Arte

Un Romanticismo di facciata

Nella mia carriera di docente di fenomenologia degli stili ho sempre invitato a diffidare proprio di due “stili” troppo invadenti e indeterminati, quali il Rinascimento e il Romanticismo. Lasciamo perdere al momento il primo di questi, parliamo del secondo a cui è intitolata una mostra corposa alle Gallerie d’Italia, nel pieno centro di Milano, con un’appendice lì vicino, al Poldi Pezzoli, il tutto a cura di Fernando Mazzocca, che da tempo gode di una ufficialità forse per il suo conformismo, per un’adesione a concezioni stereotipate e convenzionali da cui non manco mai di prendere le distanze, rimpiangendo le sue fasi giovanili quando non disprezzava di partecipare con me a rassegne un po’ più originali. Un primo difetto di questa sua nuova impresa è proprio di non affrontare la duplicità dell’ etichetta, infatti i Romanticismi in sostanza sono due, quello che più conta risponde in definitiva a una accezione generica che lo lega al sentimento, all’imporsi di un irrazionale che cominciò a soffiare in Europa già sul finire del ‘700, soprattutto con alcuni eccezionali artisti inglesi, o là accolti, come un numero uno, lo svizzero Fuseli, e soprattutto un allora disprezzato William Blake, che però ha redatto le due immagini più calzanti per “questo” Romanticismo, da un lato un vecchione assiderante da lui denominato Urizen, guardate un po’ che cos’è “your reason”, a sfida della ragione illuminista, considerandola raggelante, mortale, cui si doveva contrappore l’immagine di un baldo giovane pieno di slancio, da lui denominato con due anagrammi, Los e Orc, Sole e Cuore, che costituivano i due principi di base dell’autentica rivolta romantica, pronta a proseguire fino alle rivoluzioni di Freud e di Einstein. Ma da un punto di vista filologico, purtroppo, è vero che “romantico” è quanto riguarda le lingue e letterature romanze, con la loro rivolta tematica alla mitologia classica, e dunque è lecito dire che furono romantici i pittori che ricostruivano scene, episodi, miti medievali, ma purtroppo in modi spesso leccati al limite con l’oleografico, come purtroppo avvenne in Italia, sotto la guida di un artista senza dubbio dotato come Francesco Hayez, ma che mancava della carica travolgente di un Géricault o di un Delacroix. Morale di questa storia, i veri “romantici” sarebbero i due inglesi, Fuseli e Blake, subito affiancati dall’onda travolgente di Turner, o dallo spagnolo Goya, col suo scatenamento del mondo onirico del sottosuolo, e perfino, a leggerli bene, certi neoclassici come David e il nostro Canova, quando anche lui faceva l’”inglese” ispirandosi proprio ai fantasmi di Fuseli e di Blake. Passato quel momento, il Romanticismo da noi fu solo una questione tematica, di soggetti che si ispiravano alle epopee medievali, ma trattandole con mortifera compostezza, con un realismo meticoloso, o appunto oleografico, sulla scia di un Hayez che aveva rinnegato il periodo giovanile trascorso proprio alla scuola di Canova, lasciandolo al collega e rivale De Min che pagò duramente quella sua fedeltà venendo praticamente cancellato. Accanto ad Hayez, sussiste lo stuolo degli stentati, accademici Molteni, Podesti, Lipparini eccetera. Che oltretutto in questa mostra vengono spezzettati in tanti piccoli settori tematici che ne sbriciolano le personalità impedendone una lettura globale. Per cui anche taluni validi, perché periferici, paesaggisti come Bagetti, col suo procedere in modi da primitivo, quasi da “candido”, o Ippolito Caffi, con la sua capacità di stupirci e di superare uno standard normale portandoci ad ammirare un incendio o una nevicata, vengono frantumati in tante apparizioni separate. Lo stesso si dica per il protagonista numero uno della Scuola di Posillipo, Giacinto Gigante, l’unico che tra noi fu capace di gareggiare con Corot, o addirittura con Turner. Mentre i pur interessanti Puristi, con in primis Minardi, e i ritratti tra il surreale e l’espressionista di Tominz vengono lasciati alla sede di complemento, al Poldi Pezzoli, che ha pure il merito di mettere in mostra un medievalista coi fiocchi, capace di ricavare dal passato tutto il possibile fascino, come il Cigola. Il corpo grande delle Gallerie d’Italia risponde davvero a un Paese dei morti, come senza esagerare gli stranieri dell’epoca definivano la nostra cultura artistica, da cui qualche segno di riscatto lo si poteva trovare caso mai nel Piccio, che almeno immergeva le scene oleografiche degli altri in un fare più fluido e stemperato. Tra gli scultori, ci sta bene Bartolini coi suoi candori che già annunciano il riscatto di un verismo capace almeno di lasciar cadere l’immaginario troppo leccato e lezioso di altri, in attesa che quel mondo pigro e inerte venisse scosso dalle sculture baldanzose di Vincenzo Vela, Dovremo aspettare la seconda metà del secolo per assistere al risveglio dell’Italia, con i Macchiaioli e altri, ma per fortuna nessuno avrebbe più parlato di Romanticismo, almeno in questa accezione assolutamente bolsa, priva di cuore e di anima.
Romanticismo, a cura di Fernando Mazzocca. Milano, Gallerie d’Italia e Poldi Pezzoli, fino al 17 marzo. Cat. autoedito.

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Letteratura

Piccolo: un animale per fortuna sempre contrastato

Esiste una specie di proporzionalità inversa, tra Francesco Piccolo e me. Man mano che il suo successo cresce, fino alle proporzioni attuali che lo vedono entrare un po’ dovunque come indispensabile sceneggiatore di film e di spettacoli televisivi, diminuisce il mio consenso, che invece era pieno e cordiale quando lui si presentò ai per me indimenticabili appuntamenti di Reggio Emilia (RicercaRE) degli anni ’90, con quella vicenda minima ma assolutamente esemplare del ragazzino che si chiede perché mai i genitori gli impongano di viaggiare sul lato esterno della strada quando accompagna il fratello minore: è una forma di omaggio, o invece di sottovalutazione a favore dell’altro, considerato persona più importante da proteggere? In seguito Piccolo ha continuato a lungo in questo suo giocare alla morra cinese applicata a tante altre piccole occasioni (“senza importanza”, avrebbe chiosato Tabucchi). Quale mossa fare per sorprendere l’avversario, o comunque per uscir fuori dal seminato delle risposte ovvie e prevedibili? L’ho esaltato tante volte, in queste sue prove un po’ fragili ma deliziose, per cui credo che ora egli mi tenga “in gran dispitto”, o mi dedichi un tradizionale “non ti curar (di lui) ma guarda e passa”. Già in presenza dell’opera del ’14 che pure gli ha dato lo Strega, “Il desiderio di essere come tutti”. ho manifestato qualche dubbio, o meglio ho tentato di riportarlo al suo motivo originale in quanto nella autoconfessione doveva pur ammettere di aver violato un desiderio pur tanto comune, così da essere combattuto tra l’adesione a Craxi, eretica per un qualche esponente, allora, della sinistra, o invece il culto “come tutti” rivolto a osannare Berlinguer. Ora, con “L’animale che mi porto dentro” siamo al medesimo bivio, ma aggravato, dato che l’autore parte dal presupposto che in lui, “come tutti”, almeno del versante maschile, prevalga il motivo dell’aggressione e del dispotismo, ai danni dell’altra metà del sesso, e in effetti queste pagine sono anche un diario dei mille casi in cui il brutale animale maschio dentro all’autore si è manifestato allo scoperto, in modi diretti e senza attenuanti. Ma se si va a leggere da vicino, si scorge che i passi più vivaci e anche divertenti sono quelli in cui in lui rinasce il procedere doppio, con una componente che frena o serve d’impaccio allo spirito bellicoso e aggressivo, quando invece della risolutezza in lui prevalgono l’incertezza, l’impaccio, l’esitazione, il che lo porta a muoversi come un classico “imbranato”. Si hanno così situazioni intrinsecamente comiche, come quella di uscire in tre, e non solo con la fidanzata del momento, o come la gaffe di non saper gestire bene il preservativo e di smarrirlo dentro l’organo della partner, o addirittura di “venire” dentro di lei per fretta incontrollata, indegna di un vero conquistatore. Insomma, invece che trovarci di fronte a tanti trionfi dell’animale che senza dubbio cova in noi, troviamo una serie di insuccessi, di goffaggini, di passi falsi a catena, il che conduce a un esito trionfale quando il nostro amatore si trova a dover fare i conti con una partner diabetica che cade in deliquio, sottoponendolo a una serie di imbarazzanti quesiti: dove trovare lo zucchero necessario per farla uscire dal coma, o come telefonare per chiedere soccorso, avendo il cellulare scarico? Non so se il Piccolo divenuto ormai uno sceneggiatore principe del nostro cinema si sia reso conto di aver costeggiato a questo modo una delle sequenze più forti ed entusiasmanti del capolavoro di Tarantino, “Pulp Fiction”, quando un magnifico Travolta se la cava rianimando la pupa del capo gangster con una puntura avventurosa inflitta in vicinanza del cuore. Quindi, in definitiva, Piccolo stia tranquillo, l’animale che si porta dentro è sempre ostacolato da una inguaribile controtendenza, di impaccio, di debolezza, Ma forse questa mia insistenza a volerlo riportare a un filo conduttore è proprio quanto detesta nei miei presenti interventi su di lui, come si teme un testimone di vecchi tempi che si ritengono ormai superati verso più luminosi traguardi.
Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro, Einaudi, pp. 228, euro 19,50.

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Attualità

Dom. 9-12-18 (applausi)

Il “Corriere della sera” di ieri, come del resto ogni altro quotidiano, ha riferito dei fitti applausi con cui è stata salutata la presenza del Presidente della Repubblica Mattarella alla prima della Scala. Io invece, se fossi stato presente, lo avrei sonoramente fischiato, come logica conseguenza di quanto ho detto su queste private e solitarie mie colonne, senza che alcun altro interprete di me più titolato mi abbia ripreso (in entrami i sensi della parola, confermando quanto da me detto, o sdegnosamente contestandolo). Io rinnovo l’accusa contro di lui di aver consegnato il Paese ai due gaglioffi che ci stanno portando alla rovina, un Di Maio, che almeno a sua conforto aveva un 32% di consenso elettorale, e un Salvini, che allora era fermo al 17%, ma che ben presto ha capito che poteva fare tesoro della sua posizione ricattando Di Maio, affacciato letteralmente sull’abisso, in quanto, se non andava al governo, sarebbe stato fagocitato dai compagni di partito. Come già detto da me varie volte, Mattarella ha agito per pura ignavia, per paura di dover affrontare i rischi e imbarazzi di compiere l’unico atto doveroso, di mandarci a nuove elezioni. Egli si è comportato da quell’essere vacuo, insignificante, con occhio spento, come Crozza ha magistralmente messo in evidenza mettendo a confronto una sua foto a quattro anni con una di oggi, mostrando la continuità di un carattere sfuggente e incerto. Non capisco neppure le ragioni di un consenso confermato di fronte alle ulteriori fughe dalla responsabilità del nostro Presidente, che invece di rimandare indietro le leggi che hanno destabilizzato i nostri risparmi ha proceduto a firmarle, a scanso di guai, limitandosi ad accompagnarle appena con un inutile fervorino di difesa di certi principi costituzionali, mentre sapeva bene che, dando il potere a quei due, tali principi sarebbero stati sistematicamente violati. L’unico apprezzamento che si può rivolgere al governo gialloverde, è di aver chiaramente preannunciato le sue mosse, e dunque Mattarella non si poteva illudere, sapeva bene che, a non fermarli, ci portava in casa la peste.
Ma c’è dell’altro in quegli applausi frenetici con cui è stato salutato l’Attila verdiano, del resto cosa consueta, il melodramma, e in particolare le sue messe in scena alla Scala, sono l’unica manifestazione artistica che riscuote omaggi sproporzionati, come non avviene per qualsivoglia proiezione cinematografica o commedia teatrale, e tanto meno a favore di un autore se si presenta qualche suo libro. Quanto alle mostre d’arte, là per fortuna non c’è il costume di applaudire. Invece alla Scala questo si fa, forse perché è un evento tranquillizzante, una conferma di benessere delle classi al potere che si “congratulano”, nell’accezione etimologica della parola, per quell’atto di sopravvivenza e di conferma di un solido “status quo”. Che poi lo spettacolo in sé meriti davvero quell’omaggio così retorico, è cosa tutta da dimostrare. Io, come credo qualsiasi altro cultore della contemporaneità su tutti i fronti della ricerca, mi sento del tutto refrattario all’opera dell’Ottocento, che per me vale fino a Mozart e Rossini, e caso mai ricomincia con Puccini. Qualche volta ci provo, a misurare le mie reazioni di fronte al melodramma, per verificare se col tempo ho raggiunto un qualche grado di accettazione. Venerdì scorso, trovandomi disoccupato in una camera d’albergo, ho tentato di assistere all’esecuzione dell’Attila, ma proprio non ce l’ho fatta, a cominciare dal libretto, gonfio di retorica, di un vocabolario già del tutto vecchio e sorpassato anche per quegli anni, spiriti di Manzoni e di Leopardi dove siete? Chi si sintonizza sul loro linguaggio non può che respingere quella lingua bolsa, che avrebbe bisogno di traduzione ai margini. Non me ne intendo affatto di musica, ma mi sembra che quel continuo “papazum” non sia particolarmente apprezzabile, oppure mi viene fatto di procedere a un accostamento alla mostra del Romanticismo che ho visitato, e stroncato nel settore di questo blog dedicato all’arte. C’è una corrispondenza tra Verdi e Hayez, magari, diciamo pure, a favore del primo, non dubito che in opere posteriori abbia dimostrato quell’eccellenza che usualmente gli si riconosce, ma nell’Attila mi pare che corrisponda davvero a quei dipinti accademici, oleografici che i nostri falsi romantici dedicavano a vicende medievali. Magari gli interpreti, la regia, le scene ci hanno messo del buono, per rendere accettabile un vecchio prodotto, così come uno chef tenta di ridare vita a vecchi cibi conservati nel freezer.

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Arte

Bansky: illustratore satirico di qualità

Credo che sia ormai ora di mutare la quarta lettera dell’acronimo MUDEC, Museo delle culture del Comune di Milano, nella “A” di arte, facendone, come doveva essere in origine, prima di un infausto dirottamento verso scopi più larghi, il tanto atteso e necessario Museo milanese per l’arte contemporanea. Lo attesta la mostra eccellente di Paul Klee che ancora vi si può ammirare, unico maestro del Novecento a non aver subito quel calo di qualità dopo il 1930 di cui invece sono stati vittime tanti suoi colleghi. E prima di lui avevamo potuto ammirare mostre ugualmente eccellenti di Jean-Michel Basquiat e di Frida Kahlo. Si aggiunga che in questo momento ci sta pure un’esposizione dell’artista oggi più alla ribalta, quel Bansky che si avvolge nel mistero biografico. Chi è davvero, dove vive, qual è la sua età? E’ invece facile rispondere a un quesito in definitiva più pertinente, nel caso di un artista: quale è il filone cui lo si deve ascrivere? Non c’è dubbio, egli appartiene a pieno titolo alla serie degli illustratori satirici, con alle spalle una illustre progenie, che magari, se non prima, può partire tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, includendovi i disegnatori della francese “Assiette au beurre” e i nostri che, sul tipo di Galantara, stendevano le vignette satiriche dell’”Avanti!” della Domenica, fino a giungere agli attuali illustratori che gareggiano sulle pagine dei maggiori quotidiani, Forattini, Gianelli, Altan, Staino, eccetera. Arma comune di tutta la categoria, quasi segno distintivo, valersi soprattutto del bianco e nero, con sagome stagliate su fondo bianco, o viceversa, e rare applicazioni del colore. Bansky, in più, si vale di una possibilità concessa dai nostri tempi, l’ingrandimento, fino a coprire intere pareti, sfruttando la facoltà accordata dalla street art. Ma forse proprio nell’affrontare questo ingrandimento, quasi affidato al pantografo, il discorso di Bansky si fa incerto, perde di mordente. Meglio che le sue sferzanti scenette si trasferiscano, seppure su pareti esterne e visibili, quasi come delle decalcomanie, estratte dalla sede primaria di nascita sul foglio, quindi diligentemente applicate. Beninteso la base, la ragion d’essere di questo linguaggio non può che essere un intento di denuncia, di contestazione, di attacco a qualsivoglia sistema dominante. Si tratta di una componente contenutistica in confronto alla quale l’aspetto stilistico viene quasi a rimorchio, né del resto Bansky se ne preoccupa molto, la sua attenzione e intenzione primaria vanno alla punta, alla provocazione, seppure affidate all’effetto prima di tutto visivo. Un primo obiettivo polemico è ovviamente la guerra, intesa come un malanno sempre da condannare, da investire e travolgere col discredito della satira. E così, i combattenti diventano come i giocatori di bocce che invece di lanciare le biglie inviano nello spazio delle bombe a mano già innescate. O minacciosi carri armati avanzano innalzandolo i pasticcini del breakfast del mattino. Alla Regina Vittoria viene imposto un volto di scimmia, la Madonna diventa addirittura un mito avvelenato, una “Toxic Mary”, e così via. Se per un verso il fine è di denigrare, di seppellire sotto uno sghignazzo, sotto un’amara risata i pretesi valori positivi e retorici, per un altro si dovrà innalzare ciò che usualmente viene considerato vile e basso, per esempio l’intera esistenza, carriera, sopravvivenza della denigrata famiglia dei topi, dimostrando che in definitiva essi sono come noi, anzi, meglio di noi, e che la persecuzione condotta contro di loro è del tutto pretestuosa e ingiustificata. E così via, senza dubbio con buono spirito inventivo, con acuminato gusto della satira, ma forse esercitata con modalità alquanto seriose e rigide, senza troppo controcanto di specie ironica. Con due conseguenze, che proprio per la loro portata di chiaro impegno ideologico interventi di questo tipo non possono essere installati su pareti pubbliche o private per via abusiva, occorre chiedere autorizzazione, ottenere un consenso da parte di chi è costretto a subire immagini del genere. In secondo luogo, senza dubbio questa popolazione di anatemi, imprecazioni, denunce risponde a buoni propositi di specie didattica, forse è salutare che, seppure per via consensuale, questi “memento” vengano inseriti, fatti conoscere “urbi et orbi”. Ma certo, proprio per la loro validità di ordine ideologico, non hanno troppo valore aggiunto di portata estetica, ovvero non contribuiscono a un compito ornamentale-decorativo, che invece dovrebbe essere il fine primario di quella che oggi viene definita street art.
A Visual Protest. The Art of Bansky, a cura di Gianni Mercurio. Milano, Mudec, fino al 14 marzo. Cat. 24ore cultura.

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Attualità

De Giovanni: tutto vuoto o tutto pieno?

Eccomi di nuovo a muovermi nello sconfinato territorio di para-letteratura oggi costituito dalla produzione di “gialli”, in cui appena due domeniche fa ho apprezzato l’ultima fatica del nostro giallista numero uno, Camilleri. Ora sono a dire abbastanza bene di un altro esponente di questa larga famiglia, Maurizio De Giovanni, che mi sembra raggiungere qualche grado di maggiore validità quando ci porge i frutti della serie intestata ai Bastardi di Pizzofalcone, mentre, sempre rovistando in questo territorio, ero stato severo verso un romanzo appartenente alla serie del commissario Ricciardi (“Il purgatorio dell’angelo”). Data appunto la validità di tale prodotto, mi chiedo perché la Rai si sia fermata, non abbia ricavato un ennesimo episodio del serial, confermando la curiosa stitichezza che affligge le nostre produzioni in materia, tutte ansimanti, boccheggianti, pronte a cessare dopo qualche prova, laddove i Cordier e i Barnaby della concorrenza straniera si prolungano in interminabili puntate. D’altra parte non è certo improprio giocare di rimbalzo, dall’esito televisivo a quello cartaceo, dove addirittura il rapporto si capovolge. La mia lettura è stata senza dubbio agevolata dal fatto che “vedevo” i personaggi, appena evocati sulla pagina, mi venivano incontro i volti degli attori che li hanno gestiti nelle poche puntate apparse sul piccolo schermo, e quasi divenivo io stesso il regista della puntata mancante, o lo spettatore virtuale di uno spettacolo inesistente.
Al solito, un primo requisito che ci deve guidare in queste letture e conseguenti valutazioni è il grado di verosimiglianza che presentano i vari lavori, dato che i nostri giallisti in genere sono renitenti a scivolare nel nero o nello “horror”. Da questo punto di vista l’attuale storia è ben confezionata, anche se non si capisce bene perché mai l’autore le abbia imposto il titolo di “Vuoto”. Certo, la vittima, tale Chiara Fimiani, ha un’esistenza abbastanza vuota, ma non più di tanti altri personaggi femminili, tutti “casa e chiesa”, assorbiti da una attività professionale, che nella fattispecie vede la nostra nei panni di una brava insegnante, dedita al riscatto di esistenze gravate di malanni, mentre non manca di rimanere fedele e devota a un marito, anche se questi la trascura, trattandosi di un uomo d’affari, posto al centro di un regno di commerci e traffici che gli danno agiatezza, come per esempio il possesso di uno yacht prestigioso. Il motivo di trama è molto semplice, questa brava donna e insegnante scompare, con preoccupazione dei colleghi, e difficoltà di intervento per i Bastardi, dato che il marito non ha affatto denunciato la scomparsa della coniuge, mentre i soliti superiori, burocratici, messi lì per impantanare la generosità dei bravi sottoposti, raccomandano che non si disturbi il manovratore, quell’insigne commendatore che oltretutto si dà pure a operazioni benefiche. Come quasi sempre succede in questi casi, le pagine più divertenti ed efficaci sono quelle dedicate proprio all’équipe dei Bastardi, ciascuno di loro coi propri difettucci e patemi e guai esistenziali cui ci siamo affezionati. Anche De Giovanni si permette qualche variante, come già era avvenuto nell’ultima prestazione di Camilleri, in cui Montalbano si era preso una vacanza dallo stucchevole e tedioso amore per la compagna sempre assente e lontana, invaghendosi di una collega comparsa all’improvviso al suo fianco. Qui succede la stessa cosa, nell’équipe dei Bastardi viene all’improvviso inserita una valida commissaria, Elsa Martini, e ne potrebbe nascere del tenero, con l’introverso e cupo Lojacono, impersonato da un Alessandro Gassmann decisamente lontano dal tratto aperto, conviviale, straripante del padre, per chiudersi a riccio a covare una sua infelice problematica, che non riesce a condividere con un’altra persona chiusa come lui, la procuratrice Piras. Ovviamente non devo incorrere nel reato di propinare a qualche mio incauto lettore, se mai esiste, la soluzione del giallo. Ho detto che ci muoviamo in un’orbita di verosimiglianza, ma questo significa anche che l’autore va a pescare in un repertorio prevedibile e scontato. Basti dire che il potente commendatore, al di là del volto perbenista di cui gode nel sistema, si macchia di orridi delitti contro minori. Ma questo non è un vuoto, al contrario, è un tutto pieno di emozioni, reazioni e orrori da cui l’esistenza della vittima, la brava Fimiani, viene travolta.
Maurizio De Giovanni, Vuoto, Einaudi stile libero, pp. 344, euro 19.

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Attualità

Dom. 2-12-18 (sicurezza)

Ieri, sabato 1° dicembre, mi è capitato di seguire con interesse il consueto appuntamento serale gestito da Lili Gruber, otto e mezzo, che vedeva due protagonisti insoliti, in luogo della folla dei “soliti noti” che assedia quella trasmissione. L’argomento era la legge di sicurezza appena approvata dalla Camera, difesa dal sottosegretario agli interni Nicola Molteni e invece smontata dall’Assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Maiorino. Argomenti di cui anche nel mio piccolo mi sono già occupato, individuando, d’accordo con l’Assessore come me appartenente al PD alcuni gravi errori a suo tempo commessi dal nostro partito, quando era al governo, nel condurre la questione degli immigrati, con giusti provvedimenti sulla carta, intanto di accoglierli salvandoli dal mare, poi di metterli in contenitori protetti, con congruo vitto e alloggio, in cui si sarebbe dovuta condurre la selezione tra i rifugiati per gravi ragioni politiche o umanitarie, e invece gli emigrati cosiddetti economici, solo per sfuggire alla fame e alla miseria, col compito virtuale di costringere questi ultimi a rimpatriare. Ma un punto positivo della gestione del passato è stato di sapere bene quanto difficile, per non dire impossibile, fosse il condurre questa distinzione, e soprattutto il passare al corollario del rimpatri, di persone senza più nulla alle spalle. Purtroppo i difetti di questa impostazione, che hanno portato a far perdere al Pd una quantità di voti con loro trasferimento alla Lega, sono stati il malaffare che non si è riusciti a impedire, nella gestione di questi centri di attesa, e il loro carattere di colabrodo, dalle maglie troppo larghe, per cui in tanti se ne sono andati a zonzo per le nostre strade o si sono assiepati ai confini nel tentativo di passare in altri Paesi che però hanno chiuso loro le porte. Anche la politica di trasferire questi ospiti in piccole comunità affidate qua e là ai Comuni della nazione non ha funzionato, soprattutto perché, in un caso e nell’altro, non è stata avviata una politica di inserimento organico di queste utili forze-lavoro di cui ci sarebbe tanto bisogno, vista la fuga dei nostri giovani da ogni lavoro manuale considerato ingrato. In definitiva l’Assessore di Milano, con discorso pacato e consapevole, ha ammesso questi difetti del passato, cui però non resta che porre rimedio insistendo nel modo migliore nella integrazione di queste braccia utili. Invece il rappresentante del governo, e della legge che questo ha promosso, ha insistito sulla necessità di distinguere tra le due categorie dei salvati dalle acque, con la connessa vacua, inesistente conseguenza di rispedire (dove, come, quando?) le migliaia di rifugiati per ragioni economiche, comunque buttandoli fuori dai centri di accoglienza assistita. E dunque, altro che sicurezza, bensì stato permanente di inquietudine, di erranza, di nomadismo, con l’evidente intento non già di far cessare questi fenomeni, bensì di mantenerli a uno stato endemico, come preziosa fonte di paura per il pubblico, e di permanente spinta ad accostarsi alla Lega. Altro che intervento benefico venuto a porre rimedio a una piaga lacerante, l’attuale legge appena approvata è stata solo la furba decisione di tenere sospesa, sulla nostra cittadinanza, un spada di Damocle come inesauribile produttrice di consenso.

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Arte

Morbelli e l’eccellente poema della vecchiaia

Questa mostra che la veneziana Ca’ Pesaro dedica ad alcuni dipinti di Angelo Morbelli, rivolti ai temi da lui più sentiti e risolti, viene a confermare quanto da tempo è nella consapevolezza dei più avveduti storici dell’arte contemporanea italiana: il suo nome è ormai da aggiungere stabilmente come quarto “grande” al canone dei migliori rappresentanti di una sindrome felice, costituita da Simbolismo-Divisionismo, nel cui nome è davvero iniziata la nostra contemporaneità. Gli altri tre, dalla reputazione ormai ben consolidata, sono Gaetano Previati, Giovanni Segantini e Giuseppe Pellizza, cui si deve aggiungere il ruolo particolare svolto da Vittore Grubicy. Infatti, ad assicurare la validità di quella nostra formazione, sta il fatto che non furono affatto i docili e attenti seguaci della lezione d’oltralpe proveniente dal pur più quotato e legittimo inventore della tecnica “divisa”, il francese Georges Seurat. Forse bisogna pensare a una via più mediata, proveniente da certi esperimenti condotti nelle province nordiche, tra Belgio e Olanda, anche perché c’’è un dato sostanziale a fare la differenza, tra i nostri e i francesi, una ben diversa vocazione tematica. I nostri compirono una scelta prioritaria, diciamolo pure, a favore dei contenuti: temi storici, revivalisti, sociali, rispetto ai quali la tecnica divisionista veniva quasi a rimorchio, come una ciliegina aggiunta a una torta già per conto suo robusta e consistente. Nulla di ciò vale nel caso di Seurat, o di Signac e deli altri che ne seguirono le orme al di là delle Alpi, i quali risultavano condizionati soprattutto dalla precedente stagione impressionista, non per nulla sul loro conto valse anche l’etichetta di Neo-Impressionismo, e dunque, felicità di vedute all’esterno, o di interni borghesi, non attristati dalle angustie dell’esistenza. Invece i nostri accanto alla sperimentazione cromatica si misurarono soprattutto con i contenuti di ordine sociale. Morbelli per esempio, nei dipinti assai indicativi di questa mostra, svolge “Il poema della vecchiaia”, andando a piazzare idealmente il suo cavalletto all’interno del Pio Albergo Trivulzio, un ricovero per anziani, vecchi e vecchiette in triste attesa della morte. Segantini, magari, spostava la sua attenzione a valle, sui misteri della procreazione, umana e animale, ma pronto anche lui a farsi carico dei “novissimi”, dei misteri della morte incombente o di possibili consolazioni mistiche. Previati non disdegnava di misurarsi sul tema storico, ma “pettinandolo” con quei suoi lunghi e flessuosi filamenti che poi sarebbero stati così utili anche al sopravveniente Boccioni. Agiva su tutti loro una precisa eredità dalla stagione del verismo, di specie piemontese-lombarda, il che è valido soprattutto nel caso proprio di Morbelli, e poi del ben più giovane Pellizza. Al punto che riesce difficile individuare le tracce in cui l’impostazione di un crudo, responsabile realismo si alleggerisce attraverso un trattamento più sottile, avvolgendosi in un pulviscolo fine, quasi a fornire un compenso, un riscatto per poveri esseri che altrimenti sarebbero abbandonati ai mali di una vecchiaia implacabile. Questi anziani miserabili se ne stanno assorti, a meditare, a rimuginare lontani ricordi, su panche e sedie di rozza fattura, ma un raggio di luce li illumina, distende chiazze più serene, come un fuoco fatuo, ahimé, troppo rapido a spegnersi. Le donne spariscono sotto certi cappucci che danno loro un’aria misteriosa, di streghe, o di anticipatrici delle parche, di sacerdotesse di riti funebri, ma le riscattano i bianchi panni a cui stanno lavorando. E poi, come già detto, il fine pulviscolo di cui risultano cosparse è il segno di una possibile redenzione, di una nobilitazione capace di raggiungerle al di là del carattere misero e frusto degli abiti quotidiani che vestono e che ne rivelano lo stato di povertà. A quello stesso modo quando poi Pellizza stenderà il supremo capolavoro del Quarto stato gratificherà le sagome dei contadini procedenti in fitta schiera con una ugualmente sottile trama di effetti luminosi, quasi a dimostrare che il sole dell’avvenire non è solo un ideale di specie virtuale, lontano, da coltivarsi solo in sogno, ma un effetto reale, sensibile, presente, capace di irrorare i poveri panni applicando loro un “valore aggiunto”. Se in questa mostra molto utilmente l’artista ci viene presentato nel concentrarsi solo su temi di interni gravidi di miseria e disgrazie, ma irrorati anche di lieviti di riscatto, in altri casi è pure capace di uscire all’aperto e di andare a registrare le imprese di quegli stessi umili, di quegli esponenti del quarto strato quando si chinano a lavorare nelle risaie, nei fossati colmi d’acqua, in modo che il poema dei “vinti”, nell’accezione verghiana, verista del termine si completi in ogni sua parte e capitolo, ma sempre con la possibilità di quel controcanto concesso dall’intervento del fine trattamento pulviscolare.
Angelo Morbelli, Il poema della vecchiaia, a cura di Giovanna Ginex, Venezia, Ca’ Pesaro, fino al 6 gennaio.

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Letteratura

Lodoli: peregrinazioni alquanto inconcludenti

In genere un criterio che seguo per andare a valutare una qualche opera, sia essa di ordine visivo o narrativo, sta nel verificare se nell’autore, al di là delle inevitabili variazioni da un prodotto all’altro, ci sia una linea di continuità, di coerenza, magari da rintracciare frugando con cura nelle pieghe del racconto o del dipinto. Nel caso di Marco Lodoli, una simile ricorrenza potrebbe stare in un certo nomadismo del o della protagonista, costretti a uscire allo scoperto, a sperimentare casi diversi, intraprendendo una specie di corsa “al termine della notte”. Così era in quello che ancor oggi mi sembra il suo racconto più persuasivo, pur o forse proprio a causa della sua elementarità. Se non sbaglio, si tratta di “Crampi”, del 1992, facente parte di una trilogia, e anche questo è un modo di procedere tipico di Lodoli, rientrante in questo suo spirito deambulatorio che ha bisogno di articolarsi su vari percorsi. In quel racconto ci viene presentato un essere molto semplice che intraprende una corsa misteriosa in compagnia di una capra, lungo un tragitto quasi fine a se stesso, come prova di ardua ed estrema corporalità. Sono ben lungi dall’aver seguito Lodoli nelle tante sue prove successive, ma almeno una di queste ha ricevuta la mia attenzione, “Vapore”, del 2013, che mi è capitato di recensire su “Tuttolibri”, quando questo inserto si degnava di ospitarmi. In quel caso da un protagonista al maschile si passa a uno al femminile, del resto la presenza di una sorta di equazione dominante implica che alle sue incognite si possano, anzi, si debbano dare di volta in volta soluzioni diverse, anche per imbrogliare le piste. Nulla da spartire con quel rozzo corridore della prova precedente, qui siamo di fronte a una anziana signora, abbandonata da marito e figlio, che per sbarcare il lunario deve cercare di affittare una casa di villeggiatura ormai divenuta per lei superflua, e dunque la narrazione si snocciola in una serie di incontri con clienti ipotetici, quasi in un gioco dell’oca, in una serie di “stazioni”, di medaglioni dedicati a tanti personaggi, abbozzati di fretta. Ora ho letto l’ultima uscita di Lodoli, “Paolina”, e beninteso di nuovo mutano i dati assegnati all’equazione di base, ma non senza che questa riaffermi la sua presenza e validità. La protagonista è una ragazza ancora minorenne, appunto Paolina, che a un tratto si scopre incinta, ma non sa bene di chi, ha avuto ben pochi rapporti sessuali, in definitiva riconducibili al numero di tre. La sua condizione sociale è di totale disagio, la madre è stata abbandonata dal marito e si rompe la schiena in duri lavori per mandare avanti il misero ménage domestico, però Lodoli sa bene che deve evitare di cadere nelle spire di una lacrimosa vicenda ottocentesca, perbacco, viviamo in pieni anni Duemila, Paolina non è certo del tutto abbandonata a se stessa, può ricorrere a un centro assistenziale che le prospetta la scelta perentoria, disfarsi del figlio sgradito nutrito in seno, ma entro i tempi giusti in cui è consentito un aborto per legge, o diversamente tenerselo, o ricorrere a qualche mammana. Questo spunto di trama consente a Lodoli di innescare il suo nomadismo, ovvero il motivo di una “quête”, un “giro delle tre chiese”, una visita ai tre possibili padri putativi, il che consente anche di tratteggiare profili diversi, c’è il ragazzo di buona famiglia, compagno di una vacanza scolastica, che resta sbalordito, ma anche schifato da quella possibilità, o invece il “figlio dei fiori”, rotto a tutti gli stratagemmi di un vivere disordinato, o un altro che ha nel cuore solo la prestanza fisica in vista di una carriera atletica. Si noti che uno schema del genere ha una esistenza ufficiale negli annali della narrativa, l’ha sfruttato perfino l’ex-ministro Dario Franceschini in un suo romanzo, “Daccapo”, dove ha addirittura esagerato nel numero degli incontri, inflazionando lo schema, inducendo l’eroe di quella vicenda a fare visita alle ben 72 donne con cui ha procreato altrettanti figli. Per fortuna Lodoli non è così straripante, come detto, si ferma al numero di tre stazioni, e in definitiva il romanzo consiste quasi per intero nel proposito di caratterizzare queste tre esistenze, in una parca enciclopedia delle attuali modalità di vita. Questi incontri risultano ogni volta deludenti, inconcludenti, la povera Paolina resta abbandonata a se stessa, all’angoscioso problema di quale soluzione dare alla sua gravidanza. Per fortuna Lodoli non ricade nei lacci di un vecchio realismo d’antan, peraltro ricalcato pure da tante situazioni dei nostri giorni, non ci sono gli esiti tristi di una ragazzina che lascia il feto appena sfornato in un cassonetto, o sulla tomba di qualche caro congiunto deceduto, andandovi a morire lei stessa. Lodoli sa bene che finali di questa specie oggi sono impraticabili, d’altra parte non gli viene in mente una soluzione alternativa da imboccare, il che è di nuovo un tratto rientrante nell’equazione generale regolante l’intera sua narrativa: non concludere, lasciare la storia in sospeso.
Marco Lodoli, Paolina, Einaudi, pp. 97, euro 14.

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Attualità

Dom. 25-11-12 (Borse)

Dedico il domenicale di oggi a una circostanza incredibile, sconcertante, che pure continua ad esistere, come mi fa fede una notizia rintracciabile sulla nostra attuale enciclopedia portatile, google. Esiste ancora la possibilità di condurre operazioni in borsa “allo scoperto”, cioè di vendere titoli che non si possiedono, così contribuendo a svalutarli, e poi acquistandoli per adempiere all’impegno preso, ma appunto a costo abbassato, lucrando così una pingue differenza. Naturalmente è chiaro che a mosse di questo genere si dedicano solo esperti e smaliziati operatori di borsa, quelli che un tempo si dicevano “gli gnomi di Zurigo”, ora rimpiazzati dai loro colleghi di Wall Street, ma in genere da quanti agiscono in seno alle Borse di tutto il mondo. Mi pare che già in passato si era proclamato di voler mettere un freno a questa pessima possibilità, ma lo si è fatto solo per qualche tempo, invece la si dovrebbe rendere perentoria e assoluta. Tra le mosse rivolte ad accrescere lo spread da cui siamo colpiti questa è una delle più insidiose e malvage. Più in genere, quando si denunciano i mali del capitalismo, questi mi sembrano addensarsi oggi proprio nei riti, negli azzardi della Borsa, su cui una autentica politica di sinistra dovrebbe intervenire. Ho suggerito, quando scrivevo sull’”Unità”, un criterio che mi sembrerebbe legittimo, non certo vietare l’acquisto di azioni di una qualsivoglia azienda da parte di qualsivoglia risparmiatore, anzi, è questa una via utile per giungere a una proprietà diffusa e partecipata, al modo di chi predica la convenienza di far acquistare le azioni di una fabbrica dai suoi dipendenti. Ma questi sacrosanti investimenti dovrebbero essere messi al riparo dalle temerarie imprese degli speculatori, dovrebbero sottostare solo a un legittimo, fisiologico rischio di Impresa. Cioè, nell’acquistare azioni io devo valutare lo stato di salute di quella certa azienda, fare una scommessa magari anche con ricorso al fiuto, alla scaramanzia, poi a fine anno si vede, se ho puntato bene, ne avrò un premio, se male, perderò, ma per mia colpa esclusiva. Questo significa che le azioni in Borsa si dovrebbero dividere in due famiglie, quelle su cui è lecito condurre le varie operazioni speculative, e altre che invece sono bloccate per un anno intero, soggette solo a un effettivo andamento delle relative aziende. Sarebbe questo un sano obiettivo per cui battersi.

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Arte

Picasso, metamorfosi incessante

Anche il grande Picasso non sfugge all’attuale moda di riproporre instancabilmente i maestri del primo Novecento in mostre che però ne mettono a nudo i limiti, quali in genere si sono manifestati nella loro produzione dopo la soglia del 1930, per cui si vedono i vari Mirò e Chagall ripetersi in forme via via più stereotipate, prigioniere di stili all’inizio davvero creativi, ma poi ripetuti stancamente. Il genio spagnolo ora ci viene servito in due mostre, nelle due nostre capitali, quella politica, Roma, e l’altra economica, Milano, ma nel suo caso siamo fuori dalla stanca ripetizione di formule fin troppe note, in quanto Picasso si è mosso, nella sua lunga esistenza (1881-1973), nel segno di una metamorfosi continua, come in effetti si intitola l’esposizione milanese, che però forse è meno degna rispetto alla concorrente romana di innalzare questa etichetta. Infatti nelle sale di Palazzo Reale, da me scrupolosamente percorse, ci sono solo le metamorfosi cui Picasso si è dato dopo il 1930, in cui non è che si sia ripetuto stancamente, al pari dei suoi coetanei, anzi, al contrario si è dato a un polistilismo compiaciuto e ardito, imbrogliando le carte del suo gioco complesso, ricavando degli ibridi senza dubbio ingegnosi, ma non di rado spinti fino quasi a rasentare le rive del kitsch, o di una mostruosità gratuita. Del resto, di questi ircocervi, eccitanti ma anche urtanti, la mostra milanese ne presenta forse troppo pochi esemplari, cercando di riempire la scarsità dei pezzi usciti proprio dal pennello dell’artista con una infinita serie di opere, operine, frammenti da capolavori del passato, particolarmente dalla classicità greco-romana, di cui senza dubbio Picasso si è nutrito, ma lungo la sua intera carriera, e non si può dire quindi che queste apparizioni arcaiche abbiano nutrito solo i suoi ultimi anni. Si dà però il risultato sorprendente che la rassegna milanese, per un visitatore, sembra valere di più per quanto sciorina, di reperti archeologici o dai musei del passato, rispetto allo spettacolo del giochi di prestigio dell’artista, in fase di compiaciuto divertimento nel picchiare su ogni possibile tasto del suo gremito repertorio.
La mostra romana, alla Galleria Borghese, confesso che l’ho visitata solo virtualmente, avvalendomi del catalogo ricevuto per via di rete, ma forse in questo caso un contatto avvenuto esclusivamente via etere può considerarsi addirittura giovevole. Anna Coliva, la abile direttrice di quella sede, ha l’abitudine di aggiungervi al ben di Dio che già vi si trova una serie di capolavori di qualche grande artista del presente o del passato, ma con un doppio problema, che io ho altra volta puntualmente rimarcato, nei tempi felici quando recensivo le mostre su quotidiani. La Galleria Borghese è già di per se stessa piena come un uovo, e dunque è un po’ artificioso volervi infilare per forza qualche capolavoro in più, mettendo a rischio la percezione dei visitatori comuni, che magari non colgono bene la differenza tra i conviventi abituali, in quelle splendide ma limitate sale, e gli ospiti forzati del momento, Inoltre, in un luogo che già soffre per conto proprio di una affluenza eccessiva, non c’è alcun bisogno di accrescerla ricorrendo a convitati straordinari e temporanei. Ma ciò detto, la rassegna ora dedicata a Picasso come scultore è eccezionale per ricchezza e completezza, e meriterebbe davvero di essere posta all’insegna della metamorfosi incessante cui Picasso si è dato in ciascuna delle tappe del suo lungo, e davvero trasmutante procedimento stilistico, riuscendo oltretutto a fornirne ogni volta dei precisi equivalenti plastici. E dunque, ecco, a frugare negli interstizi tra i capolavori stanziali, apparire gli esiti forniti dal maestro spagnolo in parallelio alla fase cubista, e poi del richiamo all’ordine, e poi ancora della ripresa di ardimenti da lui raggiunti al chiudersi degli anni Venti. Ma mentre in seguito la sua musa pittorica, come detto sopra, si è limitata a calcare i sentieri di una divertita ibridazione, forse il dover dare corpo, materia, consistenza plastica a quegli stessi ardimenti li ha preservati da un eccesso di compiaciuta mostruosità. Diciamo insomma che l’impegno a investire la terza dimensione ha dato forza, impeto, originalità alla produzione in scultura, anche oltre la soglia del 1930, che per tanti altri maestri del secolo, e per lui stesso in pittura è risultata alquanto limitativa. Penso a “Donna seduta” e alle sue varianti, che sono, da parte del genio multiforme del Nostro, un modo per investire l’ambiente. Lo stesso si dica per “Bagnante a braccia alzate”, o per “Capra”, e siamo già al 1950, quando appunto su tela l’artista si esibisce in giochi meno efficaci, più estrosi ma meno creativi. E si continua con “donna incinta”, con “La lettrice”, opere in cui l’autore, oltre che a inquietare lo spazio, rasenta anche l’informe, compete insomma con tutti gli esiti più avanzati della ricerca quale si stava svolgendo nel secondo dopoguerra, mossa anche dalla volontà di prendere congedo dai vari esercizi stilistici un po’ troppo formali della prima metà del secolo. Picasso invece non si arrende, vuole restare competitivo, combattere fianco a fianco dei più giovani rivali sul medesimo fronte, fino a esiti davvero sorprendenti, come per esempio quello di spezzare la totalità delle forme, di offrirle sbocconcellate, a pezzi. Si vedano per esempio “Mano sinistra”, “Mano con manica”. Non mi risulta che ce ne siano degli equivalenti su superficie, in quella enorme produzione alquanto facile e conforme cui, in qualità di pittore o di grafico, Picasso negli ulti tempi si stava spendendo, e anche dissipando.
Picasso, Metamorfosi, a cura di P. Picard. Milano, Palazzo Reale, fino al 17 febbraio. Cat. Skira.
Picasso scultore, a cura di A. Coliva e di D. Widmaier. Roma, Galleria Borghese, fino al 3 febbraio. Cat. Officina Grafica.

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