Letteratura

Moravia prende la poesia a sberle

Sono un vecchio e convinto lodatore di Alberto Moravia, in continua polemica con i miei compagni della cordata neoavanguardista, a cominciare dal mio fratello maggiore Angelo Guglielmi, che invece in lui hanno visto un corruttore, fatti salvi gli Iniziali “Indifferenti”, un campione di ogni lenocinio. Per parte mia ho sempre coltoin lui una resistente linea di sperimentalismo, anche se indubbiamente costretta a scendere a qualche compromesso con la sua esuberante volontà di essere prima di tutto, costi quel che costi, un narratore. Ma rientra in pieno nella sua intelligenza che si sia voluto anche poeta, come ora scopriamo con qualche meraviglia per l’uscita di un consistente nucleo di liriche, di cui si aveva scarsa e incerta notizia. Ma beninteso il primo termine da smentire è proprio quello di “lirica”. Moravia ha ben compreso che il suo stesso talento lo obbligava a prendere la poesia “in gran dispitto”, precisamente a sberle, a insulti, erigendo una barriera contro ogni rischio di scadere appunto in un facile lirismo, o, come si usa dire, di esprimersi in “poetichese”, e da non dover provare in alcun modo, quella che venne anche detta “vergogna della poesia”. Il suo acre razionalismo gli imponeva, come atto inaugurale e imprescindibile, di rinunciare a tutta la macchina ingombrante della metrica e derivati, di riportarsi a enunciazioni scabre, minimali, con brevi emissioni, appena una parola, o un mozzicone di frase. Per questa via si dà una curiosa “coincidentia oppositorum”, dato che un simile esercizio poetico brutale, in apparenza rozzo, ridotto al lumicino, viene a incontrarsi coi versetti a loro modo invece culti e raffinati di un Ungaretti. Anche in queste brevi e nude, quasi bibliche enunciazioni, insomma, si può cogliere una specie di “allegria” di un naufrago. In fondo Moravia gioca sapientemente sulla variazione di scala che gli consente la pratica dei due generi letterati. Il narratore è costretto ad affidate la sua superba analisi esistenziale, l’assillante sentimento di noia, di male di vivere a quello che usualmente si dice uno sviluppo diegetico, di trama. Deve cioè “fare lungo”, magari annacquare il prodotto, che è quanto i suoi avversari gli rimproverano, essendo nemici per principio di ogni meccanismo di trama, di racconto. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano invece di questo esercizio ridotto ai minimi termini, dove l’autore fa i conti da vicino, e senza alcuna intercapedine, coi dati di fondo della sua vita e della sua morte, messi a nudo, condotti attraverso un continuo, implacabile masochismo applicato a se stesso, il che lo porta ad associare i suoi casi esistenziali a certe affinità, metafore, similitudini reperite frugando tra i valori più degradati e volgari della realtà. Una specie di esercizio ascetico, come indossare un cilicio, trasformare i versetti quasi in strumenti di tortura, in chiodi per crocifiggersi, salvo però a versare sulle piaghe qualche balsamo, ma per ricominciare subito daccapo.
Alberto Moravia, Poesie, Bompiani, pp. 203, euro 16.

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