Letteratura

Un mio omaggio a Sean Connery

In questi giorni abbiamo perso due grandi uomini di spettacolo, Gigi Proietti e Sean Connery. Li ho amati entrambi, ma mi esimo dal celebrare il primo, in quanto esula dalle mie corde. Proietti, per sua stessa confessione, è stato un perfetto, entusiasmante erede della comicità anteguerra di Petrolini, imbattibile per esempio nell’inventare una sua parlata a ruota libera, molto simile al “gramelot” che era al centro delle prestazioni di un personaggio molto simile, Dario Fo. I due comici si sono divisi quasi in parti uguali il vanto di valorizzare al massimo la dialettalità del Nord e del Sud Italia. Con un vantaggio per Fo, in quanto riusciva a mettere anche per scritto le sue invenzioni, al punto da poter essere insignito del Premio Nobel per la letteratura. Credo di aver detto da qualche parte di quanto mi è capitato a Los Angeles, nel 1997, nel bel mezzo di un raduno si cultori della critica e della storia della nostra letteratura, immersi nell’assurda pretesa che un candidato d‘obbligo per il nostro Paese fosse lo stitico, elitario Mario Luzi. Io esultai invece, alla proclamazione di Fo, rischiando di essere linciato dagli orfani inconsolabili dell’inesistente candidatura di Luzi, Fatto il confronto, non si sarebbe potuto assegnare a Proietti quel riconoscimento per la letteratura, proprio per l’assenza di una resa testuale delle sue pur brillanti prestazioni orali. Ma venendo a Sean Connery, e beninteso passano all’ambito cinematografico, i debiti riconoscimenti l’attore inglese li ha ricevuti, facendosi amare da una platea internazionale, col merito aggiunto di essersi saputo disincagliare dal successo troppo facile connesso alle sue pur memorabili interpretazioni dell’Agente 007. Anch’io, alle loro prime battute, ne sono stato convinto, lasciando però a Umberto Eco, sempre alla caccia di facili traguardi, di farsene il cantore. E’ merito di Sean aver compreso per conto suo che doveva distaccarsi da quelle apparizioni troppo facili, troppo popolari, e che proprio la sua dignità di attore a tutto tondo doveva fargli intraprendere altro cammino. Sono ben lieto pertanto di celebrarlo per due film eccellenti, due capolavori da lui interpretati, proiettati su reti Mediaset (nulla da parte della RAI) proprio nel giorno del suo decesso, Non si puà tacere che per questa sua rimonta si è valso dell’aiuto di registi ugualmente di alto calibro. Col che, rientro in quella licenza che mi accordo, di ricoprire la casella del blog dedicata alla narrativa prestando attenzione a una narrazione su pellicola, si sarebbe detto una volta. Ecco allora subito “Marnie”, del 1964, dove Connery ha potuto valersi della sapienza registica di Alfred Hitchcock, in una delle sue incursioni nell’universo freudiano. Non si può non ricordare il parallelo “Io ti salverò”, dove però il ruolo terapeutico e salvifico spetta a una donna, alla grande attrice Ingrid Bergman, che deve risalire a una interpretazione del sintomo da cui il marito, Gregory Peck, è scosso, quando vede dei solchi paralleli, tracciati in qualche modo nello spazio. In Marnie i ruoli sono invertiti, spetta al partner maschile assumersi la missione dell’”io ti salverò”, il che consente a Connery di dismettere i panni funambolici e spettacolari dell’Agente 007 per quelli di un uomo d’affari posato, squadrato, conoscitore del mondo, ma non insensibile al fascino di una impiegata, sorpresa a rubare, di cui scopre le tante altre falle precedenti, che potrebbero destinarla alle patrie galere. Devo dire che la partner femminile di quel film appare meno fascinosa di Ingrid Bergman, è una troppo assente, troppo evanescente Tippy Hendren, che in effetti, dopo quella sua prestazione maiuscola, mi pare che non abbia nel carniere altri titoli di particolare rilievo, ricordata semmai grazie alla figlia, Melania Griffith, a cui riconosciamo a sua volta la recita in un capolavoro quale “Donne in carriera”. Il nostro Sean, nella parte di innamorato, ma freddo e circospetto, attento a misurare i suoi trasporti, ricostruisce il dramma di Marnie, consistente in un delitto involontario compiuto da piccola, che la aliena dal sesso, in quanto all’atto sanguinoso è giunta per difendere la madre, costretta alla prostituzione proprio per mantenerla. Da qui il comportamento frigido, i furti per mandare i soldi alla madre, e il paziente intervento terapeutico dell’innamorato in pectore,
L’altro capolavoro cui Connery ha dato il volto è “L’uomo che volle farsi re”, più tardo, siamo nel 1975, e ancora una volta la maestria dell’attore è ben servita da un altro regista di prima grandezza, John Huston. Del resto il racconto da cui la story è tratta corrisponde anch’esso a un capolavoro narrativo di Rudyard Kipling, pure lui da considerarsi un autore che bisogna tutelare da una prigionia nei miti di Mowgli e compagni, così come Connery è da proteggere dai lacci dello 007. Del resto, ad accrescere la forza di questo film accanto a Sean c’è pure un altro mattatore dello schermo inglese quale Michael Caine, e in una parte minore fa pure capolino Cristopher Plummer che si finge nei panni di Kipling. da narratore stupito, affascinato di questa storia di orrore e morte. I due, Daniel Davot e Reachy Camehan, militari in licenza, anche loro al servizio di Sua Maestà, giungono in una terra inesplorata e selvaggia nel cuore del Tibet, in cui Kipling immagina che sia sopravvissuta da più di due millenni una popolazione che sta attendendo il ritorno del legittimo sovrano, addirittura Alessandro Magno, di cui corrompono il nome in Liskander. Il nostro aitante Sean, per qualche rassomiglianza da effigi conservate nei secoli, viene creduto una miracolosa ricomparsa del sovrano, a cui tutto è dovuto. L’astuto Kipling, in proposito, saccheggia miti e vicende offertigli dalla letteratura inglese. Fra l’altro i due, in possesso della superiore civiltà raggiunta dall’Occidente, riescono a rendere tanti favori e servizi utili a quei sudditi inaspettatamente ritrovati, come riusciva a fare l’eroe swiftiano giunto a Lilliput. Fra l’altro le immense ricchezze accumulate dagli eredi di Liskander attraverso i secoli sono messe a disposizione dei due avventurieri, che quindi se ne potrebbero andare immensamente ricchi, magari sfruttando un ponte mobile che la loro ingegnosità di creature dell’Ottocento è riuscita a realizzare. Ma Daniel Dravot si sente investito nella parte, gli piace quel titolo di re raggiunto per miracolo, lo vuole conservare, e addirittura perpetuare, sposando una vergine del luogo, Questa però non gradisce l’ipotesi di vedersi addossare la convivenza con un essere divino, protesta dandogli un morso, ma così facendolo sanguinare, e dunque il preteso erede di Alessandro è un mortale, scatta la reazione del popolo tradito. Al che, Dravot ritrova tutto l’orgoglio del soldato di Sua Maestà, e precipita in una voragine cantando un inno patriottico, Il compagno si salva fortunosamente, recupera la testa dell’amico, avvolgendola a scopo di tutela in un panno, e la riporta a Kipling-Plummer, orripilato a quella vista, poi parte per un destino errabondo, ma in perfetta regola con la sua adesione a una setta della massoneria.

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