Arte

Un consiglio al MAST: più posmoderno, per favore

Elisabetta Seragnoli è una abile e fortunata imprenditrice industriale di Bologna e dintorni che generosamente dedica una parte del surplus delle sue entrate ad opere di mecenatismo. In tale suo ruolo non le è mancato di recente un riconoscimento con visita da parte del nostro premier Matteo Renzi. Le sue iniziative benefiche si rivolgono al settore ospedaliero, ma non mancano di riguardare anche le arti, nel cui ambito ha voluto la costruzione di una Manifattura Arti Sperimentazione e Tecnologia, il che porta alla sigla MAST, secondo l’attuale brillante strategia di acrostici su cui oggi stesso insiste la “Lettura” del “Corriere”. Di tutto ciò il pubblico bolognese non può che manifestarle gratitudine ed encomio. Però, come si direbbe nel nostro dialetto, “brisa par criticher”, non mi sento di esimermi dal muovere qualche rilievo critico. L’edificio del MAST, affidato allo studio Labics di Roma (anche questo, suppongo, un acronimo), purtroppo risponde alle regole alquanto passate del Movimento moderno, rispetta cioè un’ortodossia alla Gropius e compagni Se fosse stato innalzato negli anni Venti, sarebbe un gioiello di cui Bologna potrebbe menare vanto. Si aggiunga che nello spiazzo esterno, in perfetto coerenza con questa scelta, si agitano le pale meccaniche di uno scultore alquanto estraneo ad ogni nostra tradizione quale Mark di Suvero. Inoltre, la dedica stessa di questo pur prezioso padiglione a celebrare le glorie dell’industria appare anch’essa alquanto demodée, considerato anche che al codice genetico di Bologna è estranea una presenza di imprese di industria pesante, di stampo macroscopico, le si addicono assai di più le imprese di taglio agile, quasi all’insegna del “piccolo è bello”, e di questa agilità e leggerezza, se non sbaglio, il ramo stesso in cui la Seragnoli eccelle è valida dimostrazione. Insomma, nel perseguire un simile pur lodevole progetto sarebbe stato opportuno concedere qualche spazio ai vari “post” del nostro tempo, validi sia per l’architettura che per l’industria.
Ma il MAST prosegue imperterrito nello svolgere la sua ragione istitutiva, ed eccolo infatti mettere in cantiere una Biennale del matrimonio tra la fotografia e l’industria, con l’intenzione, data la ferma fede nella bontà dell’iniziativa, di andare a coinvolgere tutta la città, piazzandovi ben 14 mostre dedicate ad altrettanti protagonisti di valore in questo campo, e collocate in varie sedi di indubbio prestigio nel centro storico. Già qui si dà una qualche ragione di imbarazzo, chi avrà tempo e voglia sufficienti per compiere un pellegrinaggio così fitto e impegnativo? Il bello è che la casa madre, il MAST stesso, presenta il piatto più debole, ospitando non uno dei campioni di alto valore, ma un’antologia dei premiati in edizioni precedenti, con atto di umiltà difficile da spiegare. Ma andiamo dunque a scorrere di fretta le varie presenze, una delle quali, dovuta a una firma nostrana di eccellenza, Gianni Berengo Gardin, forse insinua una sottile e beffarda contestazione dell’intento complessivo. Vi si vede infatti il numero uno della rivolta postmoderna a tutti i rigori e le regole del modernismo, Alessandro Mendini, invitato per l’occasione a indossare una rude tuta da operaio, lui che invece ama le evasioni frivole, concedendosi larghe dosi di kitsch. In genere, diciamo che il tema è valido purché ciascuno di questi fotografi titolati lo superi, prendendo in definitiva a schiaffoni i rigorismi puritani dell’industria pesante.
Ovviamente esulto di gioia quando vedo, nella sede nobile fra tutte della Pinacoteca nazionale, lo statunitense David Lachapelle (1963) che certo, nella sua escursione sistematica di tutti gli spunti della scena quotidiana, non manca di occuparsi anche di scintillanti agglomerati di raffinerie o altro, ma per mutarli in castelli incantati, o in astronavi sul punto di partire per favolosi viaggi nell’etere. Accanto a lui, il cinese Hong Hao (1965), in un’altra sede deputata quale il Mambo, ci offre abili e suadenti operazioni che però con l’industria nulla hanno a che fare, ma piuttosto con l’acribia di un topo di biblioteca che incastra libri, souvenirs e altro, a tappeto, a mosaico, nelle pareti di casa. Il canadese Edward Burtinsky (1955), in una sede sussidiaria ma ancora più nobile della Pinacoteca, Palazzo Pepoli Campogrande, se si vuole, ha qualcosa a che fare con l’industria, ma cogliendola in una fase prioritaria, quando si va a scavare in giacimenti tracciandovi solchi, quasi a significare un’invasione di extraterrestri, per prelevarne materiali che poi, sì, potranno servire per qualche operazione edilizia. Ma ci sono casi in aperta contraddizione con l’assunto industriale, quasi a denunciarne il carattere pretestuoso, per esempio nello statunitense Winston Link, attivo per intero nell’altro secolo, che documenta un villaggio in qualche profondo West, a stento raggiunto dal progresso di una locomotiva, contrastata da un cavallo in primo piano, e il cavallo, non proprio un fondamento del sistema industriale, domina anche in una foto dello spagnolo Pierre Gonnord (1988). E così via, in definiva potremmo siglare l’operazione con un titolo pirandelliano, tutto per bene, ma per favore, ci si tenga a prudente distanza dall’intento industriale, o almeno non lo si consideri esclusivo, e forse anche la palazzina modernista dovrebbe aprirsi a una più larga e spregiudicata perlustrazione dei sentieri della ricerca contemporanea, o postmoderna che dir si voglia.
Biennale di fotografia industriale, Bologna, MAST e altre sedi, fino al 1° novembre.

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