Arte

Giambattista Tiepolo e la sua rivoluziine “chiarista”

L’enorme complesso espositivo che, per la fusione di varie sedi bancarie nel cuore di Milano, si può fregiare, quasi per antonomasia, dell’appellativo di Gallerie d’Italia, proprio in virtù della sua massima estensione può assumere compiti che per altre sedi sarebbero insostenibili. E’ il caso, ora, di una rassegna dedicata a Gianbattista Tiepolo, con un titolo, una volta tanto, accettabile, in quanto si limita a designare alcune tappe geografiche del vasto percorso dell’artista, in crescendo e con dilatazione progressiva: “Venezia, Milano, l’Europa”. Compito immane, in quanto l’artista veneziano è stato soprattutto un affrescante di enormi estensioni parietali, e dunque i dipinti da cavalletto ne riducono certo la portata, anche se integrati con abbozzi, disegni, dipinti preparatori, come avviene nella presente rassegna. La quale, non so se con qualche calcolo, si pone a staffetta con la mostra appena inaugurata a Naoli, Capodimonte, dedicata a Luca Giordano, che del Tiepolo è l’annunciatore, il prologo, l’apripista. Tra i due si compie una entusiasmante staffetta, nel nome di una medesima riforma, o rivoluzione, consistente nel liberare gli esiti dell’età barocca dal pesante strascico del tenebrismo, delle tinte fosche con cui si presentava, per allagarle invece di luce, in un “chiarismo” programmatico, il che potrebbe anche segnare la svolta da un barocco pieno e cupo verso il cosiddetto barocchetto o rococò. In ogni caso, si tratta, per entrambi gli artisti, di segnare la tappa finale di una evoluzione durata almeno due secoli, dopodiché sarebbe divenuto necessario cambiare il corso delle cose. E magari a ciò si adopra già uno dei figli di Giambattista, Giandomenico, qui presente ma assieme ai fratelli meno illustri, e senza che se ne evidenzi il forte distacco dalle orme paterne. Naturalmente queste mie riflessioni sono il frutto di una visita del tutto virtuale, che avviene grazie ai mezzi elettronici, giustificata dallo stupido, vergognoso divieto emesso dal Ministro Franceschini, che pure dovrebbe essere il difensore dei beni culturali, ma che di fatto, intimando la chiusura delle mostre, le equipara alle sale dei bigliardini e dei giochi d’azzardo. Scorrendo il catalogo, pur con le difficolta provocate da una visione on line, che non surroga affatto il poterlo sfogliare in buona consistenza cartacea, trovo subito un perspicuo affaccio tra un dipinto del Piazzetta, un San Jacopo, gravato proprio dal tenebrismo che ne tarpa le ali, ricacciandolo nella bolgia infernale del Seicento più cupo, mentre al confronto un “Martirio di San Bartolomeo” del Tiepolo spicca il volo, si alleggerisce, si tuffa in tinte argentee, azzurrine, prepara cioè la grande mutazione che l’artista da giovane realizza soprattutto a Udine, nei mirabili affreschi dell’Arcivescovado, segnando subito un vertice, su questa strada di alleggerimento, di tinte che sembrano quasi acquerellate, tanto sono liquide, dilaganti, trasparenti. Poi c’è senza dubbio la via dei successi a catena, ben elencati nel titolo della mostra, il passaggio a Milano, da cui vengono recuperati numerosi dipinti distaccabili dalle pareti, quindi inizia il grande periplo europeo, con le ben note tappe a Würzburg, e il trionfo finale a Madrid, dove Giambattista muore sul lavoro, ma è il canto del cigno, in quanto quella sua maniera, pur trionfale, sta per essere aggredita ai fianchi da un ben diverso genio, Goya, il quale capisce che per salvare quei lattei fantasmi bisogna quanto meno fargli incontrare un processo di schiacciamento, con conseguente accentuazione dei tratti fino a varcare la soglia di un espressionismo avanti lettera. In mezzo, ci sta appunto l’intelligente mediazione di Giandomenico, che capisce bene come quella popolazione di figure paterne veleggianti nell’aria devono ormai atterrare, prendere ferma stanza al suolo, svestire le maschere del mito o delle Sacre Scritture per indossare costumi più vicini alla quotidianità, e magari volgerci perfino le spalle, abbozzando un gesto di rifiuto nei confronti di una persuasione retorica troppo manifesta. Di quel risoluto voltarci le spalle sarà erede, di lì a poco, un altro e ben più risoluto annunciatore del contemporaneo quale Caspar David Friedrich. Queste sapienti, ricche, senza dubbio proficue antologie promosse dalle Gallerie d’Italia hanno assunto come loro conduttore quasi fisso Ferdinando Mazzocca, che anche in questa circostanza guida il carro, ma restando vittima della sua specializzazione, che gli si può riconoscere soprattutto nel caso di un tardo erede del mondo tiepolesco, quale Francesco Hayez. Ma la vastità tiepolesca d’impianto, somministrata con toni leggeri, aerei, magicamente fruscianti nello spazio, in quel tardo continuatore diviene un trattamento pesante, pedissequo, a gara con le oleografie che frattanto si stanno diffondendo. E beninteso in mostra non c’è solo la pretesa di infilare i testi dissonanti di un Romanticismo nostrano che tradisce gli aspetti migliori di quella stagione, ormai assunti dalla Francia di Géricault e di Delacroix. il nostro Mazzocca, come gli avviene anche nelle rassegne che cura al San Domenico di Forlì. è vittima di una bulimia che lo spinge ad affollare le sue mostre di tante presenze via via calanti nel valore, nel prestigio, di un’Italia che non riesce a rimanere in linea con i grandi valori espressi nelle sue età dell’oro.
Tiepolo, Venezia, Milano. L’Europa, a cura di F. Mazzocca e A. Morandotti. Milano, Gallerie d’Italia, fino al 21 marzo. Cat. Skira.

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