Letteratura

Avallone: un gioco combinatorio che mostra la corda

Continua la mia bocciatura verso narratori che pure vivono a Bologna, ma che non riescano a esercitare su di me una sufficiente “captatio benevolentiae” per attirare un parere favorevole (di cui del resto sono perfettamente in grado di infischiarsene, data la mia presente nullità). Il più censurato da me è Marcello Fois, che del resto, siamo sinceri, da Bologna è renitente a ricavare qualche frutto, preferendo saccheggiare la sua nativa Sardegna. Nei confronti dei Wu Ming sono altalenante, Paolo Nori mi irrita per il suo compiacimento a trattare il vuoto spinto. Forse i gialli di Lucarelli, quando appunto ambientati in una Felsina corrucciata e invernale, qualche simpatia me la attirano. E poi, beninteso, c’è il consenso quasi sempre rinnovato per la felice pattuglia dei tempi di RicercaRe, Brizzi, Vinci, Verasani. Silvia Avallone appartiene alla prima categoria, degli sfruttatori abusivi della città in cui, a quanto pare, risiede, e dove produce i suoi romanzoni, quasi una serie combinatoria, dove in genere compaiono gli stessi motivi, ma con arrangiamenti variabili. Male il suo esordio con “Acciaio”, di due ragazzine condannate a vivere in un triste ambiente proletario, da ricordare gli sfondi pauperisti giù cari a Pasolini e Testori. Invece nella seconda opera, “Marina Bellezza”, si era avuto l’inserimento di un aspetto nuovo, una di queste creature “fiori del fango”, appunto la Bellezza eponima, aveva fatto carriera, come lo si può fare ai nostri giorni, diventando cantante di grido, così da creare un divario di fortuna col ragazzo del cuore, cui in definitiva, in quell’opera, ne era anche affidato il salvataggio, per il suo legame abbastanza autentico con a un Piemonte rustico e selvaggio. Infatti una ragione che potrebbe costituire il lato valido della Nostra non sta nei soggiorni bolognesi, con relative frequentazioni universitarie, in cui tenta di rubare la battuta a Silvia Ballestra, mancando però totalmente della sua leggerezza di mano. In realtà l’intero suo repertorio sta in sospensione tra i legami per un verso con Biella, e in genere col Piemonte, e per un altro verso con una località molto più a Sud, forse la Piombino degli inizi. E ritornano le due fanciulle, anche questa volta legate da un’amicizia tanto forte da dare il titolo all’intera impresa. Una delle due, Elisa, è di basso profilo, sbalzata fuori da una Biella intesa proprio come “natio borgo selvaggio”, costretta ad ambientarsi in un paese più caldo e accogliente. Là si incontra con Beatrice, che viene fuori pari pari da Marina Bellezza. O meglio, mentre Elisa si attiene al suo modesto profilo. l’altra, quasi per miracolo, per colpo di bacchetta magica, senza che l’autrice spieghi bene in quale modo, e senza che neppure l’amica del cuore se ne accorga, diventa una diva dello spettacolo, sale nel cielo del successo mediatico, quasi scordandosi della compagna di un tempo, con cui ha condiviso anni quasi di bohème appunto a Bologna, dove fra l’altro le ha rubato il fidanzato. Chissà, la nostra Avallone avrebbe potuto slanciarsi fuori dalle acque basse di un neorealismo più o meno rinnovato, attingere alle rive del mistero, del giallo. Infatti ovviamente i media si interrogano sulla misteriosa scomparsa di quella diva dell’ultima ora. Se la Avallone se avesse letto per esempio “Allegoria di novembre”, del grande Palazzeschi, avrebbe avuto la giusta imbeccata per fare il salto di categoria, per passare nel regno del mistero. Invece, dopo il periodo di latitanza, Beatrice si fa viva di nuovo, come se niente fosse successo, e dà all’amica ritrovata un appuntamento con cui si ritorna al clima casereccio e provinciale di partenza. Le due si rivedono, tutto come prima, la nostra coppia è pronta a ripartire per qualche nuova avventura, ma dal sapore risaputo e ripetitivo.
Silvia Avallone, Un’amicizia, Rizzoli, pp. 454, euro 19.

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