Letteratura

Fois non si sa distaccare dalla sua Sardegna

Sono un convinto e reiterato detrattore della narrativa di Marcello Fois, nonostante che egli da tempo viva nella mia stessa città, Bologna, senza che però ci sia stata alcuna occasione di incontrarci. Da parte sua, evidentemente, circondato da un ampio consenso nazionale, non c’è alcuna ragione per avvicinare appunto un oppositore indefesso, che per giunta conta assai poco nella scala dei valori critici. Io per parte mia mi chiedo che cosa lo abbia spinto a venire a vivere nella nostra città, ma restando del tutto insensibile a quanto vi si può cogliere, di atmosfere, ambienti, incontri umani. Con puntuale pervicacia egli si porta dietro, e rumina, coltiva, un ampio repertorio di ricordi dalla sua isola, anzi, dalla Barbaglia più remota e selvaggia. In sostanza si comporta come quei pastori sardi che, almeno qualche tempo fa, venivano ad abitare con le loro greggi sui nostri monti, magari portandosi dietro qualche rito brutale iscritto nelle loro consuetudini. Si diceva, quando fummo invasi dal crimine dei sequestri di persona, che si trattava proprio di una modalità delinquenziale che quei pastori sardi si erano portati dietro dalla loro realtà insulare. In Fois succede qualcosa di analogo, per carità, a un livello del tutto innocuo, innocente, di sfruttamento di miti autoctoni, per il resto suppongo che sia persona corretta e illibata. Ma a quella tradizione, di turpi crimini, di odi feroci, di vendette meditate a freddo, è rimasto legato e ne offre periodiche riedizioni, seppure con opportune varianti. A dire il vero, ne ha anche tentato una fuga, con l’opera penultima uscita dal suo laboratorio, “Del dirsi addio”, tentando di spingersi in direzione opposta, verso il Nord, verso la provincia di Bolzano, ma ne è venuta una storia aggrovigliata e inverosimile, accompagnata ovviamente ma una mia pronta stroncatura. Per cui, a conti fatti, meglio che Fois torni ad alimentarsi di quelle storie sarde succhiate col latte, introiettate nei suoi anni anteriori. Come è proprio la vicenda intitolata a “Pietro e Paolo”, perfetta nel suo stringersi in fatti lontani, del tutto incomunicanti col nostro oggi, chiusi in una tradizione di neorealismo assolutamente non suscettibile di venire fregiato con un “neo” aggiuntivo, come mi capita di fare quando voglio porgere una ciambella di salvataggio a qualche narrazione. Qui siamo fermi ai temi e tempi della Deledda, con ben poco avanzamento verso il nostro presente. Alla base di tutto c’è una coppia di amici del cuore, Pietro e Paolo, come i due apostoli, di cui però le loro cupe vicende non ricordano nulla, marcate a fuoco proprio dalle condizioni sociali di una Sardegna “d’antan”. Non dico che magari ancora oggi non vi si possano rintracciare aspetti di un simile spareggio sociale, ma non così cieco, immanente, inevitabile. Paolo è figlio di una sorta di padrino, di mammasantissima del luogo, che in occasione della Grande Guerra fa di tutto per esonerare il figlio, debole a livello fisico, dall’obbligo militare, ma non ci riesce, e allora gli mette a fianco una sorta di schiavo, di servitore fedele, il Pietro che è di poverissimo stato sociale, tanto che potrebbe pure essere esentato dall’obbligo di leva, essendo l’unico sostegno della famiglia. Ma in sostanza il possidente imperioso ne fa l’accompagnatore fedele al servizio del suo debole primogenito, con promessa di generosa remunerazione, in cambio, concessa ai congiunti dell’altro. Succede però che un comandante crudele e capriccioso, è ben noto che ce ne erano tanti in quella Guerra, decide, quasi testa o croce, che il fragile Paolo debba andare all’assalto, ma senza la compagnia dell’attendente, del fedele assistente, nonostante che questi si offra di affiancarlo. La vicenda scorre alquanto prevedibile, Paolo non se la cava nell’assalto, ne resta vittima, ma con sforzo eroico, e rispettando il compito ricevuto, Pietro riesce a intervenire e a salvarlo, quando però l’amico è ridotto a un misero tronco umano, costretto per il resto dei suoi giorni a trascinarsi in carrozzella. Quanto all’altro, essendo venuto meno all’ordine ricevuto dall’autorità militare di rimanere nelle retrovie, è costretto prendere la via della diserzione e a sparire nell’ombra. Naturalmente il padre padrone si vendica di quello che gli appare essere stato un vile tradimento dell’accompagnatore del figlio, e dunque riduce la famiglia di lui alla più cruda miseria, proprio con quella crudeltà che era tanto cara ai drammi del verismo del buon tempo antico. Ci sarà però malgrado tutto un ultimo abboccamento tra i due ex-amici, pur nei loro ruoli del tutto mutati, il ricco divenuto un rudere, un misero sopravvissuto a se stesso, l’altro invece sano, ma costretto a rendersi uccel di bosco, espulso per sempre dai ranghi di un vivere civile. Si compiaccia chi vuole, e pare che ve ne siano molti, di una storia così logora, così ricalcata su stereotipi, con esiti così prevedibili. Io continuo a vedervi il frutto di una sorta di transumanza inconcludente.
Marcello Fois, Piero e Paolo, Einaudi. Pp. 146, euro 17,50.

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