Arte

Urs Luethi, l’uomo grigio

La Galleria bolognese Otto di Giuseppe Lufrano mi fa ritrovare una mia vecchia conoscenza, l’artista svizzero-tedesco Urs Lüthi (1947) che avevo già esposto nel 1974 in una mostra a me particolarmente cara, “La ripetizione differente”, presso la Galleria Marconi, con cui mi è stato in genere riconosciuto il merito di aver anticipato molti temi dell’in seguito dilagante postmoderno, tanto da ritenerla meritevole di un remake, che Marconi, nel frattempo divenuto Fondazione, mi ha concesso due anni fa. Quella mostra si valeva di tutti i quattro livelli di cui allora, come ora, dispone quello strategico spazio milanese. Nell’interrato avevo previsto le opere, diciamo così, più pesanti o ingombranti, come una installazione famosa di Jannis Kounellis, tutta rivolta a richiamare in vita motivi storici e leggendari, la maschera greca, un flauto magico, un corvo saltato fuori dalle sacre strofe di Edgar Allan Poe. Accanto, e in contrapposizione con tanta statica maestosità, ci stava invece la performance volutamente frivola, o addirittura Kitsch, concepita proprio da Lüthi, un omaggio al fiore a sua volta più stordente nella sua magnificenza quale la rosa, in accordo alla quale l’artista stesso assumeva un aspetto androgino, per poter entrare in tanta manifesta gratuità. Le signore in particolare gradirono, e infatti si allontanavano dal luogo portandosi appresso qualche rosa “reale”, l’organizzazione non aveva badato a spese. In seguito e a lungo l’artista ha giocato attorno a quella sua invenzione con serie litografiche e opere derivate, finché almeno per lui è durato un “tempo delle rose”. Ma evidentemente, mezzo secolo dopo le cose sono cambiate, e per l’artista è venuta la stagione di essere “un uomo in grigio”, deciso a condurre una attenta esplorazione su se stesso, fino a concepire quello che, con libera parafrasi dal capolavoro fine-Settecento del francese De Maistre, potremmo intitolare un “Voyage autour”, non “de sa chambre”, ma “de sa personnalité”. In alcune maxi-foto lo vediamo infatti presentarsi nel suo stato attuale di triste pensionato, cui quindi davvero si conviene il grigio, e anche una certa sfiducia che valga la pena di mostrarsi di faccia, meglio allora girarsi indietro, ostentando però un nipotino tenuto in braccio, tenue filo di speranza e di apertura sul futuro, mentre una austera cartella completa la “mise” del burocrate fuori esercizio. E per ribadire che si tratta proprio di una “sinfonia in grigio”, accanto agli autoritratti a parete compaiono dei pannelli compatti, ricoperti di quella medesima tonalità di grigio che unifica e livella, chiudendo volontariamente ad ogni palpito di vita. Ci sono altre indovinate modalità, per completare questi quattro passi attorno al proprio attuale stato di esistenza. In alcuni ritratti l’artista ci si mostra come è attualmente, ma con gli occhiali fuori posto, come se fosse stato vittima di un’aggressione, o avesse ricevuto un manrovescio da parte di un malintenzionato, col che l’immagine grigia assume un tratto di goffaggine, di disordine. Un qualche indizio di allarme, misto però all’intento di condurre su di sé un’indagine meticolosa, ce lo dà la serie “Ex Voto-One Week” in cui sono mostrate le pillole che l’uomo ormai attempato deve prendere ogni giorno, offerte come in una mini-costellazione che sgrana in pittoresco disordine i corpuscoli delle medicine, con le loro tinte sobrie e contenute. E’ chiaro che ciascuna di quelle pastiglie è chiamata a rimediare a qualche menomazione fisica del soggetto, che però potrebbe non essere visibile. E allora il nostro arista ricorre a un mezzo eloquente, ci dà una serie di fantocci in alluminio che rendono visibili, eloquenti i malanni da cui il protagonista, o qualche suo “ipocrita visitatore, suo simile, suo fratello”, per dirla parafrasando Baudelaire, potrebbe essere afflitto. Spariscono cioè taluni pezzi del corpo, quasi a dichiarare che gli interventi curativi non hanno avuto effetto, o sono arrivati troppo tardi. E c’è pure la ricostruzione di un percorso anatomico, con gli organi resi trasparenti, in modo da poter valutare a occhio nudo le aggressioni del male e gli interventi curativi, in un modello lucidamente didattico che però si ferma a rispettare la testa, sede troppo complessa di organi per poterla esporre a sguardi indiscreti. Ma che anch’essa possa essere afferrata da un senso di disordine, l’hanno già detto quegli occhiali fastidiosamente spostati rispetto a una posizione corretta.
Urs Lüthi, Art is the Better Life, a cura di Elena Forin, Bologna, Otto Gallery, fino al 13 marzo.

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