Arte

Abili frequentatori delle Flatlands

Come alcuni dei miei pochi lettori avranno notato, ora ricompaio anche in cartaceo ogni domenica nella rinata “Unità”, cosa di cui sono ben felice, data anche la mia personale sintonia col nuovo corso del quotidiano posto al seguito del renzismo, di cui, come risulta dalla mia rubrica di opinioni, sono libero e personale seguace. Ma non per questo intendo sopprimere la mia presenza in versione semi-privata sul blog, e dunque la mantengo, dandole un carattere di viaggi virtuali a visitare mostre anche senza rispettare le buone regole del professionismo, sbirciate cioè su google o altri mezzi affidati alla rete. Questa volta mi reco al nuovo Whitney, a New York, che espone un interessante quintetto di artisti, all’incirca trentenni o poco oltre, in cui si concreta il rilancio di pittoricismo incalzante in questo periodo, fino forse a costituire un irresistibile trend. Naturalmente è pittura che si ripresenta con le dovute precauzioni, per esempio insistendo su un carattere di stesura a piatto delle tinte, come dice il titolo della mostra, “Flatlands”, che ci riporta senza dubbio alla “super-flatness” teorizzata e praticata dal giapponese Murakami. Ma forse preme di più su di loro l’esempio di Jeff Koons, che divide la sua arte dominante in due filoni, la produzione di opere tridimensionali rivolte a ingigantire il culto degli oggetti inutili, delle cianfrusaglie che però sono di nostro conforto, ma anche a incastrare in un mosaico anch’esso gigantesco tanti brani di tessuti estirpati dalla “gaietta pelle” dei mass media pubblicitari. Insomma, un’arte volutamente chiassosa, rivolta a sfidare, o meglio a ingurgitare il kitsch, a cercare il suo bene ovunque, pur di frequentare tutte le zone che fino a poco tempo fa potevano apparire di scarto o marginali. Passo a una rassegna veloce di queste presenze, che di sicuro domineranno la scena newyorkese nei prossimi tempi e dunque avremo modo di rivederle da vicino. Nina Chanel Abney: rivisitazione della Pop, ma nella versione inglese, di un Kitaj o di un Peter Blake, cioè coloratissima, non concentrata ed essenziale come quella statunitense degli anni d’oro. Essendo di origine negra, questa artista attinge anche al folclore di una cultura popolare africana, cucendo sapientemente le due metà. Matthew Cerletty gioca sul contrasto tra immagini ad alta definizione, quasi ricalcando le orme dell’Iperrealismo, ma con punte che giungono anche all’evidenza maniacale di Magritte, e invece sfondi in cui rispunta il Pattern Painting degli anni Settanta, quale si poteva ammirare nella Galleria di Holly Solomon, il che vale ancora di più nel caso di Caitlin Keog, con i suoi tessuti finemente ricamati e distesi a profusione, magari con l’aggiunta di un paio di forbici, che del resto sono come il simbolo di tutte queste modalità di procedere, rivolte a estirpare da contesti correnti ogni tratto che possa attirare l’attenzione di questi predatori di immagini. Anche Jamian Juliano-Villain mi pare che si caratterizzi per un uso insistito proprio di un paio di forbici con cui tritura l’assemblaggio di immagini Pop caro alla Abney. Infine a Orion Martin, se non sbaglio, e proprio a giudicare da quanto sulla mostra è fornito da un sito ufficiale, è spettato l’onore di fornire il logo della rassegna. In lui una sorta di iperrealismo, di precisionismo nitido ed esasperato, assume anche i toni “magici”, surreali di una grande protagonista anni Venti quale Georgia O’Keeffe. Anche questa è un’area che attira i nostri eroi di un iconismo esasperato, avido di trangugiare ogni stimolo adatto e di apprestare pozioni godibili, “da bere” con pronto profitto. Naturalmente, tra i caratteri decisivi di questa arte di ibridazione, c’è pure il proposito di servire tali ghiotti prodotti in grande formato, pronto anche a balzar fuori dagli spazi protetti delle gallerie per andare a investire le pareti esterne. Ne potrebbe venir fuori, cioè, una efficace street art assai più invitante rispetto ai gracili prodotti degli stenterelli che tentano di impadronirsi di queste pratiche in modi ingenui e privi di background culturale.
Flatlands, New York, Whitney Museum, fino al 17 aprile.

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