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Carol Rama, un eccesso di eclettismo

Ricevo dalla Galleria fiorentina Il Ponte una cartella contenente 35 riproduzioni di opere di Carol Rama (1918-1997) che suppongo essere in mostra, con invito implicito a prendere in considerazione il caso di questa artista. Purtroppo, a differenza di molti miei colleghi che si sono dichiarati “pentiti” di averla trascurata quando era in vita, io devo confermare la trascuranza, il silenzio con cui ho reagito alla sua attività, ben diversamente da quanto ho fatto in altri casi. Mi sono accorto in ritardo dell’importanza di Maria Lai, ma poi non ho mai mancato di dedicarle un posto di riguardo, per quel “racconto del filo”, come titolava una meritoria mostra al Mart, che da lei è partito, intrecciandosi, solcando lo spazio, irretendolo, intrigandolo in mille modi. Sono poi stato da lungo tempo un buon sostenitore di Carla Accardi, fin da quando, mi pare nel 2002, le ho fatto dare il Premio Belluno Cortina Artista dell’anno, ammirandone la fantasia illimitata nell’ordire i suoi arabeschi, e anche nell’affidarli a una straordinaria varietà di materiali, tra le due e le tre dimensioni. Qualche attenzione l’ho pure riservato per Marisa Merz, unica donna nel gruppo dei Poveristi torinesi, coi suoi animaletti contratti, viscerali, come altrettanti insetti, lumache, o lucciole di terra. Ma Carol Rama, no, scorgo in lei, e queste 35 tavole me lo confermano, un eclettismo sconclusionato che saltabecca da un versante all’altro delle ampie possibilità consentite dai tempi in cui ha vissuto. Forse il meglio si trova quando anche lei, come una Lai in versione di superficie, scarabocchia sul foglio dei grumi informali, mozziconi di scritture del tutto private e indecifrabili, di gusto post-informale. Ma poi, in alternanza o opposizione con questa scelta stilistica, la vediamo tentare anche le vie di una figurazione quasi di specie naif, molto rozza e provvisoria. Comunque, questi sarebbero tentativi di stare nell’arengo di opzioni vivaci e mordenti, ma mi sembra prevalere la sua frequentazione del Movimento Arte Concreta, con un geometrismo che allinea sagome, pezzulli, quadratini di tutte le forme, talvolta anche sommergendoli in un nero luttuoso, quasi sulla scorta di Burri. Per questa via, quantitativamente prevalente, la Rama costeggia altri esiti, c’è in lei l’estro libero con cui pure Giulio Trcato frequentava desinenze di carattere geometrico, ma sempre pronto a variarle, e comunque a farle scattare con mano sicura. E forse c’è pure un costeggiamento, o una precedenza, rispetto alle aste che con industriosa diligenza traccia nello spazio un torinese molto più giovane di lei, Giorgio Griffa. Il tutto però praticato senza che vi si possa rintracciare un sistema, una regola, la conferma di scelte stilistiche abbastanza ferme e costanti. Forse è un mio difetto andare alla ricerca della presenza, negli artisti che prendo in esame, di caratteri di questa natura, ma sono fatto così, e dunque lascio volentieri Carol Rama all’ossequio di altri, non è cosa adatta ai miei mezzi e strumenti di giudizio.
Carol Rama, 35 opere, a cura di Bruno Corà e Ilaria Bernardi. Firenze, Il Ponte, fino al 9 febbraio.

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