Letteratura

Le prime prove di Romana Petri

Sono stato molto colpevole in passato nei confronti di Romana Petri, di cui ho snobbato, è la parola giusta, i primi romanzi da lei stesi negli anni ’90, cui poi ha fatto seguito una numerosa produzione approdata ora a “Pranzi di famiglia”, che finalmente ha ricevuto la mia meritata attenzione fino a dedicarle un “pollice recto” sull’”Immaginazione”, che però uscirà, dati i tempi lunghi del cartaceo, dopo questo mio intervento estemporaneo che, cercando di rimediare alle passate mancanze, e anche in preparazione di una sua comparsa qui a Cortina, in uno dei pomeriggi da me organizzati al Grand Hotel Savoia, rivolgo ad alcune sue prime prove, stanate fuori dalla mia biblioteca. Fra l’altro, mi sono accorto che possedevano generose dediche da parte sua, cui non ho risposto in alcun modo. Invece proprio il primo di questi romanzi, “Il ritratto del disarmo”, Rizzoli, 1991, mi doveva persuadere, per la comparsa di un personaggio molto interessante, tale Pillo, proprio “in disarmo” rispetto alle ordinarie sollecitazioni della vita normale: figura di intellettuale in preda a masochismo, a autismo, dedito a lunghe meditazioni, a mutamenti di alloggio e luogo, ma alla maniera del malato che si gira nel letto senza trovare pace. Anche perché accanto gli è una moglie pure lei poco normale, tale Oliviera, spigolosa, scarsamente sexy, e c’è pure una terza persona, Marsilia, però anche lei restia a entrare nei panni dell’amante in carica. Insomma, si tratta di un romanzo con parecchi caratteri di sperimentalismo, erede addirittura dei personaggi solipsisti di un Federigo Tozzi. Più rispondenti a canoni tradizionali del romanzesco allo stato puro altre due prove di quegli anni, che forse, da me sfiorate superficialmente, mi avevano tenuto lontano dalla loro autrice. Eppure già vi entrano alcuni dei motivi che poi l’hanno accompagnata fino all’ultimo prodotto, in definitiva il più maturo e riuscito. Già in queste prime apparizioni dominano le questioni di famiglia, tra una madre che se ne va troppo presto e fratelli e sorelle allacciati da problemi angosciosi di convivenza. Ma andiamo a vedere alcuni di questi esiti, come per esempio “Il baleniere delle montagne”, di nuovo Rizzoli, 1993, il più “romanzesco” fra tutti, situato in un’isola che credo inesistente, Flores, ma già con opzione, forse, per confessione della narratrice stessa, proveniente da Tabucchi, ispirata a riti e miti di un universo spagnolesco o lusitano, dove a dire il vero una figura maschile c’è nella persona di un avo che ha dovuto rinunciare al ruolo di baleniere per andare a rifugiarsi sulle montagne. Ma un nipote ne eredita l’audacia e lo spirito di avventura, però rivolgendoli a una attività folclorica come quella del torero, ma male gliene incoglie perché finisce incornato, e dunque l’intero romanzo è una veglia funebre della madre, Vera Monica, che alla fine decide di darsi a un rito cannibalesco, o sacrale, come per una orrida eucaristia, cibandosi delle stesse membra del figlio perduto. Più normale l’ambiente ove si svolge il terzo racconto di cui qui intendo fare menzione, “Alle case Venie”, Marsilio, 1997. Siamo negli anni drammatici tra la caduta del regime fascista e l’incrudelire delle forze tedesche occupanti, con l’aiuto dei cosiddetti repubblichini, contro cui reagiscono le popolazioni di un’Umbria paesana, contadina. In questo caso l’industre Petri pare ispirarsi all’epica partigiana di Fenoglio, e prorompe il tema dei rapporti fraterni, domina infatti la figura della sorella maggiore, Alina, che fa quasi da tutrice e madre in seconda al fratello Aliseo, il quale con ardore adolescenziale si tuffa nelle azioni partigiane finendo barbaramente ucciso da un traditore della causa resistenziale. E dunque anche qui si profila una veglia funebre, ma con l’inserimento di un ulteriore motivo, nelle vicende di famiglia entra pure un animale, in questo caso il cane dal nome di un essere umano, Arduino, e a dire il vero non si sa se la saggia Alina dedichi un omaggio funebre più accorato al fratello o al fedele animale domestico.
Del resto, venendo ad anni più recenti, questo possibile attaccamento all’amico fedele dell’uomo viene tematizzato nel “Mio cane del Klondike”, Neri Pozza, 2017, monumento eretto a ricordo di un animale forte, mostruoso, selvaggio, in cui si concentra tutta la hybris che la Nostra accumula nei suoi romanzi. Infine, nel penultimo “Figli dello stesso padre”, Longanesi, 2013, siamo davvero nel cuore del dramma famigliare, dell’incontro-scontro tra due fratelli nati da madri diverse, anche se a legarli c’è l’esistenza di un genitore in comune. Siano ormai a un passo proprio da “Pranzi di famiglia”, in cui si concentrano tutti i dissapori, i drammi, le ostilità che si annidano in ogni nucleo domestico, come di belve che però si concedono una tregua quando a sera vanno tutte a bere la stessa acqua. Qui i momenti di disarmo temporaneo sono appunto i “Pranzi di famiglia” in cui la Petri porta a provvisorio equilibrio le tensioni e ostilità che è venuta dipanando nella sua lunga produzione.

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