Letteratura

Durastanti: un affascinante gioco dell’oca

In merito alla cinquina di quest’anno al Premio Strega, mi ero già espresso “antemarcia”, e alla luce del sole, ovvero in uno scritto uscito a stampa sull’”Immaginazione”, a favore di Scurati e del suo “Mussolini”, considerandolo destinato quasi per ufficio a riportare il primo premio. Invece mi sono espresso negativamente in questa sede, temo del tutto privata e priva di riscontri, sul secondo e terzo arrivati, su una Benedetta Cibrario, gessosa, rachitica, che nelle sue ricognizioni storiche riesce a non centrare i grandi obiettivi che pure le si offrivano, Mazzini a Londra, Cavour e Vittorio Emanuele II a Torino, limitandosi a casi minori e trascurabili. E pure Marco Missiroli mi è apparso un affannato narratore degli intrighi della “famiglia aperta” dei nostri giorni, in cui sa muoversi invece con grande sicurezza la Romana Petri dei “Pranzi di famiglia”, non per nulla da me premiata con un “pollice recto” di prossima uscita. Forse un giorno mi occuperò dell’ultima arrivata, Nadia Terranova, ma ora voglio dedicare un pieno consenso a Claudia Durastanti, di cui confesso di non aver letto niente fino ad oggi, ma la sua “Straniera” è convincente, ci avverto un’aria consonante con le mie amate testimoni di RicercaRE, Rossana Campo e Simona Vinci. Molto utile lo schema assunto in quest’opera, che è di farla consistere come in tante figurine o stazioni di un enorme gioco dell’oca, con cui l’autrice si affranca da una precisa sequenza cronologica, ma passeggia in su e in giù negli anni di vita della protagonista, e anche nei vari luoghi da lei frequentati, con una campionatura di incredibile larghezza. Infatti di volta in volta il personaggio che dice io in prima persona si trova a vivere in qualche natio borgo selvaggio del nostro profondo Sud, tra miseria e degrado, cui seguono improvvisi allargamenti d’orizzonte che ci portano nella Grande Mela o a Londra., E la categoria fondamentale dello “straniamento” accompagna ogni membro di questa affascinante scorribanda, si tratti del mutismo da cui sono affetti i genitori della protagonista, o di stati di alterazione dovuti al ricorso alla droga, o a innamoramenti improvvisi e precari. Traggo dal testo una definizione di grande efficacia di un simile perenne stato di distanza dalla normalità, secondo cui essere straniero è come “un colpo di pistola che ci siamo sparati di persona” (p. 179). In definitiva, concedendosi un simile statuto di costante nomadismo, la Durastanti raggiunge un vantaggio proprio rispetto alle due scrittrici sopra da me evocate, che al confronto appaiono condannate a condizioni più sedentarie, la Vinci a muoversi, seppure con ampio sguardo, nella “bassa” emiliana, la Campo in una Parigi entro cui si arresta il suo libertinaggio, mentre la loro allieva, inconsapevole, non dichiarata, forse neppure da loro accettata, si muove con assoluta scioltezza, come un cavallo che sa saltare con grazia e leggerezza i vari ostacoli, o come un giocatore di “shangai” che sa estrarre i vari bastoncini senza farne crollare il cumulo.
Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo, pp. 285, euro 18.

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