Letteratura

A Savinio è vietato l’accesso al “magico”

Essendo stato invitato da Francesco Muzzioli a partecipare con un saggio a un numero della rivista “L’illuminista” dedicato al Realismo magico, ho anticipato su queste pagine due abbozzi relativi ad autori che ho ritenuto necessario far entrare nella mia scelta di rappresentanti di un simile filone, Tommaso Landolfi e Elsa Morante, dichiarando pure che un caposaldo di questa linea resta per me il Giorgio De Chirico di “Ebdomeros”. Ci si può meravigliare che invece in questo ambito io non ne collochi il fratello Andrea, noto con lo pseudonimo di Alberto Savinio. Non è una dimenticanza, bensì una esclusione consapevole, che ora vado a motivare, seppure in breve. Si sa che Andrea era il secondogenito, esposto ai guai che usualmente investono chi in famiglia viene a trovarsi in una situazione del genere. Perso presto il padre, i due fratelli si trovarono assoggettati a una madre autoritaria, che scommise, ripose tutta la sua fiducia su Giorgio, condannando quindi il minore a una situazione di inferiorità, escludendolo da quella sorta di paradiso di eccellenza, di rigore stilistico in cui il primogenito poteva collocare le sue creazioni, in pittura e le altre molto più rare in prosa, ma con totale omogeneità tra le une e le altre. O in altre parole Giorgio poté superare lo specchio di Alice, penetrare in un regno “altro”, di perfezione asfittica, magari pure trasportandovi oggetti di assoluta banalità, ma purché anch’essi subissero un bagno nobilitante. Il fratello Andrea-Alberto fu invece abbandonato su questa terra, magari a inseguire le orme del maggiore, ma col divieto di sollevarsi in alto. Se insomma al primo erano concesse le evasioni in verticale, il secondo doveva crogiolarsi nelle impurità, nei vizi ed errori della nostra comune umanità, ma in questa dimensione egli poteva saccheggiare ogni tesoro, attingere ad ogni risorsa. L’esito di questa diagnosi è che il Savinio prosatore non ha accesso al “magico”, ma è libero di darci delle cronache, delle testimonianze di vita piene di nutrimento, ricche di ogni possibile nota di sapore sensoriale, di pronta cattura di odori, di piaceri della tavola, di referti meteorologici e paesistici, senza naturalmente dimenticare le avventure erotiche. Naturalmente, in questo ampio repertorio ci sta pure la possibilità di allegare di volta in volta qualche dotto riferimento alla mitologia, o a dati storici, di cui la cultura di Savinio era perfettamente dotata. Ma questi sconfinamenti non intendono, o non riescono mai a dilatarsi appunto in una dimensione “altra” o “magica”, restano come affascinanti complementi, allo stato quasi di aggettivi, o meglio, di “apposizioni”, per rendere più colorata la prosa, però tenacemente radicata ai dati esistenziali, pronta a fornire riscontri toccabili con mano, anzi, respirabili, apprezzabile perfino col palato. Tutto ciò trova conferma fin dalla prova di esordio, l’”Hermafrodito” pubblicato nel ’18, cui tante altre prove avrebbero fatto seguito. In queste pagine siamo introdotti a null’altro che a un viaggio avventuroso, narrato in prima persona, di un giovanotto che nell’ultimo anno della Grande Guerra viene trasferito da Ferrara verso la Grecia, con ampie cronache, colme appunto di fragranti e flagranti dati sensoriali, accumulati nelle lunghe e sonnolente tappe compiute in treno, con soste, incontri fortuiti, passeggiate di terra, imbarchi su navi, storie di brevi amori, di giacigli di fortuna. Uno smagliante abito di Arlecchino che fa di Savinio il capostipite, o comunque, al di là degli anni, forse il rappresentante più tipico di tutta una serie di viaggiatori da riportare al suo esempio, di protagonisti della “prosa d’arte”, dei “capitoli”, perfino del rondismo. Ci stanno, in questa ricca serie di comprimari, che ovviamente meriterebbe un numero a sé stante dell’”Illuminista”, nomi notevoli come Giovanni Comisso, Bruno Barilli, il Cecchi dei “Pesci rossi!, e si potrebbe perfino varcare la linea divisoria tra le due metà del secolo, aggiungere alla lista un prosatore capace di agitare una ampia tastiera come Aldo Busi. E dunque, si aprono per Savinio molte possibilità di compenso, anche dopo avergli vietato l’accesso al “magico

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