mani di una setta religiosa e di relativi santoni, ispirati all’Isis o a roba del genere. Da questo punto in poi il modello Brown si impone, infatti questo giovinastro, proprio come l’essere subumano che compare nel “Codice da Vinci”, non ha mai goduto dei piaceri del sesso. Però lo turba un incontro del tutto casuale con la fascinosa Vero, che lo investe con la sua auto sportiva, avendo cura di lui, mostrandogli un po’ di quell’attenzione, colma di lusinghe, di cui egli è sempre stato privo. Da un lato questo spirito votato alla ribellione e alla vendetta avrebbe l’incarico di vendicare la prostituta e di uccidere chi ha approfittato di lei, infatti la vicenda si tinge di giallo per la morte in circostanze misteriose dei due intellettuali che hanno avuto i rapporti carnali con la donna. Infine giunge il turno di punire anche Giona, il vendicatore lo raggiunge nella sua camera d’albergo, ma vi si sente combattuto tra la missione da compiere e invece l’attrazione erotica per la bella signora da cui si sente irresistibilmente attratto. Lotta strenua in lui tra le due pulsioni, copia conforme di tante scene di sequestro, coll’invasore che applica cerotti e altri legami sulle due vittime, i quali però riescono a liberarsi, avendo nel frattempo compreso che, ben oltre i loro casi individuali, il giovane folle mira a una strage di massa, per cui in definitiva non ha tempo da perdere con loro, se ne allontana, assorbito dal compito rituale-micidiale che lo guida. Scatta a questo punto una mutazione spirituale in Giona, l’essere vizioso, sfruttatore di donne, approfittatore di ogni circostanza si muta in un “eroe del nostro tempo”, corre a perdifiato, in affanno, nel tentativo di fermare lo stragista prima che compia l’atto nefando. Riesce infatti a giungere sul luogo del crimine appena un minuto prima, e si getta, allargando le braccai, frapponendo il suo corpo, quasi per raccogliere su di sé i proiettili che il kamikaze sta sputando fuori da una mitraglietta. Gesto eroico che salva la situazione e riscatta l’intellettuale dalla sua mediocrità. Lo stesso si potrebbe dire anche del nostro Conte, che con questo esito “sublime” riscatta la stereotipia del suo prodotto, anche se siamo ancora una volta alla replica di imprese ben note che ci sono già state narrate in tanti film e serial televisivi. Il bravo detective, risollevandosi dagli inevitabili trascorsi di drogato o di alcolista, giunge sempre a bloccare lo spietato omicida, proprio come avviene anche in questa vicenda.
Giuseppe Conte, Sesso e Apocalisse. Giunti, pp.235, euro 16.

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Attualità

Dom. 1-4-18 (ancora la costituzione)

Credo che a molti politici e giornalisti nostrani farebbe bene un ripasso delle norme costituzionali. Forse Di Maio la smetterebbe di proclamare un inesistente diritto di essere incaricato dal Presidente della Repubblica, con il suo 32%, di costituire il governo, senza alcuna garanzia di trovare i molti voti che gli mancano a costituire una maggioranza. Salvini, almeno, è più prudente e non proclama di avere un pari diritto, si accontenterebbe che l’incarico andasse comunque a una persona del suo schieramento, ma perché sa di avere alle spalle una larga coalizione, mentre i Cinque Stelle sono totalmente isolati. Ma veniamo al fatto più incredibile, cioè alla pretesa, di commentatori politici che pure dovrebbero intendersene, quali Ignazi, Pasquino, perfino Franco e tanti altri, secondo cui il rimanere fuori dai giochi, da parte del PD, è appunto incostituzionale, o addirittura immorale, o comunque dannoso, per il loro partito e per tutto il Paese. Chi ragiona così ignora una legge pressoché costante della democrazia, chi perde va all’opposizione, punto e basta, questo vuole la dignità, un corretto gioco delle parti, il rispetto dei dettami costituzionali. Se guardiamo i maggiori Paesi dell’Occidente, né Francia né Inghilterra né Usa hanno mai dato prova di un inciucio che abbia visto i vincitori, ma relativi, privi di maggioranza, raggranellare i voti mancanti con l’apporto dei perdenti. Questo è avvenuto, e trova conferma, solo in Germania, ma per la serietà delle due parti che vanno a stringere la “grosse coalition”. Da noi sarebbe invece solo inciucio, papocchio, trasformismo. Si vorrebbe che il Pd andasse cappello in mano, deferente, in ginocchio, a porgere il deretano a chi lo ha accusato, sbeffeggiato fino a ieri, subendo contrito e pentito il rito del “vaffanculo”. Naturalmente questa predica assurda ai danni della riluttanza del Pd a concepire una possibile alleanza con il M5S ha un addentellato, che prima quel partito debba cacciar via Renzi. Non sono gli organi di quel partito a dover decidere, no, sono gli illuminati consiglieri esterni, loro sì che se l’intendono, rispettosi del motto pronunciato dal Gattopardo, che in Italia bisogna soprattutto sconfiggere chi vuole cambiare davvero. I loro predecessori si sono accaniti a suo tempo contro Craxi, e in definitiva anche Prodi non è uscito bene, mandato via due volte dal governo e una dalla pole position in cui si trovava per essere eletto nostro Presidente. Ora continua l’accanimento terapeutico contro Renzi. Invece è un coro di lodi a favore di Aldo Moro. Ieri è comparso sul “Corriere” un articolo contorto, tra il dire e il non dire, come è suo costume, di Ernesto Galli della Loggia, di cui tuttavia una volta tanto condivido la conclusione. Moro non avrebbe cambiato nulla, con la sua soluzione compromissoria e di esito dubbio, fin dal titolo, delle “convergenze parallele”. Si loda uno statista mediocre, pronto ad ogni compromesso, si crocifigge chi invece ha tentato davvero di cambiare le cose.

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Arte

L’arte intrigante di Maria Lai

Sono stato un po’ lento nel riconoscere l’importanza di Maria Lai (1919-2013), ma ne divenni già pienamente convinto in occasione di una mostra al MART di Rovereto curata da Francesca Pasini e Giorgio Verzotti, dal titolo molto significativo, “Il racconto del filo”, di cui l’artista sarda era la principale animatrice. E poi l’ho rivista in congiunzione con l’opera di un illuminato stilista, anche lui isolano, come Antonio Marras, cui mia moglie Alessandra Borgogelli ha prestato molta attenzione. La comparsa della Lai al recente Documenta, di cui ha costituito uno dei pochi episodi notevoli, assieme alla coppia Gianikian-Ricci Lucchi, mi aveva già convinto a dedicarle un pieno riconoscimento. Ora interviene una sede di massimo prestigio quale il fiorentino Museo degli Uffizi, seppure in un luogo, se così si può dire, “minore”, una sala di Palazzo Pitti, a celebrarla ulteriormente in una esauriente retrospettiva. Dove a dominare è proprio il filo, con tutti i suoi derivati o omologhi, corda, cordone, laccio, fibra, elementi utili che hanno consentito all’artista di conseguire in un colpo solo numerosi vantaggi. Intanto, di procedere, per così dire, stando abbarbicata alla superficie ma nello stesso tempo balzandone fuori, con estroflessioni lievi quanto tenaci e inclusive, quasi procedendo fino al livello di vere e proprie installazioni. Nello stesso tempo quei lacci confermano pure un vincolo con la terra, con la tradizione, con robuste radici terragne, di vecchi riti, magari addirittura di migranti dalle poche risorse, di quelli che anche noi, decenni fa, abbiamo incontrato sui treni con enormi valige piene fino a scoppiare, ma assicurate da cinghie e da altri rozzi sistemi di legatura. Del resto, anche nelle famiglie si fa ricorso a quei sistemi di pronto impiego per tenere assieme fragili documenti, carte che altrimenti si sparpaglierebbero. Ma seguiamo pure le articolazioni della mostra, partendo dai “Telai”, da cui la Nostra ha preso le mosse per il suo fortunato esercizio, i quali in definitiva sono stati nei secoli i primi strumenti della tessitura, i produttori di quelle lunghe, sottili, elastiche emissioni, come di artificiali bachi da seta. Se poi i fili non uscivano con la necessaria lunghezza, bastava procedere a cucirli tra di loro, ed ecco una seconda sezione della mostra. Ci si potrebbe chiedere che cosa ci stia a fare in questo ambito di artigianalità primaria, e dunque di cultura materiale, un fenomeno più raffinato e intellettuale come la scrittura, ma Maria ha proceduto giocando sui due capi, lo si può ben dire, della fune, mostrando che quel “filo” primordiale, se opportunamente intrecciato, può dar luogo ai grafismi delle parole, ma con un possibile ritorno, in quanto quei nodi, quei gliommeri possono “sciogliere le sparse chiome” e spiovere in giù, ritrovare una natura primordiale di lunghi cordoni, come del resto succede proprio alla scrittura se ci piove sopra e se i suoi caratteri si liquefanno, mutandosi in informi strisce verticali, spioventi in basso, quasi come i rami di salici piangenti. Del resto, si aggiunge anche un altro effetto, grazie a quei filamenti, a quelle barbe. In definitiva. è come se la scrittura fiorisse, o invecchiasse un po’ troppo, fino ad ospitare, nella sua trama di occhielli e di gambe, la nidificazione di insetti, nocivi ma nello stesso tempo vitali. Il tutto insomma vale a ricordarci l’origine materiale della scrittura, e anche del suo accumularsi fino a produrre il libro, che come il suo antenato, il codice, rimanda pur sempre a qualcosa di vegetale, e dunque di organico, di vivente. Il tutto proprio nel nome della ricerca di esiti cumulativi: rendere animati i prodotti della cultura, fargli emettere barbe, getti, polloni, come succede alla vegetazione quando sopraggiunge la primavera, ma anche col rischio di mascherarli. In definitiva, la Lai riprende pure il gesto di Isgrò della cancellazione di parole e di frasi, ma in modi più gentili e parziali, mettendo in maschera le frasi, le sentenze, senza negare loro una leggibilità residua, ma accrescendola con “valori aggiunti”. Ovviamente, questa è anche una via sicura per arrivare all’esito oggi così presente ed esteso del “libro d’artista”, ma pochi operatori visivi lo sanno conseguire con la ricchezza, fertile ambiguità, misteriosa incertezza di cui la nostra “scrittrice” sa avvolgerlo.
Maria Lai, Il filo e l’infinito, a cura di Elena Pontiggia. Firenze, Pitti, fino al 3 giugno. Cat. Sillabe, euro 20.

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