Arte

Fameli: un’indagine ben condotta

Tra i giovani critici di nuova generazione spicca Pasquale Fameli (1986), con un ragguardevole curriculum accademico alle spalle, svolto presso l’attuale Dipartimento delle arti dell’Università di Bologna (dottorato e post, specializzazione, in attesa di titoli ulteriori). Come tutti, ha un’intensa attività di presentazioni e articoli on line, ma non disdegna affatto il cartaceo, inteso come approdo a punti fermi, dove il mondo precario dell’attualità viene affrontato sia con scrupolo filologico sia con riporto a un solido contesto teorico. Così, già nel ‘13 ci ha dato “Il corpo risonante”, titolo forse un po’ ermetico, ma consistente in sostanza in una rigorosa disanima della presenza del gesto e del suono in tutto il secolo scorso e oltre. Prendendo atto di tanta precisione, io stesso sono stato ben lieto di associarlo a taluni miei saggi, l’uno dedicato al grande campione della poesia visiva e sonora nostrana del secondo dopoguerra, Arrigo Lora Totino, quindi in seguito un altro dedicato a Enzo Minarelli e alla sua “polipoesia”. Infine, oggi ci ha dato “Esperienza come forma”, con un sottotitolo all’insegna della precisione filologica che gli è propria, e a compenso di un titolo che, com’è giusto, suona più estroso e accattivante. Si parte da un ampio riferimento al fenomeno che senza dubbio ha caratterizzato più di ogni altro gli ultimi anni del ‘900 e l’ingresso nel nuovo secolo, l’Arte povera, ma senza dare a Germano Celant il ruolo di asso pigliatutto. Infatti, in linea con la mia stessa posizione, Fameli non trascura tanti comprimari di quella fase, definendoli, con la sua bella capacità di forgiare etichette, “poveristi eretici”, come per esempio Eliseo Mattiacci, di cui, a riprova di questa voluta eterodossia rispetto al poverismo ufficiale, colloca in copertina una immagine dei suoi tubi attorti, pronti a invischiare lo spazio. E aggiunge pure altri, come Paolo Icaro, Claudio Cintoli, Nagasawa, Germano OIlivotto, spingendo la sua attenta ricognizione anche su Bologna, sua città di residenza e formazione, e dunque dedicando una calzante attenzione allo Studio Bentivoglio, tra Bendini e Calzolari, ma, di nuovo, con attenzione a figure non collimanti col Gotha ufficiale, come Mario Nanni. Proprio per questa precisa volontà di non essere prigioniero di stereotipi ufficiali, Fameli non manca di porre l’accento sulla importante comparsa in scena di Piero Gilardi, più avanzato, rispetto allo stesso Celant, quando nel ’69 comprese che il Minimalismo era ormai superato e che bisognava allacciarsi, semmai, all’Antiform con cui il capofila Bob Morris aveva rovesciato come un guanto le tesi fin lì sostenute. E fu proprio Gilardi a predicare un ritorno alle emozioni e al sensualismo parlando di un’arte “microemotiva”, in parallelo con la mia nozione, presa a fischi dai critici caudatari di Celant, del ritorno a un Informale “freddo”. In merito devo ricordare un mio intervento della primavera del ’67, in cui organizzai, alla corte ospitale di Amalfi e sotto la generosa protezione di Marcello Rumma, un incontro a nome dell’Associazione Internazionale Critici d’Arte (AICA), ahimè attualmente andata in rovina nella sezione italiana, incontro dedicato proprio alla fase nuova che si andava aprendo. Invitati da me a relazionare sullo stato dei lavori erano Calvesi e Menna, già profondi cultori della critica del tempo, e c’era pure un giovane Celant, alle sue prime uscite ufficiali. Il mio intervento è ora leggibile nel secondo dei due volumetti Felrinelli in cui sono raccolti i miei scritti di quegli anni. Purtroppo, uscito un momento per motivi organizzativi, mi sono perso quanto ebbe a dire proprio Celant, il che mi avrebbe permesso di constatare a che punto era allora la sua marcia verso il poverismo e il distacco da un Minimalismo rigido e coriaceo, che fu il primo volto dell’Arte povera, in attesa di riscaldarsi al fuoco “micoremotivo” suscitato proprio da Morris, con Gilardi a ruota, e con un pieno consenso pure di mia moglie Alessandra Borgogelli, se è lecito inserire casi di famiglia in questa materia. Due anni dopo, su mio consiglio, Rumma accettò di accordare a Celant il privilegio di far uscire allo scoperto, proprio ad Amalfi, la sua Arte povera, frattanto cresciuta, e tutti salirono sul carro del vincitore, mentre io ne discesi per mantenere la mia ampiezza d’orizzonte. Che ora trova pieno riscontro nell’abbraccio a 360 gradi fornito da Fameli a tutto quel nodo di ragioni, che non devono essere ridotte a un breviario.
Pasquale Fameli, Esperienza come forma. Le poetiche del Comportamento in Italia negli anni Settanta, Bononia University Press, pp. 227, euro 24.

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