Arte

Una mostra raccomandabile

Confesso che intendevo evitare una visita della mostra dal titolo assurdo di “Una dolce vita?”, al Palaexpo di Roma, temendo di imbattermi in qualcosa di più o meno sociologico attorno agli anni postbelllici di Via Veneto di felliniana memoria, ma, andato sul posto, con grande sorpresa vi ho trovato una esauriente risposta al vero tema indicato nel sottotitolo, “Dal Liberty al design italiano 1900-1940”, perfetta sintesi di quei decenni di gloria, con eccellente correlazione tra le opere di pittura e scultura e quelle uscite da arredatori, procedendo dal Liberty, come annuncia il sottotitolo, su su fino al Razionalismo anni Trenta. Da notare che sono stati anni segnati da tragedie quali la guerra mondiale, i disordini sociali ad essa seguiti e infine l’imporsi della dettatura fascista, anni dunque da dirsi altro che dolci, bensì amarissimi. Eppure, nonostante tanti drammi, il nostro Paese in quel plesso cronologico è stato creativo, e dunque, semmai, questa mostra era da intitolare al “Made in Italy” e da spedire a Milano, dove avrebbe fatto da degna cornice dell’Expo più di quanto gli organizzatori locali si siano affannati ad accumulare, con gli esiti incerti di cui ho fatto cronaca su queste mie pagine clandestine. Assai curiose poi e perfino misteriose sono le vie attraverso cui questa perfetta sintesi si è costituita. Sembra che dall’esterno noi non ci affrettiamo solo a chiedere in prestito capolavori altrui da Musei in pausa temporanea, ma anche quanto ci riguarda. Infatti questa mostra è stata concepita da Guy Cogeval, quando era direttore del Musée des Beaux Arts a Montréal, Canada, prima di divenire presidente del parigino d’Orsay, e bisogna anche riconoscere che aveva dato al tutto un titolo assai più rispondente, “Modo italiano”. Approdando a Roma, la rassegna ha avuto qualche opportuno angelo tutore, tra cui Paola Maino, perfetta conoscitrice del Liberty di casa nostra. Di cui compaiono capolavori perfino poco visti, come gli arredi flessi e snodati di Carlo Bugatti, messi a efficace confronto con le impennate angeliche di Gaetano Previati o con le figure sbisciolate, nei manifesti, di Leonardo Bistolfi. Infatti tra i pregi della mostra sta anche il fatto che pittori e scultori vengono qui convocati non in nome di loro generiche prestazioni a tutti note, ma con pezzi che consuonano con gli oggetti di arredo, in un ben lubrificato connubio. Pittori anche altissimi come Boccioni e con lui i compagni di ventura del consorzio milanese non compaiono, per i ben scarsi contributi da loro recati alle arti applicate, mentre, come è giusto, un vasto spazio viene assegnato a Balla, il vero dominatore della seconda fase del Futurismo, con accanto il fedele e competitivo scudiero che ebbe in Fortunato Depero, e ci sono pure tanti altri eccellenti comprimari, che a dire il vero da tempo abbiamo tratto dai depositi, quali Prampolini, Dottori, Diulgheroff, Evola, ecc: Ma tornando indietro, trovano il giusto posto altre figure, magari penalizzate proprio perché allora non si presentarono con volti “tutti d’un pezzo”, ma apparvero alquanto compromesse tra una purezza di esiti artistici e invece la mescolanza con avventurosi esiti “applicati”. Caso supremo, in tal senso, quello di Duilio Cambellotti, che meriterebbe un’ ampia retrospettiva a tutto tondo, più di quanto non si sia fatto fino ad oggi, nei suoi geniali andirivieni tra esiti grafici e incursioni nel campo del mobilio e in altre manifestazioni decorative. Giusto poi che Vittorio Zecchin sia lasciato libero di incantarci coi suoi scintillanti mosaici, e che Felice Casorati possa dispiegare il suo tripudio ornamentale, prima di castigarsi nella assorta immobilità della Metafisica, andando a ritrovarvi l’assoluta eccellenza dei Dioscuri, ferocemente congiunti e antitetici, Giorgio De Chirico e Alberto Savinio. La nostra magnifica carovana passa per tutti questi traguardi di piena riuscita e procede con passo fermo. Giunge l’ora dell’Art Déco, che ha un protagonista insuperabile in Gio Ponti e nelle sue porcellane concepite per la Richard Ginori, ma poi è capace di saltar fuori dalla casella narcotizzante del “ritorno al classico” per raddrizzare le curve e divenire pronubo del design moderno. Anche altri sostano in quella tappa, restii ad abbandonarla, e sono gli ormai pienamente riscattati membri del gruppo Novecento, da Sironi a Oppi a Funi, accompagnati anche dal maggiore dei nostri scultori, Arturo Martini, capace di plusvalenze, di gloriosi transiti per tante stazioni sempre illuminate dal suo talento. Lo spirito della Metafisica o del richiamo all’ordine in seguito si imborghesisce, accetta un bagno nella prosaicità per merito di Antonio Donghi, cui giustamente nella mostra viene dato un rilievo assoluto, fino ad assegnargli l’immagine in copertina, con quel giocoliere che sa tenere in magica sospensione un cilindro sostenuto da una bacchetta. E’ lo stesso magico equilibrio che sottende l’ultima accoppiata di questo percorso dialettico, la diarchia tra i “monumentalisti” anni Trenta, guidati da Marcello Piacentini, e invece i cultori di “Astrazione e Razionalismo”, titolo dell’ultima sezione, dove ancora una volta i pittori, Soldati, Rho, Radice, risultano del tutto affiatati con i loro colleghi architetti e designers, quando finalmente questo termine si può usare, da Terragni a Pagano a Albini a Scarpa. E c’è pure uno scatto in avanti, fino ai nostri giorni, in cui spunta l’alba del postmoderno per merito della iridata “Poltrona di Proust” concepita da Alessandro Mendini.
Una dolce vita? Dal Liberty al design italiano 1900-1940, a cura di G. Cogeval, B. Avanzi, L. de Guttry, M.P. Maino. Roma, Palaexpo, fino al 17 gennaio, cat. Skira.

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