Attualità

Dom. 15-1-17 (ambasciata)

Nel mio Domenicale scorso, dell’8 gennaio, denunciavo lo strano silenzio sceso all’improvviso attorno al fronte caldissimo della Libia, ora ho il piacere di vedere che nei giorni successivi questo si è riacceso, sulla nostra stampa nazionale, dando conto di fatti di grande importanza. Credo che sia stato un gesto giusto quello di riaprire la nostra ambasciata a Tripoli, precedendo quelle di ogni altro Paese. E’ stato un modo corretto di affermare il nostro diritto a interessarci per primi di quanto succede in quel Paese. Ma ciò comporta che dobbiamo inviare delle forze militari a presidiare quel nostro avamposto, sarebbe tragico se esso venisse preso di mira da bande irregolari, fino alla sua distruzione. Siccome siamo in buona armonia con il governo Serraj, che tale è con il timbro di garanzia dell’ONU, dovremmo avere da esso una piena approvazione a una misura dl genere, che anzi dovrebbe venire estesa. Visto che si è fatta quella scelta, nonostante l’evidente debolezza di Serraj sul piano militare, non resta che dargli forza, ancora una volta con l’invio di contingenti militari sotto la benedizione dell’Onu per tutelarne la sopravvivenza. Sarebbe un disastro se Serraj dovesse soccombere dietro qualche attentato o insurrezione, cosa invece assai probabile se appunto non intervengono forze adeguate a sostenerlo.
Ma resta il grave problema dell’altro governo, diretto da Haftar, che oltretutto si è pronunciato pesantemente proprio contro la nostra decisione di riaprire l’ambasciata a Tripoli. Qui credo che ci sia poco da fare, non si può scalzare questa autorità, che gode della protezione dell’Egitto e della Russia di Putin. Forse la soluzione migliore è di accogliere il suggerimento a suo tempo avanzato da Paolo Scaroni, ex-ad dell’Eni, che dunque della Libia è stato tenuto a occuparsi in profondità per i forti interessi del suo Ente in quella regione. Meglio cioè praticare una divisione consensuale tra le due Libie, quella attorno a Bengasi e Tobruk, a Est, e l’altra della Tripolitania. E’ ingiusto e prevaricante sostenere una divisione di quello Stato? Ma se i suoi cittadini sono i primi a metterne a repentaglio l’unità, come possono gli stranieri farsene paladini? Non sarebbe, questa pretesa di difendere un’unità in cui non credono gli abitanti stessi, un gesto donchisciottesco, e soprattutto insostenibile? Evidentemente, non è possibile alcuna politica in Libia volta fermare le partenze dalle sue rive dei poveri trasmigranti verso le nostre coste, se non otteniamo il consenso e la collaborazione di entrambe le entità politiche oggi esistenti.

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