Attualità

Domenicale 21-2-16

Il domenicale, questa volta, non può che essere rivolto a un compianto della grande figura di Eco. Siccome me ne è stato chiesto uno in sede cartacea dall’”Unità”, non sto a stenderne uno più personalizzato, anche se verrà l’ora di procedere in questo senso. In fondo, si possono riferire a Eco gli straordinari versi che Manzoni seppe rivolgere a Napoleone, ma senza dimenticare la dubbiosa appendice, in cui Don Lisander si chiedeva se si era trattato di “vera gloria”. Si dovranno cioè introdurre i distinguo tra meriti indubbi dell’Umberto nazionale e internazionale, e invece i cedimenti allo spirito dei tempi, con la propensione ad accarezzarli qualche volta un po’ troppo per il verso giusto.
La scomparsa di Umberto Eco mi fa pronunciare una formula forse un po’ abusata, ma che in questo caso ritrova tutta la sua forza il suo drammatico impatto, ovvero con lui muoiono un poco tutti quelli che gli sono stati a fianco in fasi decisive della sua carriera. Con lui viene meno una specie di fratello maggiore, che attento, generoso, inclusivo aveva dominato i nostri tentativi di “cambiare il verso”, di rivoltare il quadro di come stavano le cose, a metà degli anni Cinquanta e oltre, nell’ambito delle tendenze letterarie, artistiche, culturali in genere. Purtroppo una sinistra, con cui noi tutti non potevamo mancare di solidarizzare, aveva però imboccato una via di sterile ortodossia, impegolandosi in un cattivo realismo che pretendeva di essere speculare a una realtà identificata soprattutto negli scontri di classe, ovvero, per dirla con un altro spirito libero, predecessore di Umberto, con Vittorini, si pretendeva che gli intellettuali “suonassero il piffero alla rivoluzione”, da passivi corifei. Contro questa impostazione era sorta con grande efficacia la rivista “il Verri” di Luciano Anceschi, eccellente talent scout che infatti chiamò a raccolta attorno a sé i poeti Novissimi, Sanguineti, Giuliani, Pagliarani, Balestrirni, Porta, fiutando subito anche la statura eccezionale di Umberto, e accomunandolo nell’impresa, che nel giro di un decennio avrebbe portato alla costituzione del Gruppo 63 e della neo-avanguardia italiana, in stretta sintonia con i tanti movimenti affini dell’intero mondo occidentale. Eco veniva da una storia un po’ diversa, ma, con la sua larghezza di mente apprestò subito l’ampio fronte in cui tutti ci saremmo riconosciuti, ovvero comprese che era tempo di “aprire”, una parola d’ordine attorno a cui costituì un vero e proprio manifesto per la nostra militanza, “Opera aperta”, dimostrando che arte, musica, letteratura, lungi dallo svolgere un compito sussidiario, dovevano sentirsi in prima linea nell’imporre i nuovi valori, anche quelli provenienti dalla scienza e dalla tecnologia. Dall’altra parte c’era la vecchia intellettualità inizialmente alquanto imbarazzata e riluttante ad accettarci, arroccata alle pagine del “Menabò”, dove Vittorini, confermando il suo impulso “aperturista”, era pronto al dialogo, mentre un Calvino al momento più fermo sulla difensiva paventava proprio quei nostri attacchi, denunciando i pericoli di un nostro preteso arrenderci al “mare dell’oggettivit°”, quando invece si trattava di cogliere l’accesso di nuovi oggetti e soggetti affluenti da tutti gli angoli dell’esperienza. Ci fu un “Menabò” che funzionò come terreno di scontro, quasi un duello sul tipo degli Orazi e Curiazi, dove, neanche dirlo, proprio Umberto capitanava la nostra squadra, dimostrando in modo impeccabile che il modo di formare, cioè le scelte stilistiche, non sono un cedere a un vano rituale formalistico, come pretendeva chi ci voleva ostacolare, ma si ingranano direttamente sulla realtà, si muovono all’unisono coi suoi traguardi più avanzati. Oltre a condurre questa azione con rigore e coraggio, Eco sapeva anche condirla con un naturale buon senso, con una scrittura limpida, che faceva di lui, come più volte è stato detto, un erede del prezioso illuminismo di specie lombarda. Si aggiunga anche la capacità di condire il tutto con l’arguzia, l’ironia, la battuta pronta, lo sfottò, come appariva dalla sua collaborazione al “Verri”, cui affidava le pagine del “Diario minimo”. Difficile impegnare uno scontro dialettico con Umberto, dato che era sempre pronto a spiazzare l’avversario con una qualche battuta di irresistibile comicità.
E così, per l’intera durata dell’esperienza del Gruppo 63, fino allo scioglimento nel ’69, egli fu là, a dirigere, comprendere, mediare, forse anche diffidando di certi estremismi nella scrittura che recavano offesa al suo istintivo bisogno di “andare in chiaro.
Che però ci fosse in lui qualche riserva rispetto allo scrivere difficile e stretto di molti dei suoi compagni di strada, risultò quando pensò di scendere lui stesso in campo, ma in definitiva deciso a valorizzare quanto era nei nostri intenti, di far nascere un’arte, una letteratura che accettassero i portati dei tempi, i mass media, senza fare gli asfittici “apocalittici” nei loro confronti, ma cercando di conciliare la facilità del prodotto con una capacità di dare ai vari materiali un diverso montaggio. E apparve così “Il nome della rosa” che, bisogna ammetterlo, prese molti di noi in contropiede. E’ vero che, avendo già riscontrato, soprattutto in un secondo incontro a Palermo, nel ’65, che una narrativa troppo estremista rischiava l’illeggibilità, avevamo di nuovo invocato la strategia di “cambiare il verso”, di andare a vedere se si poteva ricavare qualcosa di buono dal passato e dalla tradizione. Sarebbe nata infatti la stagione del “citazionismo”, della riscrittura, e fu proprio Eco a cavalcare quella situazione, a trarne frutti abbondantissimi. Ovvero, il praticare le “forme chiuse” gli fu più profittevole di quando esaltava, ma da teorico, il ricorso all’”aperto”. Tanto che alcuni di noi non gradirono del tutto quella sua comparsa nelle vesti di un affabulatore fin troppo abile e scorrevole, pronto a valersi di tutti i perfetti meccanismi del passato, da Jules Verne ad Agata Christie. Pure a livello teorico si era tuffato in un’impresa, quella della semiotica, che anch’essa sembrava a sua volta “chiudere”, dettare codici troppo stringenti alle varie pratiche culturali. Io stesso, suo ardente compagno di via e portabandiera in tutta la fase precedente, ebbi a esprimere qualche dubbio sia sul narratore troppo godibile, sia sul sostenitore dei sentieri troppo stetti dei segni e dei loro derivati. In fondo, avrei voluto che si ricordasse di più della sua capacità di aggredire l’attualità, e di condirla con i frutti di una comicità istintiva, sgorgante come un fiume sorgivo. E proprio l’ultima sua comparsa, con “Numero zero”, mi aveva confortato, mi era sembrato che avessimo finalmente un narratore giustamente boccaccesco, pronto a inseguire il presente più inquieto e a farsene beffe. Insomma, rinasceva la speranza di avere sempre con noi il fratello maggiore, la guida sicura e insostituibile, al di là dei giri di valzer che per la sua incontenibile potenza intellettuale gli accadeva di compiere. Ricordo con infinita tristezza un colloquio telefonico di pochi giorni fa con la moglie Renate, per strappargli la partecipazione al ricordo di un convegno del Gruppo 63 che si era tenuto alla Spezia, nel 66, e dunque a mezzo secolo di distanza. Lui non ci sarà, ma i superstiti gli appresteranno un solenne banchetto funebre, o meglio, cercheranno di mettersi in contatto devotamente col suo spirito sempre vivente.

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Arte

Marussig, artista di grande coerenza

Alessandra Tiddia, giovane e brillante studiosa, ha steso una monografia assai utile su Piero Marussig (1879-1937), noto soprattutto per essere stato uno dei Sette del Novecento fondato da Margherita Sarfatti, Ma bisogna subito dire che a quell’appuntamento, dei primi anni Venti, Marussig non era certo giunto fornendo una prestazione eccezionale, magari ribaltando una precedente percorrenza. Il tratto dominante della sua carriera è stato quello di una tranquilla, coerente, continua coerenza, dal principio alla fine, tanto che, a differenza di altri più prestigiosi compagni di quel gruppo, Sironi, Funi, Dudreville, egli non aveva mai voluto sperimentare le punte aggressive del Futurismo. Era partito nel segno di un postimpressionismo che però sapeva subito cancellare gli eccessi di vivacità delle sensazioni, e dei conseguenti tocchi pittorici, ispirandosi piuttosto a un fauvismo in salsa veneta, ponendosi cioè a fianco di un Gino Rossi, e soprattutto di un Umberto Moggioli. Vale a dire che un certo schiacciamento era entrato da subito nella sua maniera. Oggi si parla tanto di “flatness”, ebbene, questa virtù lo aveva sempre accompagnato, lo aveva indotto a schiacciare sulla tela le varie immagini, in una frequentazione assidua e assolutamente intercambiabile di figure, ritratti e autoritratti, paesaggi, nature morte, tutti redatti distendendo in lungo e in largo le vivide trame cromatiche, portandole a esprimersi a fior di pelle. Questo allargamento della pennellata aveva richiesto il concorso di un effetto congiunto, a livello cromatico, ovvero i colori avevano dovuto anch’essi, per così dire, dilatarsi, e dunque perdere in vivacità, in freschezza, ma per assumere un fare largo, come se divenissero delle mattonelle, magari affidate alla ceramica, e incastrate tra loro con un sapiente effetto domino. Ne veniva un abbassamento nella fragranza-flagranza delle singole annotazioni, ma per dare loro una più vasta tenuta e resistenza. Ma soprattutto, quello che colpisce in lui, sta proprio nella equità, per non dire indifferenza, nel trattamento, che non cambiava l’approccio sia davanti a temi di natura, sia a motivi legati alla sfera artificiale della moda. Ci si può chiedere quale fosse il marchio della sua appartenenza al Novecento, e alla volontà propria di quel movimento di essere attuale, al passo coi tempi moderni, ma assumendo toni privi di enfasi, decisamente prosastici. Accantonati gli sperimentalismi delle avanguardie, semmai i più noti compagni di via, si pensi al trio Sironi-Funi-Oppi, ci provavano con recuperi dall’antico e dal museo, una mossa cui Marussig, invece, fu sempre estraneo, ma anche lui poteva partecipare vigorosamente all’epica della “vita moderna”, attaccandosi per esempio ai motivi a righe degli abiti, quando si rivolgeva a esseri umani, che rispondevano a meraviglia al suo gusto di procedere con appiattimenti, nell’intento di scandire lo spazio, diciamo così, per il lungo, solcandolo con delle fibre pronte ad allargarsi o a restringersi, a percorrere comunque il dipinto a fior di pelle. Oltre alle righe o alle trame a scacchi degli abiti, il pittore si impadroniva di ogni altro motivo decorativo, di schienali di poltrone, di coperte e sovraccoperte, portando questi tessuti a imbrogliarsi, a confondersi con i temi di natura, con fronde di alberi, rami di fiori, in una sostanziale ambiguazione dei vari codici, i prodotti dell’ingegno, e della moda, resi equipollenti rispetto a quanto poteva fornire madre natura nel suo rigoglio. In alcuni casi le guaine protettive che fasciano le figure se ne impadroniscono, e servono per dar loro qualche torsione, qualche movimento, ma sempre tenuto basso, in modo da non prevaricare su un andamento che intende rimanere a fior di pelle. Anche la tavolozza contribuisce felicemente al raggiungimento di questi effetti. Già ho detto del colore che appare sempre come “ceramicato”, come filtrante attraverso un vetro che gli dà consistenza, densità, luminosità, mentre anche la gamma dei colori usati si fa volontariamente sommaria, onde evitare importuni effetti estemporanei. Per contribuire ad imporre un simile sentore di preziosa chincaglieria predominano le tinte più essenziali, affidate anche al gioco dei complementari, i rossi i gialli e blu sono elegantemente contrastati dai verdi e arancio e violetti, come se le immagini non intendessero mai emergere al primo colpo, ma solo dopo un passaggio in un forno che ne ferma gli umori dando loro proprio quella fissità e monumentalità cui, pur in modi diversi, aspiravano tutti i componenti della pattuglia Novecento.
Alessandra Tiddia, Piero Marussig, Fondazione Crtrieste, pp. 399.

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Letteratura

Veladiano: una storia tutt’altro che perfetta

Ho dichiarato più volte il mio apprezzamento nei confronti del Premio Calvino, per la sua formula a netto favore di voci nuove della nostra narrativa, il che ha consentito di lanciare molti autori cui poi non ho mancato di rivolgere un giudizio positivo, soprattutto con “pollici recti” a loro dedicati nella rubrica che tengo presso la rivista “L’immaginazione”. L’elenco è abbastanza lungo: Greco, Gazzaniga, Marino, con un Maino di cui sono riuscito a parlare su “Tuttolibri”, prima di esserne rottamato, in un modo che “ancor m’offende”. Inoltre si è costituita una proficua collaborazione tra me, in riferimento a “RicercaBO”, e Mario Ugo Marchetti, a lungo alla testa di una agguerrita schiera di lettori delle opere ricevute, e ora salito al massimo incarico di Presidente di quel Premio. Purtroppo però questa vigile e positiva attenzione non ho potuto indirizzarla a chi invece da quel Premio è stato messo in orbita, alludo a Mariapia Veladiano, vincitrice dell’edizione 2011, verso la cui “Vita accanto” ho rivolto un cattivo “pollice verso”, poi reiterato all’apparizione di un secondo romanzo, “Il tempo è un Dio breve”, e ora sono di nuovo a esprimere un giudizio molto limitativo per l’ultimo prodotto, “Una storia quasi perfetta”, tanto che mi si potrebbe accusare di un accanimento terapeutico ai danni di questa scrittrice. Ma che cosa le rimprovero? Di evocare uno sfondo di vecchia provincia, quasi all’insegna di un Fogazzaro sbiadito, o di un Piovene anch’esso “ronronnante”, con al centro di tutto una Verona di ville ombrose e cadenti, dietro le cui mura si consumano incesti, amori più o meno leciti, malattie perniciose, ma sempre all’insegna di una decadenza molle e umbratile. Certo, è giusto che la narrativa di oggi, accantonati gli sperimentalismi più audaci, vada a rivangare nelle ricette del realismo, ma purché lo sappia rinnovare con l’armamentario che oggi conviene, cioè attenzione ai fenomeni di psicopatologia, alla corrispondenza delle malattie dello spirito con quelle del corpo. Invece la Veladiano corre sempre il rischio di svicolare, di rifugiarsi nel non detto, in un misticismo inteso proprio come un giardino protetto, tanto per non assumere rischi espliciti. In questo senso l’ultimo nato, questa “Storia quasi perfetta”, conferma e anzi accresce i limiti, risultando in definitiva la prova più scolorita, esitante, irrisolta. Il “quasi” che campeggia nel titolo rende l’idea alla perfezione, di esiti che si profilano all’orizzonte, ma poi scompaiono nel nulla.
In definitiva c’è qualche abilità di partenza nella Nostra, quando ci propone un Veneto di provincia, sospeso tra qualche aspetto avanzato e invece vecchie vicende familiari che si consumano in segrete stanze. Siamo subito introdotti in un’agenzia che in definitiva risponde bene ai parametri di una adeguazione ai tempi che corrono. Vi regna una vivace figura di Don Giovanni appunto in panni moderni, avvolto in una fama di “sciupafemmine”, confermata dallo stuolo di collaboratrice che lo circondano e che, come in un harem dei nostri giorni, attendono che il principale faccia cadere ai loro piedi il fazzoletto del capriccio momentaneo. In questo salotto delineato secondo le buone regole di un neorealismo dei nostri giorni si introduce una creatura d’incanto, emergente proprio da quel fondo di remota provincia, con i suoi segreti. Si tratta di Bianca, nome che sembra proprio indicarne una purezza spirituale, eccessiva, fuori tempo, anche se le è vicino un ragazzino, Gabriele, figlio della colpa. Bianca è tale in tutti i sensi, anche per la sua quasi celestiale capacità di stendere bozzetti che sono meravigliosi, e che potrebbero diventare un motivo di successo di quell’azienda. E dunque il capo si appresta a unire le sue varie doti, intuisce le possibilità insite nella splendida disegnatrice, e nello stesso tempo coglie a volo pure la possibilità di fare di lei una nuova conquista, una in più da aggiungere al suo già ricco albo d’oro, mentre le dipendenti assistono a quel gioco di cui conoscono già le varie mosse, scommettendo tra loro sulla tenuta, escludendo quasi per principio che quella relazione possa sfociare in un esito positivo, Prima o poi il gallo del pollaio si stancherà della pollastrella e l’abbandonerà. Il guaio è che entrambi i partner sono ugualmente convinti dell’ineluttabilità di una conclusione così banale e scontentata, eppure si illudono, o prima ancora è addirittura la scrittrice a illudersi di poterne saltare fuori. Mentre il capo conduce la sua abile seduzione, si chiede con se stesso se per caso questa volta fa sul serio o se si limita a seguire un copione prevedibile. E anche Bianca si pone il quesito a ogni passo, se quello sarò vero amore oppure no, malgrado gli incontri, le cene deliziose, le evasioni a Venezia, città a lei tanto cara. Purtroppo, come detto, la Veladiano non sa come saltar fuori da questo stanco convoglio che, niente da fare, procede verso la conclusione prevedibile, viene il tempo in cui l’abile seduttore decide che ormai deve girare la chiavetta, farsi da parte. Ci vorrebbe un qualche dramma, una qualche catastrofe a porre un punto fermo alla vicenda, ma la Nostra è esitante. Per un momento speriamo che la rottura possa venire dal ragazzino, Gabriele, che non ha mai esitato a ostacolare il subdolo invasore della pace domestica, spereremmo quasi in un gesto forte che gli venga affidato, come quello di uccidersi. Invece no, egli scompare per qualche giorno, ma poi riappare incolume, E Bianca, forse lei ha il coraggio di uccidersi, al modo di altre vittime del seduttore aziendale? Neanche questo avviene, la vicenda sfuma, si allontana da noi, vaga e inconcludente.
Mariapia Veladiano, Una storia quasi perfetta. Guanda, pp. 237, euro 17.50.

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Arte

Enrica Borghi, un Re Mida dei nostri giorni

Nel 2005 ho fatto una mostra di cui sono molto fiero, era il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini e dunque ho pensato di dedicargli un omaggio attraverso la sua migliore creazione, “La giovine Italia”, ricordata però non già con un convegno di studiosi, bensì con un raduno dei nostri migliori artisti in campo, allora, esposti in due sedi, a Bologna, Pinacoteca nazionale, e a Gambettola, alla Fabbrica, gestita dal mio partner in tante iniziative, Angelo Grassi, il tutto con catalogo Mazzotta. In quella schiera di artisti nostri di sicuro talento figuravano, tra gli altri, Gianni Caravaggio, Loris Cecchini, Claudia Losi, Perino & Vele, Gabriele Picco, Alessandro Roma, Sissi, artisti cui anche in seguito ho sempre fatto giungere una mia convinta adesione. Fra loro c’era anche Enrica Borghi, che ora posso ricordare per una sua apparizione all’estero, in una galleria di Parigi, dedicandole questi appunti di un diario semi-privato, in attesa di poterle rivolgere una recensione in formato cartaceo. Di Enrica si può dire che è un Re, anzi, una Regina Mida dei nostri giorni, capace di trasformare in oro quanto prende tra le sue mani. La formula prevede che ci sia una vistosa metamorfosi tra il basso valore della materia di partenza e la luminosa consistenza finale. Al giorno d’oggi non c’è nulla di più volgare-degradato di quanto viene detto “trash”, che però a sua volta è l’abbassamento dei mille prodotti industriali che ci circondano, con le loro confezioni rutilanti di colori, e affidate a morbide materie plastiche. Non per nulla la mostra parigina della nostra Borghi si richiama al “Déchet”, al rifiuto, al cascame, e sappiamo quanto questa mole di prodotti di scarto rischi di assediarci, urge trovare forme di riciclaggio, di riuso. A questo nella politica urbana provvedono gli inceneritori, da cui riusciamo anche a ricavare energie alternative, e in fondo un compito nobile dell’arte di oggi sta proprio nel condurre questa medesima operazione a scopo salvifico. Nessuno lo fa meglio di Enrica, che per esempio va alla ricerca di bottigliette di bevande o di contenitori plastici di ogni tipo, per intessere con questi, per esempio, un velo da sposa, oppure le stringe ricavandone come delle palle di neve, e in tal caso occorre anche un sapiente intervento chiaroscurale per farne emergere il biancore. Alla mostra sopra ricordata, con i “culi” di bibite e altro materiale di scarto aveva composto un magnifico rosone, degno dello splendore di antiche cattedrali romaniche, o di un recuperato ricorso al mosaico, ma condotto a grana grossa: non più minute tessere, bensì elementi corposi, gonfie e panciute gemme di nuovo conio, sempre sfruttando il ribaltamento dal vile all’elegante e prezioso. Ma beninteso lo spazio chiuso di una galleria sta sempre stretto, all’esuberanza della nostra artista, e dunque ogni sua apparizione deve anche essere confortata dalla proiezione di immagini relative a installazioni reali, effettuate su vasta scala. Tra queste conviene segnalare con la massima energia una particolarmente felice, avvenuta nel cuore di Trieste, in uno di quei bacini che penetrano nel corpo della città, dove aveva fatto galleggiare dei “Fiori di luna”, degli isolotti emersi dal mare, o addirittura delle ninfee, nascenti proprio dallo stesso inquinamento che non può non affliggere oggi degli specchi d’acqua posti in presenza di centri civici. Claude Monet, le sue ninfee, in attesa di dipingerle, doveva seminarle e farle crescere nel bacino della sua proprietà di campagna, la nostra Borghi, in definitiva più fortunata, può saltare questo passaggio, limitarsi a far affiorare questi banchi di degrado, di fiori del mare o della polluzione, che però, così raccolti in mazzo policromo, ritrovano uno splendore non indegno di quello di cui è capace madre natura. Ma lo sappiamo, ce lo ha anche insegnato Piero Gilardi con le sue gomme piume “più vere del vero”, abbiamo saputo strappare alla natura i suoi segreti, ora la emuliamo con totale felicità, ovvero spingiamo i nostri poveri prodotti artificiali-tecnologici a ritrovarne i freschi umori. E non abbiamo neppure più il bisogno di sottostare ai tempi lunghi della rappresentazione pittorica, sostituiti dagli scatti dei cellulari, capaci anche di dotare quelle immagini del bene prezioso del movimento.
Enrica Borghi, Déchet, Galérie 121, 121 rue Vieille du Temple. Paris, fino al 26 febbraio.

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Letteratura

Battig: il nulla nella narrativa non esiste

Ho già detto più volte della mia assoluta fedeltà alla splendida serie di nuovi narratori emersi nel corso dei raduni di RicercaRE, a Reggio Emilia, nel corso degli anni Novanta, poi da noi antologizzati in una preziosa antologia, “Narrative invaders”, ora in distribuzione nella rete Rcs (o già passata a Mondazzoli?). In genere hanno tutti continuato sull’onda, che in un saggio collaterale io stesso ho salutato con “E’ arrivata la terza ondata” (da ricercare presso lo stesso distributore). Alcuni di loro sono andati “a dama” giungendo fino a riportare il Premio Strega, altri sembrerebbero essersi dispersi, come per esempio Simone Battig, che però ora mi dà segni consistenti di tenuta, mettendomi al corrente di una uscita cartacea, “Sul nulla”, Theoria, 1999, ma poi passato a miglior vita, confluito cioè in e.book con Terraferma. E mi segnala anche “Vitalogy today”, attestando insomma una persistente vena creativa. Che del resto rispetta una specie di grado zero che fu proprio di tutta quella eccellente situazione, un aggredire cioè la realtà nel modo più diretto, quasi muniti di registratore, con le varie conseguenze di una tale scelta, tra cui uno svuotamento dei contenuti, un chiacchiericcio sullo scorrimento della vita nella sua quotidianità, condita con gli impulsi elementari, cibo, sesso, droga soprattutto, come ingrediente necessario per accrescere il quoziente stesso di una vitalità elementare. Si tratta quindi di un “nulla”, come sventolato dal titolo dell’opera sopra menzionata, se si pretende di andare alla ricerca di fatti grossi e consistenti, ma si potrebbe applicare in proposito una osservazione fondamentale del numero uno della musica, o non-musica contemporanea, John Cage, secondo cui non esiste il silenzio, dato che, se non altro, in assenza di ogni rumore esterno, avvertiamo il pulsare del nostro cuore. Lo stesso si può dire a livello di narrazione. Anche se l’esistenza, come nel caso del protagonista di questa non-fiction, Jason, scorre nella totale rinuncia a impegni di lavoro, verso fini costruttivi e rilevanti, di quelli che piacciono ai genitori e all’universo dei valori convenzionali, essa risulta ugualmente riempita da una specie di rumore di fondo, che appunto non può mancare. E che richiede di essere afferrato con strumenti alla sua altezza. Sul versante linguistico-letterario questi staranno in una ossessiva paratassi, in uno snocciolare frasette minute, senza paura della ripetizione, protese a ridire le stesse cose come in lunghe, spropositate litanie. Al limite, c’è da chiedersi se valga la pena insistere nel ricorso allo strumento della scrittura o se non sia meglio passare a mezzi più aderenti nel confronti di questa corrente di parlato. Sappiamo tutti che c’è la crisi del cartaceo, e dunque forse è meglio che la narrativa emigri verso esiti elettronici, andando a occupare siti, blog, come il presente, o a depositarsi in dischetti, chiavette e simili.
In definitiva, lo sappiamo da tempo, che lo scrittore deve ritrovare in lui il fanciullino pascoliano, basta che non si pensi che per questa via si giunga a un paradiso enfatico e caramelloso. I bambini ci sono, entrano in questo fiume di registrazioni, ma vengono subito definiti come “cattivissimi e schifosamente sinceri e sporchi e puliti”. Nel che sta anche una qualità ossimorica, o conciliazione degli opposti, data dalla coesistenza degli “sporchi e puliti”. Il che vale anche se proiettato in direzione dell’adulto, Jason, che si confessa a noi, il quale per esempi, da bravo adepto del culto dello Zen, da allievo di un Kerouac per cui “Everything is holy””, fa di tutto, quando orina in un vater, per non centrare un povero moscerino e travolgerlo in quel diluvio improvviso. Oppure si veda con quanto amore assiste un povero gatto accettando a stento che il veterinario lo uccida. Ma naturalmente, se si trova a pranzo col padre, verso di lui, disco chiuso, ostentazione di professare proprio il culto estremo di un “nulla” che porta il genitore fuori dai gangheri, a confronto con una figlia invece più virtuosa e accondiscendete. Ma il nulla, anche a livello narrativo, non esiste, i nostri strumenti non possono non captare un tessuto continuo di ronzii, brevi emissioni, volizioni, atti mancati, o invece improvvise decisioni. La narrativa diventa come un sismogramma, condividendo anche l’avvertenza di evitare le scosse troppo forti e traumatiche che farebbero “saltare” il sottile pennino, tarato per cogliere i più impercettibili tremiti esistenziali.

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Attualità

Domenicale 14-2-16

La sinistra, in tutto il mondo occidentale, si sta comportando come un proletario che, invitato nel salotto buono della controparte, del capitalismo, vecchio o nuovo che sia, non vuole comportarsi male, dimostrando anzi che, perbacco, ha anche lui imparato un po’ di buone maniere, e quindi tutto può essere messo in discussione, ma il cuore stesso del sistema antagonista, cioè la borsa e i suoi sacri riti, questi no, essi costituiscono un dogma. Invece io credo che proprio in questo ambito si debbano apportare riforme decisive, senza lasciar correre le cose. E’ vero che ci sono in giro gravi fattori turbativi, il calo del prezzo del petrolio, la minore produzione in Cina, il poco incremento del prodotto interno europeo, il crollo di alcune banche Ma sono fattori non momentanei, che non implicano un mutamento “ad horas”, e invece vediamo le borse impazzite, un giorno vanni giù, il giorno dopo rimbalzano in su, e così via, il che significa una cosa sola, che c’è una genia di speculatori che ci marciano sopra, con mosse abili e di dubbia legalità, manovrando astutamente a tutto loro vantaggio, Per esempio, mi piacerebbe sapere se esiste ancora quel gioco perverso e truffaldino che consiste nel vendere allo scoperto titoli che non si possiedono, così abbassandone il valore e poi ricomprandoli, per restituirli, pagandoli molto meno di quanto hanno preso vendendoli al valore precedente. Vorrei tanto che i nostri inutili salotti televisivi, pronti a pestare l’acqua nel mortaio, ci illuminassero su questi aspetti di grave momento.
Naturalmente, la nostra sinistra beneducata sa che la borsa ha una sua presenza necessaria, per esempio è sano che i risparmiatori acquistino dei pacchetti di azioni, ma dovrebbero essere esposti solo a un rischio normale dell’andamento delle società su cui hanno scommesso, guadagnando o perdendo in base alle loro vicende. Invece intervengono i giochi assurdi di un branco di professionisti a falsare le cose. Come tentare riformare il sistema liberandolo dagli aspetti più perversi? Quando scrivevo sulle pagine dell’”Avanti!” avevo lanciato una proposta, forse ingenua, insostenibile, ma credo che a qualcosa del genere si debba pervenire, che cioè si distingua tra azione e azione, una metà venga bloccata, sottoposta cioè a una durata annuale, con obbligo del possessore di tenersela e di sottoporsi al rischio del normale stato di salute o di malattia dell’azienda su cui ha puntato, con facoltà di disfarsi del titolo solo a una scadenza annuale o comunque prefissata. Un’altra metà, invece, sia pure lasciata al gioco perverso degli scommettitori e bari di professione. Solo così la borsa potrà ritrovare un corso virtuoso e giovevole ai risparmiatori.

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Letteratura

Il perfetto manierismo di Quentin Tarantino

Ancora una volta mi valgo della facoltà di inserire in questa sezione del mio blog, usualmente dedicata ad opere di narrativa, una prova cinematografica come frutto di un’attività equipollente. Ho appena visto l’ultimo film del regista oggi più talentuoso che si muova sull’intera scena internazionale, Quentin Tarantino, “The hateful eight”. Il suo capolavoro resta senza dubbio “Pulp fiction”, del ’94, film epocale, al pari di poche altre pellicole distribuite negli anni, penso a “Paisà” di Rossellini, alla “Dolce vita” di Fellini. In quell’occasione Tarantino affondava mirabilmente nell’attualità spremendone ogni orrore ma anche ogni possibile motivo consolatorio, in una perfetta combinazione di alti e bassi. Sembra quasi che in seguito non abbia più tentato di cimentarsi in un’impresa del genere, portando i suoi incontenibili impulsi di crudeltà e spietatezza a infierire su un mondo di stereotipi, di miti del passato, che gli lasciassero le mani libere. Ecco così la rivisitazione del capitolo dello schiavismo, nel penultimo “Django unchained”, e ora dell’epopea western, Questo intervenire su un “corpo vile”, o comunque indiretto, lo abilita a buttarsi in un manierismo sfrenato, quasi che il tutto fosse preceduto da un avviso allo spettatore, “ma non è una cosa seria”, “non prendetemi alla lettera”, “lasciatemi divertire”, ovvero dare prova di atrocità fino al limite del gratuito, del grandguignolesco, cose ovviamente già da lui sperimentate, basta pensare proprio al film con cui egli si è rivelato, “Le iene”, che magari si cimentava già con l’attualità più nera e delinquenziale, ma lo faceva rimanendo chiuso in gabbia, e così eludendo il respiro ampio raggiunto appunto da “Pulp fiction”. Qui, a voler insistere sul carattere di chiusura con cui si svolge l’intera narrazione, sono stati evocati i “Dieci piccoli indiani”, capolavoro di Agata Christie, ma a Tarantino non interessa affatto il clima asfittico, da impalpabile dramma di buona borghesia, intenta solo ad amministrare peccati commessi in guanti bianchi. Piuttosto che muoversi in quel mondo troppo raffinato e frigido, meglio rivolgersi ai miti ben più consistenti e anzi ridondanti dell’epopea western, come il treno per Yuma o la sfida all’Ok Corral. Anche qui, la sostanza del racconto sta in una banda di fuorilegge che vuole sottrarre un proprio membro alla condanna a morte, procedendo brutalmente in questa intento di liberazione. Il tutto però mascherato, giocato a carte coperte che vengono rivelate poco alla volta. All’inizio assistiamo allo sfilare di una diligenza in un paesaggio innevato e mortuario, il che ci ricorda la partenza di Django. Ma in questo caso sono presenze singole a fermare lo scorrere della diligenza, che conduce appunto Daisy Domergue a un immaginario centro della civiltà, Red Rock, che dovrebbe provvedere alla sua esecuzione. Accanto a lei un brutale “cacciatore di taglie” che la maltratta con ogni possibile brutalità. Questa diligenza della morte comincia a imbarcare altri protagonisti, e giunge a una stazione di sevizio in cui ne compaiono altri ancora, e a dire il vero la scena per qualche tempo sembra troppo immobile, non si capisce a che gioco stanno giocando i vari presenti. Poi si scatena la grande carneficina, che attraversa tutti i possibili gradi dell’orrore. Per esempio, alcuni vengono eliminati facendogli bere un caffé avvelenato, il che provoca in loro un vomito sanguinoso, nella cui esecuzione pare proprio che Tarantino si ricordi di un suo predecessore in soluzioni orrorifiche, il Carpenter della “Cosa”. Un altro modo di procedere a un ammazzamento plurimo è gestito dal personaggio numero uno, Marquis Warren, interpretato da un Samuel Jackson, l’attore cui viene data la più incombente presenza, a rappresentare la nobile causa degli ex-schiavi neri che si devono vendicare di secoli di oppressione. Riecheggiando proprio motivi da saloon, Warren-Jackson dà inizio alla sua vendetta programmata col fare fuori un generale dei confederati, quindi razzista al massimo. A tale scopo si vale del ben noto espediente di mettergli in mano un’arma, provocandolo poi fino a puntarla contro di lui, e così dandogli il diritto per legittima difesa di anticiparlo e di sparargli per primo. Segue una sparatoria generale in cui, lì per lì, lo spettatore stenta a scoprire i fili. Ma poi, come sempre, il regista fa passi indietro risolvendo il rebus enigmatico, e informandoci appunto che in quella misera stazione di servizio era giunta la banda dei compagni della prigioniera portata al patibolo, i quali avevano fatto fuori i legittimi gestori di quell’avamposto buttandone i cadaveri in un pozzo. Ma queste trame non sfuggono alla intelligenza di Warren-Jackson, che prevede con acuta lungimiranza le mosse degli avversari. Non può però evitare che un componente della banda, nascostosi nello scantinato, gli spari dal basso, il che rovescia una famosa situazione sfruttata all’altezza dei “Bastardi senza gloria”, dove era stato un ufficiale tedesco a sparare dall’alto ben sapendo che sotto il pavimento erano nascosti dei poveri ebrei nel tentativo di sfuggire alla cattura. Naturalmente la bulimia, la libidine stragista del nostro Tarantino non fa sconti, in questo si attiene davvero al modello estremo dei dieci piccoli Indiani di cui, come ben si sa, “non rimase nessuno”. In realtà, Warren avrebbe vinto e con lui chi malgrado tutto rappresenta davvero la legge, un tale, salito anche lui su quella specie di barca di Caronte, avviato a raggiungere Red Rock in qualità di sceriffo, ma come tutti, rimasto vittima della sparatoria generale. I due sanno bene di dover raggiungere presto gli altri già deceduti, ma sul limite dell’esistenza si concedono di sbandierare un pizzico di valori ideologici, e così uniscono le forze residue per impiccare la capobanda, che aveva sperato di farla franca con l’aiuto dei complici. E interviene per loro anche un motivo di consolazione, infatti Warren si vanta di essere latore addirittura di una lettera ricevuta da Lincoln, indirizzata a lui come rappresentante della razza oppressa dei neri. I due, con le mani insanguinate, si passano quel documento come un talismano, tanto per morire nel nome di un valore positivo. Chissà se Tarantino, in questa soluzione estrema, si è ricordato di un predecessore nel tessere storie orrorifiche, il regista francese Clouzot e il suo “Vite vendute”, o “Le salaire de la peur”, in cui l’unico sopravvissuto, impersonato da Yves Montand, prima di essere ingoiato come ogni altro dalla catastrofe imminente, contempla un biglietto della metropolitana parigina, come lontana, irraggiungibile fonte di consolazione.

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Arte

I validi ospiti di Nanda Vigo

L’Artefiera di Bologna, nei suoi pochi giorni di durata, in genere da un giovedì al lunedì successivo di fine gennaio, provoca in città un clima folle, da festa di carnevale, o peggio ancora, da tumultuoso capodanno, accresciuto dallo sciamare di eventi minuti e di breve durata in tutto il resto della città. Purtroppo, proprio come nel caso di quei due appuntamenti sopra evocati, al clima orgiastico ma effimero subentra una lunga quaresima o letargo. Al momento, dato anche che siamo in attesa delle elezioni comunali della prossima primavera, mi sembra che il carniere appunto delle istituzioni di Comune, nonché di Area metropolitana e Regione, siano vuoti, cosicché ormai per sperare di avere mostre di ampi portata ci si deve rivolgere alle Fondazioni bancarie, nel rispetto delle loro rispettive dimensioni, massima per Carisbo col relativo Genus Bononiae, più esigua ma efficace per quella del Monte.
Ma in tanto festival del precario e transeunte conviene segnalare una istituzione che invece si prospetta di lunga durata, la Collezione Lercaro sita in una ampia sede di Via Riva Reno, ora gestita dal Padre Dall’Asta, dalla Casa madre dei Gesuiti al S. Fedele di Milano. Intanto, nei giorni esagitati di cui sopra, al primo piano vi si potevano vedere le installazioni di Nanda Vigo a base di tubi al neon e di altri “Light Projects”, in cui l’artista milanese riafferma la sua adesione a una linea maestra come quella rappresentata, in un tale ambito, da Lucio Fontana prima, e Dan Flavin dopo, ma in definitiva scartando dall’uno e dall’altro, dalle torsioni e curvature con cui il grande Lucio movimentava le sue bacchette magiche, o invece dall’eccesso di rigore minimalista sfoggiato da Flavin. Nanda, cioè, capisce che ora il minimalismo sta alle nostre spalle, e che semmai il clima postmoderno richiede che quelle luci assumano un andamento decorativo, con moti sinuosi, quasi da arabeschi spaziali.
Ma soprattutto, al pianterreno, Nanda distribuisce i pezzi di una sua precisa collezione personale, di quelle che chiama, “Affinità elette”, in cui al primo posto c’è ovviamente Piero Manzoni, il grande sperimentatore con cui la Nostra ha avuto una stretta unione, e negli anni buoni di maggiore inventiva di Piero, quando la famiglia, che ora cerca di ricavare ogni possibile profitto dal “caro estinto”, allora si vergognava di lui e non lo ammetteva neanche in casa, mentre Nanda era tra i pochi a prestargli fiducia. E dunque le restano, di quegli anni intensi, delle opere memorabili, che vanno oltre i soliti e monotoni e inflazionati, e forse falsati in gran numero, “Achromes”, che non corrisposero affatto alla punta più avanzata dell’artista. In fondo, era giustifcata l’accusa di Yves Klein di avergli sottratto l’idea del monocromo, il che generò anche la diffidenza di Restany, pur nel suo fiuto per ogni talento avanzato. Qui, piuttosto, si deve ammirare una tavoletta del ’56 coperta di sottili graffiti, di una scrittura misteriosa e arcana, che forse ci permette di sdoganare il primo periodo manzoniano, quando faceva i conti col Surrealismo, per poi voltargli le spalle, e buttarsi, per esempio, verso coraggiosi impacchettamenti, aprendo la strada al qui del resto pure lui presente Christo, o inaugurando il capitolo del ricorso alle materie plastiche come le fibre di vetro, di cui sapeva offrirci un ampio sbuffo simil-organico. Ma accanto a questa presenza maggiore, tanti altri sono gli ospiti con cui la Nostra ha scoperto di aver “eletto” qualche affinità, come per esempio l’intero Gruppo Zero, Uecker, Mack, Piene, il cui rigore tuttavia ha loro tarpato le ali verso una creatività ad angolo giro di cui invece era capace proprio Manzoni, consentendogli di anticipare la rivoluzione del ’68, mentre quel gruppo tedesco rimaneva prigioniero dei rigori di un universo meccanico-industriale appena ritrovato, senza sospettare che presto lo si sarebbe dovuto abbandonare di nuovo. Ma le affinità dichiarate sono tante altre, ne viene un museo del piccolo formato dove si possono ammirare, come gioielli luminosi, i migliori interpreti di tutte le operazioni più avanzate anni ’60, con ottica ampia che ammette i vari protagonisti a una ricca mensa comune, sia che si siano slanciati sulle rotte della “morte dell’arte” (Beuys, Rotella, Patella, Colombo) o invece abbiano tentato, malgrado tutto, qualche recupero della pittura (Turcato, Accardi, Schifano, Tadini), o sperimentato lo smisurato continente del verbo-visivo (Agnetti, Isgrò, Carrega).
Ma la visita non deve finire qui, infatti, se ci si porta in un ampio seminterrato, ci sono gli ospiti permanenti della Collezione Lercaro, e qui si avranno varie sorprese, come quella di trovare un vasto nucleo di cartoline di Giacomo Balla, dove il capofila del Futurismo “prova” le sue varie ipotesi di soluzioni astratto-decorative. E ci sono sculture di Martini, Manzù, Messina, Wildt, Tavernari, cioè dello stato maggiore della nostra migliore tradizione plastica, e tante altre operare da ammirare, comprese certe presenze del tutto dimenticate, come quella di Emilio Ambron, che frequentava Balla negli anni tra le due guerre, e ne mutuava l’aspetto di un iperrealismo di ritorno.

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Attualità

Domenicale 6-2-16

Ritornando in merito ai vari attacchi che Renzi ha lanciato di recente contro le autorità europee, francamente appare ingiustificato quello relativo a una pretesa mancata risposta circa il quesito se i 300 milioni che ci sono chiesti per aiuti alla Turchia al fine di crearvi strutture atte a contenere l’esodo dei migranti dalla Siria e dalle terre limitrofe andrebbero scomputati dal calcolo del nostro deficit. Pare che questa risposta ci sia stata fin dalla fine dell’anno scorso, e favorevole alla possibilità di sgravio, e dunque il nostro premier non avrebbe tenuto conto di un dato che pure dovrebbe aver acquisito. Ma resta che egli ha ragioni da vendere nel lamentare una discriminazione. L’Europa si precipita a porgere aiuti alla Turchia nel tentativo di arginare un esodo non appena questo si è indirizzato verso le regioni del Nord Ovest, mentre invece, quando questo era diretto quasi esclusivamente verso le nostre coste, i poteri forti dell’Unione europea sono stati assenti, e ora non ci permettono di scomputare le enormi spese sostenute dal solito limite del deficit da non oltrepassare. Insomma, siamo in presenza di una evidente diversità, intervento protettivo quando la minaccia riguarda l’area nordica dell’Unione, disinteresse quando invece il fenomeno minaccia l’area Sud o mediterranea. Si potrebbe obiettare che tra i beneficiari di aiuti forniti alla Turchia per farle erigere una diga di contenimento c’è pure un tipico Paese meridionale come la Grecia, ma questo avviene evidentemente perché la rotta ellenica, per mare o per terra, mira direttamente al cuore dei Paesi forti, mentre quando si abbatte sulle nostre coste si può sempre sperare che i disperati migranti si perdano per strada.
Ma intanto, ripropongo un quesito già posto in campo, si è attenuato l’esodo dalla Libia verso le nostre coste, è intervenuto qualche fatto nuovo a frenarlo, visto che al momento non si parla di ennesimi affondamenti e naufragi, o lo si deve solo a condizioni meteorologiche stagionali, cioè al maltempo invernale che rende quasi impraticabili le vie del mare?
Certo è che una soluzione ideale, anche per le migrazioni che ci riguardano, sarebbe di poter creare sul suolo libico un cuscinetto di blocco e di filtro pari a quello previsto per la Turchia, ma le condizioni in questo caso sono ben più difficili, passano per il non facile conseguimento di un’intesa tra le varie forze in campo sul suolo libico, e anche le possibilità di un nostro intervento militare sono complesse, difficili da prevedere, calcolare, pianificare. E dunque, è grottesco l’assedio che i soliti petulanti frequentatori del salotto Gruber dirigevano, se non sbaglio lunedì scorso, alla volta del nostro Ministro della Difesa, pretendendo da lei che sui due piedi precisasse quante sarebbero le forze militari previste e preparata a cimentarsi in una ipotetica azione diretta. Molte lingue si agitano a vuoto, tanto per fare rumore, per pestare l’acqua nel mortaio, con la compiacente complicità dei conduttori di questi pleonastici salotti tutt’altro che “buoni”.

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