Letteratura

Lucarelli e un suo peccato, forse non mortale

Continuo a esprimere diffidenza e dubbi sugli esiti di uno dei nostri giallisti tra i più pregiati, Carlo Lucarelli, non cedendo al ricatto dell’abbondanza di riferimenti topografici e culinari alla mia stessa città, Bologna, di cui questo autore è prodigo, per lo meno nella serie intestata al Commissario De Luca. Avevo già espresso dubbi e riserve a proposito di un suo romanzo precedente, “Intrigo italiano”, li devo confermare pure per l’ultimo uscito, “Peccato mortale”, magari col rischio di ricalcare le pagine di un unico cahier de doléances. E’ curiosa e impropria la mania del nostro autore di andare a piazzare le sue vicende in anni fin troppo caratterizzati da fatti socio-politici in cui la trama del giallo rischia di perdere di incidenza, tanto che può sembrare una pedanteria, proprio da parte del Commissario, stare a perdere tempo nello sbrogliare la sua piccola matassa, mentre attorno il mondo gli cade a pezzi. Come proprio è il caso soprattutto di questo recente prodotto, si pensi che esso si situa tra il ’43 e il ’44, scandito da eventi terrifici, caduta di Mussolini, presunta fine del conflitto, ma presa del potere da parte dei nazisti, il tutto inframezzato da disastrosi bombardamenti, come se la città petroniana fosse soggetta a periodiche e inesorabili scosse sismiche. Si immagini quali e quanti rivolgimenti, nel passaggio da un potere all’altro, infieriscono su un piccolo impiegato dello stato, a complicare la vicenda, tanto che in qualche misura anche il lettore si sente di dover ripetere l’accusa irosa e ironica nello stesso tempo che amici e congiunti dell’investigatore gli rivolgono: chi te lo fa fare, in tanto sconquasso? Naturalmente noi possiamo rivolgere la stessa domanda incredula all’autore: chi te lo fa fare di mescolare le carte, di imbastire la tela modesta di certi fatti cruenti nel bel mezzo dell’accumularsi di fatti straordinari? Ma certo i crimini che stimolano l’indagine del nostro Commissario sono di insolita gravità, non indenne da una buona carica di umor nero. Si tratta infatti del ritrovamento di due delitti simmetrici: un corpo senza testa, subito seguito da un successivo ritrovamento di una testa decollata con cura da un tronco. A complicare oltretutto le cose sta il fattoi che si tratta di individui diversi. Devo dire che queste due macabre scoperte hanno una loro forza, però destinata a diminuire via via che l’indagine prosegue e fa i suoi progressi, anche se il nostro commissario deve agire tra mille difficoltà, trovandosi alle prese con mutamenti istituzionali tali da mettere nei guai la sua stessa posizione. Ma purtroppo, con l’avvicinarsi della soluzione, la terribilità dei misfatti rientra in un ordine comprensibile, i due decapitati erano entrambi dei cittadini stranieri internati in un campo profughi, desiderosi di recuperare i denari che erano stati costretti a lasciare nelle banche dei paesi d’origine, da qui la decisione sciagurata di mettersi nelle mani di persone di malaffare per effettuare il recupero di queste somme, dietro promessa di compensi. Ma i malviventi capiscono che è molto meglio far fuori i due malcapitati e troppo fioduciosi così da impadronirsi direttamente di quel denaro, andando poi a investirlo nientemeno che in una partita di cocaina. Confesso in proposito la mia imperizia in merito, forse a differenza di Lucarelli, ma mi chiedo se con ciò non siamo di fronte a uno di quei soliti goffi tentativi di retrospezione che in genere vengono commessi da chi si lascia tentare da uno scenario storico, per quanto ravvicinato. La cocaina allora era già quel prodotto vincente, tale da stimolare ogni ghiotta manovra per appropriarsene, come poiu è divenuto al giorno d’oggi? Vero è che al centro di questa trama delinquenziale Lucarelli pone il solito figlio debosciato del solito nobile, e dunque la rarità del consumo, per quegli anni, può trovare giustificazione nella snobberia, nel “noblesse oblige” di un esponente della Bologna bene. Attorno a lui c’è tutto un balletto di delinquenti, tali per professione, o attratti da ingordigia, da prospettive di facili guadagni, tra cui, neanche dirlo, non sono certo estranei i rappresentanti delle forze dell’ordine. Tanto che il povero De Luca, oltre a perseguire i vizi della società bene, si deve guardare alle spalle, resistere a colpi bassi, a depistaggi e insidie. Il tutto in un panorama di deliziose visite a osterie e trattorie e cibi che magari a un petroniano come me possono provocare qualche sollucchero, qualche crescita di succhi gastrici, ma che cosa possono mai dire a un lettore di diversa ubicazione? Resta poi aperto il quesito di quale mai sia il “Peccato mortale” del titolo, io chioserei che esso consiste nella pervicace pretesa dello scrittore di servire due padroni nello stesso tempo, l’affresco storico-geografico e il crudo evento delittuoso, che però non sembrano coesistere nel modo migliore.
Carlo Lucarelli, Peccato mortale, Einaudi stile libero, pp. 248, euro 17, 50.

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