Arte

Hockney: nuove possibilità per la pittura

La Tate Britain, a Londra, dedica un corposo omaggio a David Hockey (1937) per festeggiare i ben cinque decenni della sua intensa attività pittorica, che forse, in questo momento, lo pongono alla testa della squadra della Pop Art inglese, anche per la scomparsa di competitori più anziani di lui. A sua volta, conviene proprio riconoscere alla Pop in salsa britannica, oltre che di essere stata iniziatrice del fenomeno, di avere avuto il coraggio, o il limite, di coltivare più da vicino le vie della pittura, anche se pur sempre in stretta contiguità con la fotografia. Ma in qualche misura la sacra misura della superficie l’ha risucchiata, a differenza dei cugini statunitensi, più propensi invece sia a invadere la terza dimensione, sia a valersi di formati giganti. Insomma, da un lato, sull’isola, un’arte “da camera”, dall’altro, negli States, un’arte declamata in pubblico
Ma tornando a Hockney, egli rappresenta al meglio una simile vicinanza all’immagine dipinta, magari a gara con una presenza eccentrica e isolata, negli USA, come il più anziano rispetto a lui, di un intero decennio, Alex Katz. Per parlare del David ora celebrato, mi posso riallacciare a certe osservazioni che proprio in questa sede svolgevo a proposito di Matisse, lamentando un eccesso di scarnificazione progressiva cui il pur grande pittore francese aveva via via ceduto, forse rinunciando troppo al caposaldo “occidentale” della rappresentazione, e prestando ascolto in eccesso ai criteri dell’Estremo Oriente, diventando cioè un convinto “japonard”. Tanto che, a riscontro, indicavo l’opportunità di rivalutare il rivale Pierre Bonnard, che invece gli era stato posposto perché ritenuto ancora troppo coinvolto nella fisicità di valori tonali e atmosferici, non sufficientemente decantati. Hokney, invece, è perfetto, da un lato, nel diventare più comprensivo di larghe fette di spettacolo ambientale, pronto anche a valersi di schemi prospettici. Infatti se volete abbracciare vasti ambienti, di piscine, giardini, balconate eccetera, o anche di interni, dovete tornare a un qualche residuo o sopravvivenza di linee di fuga, di trapezi spaziali, anche se debitamente schiacciati e tracciati a fior di pennello. Ma da un altro lato è anche opportuno evitare di cadere in tentazioni espressioniste, o di greve naturalismo di ritorno, quali invece inficiano, rendono insopportabili, troppo sporche, troppo pesanti le tele pur tanto acclamate di Lucian Freud. Insomma, in Hockney sussiste un bell’equilibrio tra interni o esterni giustamente tramati, e tinte leggere, distese, in ricordo di certi paradigmi centrali nell’arte contemporanea, dall’”à plat” di Gauguin alla “flatness” di Murakami, con l’aiuto che su una via del genere viene dalla fotografia, ma ancor più dalla grafica pubblicitaria, da sempre diffidente degli ingombri plastici e decisa invece a distendere, a spianare la visione. Non per nulla uno dei temi preferiti da Hockey è quello delle piscine, anche per effetto del suo porsi come “artista dei due mondi”, nato e formatosi in Inghilterra, ma pronto a ricevere committenze e prebende in California, dove come è ben noto gli specchi azzurri delle piscine si accendono ad ogni passo, maculando il panorama urbano e suburbano. L’acqua per sua natura è un elemento mobile che evita di fare massa compatta, mostrandosi invece pronta a ospitare al suo interno i motivi ondulati scaturenti dal soffiare delle brezze, dall’accendersi di mille riflessi, magari ancor più incrementati dagli spruzzi delle fontanelle alimentatrici, che si aprono come le corolle di una vegetazione trasparente. Beninteso, i medesimi spruzzi dell’irrigazione tramano di sé anche il verde fresco e rugiadosi dei prati, altro motivo congiunto a quello delle piscine. Tanta felicità cromatica e descrittiva va poi a invadere terrazze e verande, infine penetra nelle stanze, ad allietare le figure umane, anch’esse delineate con silhouettes incisive ma leggere, fino a confondersi con arredi e tappezzerie Però, nel dispiegare un universo antropico, certamente il concorrente Katz sa procedere in modo più insistito e integrale, con zoomate ravvicinate. Mentre la macchina da presa, o la visione del nostro artista preferisce arretrare, afferrare i suoi soggetti in campi lunghi.
David Hockney, Londra, Tate Britain, fino al 29 maggio.

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Letteratura

Murakami tra realtà e irrealtà

La bella iniziativa di “Repubblica” di allegare ogni settimana al giornale un capolavoro della narrativa internazionale posteriore al 2000 mi ha permesso di acquisire quello che forse è da considerarsi il capolavoro del giapponese Murakami Haruki, “Kafka sulla spiaggia”, del 2002, mentre già si annuncia l’uscita di un’altra sua opera, che forse gli consentirà di riportare il Nobel per la letteratura. Ero a corto di informazione su questo pur acclamato autore, e dunque l’occasione è utile per consentirmi di ragionare su di lui e sul suo mondo. Che certo lancia numerosi sguardi verso il nostro mondo occidentale, a cominciare dal titolo stesso in cui viene chiamato in causa uno scrittore per noi fondamentale come Kafka, e in effetti il mix tra realtà irrealtà che, a prima vista, potrebbe essere detto come tipico del narratore ceco trova ampio e continuo riscontro, nel suo presunto seguace nipponico. E si aggiungono tante altre citazioni, di Bergson, di Cechov, di musicisti come Brahms e Puccini. Ma è una vicinanza ingannevole, o quanto meno “double face,” come del resto lo è la stessa realtà di Tokyo, quale mi è apparsa nelle non frequenti visite che vi ho fatto. All’esterno, e a prima vista, un muro continuo di edifici e grattacieli sembra voler attestare una piena fedeltà al modello dell’architettura occidentale, soprattutto degli USA vincitori nel secondo conflitto mondiale e da quel momento divenuti modello preferenziale per il popolo del Sol Levante, da imitare supinamente. Ma basta scantonare, aggirare quelle severe facciate, recarsi nel loro retro, e allora appariranno deliziosi giardinetti che sembrano invogliare alla meditazione, all’evasione, ai tuffi nel misticismo Zen. Così pure questo enorme romanzo pratica ad ogni passo un doppio registro. Per un verso siamo in presenza di un realismo meticoloso che non intende privarci di alcun dettaglio, sull’onda di quanto capita al protagonista principale, all’adolescente Tamura, che come vuole la sua età intende ribellarsi al padre, facoltoso e introdotto nella buona società, andandosene alla ventura con non più di un misero zainetto. Seguendolo passo passo, siamo portati a una continua documentazione di come si viaggia e si vive nel Giappone d’oggi, cercando di risparmiare soldi, di nutrirsi con poca spesa. Un turista volonteroso potrebbe adottare il romanzo come una guida per conoscere quali siano i piatti da ordinare, gustosi ma a buon mercato nello stesso tempo, e dove e come dormire. Siamo insomma in presenza di un diario improntato a un realismo minuzioso, perfino soffocante ed eccessivo. Ma da un altro lato comprendiamo che quella è solo una entrata nel labirinto, ci vengono indicate subito altre porte d’ingresso, per esempio sotto forma di un evento occulto e misterioso per cui alcuni ragazzini, condotti in un bosco in gita scolastica, vengono colti da una crisi inspiegabile che li fa entrare in un provvisorio letargo, da cui in breve si riscuotono, salvo uno di loro, tale Nakata. Inizialmente egli è il più dotato, ma da quella catalessi esce mutato in un essere menomato, privo di memoria, di intelligenza, anche se dotato di un intuito sicuro, di un istinto animalesco che gli consente, per esempio, di dialogare coi gatti. Quella magica sospensione si situa negli anni immediatamente posteriori alla caduta del Giappone nella guerra mondiale, e dunque si può sospettare un effetto deleterio esercitato da qualche “fortezza volante”. O si deve decisamente imboccare la pista della fantascienza? Ma la ricetta del nostro Murakami sta proprio in un continuo “avanti indietro”, la realtà più vile e prosaica è pronta a recuperare tutto il terreno perduto. Infatti verremo a sapere che quell’ inspiegabile “tempo morto” è stato suscitato, nei ragazzini, dalla vista delle bende del mestruo gettate via dalla loro maestra. Del resto un filo di sangue percorre l’intera vicenda. La fuga del protagonista adolescente viene assimilata a quella di un Edipo dei nostri giorni, inconsciamente sovrastato dalla minaccia sofoclea-freudiana, e dunque condannato a uccidere il padre e a congiungersi con la madre, nonché con la sorella. Si compirà questa tragica profezia? L’abilità del narratore sta nel mantenersi sempre tra il dire e il non dire. Sta di fatto che il padre, peraltro un truce individuo che si compiace di fare razzia di gatti randagi e di estrarne il cuore per cibarsene, viene ucciso con una coltellata. Ma da chi? Da Nakata, che nel suo semplicismo è divenuto il vendicatore di ogni torto, o dal figlio stesso, che aggirandosi in una foresta cade in trance risvegliandosi contrassegnato da macchie di sangue? Del resto, nella sua fuga egli giunge in un’isola felice, in una biblioteca privata, la cui direttrice però potrebbe essere proprio la madre che l’aveva abbandonato quasi in fasce, e prima ancora egli potrebbe essere stato accolto da una giovane provvidenziale con cui ha intrecciato una relazione sessuale, e potrebbe essere proprio la sorella, svanita assieme alla madre. Ma soprattutto è la “consecutio temporum” a rivelarsi ballerina, a costruite tutto un su e giù, basti dire che, nel bosco attorno alla serena biblioteca in cui ha trovato rifugio, il protagonista incontra soldati nipponici che vi si erano smarriti durante la guerra. La realtà insomma è discontinua, porosa, con tante porte d’entrata e d’uscita, e tanti “fermo immagine”. Se vogliamo rimanere alla cultura giapponese, gli effetti fornitici da Murakami ci ricordano il bellissimo film di Akira Kurosawa, “Sogni”, dove pure là un adolescente viola il divieto di guardare un corteo di santoni e ne risulta impietrito. O un ufficiale che tenta di recare in salvo i suoi soldati li perde tutti nella traversata di un tunnel, risucchiati dalle tenebre. Ma, tornando al nostro Occidente, anche presso di noi non hanno mai mancato di comparire simili circostanze “magiche”, si pensi ad Antonioni e alla sua “Avventura”, con la scomparsa per sempre di un personaggio, il che poi è stato ripetuto da Peter Weir in “Picnic a Hanging Rock”. Tra i più clamorosi interventi del magismo o irrealismo nella narrazione di questo romanzo c’è il fatto che a un certo punto dal cielo piovono sanguisughe, ma un altro regista ben occidentale come Robert Altman, in “America oggi”, nel 1993, aveva già inserito una pioggia di animali, imprevista, incongrua, estranea ad ogni legge di natura. E dunque, si dovrebbe concludere che esiste anche in narrativa una sorta di globalizzazione? Resta una differenza di numeri statistici, questi effetti, diciamo così, con termine abusato, surreali, presso di noi sono abbastanza rari, laddove nella strategia di Murakami si incontrano quasi ad ogni passo, scontrandosi abilmente con i segmenti di una realtà perfino troppo normale.
Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia, Biblioteca di Repubblica.

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Attualità

DOm.26-2-17 (Assemblea)

Ore 14,30. Smetto di seguire la diretta relativa all’Assemblea Pd condotta con la solita professionalità condita di arguzia da Mentana, mi pare che la cosa stia degenerando in logomachia, di cui non si intrevede ancora l’esito finale. In materia ripeto quanto osservavo nel mio domenicale precedente, trovo che sia stata una cattiva idea da parte di Renzi di avviare a ogni costo il Congresso attraverso l’atto formale delle sue dimissioni. In fondo, godeva di una eccezionale posizione di forza, come hanno testimoniato gli applausi che in Direzione hanno accompagnato le sue parole, e anche la votazione seguente, il che poi si è ripetuto poco fa anche all’Assemblea, dove gli interventi suoi e dei suoi simpatizzanti sono apparsi ben accolti, mentre molto più rarefatto è risultato il consenso concesso agli oppositori. Che cosa aveva da temere attendendo, come da regolamento, una scadenza congressuale secondo calendario, e cioè nel prossimo autunno? Pare sia caduta la velleità di anticipare pure la scadenza elettorale, che diviene impossibile, da conciliare sia con l’anticipo del Congresso, sia con le amministrative, sia soprattutto con un iter ancora oscuro e tormentoso per giungere ad avere una decente legge elettorale. Forse il timore di un cattivo esito appunto delle elezioni nei Comuni, il che avrebbe compromesso ancor più la sua posizione? Ma ragionando proprio su un risoluto avvio dell’iter verso la grande consultazione interna, occorrerebbe senza dubbio fornire garanzie agli eventuali competitori circa le regole da rispettare. E’ l’atto d’accusa mosso a Renzi da Epifani, che ha parlato a nome della minoranza, con un intervento in larga parte fuori centro, in quanto è consistito in una severa critica della condotta di Renzi sia da segretario sia da capo del governo, cosa da relegare ormai in un dossier di storia, anche se recente. Centrata invece l’osservazione che per indire un Congresso che si rispetti occorre istituire in precedenza un comitato di garanzia tale da fissare criteri validi per tutti i concorrenti. E’ questo un aspetto su cui Renzi avrebbe dovuto fornire chiarimenti, speriamo che lo faccia in chiusura. Ma, a fronte del suo silenzio su questo argomento cruciale, esso è stato affrontato da Franceschini, estensore di un chiaro intervento a favore dell’unità del partito, pronto anche ad assicurare che sicuramente si procederà alla nomina di un comitato per fissare le norme per una corretta e neutrale conduzione delle primarie. Sul finire del mio ascolto è apparsa tra le righe una possibilità che sarebbe una ingegnosa maniera di salvare capra e cavoli. Potrebbe succedere cioé che l’Assemlea respinga le dimissioni del Segretario, col che si ricadrebbe nella mia ipotesi di partenza, cesserebbe il tormentone circa la data del Congresso, troppo avvicinata o no, ragionevolmente remota così da consentire agli oppositori di prepararsi. Chissà come la cosa si chiuderà, ammesso che ciò avvenga nelle prossime ore e non ci sia un qualche prudente rinvio.

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Arte

Cattivi auspici per la prossima Biennale

Sono stati resi noti sia i criteri, sia i selezionati per la prossima Biennale di Venezia, posta sotto la direzione di Christine Macel. Prudenza vorrebbe che ci si pronunciasse solo andando a vedere il risultato, e dunque mi scuso subito per talune riflessioni negative che mi viene di anticipare, ben lieto se poi mi dovrò smentire. Ma torno a constatare le insufficienze della categoria dei “curators”, cui malgrado tutto la Macel appartiene, anche se si dichiara storica dell’arte e distante dall’ossessione per il “sempre nuovo”. Difetto di questa categoria, è una evidente sproporzione tra un ruolo che dovrebbe essere di massima concretezza e aderenza ai fatti, e invece l’enunciazione di vaghi principi generali, Che senso ha dichiarare che la prossima edizione sarà ispirata a “umanesimo, liberazione, generosità”? Conosciamo una qualche opera d’arte valida che non rispetti simili requisiti generalisti? Del resto, ammettiamolo, il direttore di Documenta non è da meno, con quella curiosa partenza da Atene, quasi che una rassegna d’arte fosse equiparabile a una Olimpiade. Chi sarà il tedoforo, pardon, l’artista che accenderà il sacro fuoco per farlo arrivare, attraverso una staffetta di altri nomi illustri, fino a Kassel? E per fortuna che in questo caso la distanza è corta, cosa succederebbe se un prossimo direttore di Documenta cercasse ispirazione dalle statue dell’Isola di Pasqua? Ma tornando alla nostra Biennale, non è un segno di presa di distanza dal “nuovismo” il fatto che i due unici nomi sbandierati in sede di conferenza stampa siano i già ampiamente messi in mostra da tutte le parti Olafur Eliasson e Franz West. C’è poi una bella e allettante sfilata di nomi, 120, molti dei quali almeno a me incogniti, ma di nuovo cadiamo nel vago quanto alle ripartizioni di tante presenze. I temi davvero cogenti del momento sarebbero il confronto tra il concettuale e un indubbio ritorno della pittura, e un’indagine sui vari modi di praticare la tanto richiesta street art, che poi si articola nel graffitismo e nel wall painting. E poi, ci sarebbe da fare una classificazione sui mille modi di darsi alla videoarte. Queste, le vie concerete di dirci “che arte fa”, piuttosto che saggiare le “dimensioni del tempo e dell’infinito”-
C’è poi il doloroso capitolo della presenza di nostri artisti. Se non sbaglio ce ne sono appena quattro, più un giusto omaggio a Maria Lai, troppo pochi. Un presidente che sappia svolgere davvero il suo compito non potrebbe rivolgere istanza al direttore di turno di prestare un po’ più di attenzione ai nostri? Si dirà che per loro c’è il padiglione Italia, e magari i nomi fatti questa volta sono anche nel giusto, ma nulla si è fatto, nonostante il coro di critiche e proteste della volta scorsa, per rivedere la collocazione della nostra presenza, ancora una volta punita dall’essere collocata alla fine dell’intera sfilata delle Corderie, nel luogo più buio e scomodo, Quando si avrà finalmente il coraggio di riportarla nel padiglione centrale, dedicandole un’ala di questo, e così pure limitando i danni del “curator” di turno?

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Letteratura

Silvana Grasso, salva “solo se c’è la Luna”

A Silvana Grasso mi lega una “lunga fedeltà”, espressa per l’ultima volta, se non ricordo male, quando è uscito “L’incantesimo della buffa”, 2011. Ora gliela confermo per l’appena pubblicato “Solo se c’è la Luna”. Del suo caso mi faccio un’arma contro certi suoi colleghi anch’essi legati a qualche regione del Sud. Se per lei si tratta di una Sicilia affocata e barocca, per Marcello Fois, Michela Murgia e Salvatore Niffoi si va invece in una Sardegna anch’essa depositaria di miti e ossessioni. Il torto di questo terzetto è di procedere per il lungo, di prendere il via con personaggi immersi in un passato ancestrale, ma portandoli poi, tappa dopo tappa, a navigare nelle nostre acque, il che produce l’effetto nocivo di una mancanza di omogeneità. Da una scrittura iniziale che si ispira appunto a motivi atavici, e ricalca la gloriosa narrativa meridionale dei tempi giusti, della stagione del verismo, si giunge invece attraverso passaggi successivi a bagnarsi in quello che, secondo il mio gergo, sarebbe un neo-neorealismo, immerso nello scenario attuale, con le sue meschinità, truffe, inganni. E’ un difetto in cui invece non incorre la Nostra, capace di adottare una modalità coerente, di adesione a un mondo siciliano visto a giusta distanza, evitando così che i fantasmi del progresso vengano a inquietarne le pagine. Ma, si dirà, non è questa la via inevitabile per consegnarsi mani e piedi legati all’inattualità, alla resurrezione di un neorealismo cui si stenterebbe ad accordare il beneficio di un secondo “neo”? La Grasso evita un rischio del genere perché scantona prontamente verso l’irrealtà, la favola, la leggenda riveduta e corretta. O per dirla in formula, dal pericolo di un realismo recidivo si svolta verso un realismo magico, che nel nostro Paese ha lunghe e gloriose radici, come dimostrerà un numero dell’”illuminista” di prossima uscita. Intendiamoci, non è che si sia in presenza di un abbandono totale di qualche radicamento in dati reali di costume, di atmosfera, questi ci sono tutti, ma prontamente corretti con rifacimenti nella chiave che si è detto. Per esempio, proprio in quest’ultimo nato domina una figura maschile improntata a una simile revisione che la purifica da ogni possibile caduta nello stereotipo. Il nome è solenne, Girolamo, e il destino abbastanza scontato. Come tanti suoi corregionali, la miseria lo ha costretto ad andarsene negli Stati Uniti, dove avviene la trasformazione del nome, ma non in Jerry, che sarebbe un cedere al mito del progresso, dell’adeguazione al codice anglosassone, bensì in una opportuna sintesi tra le due uscite, Gerri. Del resto, quando entra in scena, lo vediamo rriassumere subito la vecchia pelle isolana, anche se non manca di magnificare gli anni trascorsi a New York, dove si è fatto un buon gruzzolo e ha acquisito un “savoir faire” che ora agita contro l’indolenza degli isolani. Insomma, siamo in presenza di un perfetto connubio tra virtù antiche e nuove, manifestato anche nell’ambizione di cercarsi una moglie di buon livello, e che sia oltretutto una creatura “inutile”, a riscontro col suo efficientismo, infatti va a prendersi un soggetto perso nell’arte di effigiare statue e medagliette. Ma il tratto centrale del romanzo sta nella nascita della figlia, gravata del nome simbolico di Luna, e portatrice di una spaventosa malattia genetica per cui non può esporre la pelle ai raggi del sole, che la ustionerebbero seminandola di pustole e piaghe raccapriccianti. Gerri ha voluto crescere nella scala sociale? Eccolo punito, con una figlia simile a un fiore prezioso di serra, da tenere sempre al chiuso. Potremmo giocare sul titolo stesso del romanzo, ed applicare all’intera arte della Grasso la formula “solo se c’è la luna”, appunto a proteggerla nelle cadute di sapore neorealista. Quella malattia arcana, e diciamolo, pure, abbastanza inverosimile, è il biglietto di accesso al regno della magia, di una Alice che ha varcato per sempre lo specchio del misero verismo d’antan. Ma non basta, la fantasia della scrittrice ha sentito il bisogno di raddoppiare, cioè di porre al fianco di Luna un’altra creatura, simile e nello stesso tempo opposta. Un’esistenza così fragile e indifesa ha bisogno di assistenza continua, ma non di una badante prezzolata. E dunque il dinamico Gerri va a prendere una povera fanciulla, svenduta da una ragazza-madre, facendo di lei una sorta di sorella della figlia. Questa creatura parallela porta un nome equivoco, Gioiella, e tale è senza dubbio a livello fisico, di persona sana, temprata da povertà e fame ataviche, ma con un carattere aspro, diffidente nei confronti del mondo intero. Ecco insomma il formarsi di una coppia antitetica, Luna dalla vita precaria e notturna, ma invece di forti appetiti sessuali. Gioiella, dal canto suo, rassegnata a un destino di essere inferiore e di custode delegata, che le impedisce di amare, di avere una vita in proprio. Le due, quasi una Thelma e Louise in salsa agreste, procederanno tragicamente avvinte verso la morte. Una ulteriore virtù della nostra narratrice, oltre alle valide incursioni nel magico a livello di trama, sta anche nell’adozione di una forma di discorso indiretto libero. Non le si addice il tono dell’autore che giudica al di fuori della vicenda, farebbe fatica a giustificare queste incursioni nel magico, mentre i conti tornano se sono i protagonisti stessi a dire di sé con un linguaggio colmo di espressioni orali e dialettali, capace di andare oltre la pagina scritta. Infatti se si vuole apprezzare in pieno il valore della nostra narratrice bisogna sentirla leggere dal vivo la sua prosa, fino a sollevarla al livello di una vera e propria performance.
Silvana Grasso, Solo se c’è la Luna. Marsilio, pp. 222, euro 17.

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Attualità

Dom. 12-2-17 (dimissioni?)

Spero proprio che domani, all’Assemblea del Pd, Renzi non faccia quanto però, stando almeno alla stampa di oggi, gli viene attribuito come intento quasi sicuro, cioè il dare le dimissioni da segretario del partito. A indurlo a questa mossa sarebbe l’intento di non farsi consumare a fuoco lento e di prevenire gli avversari interni non dandogli il tempo di coagulare valide candidature avverse, come potrebbe avvenire se per un congresso si attendesse la scadenza naturale a fine anno. Ma mi sembra che la posizione di segretario del partito sia abbastanza solida, tale da permettergli di intervenire su sindaci, presidenti di regioni e province, su quanto avanza della macchina organizzativa. Peggio ancora se questa strategia di andare subito a una riconferma della carica di segretario fosse mossa dall’intento di procedere poi al più presto a indire elezioni. Si sa bene che questo è un traguardo difficile, assai contrastato. La sentenza della Corte costituzionale è venuta a sfondare una porta aperta, da tempo tutti, a cominciare dal Presidente Mattarella, proclamavano che per andare a nuove elezioni bisogna prima omogeneizzare le leggi per i due rami del Parlamento, ahimé rimasti entrambi per lo sciagurato esito del 4 dicembre. Se qualcuno legge queste mie noterelle, avrà visto che mi sono permesso di condannare gli auspici di quell’esito disastroso a una Colonna Infame di manzoniana memoria. Senza contare l’intero strascico di problemi che si porrebbero nel tentare di correre subito a nuove elezioni, come quello di avere il via libera presidenziale, di dover mandare a casa un governo amico, di mettere a repentaglio il fragile quadro della nostra economia. Di fronte a tanti guai, in cambio quali vantaggi potrebbero derivare per Renzi? IL raggiungimento del traguardo del 40%, foriero del premio di maggioranza, resta assai improbabile, e dunque, seppure gli si aprisse la possibilità di rientrare subito a Palazzo Chigi.con quali prospettive? Tentare di rinnovare un patto del Nazzareno, di andare cioè a una “grosse koalition”? Questa forse sarà l’ineluttabile necessità cui saremo condannati anche se voteremo l’anno prossimo, ma intanto si può sperare che qualche fatto nuovo muti le carte in gioco. Andare a vederle a breve scadenza sembra proprio non offrire niente di valido e di efficace. I maggiori oppositori di Renzi non sono da ricercare in D’Alema, o in Brunetta, o nei direttori dei quotidiani berlusconiani, questo ruolo ora appartiene al comico Crozza, che dalla tribuna di Sanremo ha pronunciato una spietata condanna del triennio del Nostro, ricavandone un ben magro bilancio, pari al nulla. Ecco dunque un compito preciso che si pone a Renzi, darsi da fare, in attesa di ritornare al governo, ma con in mano la segreteria del maggior partito, cercare di migliorare gli esiti dei suoi vari provvedimenti, di mostrare che non stati del tutto inutili o pari a zero.

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Arte

Migliori: un “lumen” che scava nell’opera

Fin dal 1874 si è svolto un pluridecennale “Combattimento per un’immagine”, come ebbe a definirlo il critico Luigi Carluccio in una mostra torinese, nel senso che pittura e fotografia si sono misurate, tentando di carpire l’una i privilegi dell’altra. Dapprima, e a lungo, fu la fotografia che cercò di emulare gli effetti della rivale, dimostrando che non era certo inferiore nell’acquisire caratteri “pittorici”, atmosferici e altro. Tanto che, all’inizio del secolo scorso, fu la pittura ad abbandonare la pista dell’imitazione del reale dandosi alle varie astrazioni e concrezioni. Infine addirittura, al momento della la crisi del ’68, decise di abbandonare il suo strumento principale, il pennello, a tutto vantaggio della macchina fotografica, col seguito naturale del film e del video. Ma sacrificando, in quella mutazione, certe sue doti congeniali, abbracciando anzi taluni caratteri dell’avversario, come lo “sharp focus”, e soprattutto una illuminazione neutra e diffusa, valida soprattutto per esprimere “concetti”. Alla foto, in compenso, toccava rispondere con procedimenti opposti di fuga dalle proprie ragioni costitutive, sentendosi vittima di una specie di “vergogna” dell’impressione chimica su lastra o pellicola, e il passaggio al digitale non ha mutato in sostanza la situazione. Se ora veniamo a Nino Migliori, principe di chi in tutto il secolo scorso ha maneggiato procedimenti da dirsi all’incirca fotografici, dopo una prima fase di aderenza al mezzo, lungo il solco del neorealismo, che proprio nella foto e nel cinema ha avuto i suoi punti più alti, ben presto ha capito che bisognava gettare alle ortiche il supporto tradizionale, e da allora si è messo a stampare su materiali mobili, cangianti, precari. Fino alla serie attuale, in cui, in partenza, svolgerebbe un banale compito di illustratore di sculture celebri, dalla senese “Ilaria del Carretto” di Jacopo della Quercia al “Compianto” di Niccolò dell’Arca, conservato nella chiesa bolognese di S. Maria della Vita. Ma in questi approcci Migliori si guarda bene dal ripescare certe prerogative del mestiere, come sarebbe il cogliere il monumento in toto, e con una illuminazione chiara, e in campo lungo. Al contrario, l’artista adotta in genere primi piani ravvicinati, quasi stabilendo con l’opera un rapporto di colluttazione, quasi immedesimandosi nelle mani dello scultore. E soprattutto, abbandonando un procedimento di illuminazione olimpico e neutrale, scegliendone al contrario uno violento, irregolare, baluginante. La mostra in cui ora Migliori documenta questo suo corpo a corpo con il “Compiano” si intitola “Lumen”, ma viene in mente il noto detto “lucus a non lucendo”, cioè di incontro-scontro tra opposti, in quanto si tratta di una luce avara, precaria, emergente da un indietreggiamento nei secoli, fino a ripristinare il lume di candela. In effetti, abbandoniamo il tramite di specie ottica, condotto a distanza, per valerci di un rapporto quasi di specie tattile. Le foto ricavate in modi così eccezionali documentano l’impresa di un artista che si colloca nella stessa posizione che dovette assumere il primo esecutore, mettendo le mani in pasta, con affondi, immersioni, scavi. A questo modo si perde il “totale”, viene meno l’immagine globale dei personaggi modellati, per lasciare il posto a tanti affondi locali. In un certo senso, è il trionfo della poetica dell’Informale, o di un materismo vivace, incalzante, articolato in decine di spettacoli, come se appunto l’occhio fotografico fosse stato presente al momento in cui l’artista operava, ma quasi legato proprio alle sue mani, o allacciato alla fronte, in modo da ricavare uno spettacolo aderente, destinato poi a spegnersi, a rientrare nei panni di una visione “normale”, quella che si offre a noi, “ipocriti visitatori”, avrebbe commentato Baudelaire. Da notare che un procedimento del genere Migliori lo applica anche agli esseri viventi, infatti ha avviato una serie di ritratti affidati a un’illuminazione ancor più precaria, al “lumen” di un fiammifero che solo per pochi attimi sottrae le nostre sembianze da un buio primigenio, ma poi gliele restituisce, come corpi che affondano nelle tenebre di un oceano.
Nino Migliori, “Lumen”, a cura di Graziano Campanini e Eugenio Riccomini, Bologna, Complesso monumentale di S. Maria della Vita, fino al 23 aprile. Cat. Editrice Quinlan.

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Letteratura

Asor Rosa e il suo elogio conformista per “Anna Karenina”

Mercoledì scorso 1° febbraio è uscito su “Repubblica” un ampio articolo di Alberto Asor Rosa sul romanzo di Tolstoj “Anna Karenina”. Ancora una volta mi stupisce che non si tenga mai conto della abissale differenza tra il “moderno” e il “contemporaneo”, andando al di là delle etichette, che di per sé possono essere dichiarate fatue, ma dietro di loro ci sono dati storiografici imprescindibili. Io da sempre tento di portare l’accento su tali differenze. L’ho fatto anche nel mio saggio intitolato appunto “La narrativa europea in età moderna”, con un sottotitolo chiarificatore, “Da Defoe a Tolstoj”, dove una attenta analisi dell’indubbio capolavoro tolstojano veniva però opposta all’altro capolavoro di Gustave Flaubert, “Madame Bovary”, visto, questo, come vigorosa anticipazione di quanto ho poi esaminato in un saggio apposito, “La narrativa europea in età contemporanea”, con protagonisti indicati in Joyce e Proust and company. Il primo, edito da Bompiani, il secondo da Mursia. Ma queste mie cose sono cadute nel vuoto, e dunque, Asor Rosa può dichiarare tranquillamente un “non ti curar di loro ma guarda e passa”. Però, se non c’è il misero Barilli, ci sono testi fondamentali, come quello di Joseph Warren Beach che già alla metà del secolo scorso tracciava con la spada i limiti esistenti tra la narrativa contemporanea e quella, non diciamo “moderna”, termine temo da lui non usato, ma comunque ottocentesca, tradizionale, “ben fatta”. Ebbene, il romanzo di Tolstoj è un esempio perfetto di tutti i canoni che dobbiamo attribuire al “romanzo ben fatto” di matrice ottocentesca, mentre al contrario quello di Flaubert è un valido anticipatore dei nuovi caratteri che saranno del nostro ciclo culturale, anche se non lo vogliamo chiamare col debole vocabolo di “contemporaneo”. La diagnosi dell’articolista per quanto riguarda gli aspetti dominanti dell’opera tolstojana è perfetta, ma bastava appunto aggiungere la nota che tanta perfezione risponde ai tipici aspetti del passato, da cui l’intero Novecento è uscito, preferendo semmai andare a rintracciare le proprie origini nella “Bovary” flaubertana. A cominciare da quel celebre “Madame Bovary c’est moi”, infatti uno dei più marcati tratti differenziali è che un narratore dei nostri tempi non si può chiamare fuori, come invece era lecito al “moderno”, cioè tradizionalista, conservatore romanziere russo, che contempla dall’alto i casi dolorosi della sua eroina, cui riserva una generica simpatia umana, ma non priva di una sostanziale condanna morale. Tolstoj era un paladino dei valori della famiglia, per cui alla moglie non era lecito infrangere il vincolo coniugale, anche in presenza di un consorte cinico, freddo e disumano come il burocrate Karenin. Ben le sta dunque la costrizione al suicidio, anche per ribadire il confronto tra la sua condotta malgrado tutto tralignante e invece il più retto cammino della cognata, che perdona le scappatelle sentimentali del marito, e fratello di Anna. Al contrario, Flaubert scende in campo, dichiara una almeno parziale condivisione della rivolta condotta dalla sua eroina contro le ipocrisie, le repressioni, i falsi buoni sentimenti del sistema borghese. Aggiungo che, oltre a segnalare tutto ciò nei miei saggi, ho pure ricavato, nel caso specifico, una pièce per mettere a confronto un simile diverso atteggiamento dei due scrittori, l’uno del tutto conformista, l’altro avviato a impostare una rivolta, etica, sessuale, femminista. Del resto, i tribunali dell’epoca non si sono sbagliati, sottoponendo a processo il narratore francese, mentre al contrario al suo collega russo avrebbe potuto essere rivolta una menzione d’onore per come ha difeso i valori della famiglia. Qualche giorno fa questa mia pièce è stata recitata a Milano, con apertura di dibattito al termine, dove una spettatrice ha dichiarato con grande stupore di ritenere indebito, profanatorio il mio proposito di mettere sullo stesso piatto della bilancia l’enorme, da tutti ammirato Tolstoj e il marginale, eccentrico, minore a tutti gli effetti suo infelice concorrente. Se per caso quella persona ha letto l’articolo di Asor Rosa, si sarà rincuorata, avrà pensato di aver avuto ragione nel criticare un povero untorello come il sottoscritto. Ma dove vanno a finire i valori di un fronte di sinistra, di cui Asor Rosa, in astratto, si è sempre dichiarato sostenitore, mentre nell’esercizio critico risulta essersi sempre schierato a favore dei criteri dominanti?

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Attualità

Dom. 5-2-17 (elezioni)

Mi sembra che Renzi stia diminunendo la virulenza con cui nei giorni passati ha sostenuto la tesi di andare al voto subito. Dovrebbero aver contribuito a calmarlo su questa strada numerosi interventi, come quello del presidente emerito Napolitano, che ha esortato a lasciare che la legislatura vada fino al suo termine naturale nel ’18, e non dimentichiamo che lo stesso Renzi ha sempre sostenuto che, se fosse dipeso da lui, l’intero arco legislativo si sarebbe appunto concluso in modo normale. Al presidente emerito si è aggiunto il ministro Calenda, a far notare quanto sarebbe disastroso scatenare la turbolenza elettorale in un momento assai difficilee dlla nostra vita economica. E ci sono pure i sondaggi che confermerebbero un trend del corpo elettorale sfavorevole a un ricorso ravvicinato alle urne. Se vi si andasse, in molti indicano i rischi per Rezi: difficoltà di superare la quota del 40% per avere il premio di maggioranza, unita alla difficoltà di applicare lo stesso criterio anche al Senato. E dunque, ci sarebbe solo la prospettiva della “kleine koalition” con i pezzi di centrodestra disposti a fare il governo con lui, o con chi prendesse il suo posto. Meglio rimandare, e dedicarsi corpo e anima a portare a casa successi in campo economico anche solo come segretario del Pd, carica da potenziare. E in definitiva sarebbe anche un modo di accogliere la proposta di scindere i due ruoli, di capo del governo e del partito maggioritario nello stesso tempo, anche se sono proposte maliziose e anzi ostili, in quanto nei maggiori paesi occidentali, USA, Inghilterra, Francia, Germania, si dà una identificazione di quelle due funzioni. L’aspetto più deludente del governo Renzi sta proprio sul versante economico, col sostanziale fallimento del Jobs Act, e dunque ci sarebbe un grande lavoro da fare su questo fronte, in accordo coi tutti gli amministratori del partito.
Ma appunto Renzi si tenga stretto l’attuale incarico di segretario del partito, rispettando la scadenza normale di fine anno per andare a un congresso. Non segua i melliflui consigli di Cuperlo, anticipare il congresso sarebbe un agitare le acque del Pd in modo ancora peggiore che se si andasse subito alle elezioni. E pessimo pure il consiglio di Franceschini, inutile ripristinare le liste unitarie in vista del voto. I carrozzoni fatti di tante piccole frazioni hanno già dato tanto funesta prova di sé: costringendo al fallimento ben due governi retti da Prodi, e persuadendo Veltroni a fare da sé, ma non andando oltre un circa 30% dei consensi. Oggi forse, merito della politica renziana, si strapperebbe qualcosa di più, ma inutile rischiare, meglio aspettare, e darsi intanto a una condotta virtuosa.

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Arte

Hermann Nitsch e le sue orge salutari

L’ultimo venerdì di gennaio è ormai per me consacrato al richiamo in scena di uno dei protagonisti delle mie “Settimane internazionali della performance”, tenutesi dal 1977 al 1982 alla Galleria d’arte moderna di Bologna, quando era nel quartiere fieristico, e toccava proprio alle varie edizioni d Artefiera di allora fornire il necessario finanziamento, Anche oggi questi incontri si pongono nel quadro di Artcity, a sua volta collegata alle Artefiera dei nostri anni, mentre il limitato budget viene da Unibocultura. Non avrei mai potuto realizzare, allora, questi eventi, senza la piena collaborazione di Francesca Alinovi e Roberto Daolio, purtroppo in seguito scomparsi, e dunque è anche un modo di celebrarne la memoria. Il primo di tali incontri è stato dedicato a Marina Abramovic, che ponendosi nuda, assieme a Ulay, il compagno di allora, sulla porta d’ingresso della GAM aveva segnato la performance di maggior successo, ma al pari di un’altra di diversa natura, che aveva visto protagonista l’austriaco Hermann Nitsch, pronto a occupare Santa Lucia, allora una chiesa sconsacrata e allo stato di rudere, dove svolse una “azione” della durata di quattro ore. Negli anni precedenti non ero riuscito a riavere tra noi l’artista austraico per diverse ragioni, suo stato di salute, suoi precedenti impegni, fino al venerdì scorso 27 gennaio, sempre, come le altre volte, nell’Auditorium della Sala Borsa. Ad averlo finalmente con noi è intervenuto l’aiuto poderoso di chi da sempre gli è stato al fianco e lo ha gestito in ambito italiano, Peppe Morra, dalla sua Napoli che proprio con persone del suo calibro conferma di essere una capitale della cultura. Ma diciamo pure che la ragione principale per cui ho tardato a rivolgermi a questo numero uno, di allora e di oggi, era il timore della barriera linguistica, io non parlo tedesco, Nitsch, pur capendo l’italiano, non si sente in grado di usarlo in pubblico, la mediazione di un traduttore, che venerdì è stata fornita da un mio collega Roberto Rizzo, non ha funzionato nel modo migliore. E allora io mi sono sentito autorizzato a prendere in mano l’andamento del colloquio, ma sulla base di un prezioso materiale registrato che scorreva su maxischermo ripercorrendo i passi principali di una lunghissima carriera, iniziata fin dai primi anni ’60. Questa partenza dalle origini ci ha mostrato un Nitsch impegnato da subito in un ”action painting”, con l’inevitabile collegamento a Pollock e al suo camminare sulla tela collocata sul pavimento, facendovi sgocciolare il colore da un barattolo. Se si vuole, c’era subito una prima modifica, in quanto Nitsch preferiva porre la tela in verticale, per dare, ritengo, fin dall’inizio il senso di una implacabile caduta, o sgocciolio del sangue dal corpo di una vittima sacrificale appesa in alto. Infatti il suo rosso, più raramente alternato al giallo al verde al nero, non è affatto da intendersi nel senso di un monocromo. Niente in comune, per esempio, con il francese Klein, con Yves le monochrome, che col suo blu voleva suggerire un’atmosfera di estasi celestiale; e neppure col bianco di Manzoni, inteso a suggerire un atto di azzeramento. E a maggior ragione niente in comune con certi monocromi frivoli ed estetisti come quelli di Ettore Spalletti. Al contrario, dal repertorio dell’Informale classico, da cui il Nostro partiva, conviene ricordare subito Jean Dubuffet e la sua nozione di colore-materia. Questo il punto, il rosso nitschiano si riferisce al sangue, tanto che ben presto egli ha portato in scena corpi di pecore, quarti di bue, e grovigli di viscere, proprio per mostrare da dove venivano i suoi rossi malati, pronti poi a essiccarsi mutandosi in macchie spente. In altre parole, il “painting” è venuto meno, come lo stadio di un missile quando ha esaurito il suo compito, che è stato di mettere in orbita l’azione, da cui il vocabolo tipico per designare il movimento di cui Nitsch si è posto a capo, l’Azionismo, in definiva una variante o una diversa faccia del continente più vasto e generico della performance. Ma subito con qualche distinzione da fare. A differenza dei suoi colleghi di quel movimento, come in particolare Günter Brus e Rudolf Schwarzkogler, Nitsch non ha mai praticato l’autolesinismo, non ha mai fatto sgorgare sangue da se stesso, il che lo ha distinto anche dalle pratiche di molti autori della performance, come la stessa Abramovic. Più ancora, non ha mai ucciso animali in scena. Ovvero, la sua prassi è sospesa tra due estremi, per un verso, il sangue e gli altri elementi corporali sono usati come materiali “già pronti”, dotati quindi di una sospensione virtuale. Per esempio, se ci rifacciamo proprio all’Azione bolognese del ’77, l’artista ci aveva chiesto di procurargli cinquanta litri di sangue bovino e non so quanti chili di viscere animali, ma tutti presi dal pubblico macello, e non certo prodotti in loco. D’altra parte, è pur vero che egli vuole una tangibilità, una stretta materialità di queste componenti animali, vuole immergere le sue mani entro gli ammassi di budelle, allargare le ferite, gli squarci, pescarvi all’interno. Un’altra contraddizione è che egli si accinge a tutto ciò magari indossando una candida tunica, da sacerdote che si appresta a celebrare un rito. Naturalmente, bisogna subito rifarsi allo sfondo teorico di queste azioni, affidato a un testo chiave, l’”Orgien-misterien Theater”. Il tutto, infatti, mira a ricreare, qui e ora, un clima orgiastico, di festa dionisiaca della carne, che deve riportarci a Freud, forse, a mio avviso, il referente principale di questo universo. All’inizio di tutto, ci ricorda il grande Sigmund, c’è quella enorme centrale energetica che si può designare in tanti modi, ma in sostanza concordi: eros, libido, Es, principio del piacere, del resto prontamente ribaltabili nel loro contrario, in un principio di thanatos. Questa è l’orgia primaria cui le azioni nitschiane ci invitano, e che egli stesso celebra nella via più immediata e realistica, contro tutte le censure che il principio opposto, sempre secondo Freud, dell’Ego, delle autorità, del perbenismo, del senso comune della decenza e così via, sono sempre pronte a opporre. Tanto che in numerose occasioni queste Azioni devono essere messe al riparo dai rigori della legge e trasformate in eventi privati sottratti al controllo della polizia. Noi stessi, nel ’77, per evitare che quella enorme “messa nera” potesse configurarsi come un vilipendio alla religione di stato, poiché allora questo era lo status della religione cattolica, ci mettemmo sulla porta di Santa Lucia dando a ogni visitatore un tesserino di socio di un club privato.
Ma, venendo al nucleo centrale di questi problemi, le azioni di Nitsch sono una irrisione, o quanto meno un vilipendio del rito cattolico della messa? Non credo proprio, sono invece un porsi su quella stessa lunghezza d’onda, un combattere ad armi pari. Dobbiamo infatti ricordare che la “messa” altro non è che l’invio a Dio Padre di un’offerta di una vittima illustre, del Figlio, attraverso i suoi “veri” corpo e sangue, che compaiono sull’altare secondo un effettivo fenomeno di transustanziazione. Non si tratta di allusione simbolica o metaforica, ma di reale incarnazione, il pane, anche poi ingentilito nell’ostia, è proprio il corpo di Cristo, con invito a nutrircene, “prendete e mangiate”, e pure il vino, che il sacerdote è tenuto a bere, diventa davvero sangue. Curiosamente, seppure attraverso un dialogo non facile e scorrevole, Nitsch è sembrato non accogliere in pieno questo mio paragone, avanzato, sia ben chiaro, da ateo, però ammirato per la forza, la cogenza di quella identità proclamata. Al contrario, l’artista austriaco ha preferito dichiarare una sua discendenza dalla tragedia greca, che però, se non sbaglio, evitava di portare in scena i delitti, il sangue. Gli scannamenti avvenivano nel retroscena, per essere poi dichiarati al pubblico mediante lo strumento depurante della enunciazione linguistica. Ma Nitsch ha ragione quando pone l’accento sul concetto che è al centro della Poetica di Aristotele, e della tragedia che ne è il nocciolo portante, il concetto della catarsi, della purificazione che non si consegue allontanandoci timorosi e pudichi dagli eccessi, bensì affrontandoli, sperimentandoli, anche se attraverso quel livello virtuale pur sempre rispettato da Nitsch. Il tutto si può compendiare ripetendo la ben nota massima, “oportet ut scandala eveniant”. Mentre io aggiungevo queste mie riflessioni, il maxi-schermo continuava, fedele e ossessivo, a trasmettere le tante azioni del repertorio nitschiano, le tante crocefissioni, ovviamente anch’esse virtuali, e immersioni delle mani in ammassi di carne. Azioni anche accompagnate da opportuni complementi sonori, di laceranti fischietti, o di reboanti bande di ottoni, così da rispettare un altro dei massimi campioni della cultura di lingua tedesca, Wagner e la sua predicazione a favore di un’opera d’arte totale, di confluenza di tutte le arti.

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