Letteratura

Moresco: un “Addio” al solito ridondante

Purtroppo Antonio Moresco c’è cascato ancora. Ho appena finito di deplorare le mille e più pagine degli “Increati” usciti l’anno scorso, che già egli ci propone, pur in misura ridotta di un terzo, “L’addio”, ma incorrendo nel medesimo reato di bulimia incontenibile, di mancanza di freni, di stancanti ripetizioni senza un briciolo di controllo. E dunque, si rinnova in me, e suppongo in altri, la deplorazione per non ritrovare più in lui il magnifico estensore dei “Canti del caos”, l’opera del 2009 in cui compendiava un più che decennale laboratorio colmo di ottimi esiti, da porlo in squadra con Aldo Busi nella pratica di un forte, incalzante espressionismo, a sua volta erede di qualche traccia del miglior Gadda. Ma a dire il vero già in quell’”opus magnum”, verso la fine, baluginava il sospetto che il cavallo di razza stesse per “rompere”, passando da un trotto ben registrato a un galoppo frenetico e smodato, come mi avveniva di osservare, con qualche preoccupazione per il futuro di questo narratore, recensendolo su “Tuttolibri”. Poi mi era stata data ancora licenza di recensire il successivo “Gli incendiati”, 2010, prima che la mia collaborazione a quel supplemento venisse “rottamata” d’ufficio (di chi e per quali colpe mie?). Già a quell’altezza Moresco usava e abusava di una invenzione in sé ingegnosa e passibile di valide applicazioni, che era di praticare una specie di equipollenza tra la vita e la morte, con personaggi che appunto trapassavano tranquillamente, ma continuando a fare dall’altra parte quanto erano abituati a praticare finché erano rimasti tra di noi, e dunque le due facce del cosmo risultavano un po’ troppo paritetiche. Mi è rimasta in sospeso una recensione al successivo “Lucina”, 2013, dove già compariva un ingrediente che avrebbe potuto essere la carta vincente di questa ultima prova, cioè l’inserzione di una presenza infantile che emette deboli segnali di sussistenza inducendo il narratore a una laboriosa ricerca. Ma poi, anche in quell’occasione si giungeva a scoprire che il bambino era deceduto, senza che nulla cambiasse nel ritmo di vita, suo e di ogni coetaneo, e dunque era tenuto a recarsi ogni giorno a scuola, come avrebbe dovuto fare se fosse stato ancora nel mondo di qua. Moresco infatti frequenta, magari senza ammetterlo, la narrativa e il cinema dello horror, nel che non c’è nulla di male, ma dovrebbe studiare un po’ meglio i marchingegni attraverso cui i maestri del genere, Stephen King per il versante cartaceo, il regista Alejandro Amenàbar de “Gli altri” per quello filmico, insegnano come si può superare la soglia fatale.
Infatti in questo “Addio” il dato più noioso e insostenibile è l’assoluta eguaglianza dei due universi. Il protagonista, tale D’Arco, agente di polizia, confessa fin dalle prime battute di essere stato ucciso, crivellato di colpi che lo hanno ridotto a un colabrodo coprendo di cicatrici la sua pelle, ma del regno dei morti di cui ora è abitatore non sa dirci nulla di essenzialmente diverso da quello dei viventi, nell’uno e nell’altro si accalcano le medesime folle sterminate, disperse in strade e abitazioni che condividono il medesimo squallore. Non solo, ma ad aggravare la sostanziale identità tra i due universi, e dunque la caduta di un decisivo valore narrativo nell’evocarli, ci sta anche la facilità, o diciamo meglio l’indifferenza con cui il nostro D’Arco passa dall’uno all’altro, qui appunto il nostro narratore dovrebbe inventare qualche marchingegno per rendere difficile il passaggio, o quanto meno per legarlo a determinate regole da rispettare, evitando che il transito si riduca a una passeggiata indifferenziata, come lanciare in aria i due versi della stessa medaglia, senza riuscire a distinguerli.
L’altro elemento che potrebbe dare spessore ed emozione alla vicenda è un lontano pigolio di bambini che si lamentano, nel che evidentemente Moresco si ricorda della “Lucina” sopra menzionata, trasferendo la minuta testimonianza infantile da un ambito di segnaletica luminosa a uno di natura acustica, e diciamo pure che quegli sparuti gridi di un’infanzia maltrattata, come esili pigolii di nidiate di uccelli sottoposte a minaccia, funzionano abbastanza bene, e qualche interesse lo provoca pure l’ingegnosa “caccia al tesoro” con cui il defunto cerca di reperire da dove vengano le deboli risonanze. Lo scoprire che quei fanciulli sono stati vittime di nefande torture fa scattare in lui la natura del vendicatore, col proposito di rientrare nel nostro mondo dove imperversano i malvagi oppressori della povera infanzia. Accanto a D’Arco, c’è pure uno di quei bambini che lo aiuta e si erge a difensore spontaneo della sua condizione umana così oppressa e perseguitata. Ma poi, posti in scena questi elementi che potrebbero movimentare la storia, Moresco cade nel solito difetto di una ridondante moltiplicazione di effetti speciali, di scontri e duelli senza fine, tra la coppia vendicatrice e i “cattivi” che li assediano da tutte le parti, come in un film di Tarantino, ma senza i colpi di genio del regista statunitense.
Antonio Moresco, L’addio, Giunti, pp. 274, euro 15.

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Arte

Le ingegnose acrobazie di Roberto Barni

Oggi stesso si chiude alla Malborough di Madrid una personale dell’artista pistoiese-fiorentino Roberto Barni (1939) dal titolo “Derecho a revès” (“Dritto su rovescio”?). Se questa fosse una sede cartacea ufficiale, non mi sarebbe lecito parlarne perché evidentemente mancherebbe a qualsiasi lettore la possibilità di andare a vedere di persona, ma siccome si tratta di una sede del tutto privata e virtuale, posso ben affidarle un commento a posteriori, per onorare un caro e stimato amico, fin dagli anni Sessanta in cui, assieme ai compagni Umberto Buscioni e Gianni Ruffi, ha costituito la Scuola di Pistoia, eccellente contributo al panorama della Pop Art in Italia, anche se i tre hanno sempre dovuto scontare il peccato di vivere in periferia e di venire talvolta trascurati. Tra loro, Ruffi è stato il più fedele alle sue invenzioni plastiche, a gara con Pino Pascali e in anticipo su Maurizio Cattelan. Infatti esse hanno sempre giocato sull’operazione di tradurre in forme concrete, tridimensionali, certe frasi metaforiche, come “La luna nel pozzo”, o “La via lattea”, quest’ultima, per esempio, affidata a una scia di contenitori tetrapak con dentro il liquido casalingo. Buscioni è rimasto fedele a un suo stile che è sempre stato di scorticare le immagini, come gli indiani scotennavano le loro vittime, anche se con gli anni questi accurati prelievi, di epidermidi felicemente policrome, hanno abbandonato una chiassosa attualità “popolare” andando a saccheggiare le risorse museali, cioè immagini sacre e preziose. Qualcosa di simile ha fatto anche Barni, passando quasi a militare nel fronte degli Anacronisti e andando a costituire immagini nobili, di gusto “gotico” o manierista, lunghe, affilate, dinoccolate, con teschietti aguzzi, appuntiti. Ma forse l’aspetto più efficace di questo suo mutare di pelle sta nell’essere passato dalle due alle tre dimensioni, nell’aver affidato cioè queste icone stilizzate alla scultura, e in una delle sue versioni più tradizionali, il bronzo, magari ulteriormente nobilitato da patine tali da conferire alle statuette un’aura magica. In sostanza, Barni si è procurato una specie di regolo, di componente primaria, con cui procedere poi a costruzioni ardite, degne di raffinati esercizi acrobatici, come in un circo i cui adepti ci appaiono pronti a ogni equilibrismo. Magari c’è in questo un qualche riferimento al Circo di Calder, o alla magrezza estenuata delle stele erette da Giacometti. Ma appartengono del tutto a Barni l’agilità, l’estro con cui questi suoi gnomi in senso contrario, affetti cioè da una estenuazione straordinaria, movimentano lo spazio, montando in groppa gli uni sugli altri, come a costruire castelli di carte, e sfidando le leggi della statica. Basterebbe poco per vedere quelle tenui costruzioni afflosciarsi di colpo, tanta è la sfida alle buone leggi della stabilità. Infatti non di rado alcune di quelle icone filiformi si mettono di traverso, bloccando la crescita delle altre secondo una verticalità regolare, e dunque posta sotto la protezione delle leggi di gravità. O addirittura in qualche caso una di quelle creature, più spregiudicata di altre, entra nel coro ma a testa in giù. Oppure si dischiude un bel gioco alterno tra gambe divaricate e altre che invece si stringono su un unico asse, col che l’intera stringa assume l’andamento di una specie di onda vibrante, a fasi alterne, di anse e di restringimenti. Viene quasi la voglia di chiedere all’autore il permesso di partecipare a quel gioco, di variare cioè le posture di quella folla di figurette, non fosse per il peso delle fusioni in bronzo che in genere si assestano attorno al metro di altezza. Ma certo almeno a un livello virtuale a un tale gioco, di una specie di “ questo l’ho fatto io”, si può partecipare, anche da lontano, come sto facendo io stesso in questo momento.

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La Biennale del disegno a Rimini

La Biennale del disegno di Rimini, giunta alla seconda edizione, sta assumendo proporzioni imponenti, merito di Massimo Pulini che l’ha voluta, nelle sue tre vesti, di Assessore alla cultura del Comune adriatico, di docente all’Accademia di belle arti di Bologna e di artista in prima persona, ben coadiuvato dalla principale sua collaboratrice, Annamaria Bernucci. Questa manifestazione guarda alla madre di tutte le Biennali, quella di Venezia, riprendendone la formula del decentramento in una pluralità di spazi, anche se beninteso le varie sedi riminesi non possono competere in magnificenza con quelle della Serenissima, ma hanno anche loro vari titoli di nobiltà, ben valorizzati dall’uso multiplo e di volta in volta appropriato che ne viene fatto. Si potrebbe pure dire che l’iniziativa riminese batte perfino la rivale in quanto abbraccia un arco storico di eventi artistici, come ne dice il titolo generale: “Da Guido Reni a Francis Bacon, da Andrea Pazienza a Kiki Smith”, e non è un bluff, questi autori prestigiosi sono davvero reperibili, tra le centinaia di presenze, di cui certo non potrò dare un elenco completo. Ma soprattutto il pregio migliore dell’iniziativa è di andare ben oltre i limiti del genere, di un disegno affidato a mezzi tradizionali come la matita o l’inchiostro o l’incisione. I partecipanti superano spesso e volentieri questi confini avvalendosi dei materiali più vari, e spaziando oltre i confini, infatti alle pareti o nelle stanze compaiono anche fumettisti, street artists e tante altra trasformazioni in atto, ben al di là del limitato identikit che sembrerebbe appartenere a questo mezzo nella sua conformazione più solita.
Un itinerario da consigliare a un visitatore potrebbe prendere le mosse da Castel Sismondo, in definitiva lo spazio più nobile e onusto di memorie tra i molti mobilitati per l’occasione, e come giusto, dedicato a presenze storiche, rintracciate in via diretta o tramite collezionisti, come è il caso della Collezione Ramo, col cui aiuto compaiono opere grafiche di Adolfo Wildt, Fortunato Depero, Domenico Gnoli, Enrico Baj, Maria Lai. Ma poi i curatori, Annamaria Bellucci in prima fila, intervengono in proprio, ed ecco gli appunti segreti ritrovati nello studio di Mario Sironi, che permettono di capire da dove venivano i suoi grandi, e così attuali, murali. Felice l’intitolazione data a una serie di disegni dello scultore Rambelli, il numero due, dopo Arturo Martini, nell’intera scultura del primo Novecento: “Il volume del segno”, straordinaria infatti è la forza con cui il tracciato grafico, nell’opera del Romagnolo, ruotando su se stesso, e spinto da una incontenibile bulimia, si rende adiposo come un pallone gonfiato. Andando verso la Piazza Centrale, merita una capatina il Teatro Galli che chiude il magico quadrilatero, dove si può ammirare una selezione del numero uno tra i nostri fumettisti, Andrea Pazienza, con la sua fantasia mobile e imprendible, pronta a dare stoccate in ogni direzione. Anche la nobile Biblioteca Gambalunga fa la sua parte, ospitando i lavori iniziali di Pino Pascali. quando lavorava per la pubblicità, e schiacciava le immagini riducendole a delle “sottilette”, per poi procedere a dare loro un’ampia volumetria “in alzato”. Accanto, un grafico per la pelle come Tullio Pericoli, che si porta dietro questa vocazione anche quando la rimpingua con la pittura. Ma certo, il cuore della Biennale si trova nel Museo della città, che ha ingoiato i tre piani di un vecchio ospedale rendendoli del tutto simmetrici ed equipollenti tra loro, e così apprestando una delle più ampie sedi espositive del nostro Paese, con una serie di stanze e corridoi, dove le presenze, a decine, si possono presentare al meglio, magari staccandosi dalle pareti e invadendo perfino i pavimenti, o allargandosi in ampi murali. Pullni e Bernucci si sono presi un piano a testa, lasciandone uno al Losavio, gallerista modenese. Qui, tra presenze ignote che si scoprono con piacere, ne ritrovo altre ben note, provenienti da tutte le generazioni presenti e passate, e dalle più varie tendenze, saluto quindi di passaggio Carlo Cremaschi, Ericailcane, Francesca Ghermandi, Alessando Pessoli, Nicola Cucchiaro, Laurina Paperina, Vittorio D’Augusta, membri di un coro giustamente polifonico, ognuno intento a suonare il proprio strumento. Come se non bastasse l’occupazione sistematica di tutti i luoghi urbani possibili, questa Biennale davvero vorace va a piantare le sue bandierine perfino in località vicine, come Longiano, Cortignola, Sogliano, con un coraggio che non si riscontra neppure nella regina madre, la Biennale veneziana.
Rimini 2016. Profili del mondo, Rimini, sedi varie, fino al 10 luglio.

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Attualità

Domenicale 1-5-16

A Matteo Salvini si addice il proverbio “chi troppo vuole nulla stringe”. Il leader della Lega credeva di aver messo nell’angolo Berlusconi contrapponendo alla timida e infelice candidatura di Bertolaso quella in apparenza più appetibile di Giorgia Meloni, ma il conduttore di FI si è liberato dalla tagliola correggendo la rotta e puntando su Marchini. Il risultato sicuro di questo dissidio, lo si può prevedere, è che né l’uno né l’altra andranno al ballottaggio, e dunque i candidati Pd e Cinque stelle se la dovranno vedere tra loro. La bizzosa e intemperante Meloni può mettere il cuore in pace e magari dedicarsi a mandare avanti con cura la sua gravidanza. A questo proposito, converrebbe distinguere, certo nessuno può vietare alle donne di conciliare la presenza della maternità coi diritti-doveri di una carriera politica, o in genere lavorativa, ma il condurre una gestazione nei mesi di una accesa campagna elettorale non sembra molto opportuno, se a dettarlo non interviene una gigantesca ambizione, ora bocciata dai fatti e dall’aver tirato troppo la corda.
Un copione del genere, di sconfitta della destra, si riproduce, o si è già prodotto altrove, e la cosa è consolante per ogni persona di sano intendimento che tema il successo di partiti xenofobi e antieuropeisti. In Francia l’apparente successo della Le Pen è stato scongiurato dal fronte comune degli altri partiti che hanno saputo isolare la mela guasta. Si può scommettere che un esito del genere si ripresenterà nel ballottaggio di domenica prossima in Austria, anche là una alleanza dei partiti dell’arco costituzionale farà fronte comune a favore del candidato dei verdi contro il successo effimero del destrorso Norbert Hofer.
Accantonati questi scontri avviati verso soluzioni confortanti, si profila massiccia e invadante, nel nostro Paese, la questione del referendum favorevole o no alla riforma costituzionale voluta da Renzi, con relativa spaccatura dei fronti. A questo proposito ho trovato confortante il responso emergente da uno dei talk show promossi dalla Gruber, che ha visto opposti il direttore esonerato dal “Corriere della sera”, Ferruccio De Bortoli, e Mario Calabresi, subentrato a Ezio Mauro nella direzione di “Repubblica”, un cambio della guardia su cui, come mi è già capitato di dire, i nostri salotti televisivi, loquaci e bravi se si tratta di pestare l’acqua nel mortaio e di ripetere fino alla noia l’inutile, hanno prudentemente taciuto. Per fortuna il primo se n’è andato visto che, pur nel suo linguaggio felpato, alla fine si è pronunciato per un no al referendum, il che sarebbe un risultato disastroso per il nostro Paese, condannato a non concludere mai nulla, a vivere di continui rimandi e “slittamenti”, il governo Letta ci ha insegnato in proposito. Invece Calabresi, pur anche lui con prudenze tattiche, si è espresso per il sì, confermando che davvero al quotidiano fondato da Scalfari qualcosa è cambiato, non so infatti se sia Scalfari, sia il rimosso Mauro, di fronte a un quesito del genere sarebbero altrettanto espliciti.
Sempre in merito a questo passo, incombente nel nostro futuro, è riemersa la solita questione di Verdini e compagni, come se, di fronte a un referendum, non si predicasse da tutte le parti che il voto si deve considerare libero e di coscienza, sottratto alle strette logiche dei partiti. Ma si sa che il fare il viso delle armi a Verdini è una delle tante mosse in cui gi eredi della tradizione comunista tentano di recuperare terreno strappandolo all’avversario storico costituito dalla socialdemocrazia, che con terrore panico vedono risorgere dalle ombre del passato, dopo averlo creduto sconfitto per sempre. Si aggiunge anche l’ipocrisia del sostenere che non bisogna personalizzare lo scontro, mutarlo in un referendum pro o contro Renzi, come se così non fosse, e non si trattasse di andare a giudicare la sua azione sul più grande dei suoi interventi decisionisti.
Sempre a proposito di questo inevitabile scontro finale, sorprende la diversità dei sondaggi. Quelli che fornisce Mentana ogni lunedì nel telegiornale della Sette insistono a dire che in un ballottaggio finale i Cinque stelle prevarrebbero sul Pd, mentre un altro, fornito da Pagnoncelli e pubblicato sul “Corriere”, darebbe un risultato inverso. Io ritengo più probabile quest’ultimo, dato che sui Cinque stelle convergerebbero senza dubbio i nemici a oltranza di Renzi, come la Lega e tutte le gradazioni della sinistra massimalista, quella che considera una iattura il veder prevalere da noi la socialdemocrazia, ma i berlusconiani tra i due mali credo che opterebbero per il renzismo. Forse c’è qualcosa di vero quando si accusa Berlusconi di aver favorito, col cambio di cavallo dell’ultima ora, la candidatura Giachetti su quella Cinque stelle. Sarebbe un modo per rientrare nel solco di un bipolarismo corretto e temperato.

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Letteratura

Bronte: il professore sfida Jane Eyre

Impresa meritoria, quella dell’Editore Fazi, di averci proposto un’opera considerata minore, “Il professore”, della narratrice inglese Charlotte Brontë (1816-1855), appena più anziana per pochi anni rispetto alla sorella Emily. Di loro mi sono occupato in un mio saggio di vasto raggio, come è nella mia abitudine, che da Defoe procede diritto fino a Tolstoj, nel nome della “Narrativa europea in età moderna”, edito da Bompiani, che da un momento all’altro lo manderà al macero, senza neppure darmene avviso con la proposta di comprarne le molte copie giacenti a prezzi stracciati. In quel mio studio mosso da ambizioni totalizzanti c’era posto anche per la terza delle scrittrici inglesi dell’epoca, George Eliot, un trio superbo, che nella quantità, congiunta alla qualità, confermava in definitiva la superiorità della produzione d’oltre Manica rispetto a quanto nello stesso secolo erano riusciti a fare i francesi, che sul versante femminile riuscivano a mettere in campo la sola George Sand. Riconosciuta l’opportunità di far conoscere anche ai nostri lettori questo romanzo, non si può però sottoscrivere un parere riportato nel retro del libro, emesso dall’autrice stessa, secondo cui quest’opera sarebbe “ il punto più alto della mia scrittura”, ricco di “più essenza, più sostanza e più realtà che in buona parte di Jane Eyre”. No, non è facile sovvertire certi giudizi confermati nel tempo, e bisogna anche guardarsi dallo spirito protettivo dei genitori, indotti spesso a correre in difesa dei figli che l’opinione pubblica considera più deboli e gracili. “Jane Eyre” resta il punto più alto della produzione di Charlotte, a cominciare dalla buona ragione che la protagonista è donna come lei. Invece in questa prova alternativa la scrittrice tenta di porsi nei panni di un maschio, William Crimsworth. Ma il tentativo di spostamento sessuale del protagonista è riuscito solo al fondatore inglese dell’intero genere, al Defoe, superbo e sicuro anche quando entra nei panni di Moll Flanders e di Lady Roxana. Qui invece, finché a dominare c’è l’eroe al maschile, scorgiamo in controluce esitazioni e insicurezze, mentre poi quando al termine compare una figura femminile, questa ci appare davvero provvidenziale e risolutrice, come una Jane Eyre chiamata in soccorso, ma forse troppo tardi per l’economia complessiva del romanzo.
Beninteso in partenza sia il “professore” William, sia Jane, vengono messi nella stessa posizione, che è di infelicità e fatica di vivere, come era sorte comune nei decenni centrali della modernità, in cui dominava quello che, nel mio saggio sopra ricordato, definivo l’”homo oeconomicus”, e dunque, guai ai vinti, a coloro che nascevano con poca roba, quasi privi di eredità da genitori troppo presto scomparsi, lasciandoli in balia di padrini e madrine dispotici e tirannii o, come in questo caso, di un fratello maggiore, spietato nel perseguire il proprio utile e nel degradare il povero congiunto al rango di misero sottoposto, senza alcuna concessione alla voce del sangue. Le due storie procedono in parallelo destinando entrambi gli eroi a guadagnarsi il magro pane attraverso un’attività didattica, che parte anch’essa nel segno delle privazioni e umiliazioni, ma poi conosce sprazzi di fortuna, fino a esiti insperatamente positivi Bisogna riconoscere che la parte centrale di questo romanzo è la migliore, dato che William trova un posto decoroso di insegnante in un istituto privato in Belgio, a Bruxelles, accolto apparentemente in modi accondiscendenti da un mellifluo Monsieur Pellet, che però lo relega in una angusta stanzetta, lo sottopone a un cibo mediocre e ripetitivo, e gli fa tappare una finestrella da cui il professore potrebbe rallegrarsi lo spirito gettando occhiate fugaci su un cortiletto riservato alle allieve di un contiguo collegio femminile. Ma c’è di più, infatti per un colpo di fortuna (le regole strette dello “struggle for life” possono subire eccezioni) il nostro professorino viene addirittura ammesso a dare lezioni, ovviamente di inglese, a signorine di buona famiglia, alcune delle quali, però, spocchiose, fiere del loro buono stato di fortuna, gli rendono l’insegnamento assai difficile, e ci si mette anche la direttrice di questo gineceo, Mademoiselle Reuter, con una condotta ambigua. Il Nostro non riesce a capire se vi sia implicata una offerta di relazione sessuale o no. D’altra parte, approfittando della specola offerta dalla sua cameretta, egli scopre che in realtà i due ipocriti si parlano, sono in combutta. Ma tra le varie allieve compare anche il “brutto anatroccolo”, il cigno nero, tale Mademoiselle Henri, che a tutta prima si presenta in veste modesta, insignificante, perché esercita un mestiere manuale, e dunque viene accolta quasi per pietà. Ma in sostanza, forse inconsciamente, l’autrice ha rintracciato in lei l’equivalente di Jane Eyre. Infatti, come avviene nel capolavoro, in cui la protagonista, poco alla volta, si risolleva dalla sua posizione inferiore e di sottomissione al signore del castello giungendo fino a un rovesciamento delle parti, così pure in questa vicenda sarà proprio la figura in apparenza minore ad acquistare grinta, importanza, a sollevare William da tutti i suoi stati di bisogno e di sofferenza, fino a rendergli la vita confortevole e sopportabile. Volendo, si potrebbe pure rintracciare, sempre in punteggiato, una parte rispondente a quella che, nell’altro romanzo, è impersonata dal signore del castello, bizzoso, ipocondriaco, ma in definitiva davvero affezionato alla debole eroina che si è presentata alla sua porta. Anche qui, accanto a un William sempre bisognoso di soccorso compare un facoltoso Hundsen che in parte ostenta di disprezzarlo, ma non manca mai di assisterlo al momento buono. Ce lo dice infatti tutto il decorso della narrativa moderna, con relativo dominio delle ferree regole dell’economia. Ogni tanto interviene un deus ex machina, magari nella forma di un’eredità imprevista, a sollevare dalle peste i poveri anatroccoli e a trasportarli “in più spirabil aere”.
Charlotte Brontë, Il professore, Fazi Editore, pp. 298, euro 18.

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