Arte

Courbet, capostipite di realismo e di impegno

Il ferrarese Palazzo dei Diamanti dedica una mostra molto corretta e completa a Gustave Courbet (1819-1877), interrompendo una sua assenza dal nostro Paese che durava da circa un mezzo secolo: dimenticanza, disaffezione incredibili, se si pensa quanto invece in anni recenti siamo stati assediati da mostre a ripetizione sugli Impressionisti francesi, che pure tutti considerano usciti da una sua costola. Ma evidentemente l’astuto promotore dell’assedio impressionista nei nostri musei, Marco Goldin, non ha amato molto un simile personaggio, troppo robusto e severo, troppo impegnato. Del resto, anche nel dedicargli questa ben condotta retrospettiva, perfino i curatori hanno ritenuto doverne attenuare l’immagine, agganciandolo alla nozione di “natura”, forse temendo che parlare per lui di realismo fosse troppo ingombrante, e suscitatore di inopportuni fantasmi. Ma invece è proprio la nozione di natura, soprattutto se scappasse la tentazione di associarle l’epiteto di “morta”, a stare molto stretta, a questo artista, che pretendeva di agire con totale ampiezza e libertà di mosse, così da dare un posto di rilievo alla propria immagine, in forti autoritratti, anche se immersi in ambienti di natura. La componente umana ebbe sempre un ruolo dominante, nella sua pittura, e dove magari questa presenza si allentava, sopperiva ampiamente quella degli animali, cavalli, cani pronti allo scatto muscolare, selvaggina, anche in questo caso non “morta”, non posta a fare bella figura di sé in mense imbandite, ma al contrario fieramente zampettante negli intrichi boschivi. Del resto, Courbet fu un punto fermo non solo per chi partendo da lui voleva guardare in avanti, verso gli Impressionisti, ma soprattutto indietro, a rilanciare di riflesso le fortune del realista numero uno di tutta la storia dell’arte, il Caravaggio, magari non dimenticando di passare anche per i casi di Rubens, Rembrandt, Velàzquez. Forse fu una personalità perfino troppo forte, per cui il suo paesaggismo scartò fin dall’inizio le visioni pacate, soleggiate, mediterranee di Corot, volto piuttosto a stabilire, seppur da lontano, un patto di alleanza con i protagonisti della Scuola di Barbizon, con i loro folti boschivi, con le chiome degli alberi squassate dal vento. Ai muri vegetali il suo territorio d’origine, e da lui sempre amato, la Franca Contea, aggiungeva ugualmente pesanti strati geologici, rocce dalle fiancate poderose, come del resto quelle di donne e animali, che si stringevano a morsa sui primi piani, assediandoli, ingolfandoli, e determinando anche di riflesso una tavolozza terrosa, fangosa, ocracea, da cui Courbet non riusciva a fuggire neppure, quando, in qualche fase della sua carriera, andò a piazzare il cavalletto sulle coste della Normandia, a contemplare le onde del mare, avanzanti in fitta schiera, anch’esse pronte ad agitare nei loro vortici la rena, e dunque ad apparire pure loro sporche, fangose. Questo senso di una densità di cose e tessuti è anche il tratto distintivo tra questo padre, difficile, faticoso da reggere, e i figli impressionisti, più svelti e disinibiti, che ben compresero come si dovesse alleggerire la presa, ricorrere a colori più liquidi, trasparenti. Proprio in Normandia avvenne lo scontro tra Courbet e il più giovane di lui, di quasi un’intera generazione, James Mc Neill Whistler, personaggio quasi apolide, quasi a rendere più scorrevole il sangue nelle sue vene, e soprattutto a stemperarlo, in visioni di mare azzurrine, che si comunicavano anche alle presenze femminili. I due, il padre e il figlio putativo, in quelle località marine si disputarono perfino un amore, nella persona di una giovane, Marie Jo, dai capelli fulvi. Vincitore fu il più giovane tra i due, che sapeva trattare l’icona femminile con un senso di vaporosiità e di eleganza quali le erano dovuti, pronto anche ad accogliere tra i primi qualche suggerimento dalle stampe giapponesi che stavano arrivando in Occidente, e che davano lezioni su come impaginare proprio le azioni umane. E proprio Whistler, e a sfida con lui Edouard Manet, ne seppe prontamente approfittare, nel narrare le scene di vita urbana, o di scampagnate nei dintorni. E’ significativo il riscontro tra come Courbet tratta due signore in libera uscita proprio in natura, ma portandosi dietro la pesantezza degli abiti, con tutti gli immancabili fronzoli, e in definitiva calcando il suolo con tutta la pesantezza dei loro corpi, laddove, nello stesso momento, Manet sa raccontare una scena per tanti versi simile nei modi leggeri, per sagome quasi piatte, sforbiciate in un tessuto compatto, dandoci il suo famoso “Déjeuner sur l’herbe”. Al confronto Courbet è sempre serio, per non dire serioso, o usiamo anche un termine ancor più fatidico, è “impegnato” nella realtà, perfino nelle componenti che le danno più consistenza, i fattori del politico e del sociale. Si sa quanto egli si compromise con la Comune, militando orgogliosamente tra le forze della sinistra incipiente, incitandole a distruggere il cimelio dell’ancien régime, la Colonna Vendome, fino a venire punito con la condanna all’esilio, che se ne andò tristemente a consumare in Svizzera, non mancando però di specchiarsi nelle acque al solito melmose, al suo sguardo, del Lago Lemano, o di sogguardare da lontano i picchi innevati del Monte Bianco. E’ curioso, ma anche esaltante, ricordare che il capofila della corrente da lui avversata, il David infaticabile promotore del Neoclassicismo, fu pure lui costretto a morire in esilio, a Bruxelles, accomunato con quel suo lontano oppositore nel disprezzo verso un regime conservatore. Solo che David si batteva in difesa del suo idolo, Napoleone, mentre Courbet fu il vendicatore dei torti del lontano parente, di Napoleone III, detto anche il Piccolo. Ma entrambi hanno onorato come meglio non si poteva la causa dell’”impegno”.
Courbet e la natura, a cura di Maria Luisa Pacelli, Vincent Pomarède e altri. Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 6 gennaio, cat. autoedito.

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