Arte

Il troppo dolce Dolci

Purtroppo Carlo Dolci (1616-1687) segna il punto di maggiore crisi del pur generoso progetto messo in atto da Mina Gregori quasi trent’anni fa, quando concepì la mostra sul Seicento fiorentino. L’illustre studiosa cercava di imitare l’esempio dei colleghi, nella fedeltà alla causa longhiana, Francesco Arcangeli e Carlo Volpe, che già da un trentennio avevano rilanciato alla grande la scuola dei Carracci con mostre famose e di alta tenuta scientifica. Ma i bolognesi erano stati legittimati dalla famosa prolusione che Roberto Longhi tenne nel ’34 al momento di assumere l’insegnamento bolognese all’Alma mater, in cui non aveva mancato di indirizzare appunto un omaggio seppure un po’ di striscio alla scuola carraccesca, a modo suo, cioè trovando anche in essa qualche riflesso del naturalismo padano, che era, come si sa, la stella fissa della sua navigazione. Non mi risulta che abbia rivolto un analogo apprezzamento ai disgraziati toscani del Seicento, quando poi passò sulla cattedra fiorentina. Del resto, prima di loro, c’erano stati secoli di gloria, nella città del Giglio, e poteva sembrare del tutto marginale occuparsi anche di quella sfortunata appendice. Infatti le sorti delle due città, pur separate appena dalla catena appenninica, sono state per secoli di totale diversità. Immense le glorie a Sud della catena montana, quasi irrilevanti quelle a Nord, degne solo di qualche omaggio per il Trecento bolognese, ma che fu solo una piccola guglia, se comparata all’immensità giottesca, di cui peraltro era anch’esso ben memore. Poi, poco nel Quattrocento, se si eccettua qualche riflesso dalla scuola ferrarese, e un buon manierismo, ma imparagonabile alle grandiose vette fiorentine, in questo ambito, che furono anche il canto del cigno della grandeur toscana. Forse Bologna trasse vantaggio proprio dalla scarsità delle sue tradizioni, rendendo liberi Carracci e compagni di guardarsi attorno, di attingere a piene mani al colorismo e naturalismo dei Veneziani e dell’isolato Correggio, creando un impasto capace di insinuarsi come una spina nel fianco del caravaggismo. Ma soprattutto, giovò a Bologna la sua stessa situazione di vassallaggio rispetto alla Roma dei Papi, il che diede ai suoi artisti una specie di accesso diretto all’Urbe, dove portarono il loro naturalismo moderato, ma non privo di movimenti pre-barocchi, e pronto anche a nobilitarsi, per merito del grande Annibale, alle fonti di un rilanciato classicismo, il che creò una miscela a largo raggio d’azione, pronta a diffondersi in tutte le nazioni, Francia, Spagna, Austria, rimaste attaccate alla Chiesa di Roma, miscela capace di scavalcare il caravaggismo, che fu un fuoco destinato a spegnersi verso la metà del secolo. Longhi fu un assai cauto o addirittura reticente promotore della causa carraccesca, che infatti ebbe un maggiore impulso grazie a Cesare Gnudi, di derivazione ragghiantesca, ma pronto a superare lo sciagurato giudizio del suo maestro, che aveva accusato i Bolognesi di eclettismo per la loro pretesa di attingere a tanti forni, mentre Gnudi fu il difensore di quella astuta e proficua “entente cordiale”, trovando appunto in ciò l’appoggio di longhiani più convinti del loro maestro circa la bontà di quella causa.
Ma tornando a Firenze, l’orgogliosa autonomia del casato mediceo, così come fu tra i maggiori fattori dei secoli di gloria, divenne simile al proverbiale cadavere da cui certe vittime designate non riescono a distaccarsi e che dunque le trascina con sé verso la putrefazione. In altre parole, i Fiorentini furono impediti di guardarsi attorno con occhi prensili, dovettero rispettare proprio l’obbligo di fare da sé, senza viaggi romani, per esempio, e anche senza potersi collegare prontamente quando da Roma e da Napoli, città quelle sì più che mai fiorenti e rigogliose, provennero gli alti apporti di Pietro da Cortona e poi di Luca Giordano. La città del Giglio dovette accontentarsi degli esiti compassati e conformisti del Cigoli o dell’Allori, magari potendo schierare solo il genio ribelle, tumultuoso e disordinato, di Francesco Furini, capace davvero di andare extra-moenia e di consuonare, per esempio, con un personaggio anche quello sfuggente e dinamico come Salvator Rosa. Invece il nostro Dolci fu condannato da una quasi perfetta applicazione del triste detto “nomen omen”, lui subito ribattezzato come Carlino o Carletto, perché di bassa statura, e rimasto quasi per intero chiuso nella cerchia delle mura fiorentine, con poche sortite, mai una puntata su Roma, a esalare il suo miele, a produrre immagini davvero sdolcinate, tanto per rimanere alla triste profezia del cognome. Se gli si volesse trovare un socio di alto profilo, si potrebbe pensare al quasi coetaneo spagnolo Esteban Murillo, che però accanto ai “santini” melliflui seppe frequentare con ardimento il filone della pittura di genere, con squadre di quasi scugnizzi alla napoletana intenti ai gesti prosaici dello spulciarsi. Nulla di simile nel repertorio ultra-conservatore del Dolci, negato al dramma, perfino quando osa affrontare temi forti, come nel dipinto posto nella copertina del catalogo, che sarebbe di una Salomé recante su vassoio la testa del Battista. Ma si tratta di una servetta, più che altro preoccupata di apparire in ordine con i ricciolini della pettinatura, che reca in tavola una pietanza saporita chiedendo agli astanti se vogliono favorire. E così via, dappertutto in Madonne e Bambino, Santi eccetera, domina il senso della misura, del piccolo ma bello, di armonie raggiunte al ribasso. Niente da fare se guardiamo in direzione del Reni, che certo anche lui sapeva inoltrarsi nelle mollezze, ma con un fare arioso e con sinuosi ritmi di danza, oltretutto eseguiti in grandi formati.
Fissati questi limiti alla presenza del Dolci, ovviamente c’è da rallegrarsi che anche lui abbia avuto una mostra molto ben condotta e di giusta ampiezza. Inoltre a suo vantaggio va anche considerata la produzione ritrattistica, in cui invece seppe mettere la “cattiveria” che gli mancava quando si dava alle immagini sacre, troppo rotonde e levigate. Nel ritratto invece sapeva anche affrontare rime “aspre e chiocce”. E una menzione d’onore va anche resa ai disegni, in cui l’obbligo di affidarsi al segno asciutto della matita gli consentiva di abbandonare gli eccessivi spessori di belletto che ottundono i dipinti, inoltre la policromia si riduce a uno squisito contrasto di neri e rossi, ovvero in questi casi il Dolci sa affrontare quella dieta salutare cui invece rinuncia, a suo danno, quando si dà all’atto totale della pittura.
Carlo Dolci, a cura di S. Bellesi e A. Bisceglia, Firenze, Palazzo Pitti, Galleria Palatina, fino al 15 novembre, cat,. Sillabe.

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Attualità

Benvenuto Verdini e compagni

Ho già detto del “tradimento” che ho operato nei confronti di Bersani e di Cuperlo, cui pure era andato il mio voto contro Renzi in occasione delle rispettive primarie, e invece della mia conversione al renzismo, che mi ha convinto per la sua politica del “fare”, davvero ispirato a un efficace decisionismo. Inoltre, ripensandoci, ho pure constatato che con lui si ha la rivincita della conculcata causa della socialdemocrazia nel nostro Paese, si incontra il vendicatore della linea Saragat-Nenni-Craxi, senza neppure cedimenti al catto-comunismo, di cui recente infelice esponente è stata la Bindi col suo gesto maramaldesco consumato sotto l’ipocrita copertura dell’anti-mafia. Ritornando a Bersani, lui a sua volta, come già Saragat, si può lamentare di essere stato vittima di un destino “cinico e baro”, dato che, sul finire del 2011, sembrava avere in mano Palazzo Chigi, i sondaggi lo davano come vincitore alla testa del Pd. Allora compì un gesto nobile di cui gli va dato riconoscimento, evitò di mandare il Paese alle urne, da cui forse sarebbe uscito vincitore, paventando l’effetto disastroso che una decisione del genere avrebbe avuto sui nostri conti pubblici. Dopo, forse la sicurezza della vittoria annunciata gli ha fatto condurre assai male la campagna elettorale, fino alla non-vittoria della primavera 2012. Ci fu ancora il tentativo di dialogare coi Grillini. A sentire la malalingua di quel seminatore di zizzania che è Travaglio, in realtà Bersani andò al famoso streaming con i Cinque stelle senza offrire loro nulla di concreto, credo che invece urtasse contro il folle loro piano di non fare alleanze con nessuno, di attendere che la pera marcia cada nel loro piatto e che portino via l’intera posta. Dio non voglia che ciò succeda davvero. Dopo, Bersani è stato scavalcato dallo stesso Napolitano, è lui che ha imposto il governo di unità nazionale con Pd e Fi. l’Italia dimentica, ma allora Bersani venne addirittura aggredito dall’opinione pubblica venendo accusato di intralciare, coi suoi vani tentativi di imporsi come candidato al governo, l’affermarsi delle “magnifiche sorti e progressive” corrispondenti a quello sciagurato connubio, cui però in effetti non si vedeva alternativa. Poi, Bersani condusse anche in questo caso in maniera infelice la candidatura Prodi alla presidenza della Repubblica. La politica, a differenza della critica d’arte e della letteratura, è impietosa, in questi ultimi casi si può anche sostenere un autore bocciato o dimenticato dal pubblico, ma sull’altro fronte non c’è nulla da fare, un leader perdente deve uscir fuori dall’agone, è la dura legge di cui già sono stati vittime in successione Occhetto, D’Alema e Veltroni, e appunto con loro è pure tramontato il lignaggio degli ex-PCI, per mia consolazione è subentrato loro un campione, per quanto mascherato e trasposto, di una sostanziale socialdemocrazia.
Ho ricordato questi precedenti per segnalare quanto è ridicola, ingiustificata, fuori luogo la campagna che ora Bersani e Compagni stanno facendo contro Verdini e il suo distacco dal ceppo berlusconiano, il suo quasi sicuro accorrere, con la poca brigata che si ritrova, in aiuto a Renzi, anche in nome di oscuri rapporti col padre del leader. Ma come? Forse che, dopo il fallimento di Bersani, il governo non si regge sull’alleanza Pd-Fi? Semmai, non è la sinistra che ha rifiutato sdegnata l’apporto della destra, ma al contrario è quest’ultima che se ne è andata, denunciando il patto del Nazzareno, e pur una ragione futile, che conferma quanto il partito berlusconiano sia una formazione padronale, con una schiera di passivi cortigiani a seguirlo. Come sappiamo, la causa della rottura è stata la candidatura di Mattarella alla presidenza della Repubblica, un nome bocciato dal leader dell’opposizione per la semplice ragione che in passato questo politico si è pronunciato contro gli interessi di Mediaset, ennesima prova, se ce ne fosse il bisogno, di come in casa Berlusconi le ragioni della politica si identifichino con quelle dell’azienda. Ora, che da quella formazione si distacchino dei massi erratici, prima quelli di Alfano e compagni, e ora dei verdiniani, non porta a nessuna infrazione del quadro generale, nato, ricordiamolo ancora, per il fallimento politico di Bersani e con lui della causa dei veterani Pci rimasti dentro al Pd. E dunque, come è possibile gridare allo scandalo? E’ anzi il ricomporsi di una logica che certo non piace ma di cui al momento non si riesce a fare a meno. Con l’arrivo dei verdiniani si rinsalda il patto del Nazzareno, di cui del resto il loro leader viene ritenuto essere stato il principale tessitore dalla parte della destra.

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Letteratura

Carla Vasio: piccolo è bello

Qualche tempo fa, in una di queste mie noterelle, lamentavo la scarsa presenza di voci femminili tra le file del pur glorioso Gruppo 63, almeno per quanto riguarda la narrativa, forse con l’unica eccezione di rilievo rappresentata dall’”Orizzonte” di Carla Vasio, che pure in seguito sembrava essere sprofondata nel silenzio. O forse no, sono colpevole io di averla trascurata. L’occasione di quella mia presa d’atto era la ricomparsa, invece, di una ennesima prova di Marina Mizzau, che però non poteva essere posta a riempire quel buco, in quanto, negli anni buoni del Gruppo, Marina si era data, come me, a un’attività di natura esclusivamente critica. Solo in seguito, a Gruppo già tramontato e sciolto, si era decisa a scendere in campo con una produzione di testi in prosa. Sembra quasi che quel mio lamento abbia fatto breccia in Carla Vasio, visto che ora esce con uno smilzo libretto, quasi come un Pollicino che depone un’altra traccia di un raro e rado percorso. Il titolo di questa uscita è già molto indicativo di per sé: “Piccoli impedimenti alla felicità”. Vi trovo una opportuna consonanza con una formula in cui si concentra forse per intero la poetica di Antonio Tabucchi, “piccoli equivoci senza importanza”. Viva il piccolo, il marginale, il “senza importanza”, un modo sicuro di ricordare i gloriosi precedenti delle epifanie joyciane o delle occasioni montaliane. In ciò forse una demarcazione tra la buona e la cattiva narrativa, quest’ultima continua impunita anche ai nostri giorni a inzeppare i propri componimenti di fatti grossi, mentre l’altra accetta la dieta, e anche la conseguenza che partendo dal piccolo, non si potrà riguadagnare il grande formato del romanzo, cosa di cui la nostra Vasio è assolutamente incurante, mentre si sa che invece Tabucchi soffriva, per questo limite, e più di lui soffriva la schiera di ammiratori, con un piede nella conservazione, che infatti gli eressero un monumento per una delle sue prove più infelici, proprio perché tentavano di sfuggire alla condanna al piccolo formato. Mi riferisco al lungo, dilatato oltre misura “Sostiene Pereira”. Un rischio del genere non lo corre certo la Vasio, cui semmai si può muovere un rimprovero opposto, di darci cioè prose minimali, brevi lacerti, illuminazioni episodiche, come fiammiferi accesi per un attimo a schiarire le tenebre, ma presto ingoiati e sommersi da queste. Sempre ragionando sul titolo, diciamo pure che la felicità in esso evocata vi sta per antifrasi, per indicare un fine irraggiungibile, queste scarse pagine attestano invariabilmente momenti di crisi, di angoscia, di mancamenti, vissuti dai protagonisti tra coscienza e incoscienza, a occhi aperti o chiusi nel sogno, forse meglio dire nell’incubo. Già nella “Premessa” abbiamo subito un caso di caduta nella nevrosi, di un soggetto che ripete a se stesso una frase rivelatrice di tutto il suo turbamento psichico, “modernità trasalita”. Il successivo “Cinque” sta a indicare le ore passate da quando un audace si è tuffato in mare, poi sparendo alla vista del compagni. In genere, dominano appunto i casi di obiettivi anche molto semplici, come quello di un tale che cerca di prendere l’autobus, ma non ce la fa, e si consola con una manciata di “Frammenti”, molto simili ai talismani insignificanti su cui insiste anche Montale. E poi, c’è la porta che si apre da sé, come nell’incubo di una dormiente, o il vagare “Nel buio” di due fratelli che cercano di trovare i gradini brancolando come dei ciechi, e sentendoli fuggir via dai loro piedi. C’è una signora che attende gli ospiti per una festicciola di compleanno, ma poi viene presa dal dubbio che forse ha sbagliato data, e dunque nessuno verrà a festeggiarla. E’ un caso che consuona con “Quello che resta”, in una casa svuotata del mobilio e pronta per essere affittata, ma c‘è all’interno una persona che si abbarbica a lettere conservate nel cassetto, a memorie non del tutto svanite. Anche gli animali hanno un loro ruolo, in questo microcosmo, a cominciare dalle lumache numerose, “Cento e una”, che sfuggono dal paniere dove sono state messe a spurgare, e ora chi tenta di raccattarle si trova suo malgrado a schiacciarle sotto i piedi. Ma forse il racconto più riassuntivo è uno degli ultimi della serie, “Allacciamenti”, dove protagonisti sono dei coniugi che stanno in fila, dopo aver presto il biglietto, attendendo che venga il loro turno per essere chiamati allo sportello e per manifestare una richiesta forse assurda, forse già in partenza negata ad ogni risposta e possibilità di esaudimento. Davvero la felicità è lontana, irraggiungibile.
Carla Vasio. Piccoli impedimenti alla felicità. Roma, Nottetempo, pp. 95, euro 11.

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Arte

Dalla Cina un aiuto a favore del pennello

Le mie recenti prese di posizione a favore di un ritorno all’uso del pennello trovano ora uno straordinario punto d’appoggio in una mostra al Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC) di Milano, un luogo che sta svolgendo una eccellente opera di ricognizione a tutto tondo. E’ una rassegna dal titolo eloquente: “The Act of Painting in Contemporary China”, con riferimento a una per me misteriosa tradizione, o ritualità denominata Jing Shen. Del resto questo mio nuovo positivo avvistamento fa subito seguito all’approvazione appena rivolta a un altro cinese, Li Songsong, qui neppure nominato, a riprova che la vendemmia potrebbe essere cospicua e multilaterale, come del resto conviene a un intero continente quale appunto la Cina. Aggiungo che non ritrovo neppure alcuno dei pittori da me a suo tempo esposti in “Officina Asia”, nell’ormai lontano 2004, se si fa eccezione di Wang Gongxin, peraltro più noto come videoartista, ed esposto non al PAC ma alla Malpensa.
Naturalmente l’attuale ritorno al pennello deve essere condotto “con juicio”, non come atto di selvaggia libertà, o di ritorno a vecchie tradizioni, bensì con riferimento ai nuovi mezzi tecnologici che pure tenterebbero di metterne fuori uso la ricomparsa in scena. Per esempio, è del tutto significativo il caso di Kan Xuan che riprende la millenaria tradizione della scrittura ad inchiostro nella versione ideografica tipica di quel Paese, colma di fantasia e di estro, diversamente dal deprimente razionalismo del nostro alfabeto. L’attuale maestro calligrafo espone i suoi virtuosismi su tanti monitor che ci permettono di ammirare il sapiente esercizio “in fieri”, mentre si fa sotto i nostri occhi. Se poi usciamo dal puro esercizio di scrittura, ecco le icone, leggere, eleganti, di Qiu Zhije, che trasformano certi motivi folclorici in deliziose macchine, non si sa se di piacere o di tortura. Dal pennello appuntito e pronto a ricamare si passa a un suo uso volutamente più grossolano e violento con Liao Guhoe, compilatore di brutali tatzebao dove l’immagine è subito completata da sferzanti frasi, anche se per noi illeggibili. C’è poi chi, come Yan Pei-Ming, lascia cadere del tutto la presenza della scrittura, portata a rallentare e frenare, per far esplodere una ribollente barbarie di animali inferociti e aggressivi, ma curiosamente dedica pure un omaggio al nostro Alighiero, colto nel rapporto gemellare con l’altra sua metà, con il Boetti con cui amava spartirsi. Un collegamento in diretta tra l’antica pratica del disegno a china, disteso con tracciato trasparente e liquido, e invece la mobilità del video, ci viene fornito da Chen ShaoXiong, che affronta il repertorio della civiltà urbana, o la presenza dei personaggi alla moda del giorno, ma appunto rifacendoli a mano, anche se resi fluenti dal nastro magnetico.
Se fin qui il messaggio figurativo, iconico, risulta compilato su misure ridotte, proprio come si conviene a fogli di un manoscritto, in altri casi il discorso si espande, come succede con Zhang Enli, fino a invadere tutte le pareti di un’ampia sala, il che mi ricorda una tappa nel mio passato, condotta con a fianco Francesca Alinovi, quando a Milano, Palazzo Reale, proposi, anno 1979, la mostra “Pittura ambiente”, ma allora l’attenzione andava solo ai nostri artisti occidentali, ora il testimone è ripreso e rilanciato dai loro colleghi dell’Estremo Oriente. Che inoltre hanno pure la virtù di passare prontamente da esiti iconici, figurativi, ad altri di pura fantasia aniconica, astratto-decorativa, e il tramite è dato pur sempre dalla frusciante, fragile traccia deposta dall’inchiostro di China. Li Huasheng insegue i ritmi tesi, allungati, ma non privi di brividi e sussulti, che scorgiamo anche nei nostri cardiogrammi, mentre Ding Yi compone ampi mosaici sfruttando in tutte le possibili combinazioni un motivo cruciforme, e beninteso dalle soluzioni su carta si potrebbe passare a imprimere quei minuti patterns su mattonelle o carte da parato. Nulla vieta poi che la trama minuta, quasi impalpabile degli apparati grafici possa partorire da sé all’improvviso delle escrescenze di portata oggettuale, si veda il caso di He Xiangyu che dopo aver disteso su superficie lievi gomitoli, nodi enigmatici di difficile soluzione, passa a dare consistenza volumetrica a quei pallidi fantasmi, erigendo piccoli monumenti all’insegna del precario, improntati al riuso di materiali di scarto, tra cui entrano perfino i denti sottostati a qualche dolorosa estrazione ma che ora si riscattano assumendo l’aria nobile di ciondoli preziosi. Insomma, dalle due alle tre dimensioni, andata e ritorno, come dimostra Xu Zhen, un caso di “citazione”, o di “ripetizione differente”, infatti l’artista entra in punta di piedi in un museo che custodisca preziosi vasi ceramici con i fianchi cosparsi di eleganti tatuaggi, ma imprime loro, senza parere, alcune deformazioni, ne piega i colli, come fossero di cigni, ne dirotta gli orifizi. Altre volte, armatosi con gli strumenti di un maestro pasticcere, ne fa sgorgare, affidandosi a materiali sintetici non commestibili, una selva di guglie o pinnacoli, come per istoriare la vasta superficie di una torta, che diviene anche simile a una carta geografica in rilievo. Insomma, questa ampia rassegna di un rinnovato “Act of Painting” sfida il triangolo di Kosuth, si mostra capace di rispondere punto su punto, di emulare la foto, l’oggetto stesso e la scrittura. Il pennello riesce a essere competitivo rispetto a quei pur legittimi concorrenti.
Jing Shen, The Act of Painting in Contemporary China, a cura di D. Quadrio e M. Torrigiani, Milano, PAC, fino al 6 settembre, cat. Silvana.

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Attualità

Liberalizzare l’uso di droghe

Si ritorna a parlare di un provvedimento legislativo per la depenalizzazione nel consumo delle droghe leggere, appoggiato a un fronte parlamentare trasversale dove per fortuna le varie forze di sinistra si ritrovano unite, a riprova che il sangue non è acqua, mentre più o meno vi si oppongono gli aderenti alle varie destre. Era ora che si procedesse per questa strada, in cui favore mi è capitato di intervenire più volte e in diverse sedi, anzi, ho proceduto oltre verso esiti estremi, a mio avviso è l’intero ambito delle droghe, leggere e pesanti, che va sottratto a un inutile, infausto, dannoso proibizionismo. La questione è del tutto simile all’uso del tabacco e dell’acol, sostanze sicuramente dannose per la salute, ma nessuno al giorno d’oggi si sognerebbe di innalzare una barriera proibizionista nei loro confronti, ci avevano provato gli USA negli anni Trenta, col disastroso risultato di dare esca alla loro malavita. Non è che tutte queste sostanze siano innocue o addirittura vantaggiose per la salute, certo fanno male, bisogna tentare di limitarne l’uso, intervenendo con giusti divieti quando il ricorso ad esse avvenga in talune occasioni pubbliche. Ma qui ci si ferma, per tabacco e alcol, pur non mancando di ammonire che il loro consumo è dannoso per la salute, e appunto cercando di vietarli, per esempio nei cinema, nelle stazioni, nei luoghi di lavoro e di studio. Perché invece adottare un atteggiamento ben più rigido in riferimento alle doghe, leggere o pesanti che siano? I dati non le indicano affatto come più dannose rispetto a quegli altri due flagelli, anzi, gli indici di mortalità nazionale ci dicono che la prima delle piaghe, per numero di vittime, resta il fumo, subito seguito dall’alcol, ma i morti per queste due droghe non si vedono per strada, o in qualche toilette di bar, e dunque non colpiscono l’immaginazione come chi muore di overdose, e viene scoperto cadavere all’alba, Ovvero, l’immaginazione pubblica in proposito è colpita dall’infausto peso di quelli che Francis Bacon chiamava idola, non saprei dire se attribuibili alla tribus, o al forum, o allo specus, comunque a fare la differenza c’è solo un fattore esteriore di ordine psicologico, e non certo un dato statistico quantitativo. Naturalmente, rispetto agli utenti di droghe, non bisogna affatto abbassare la guardia, ma basterà comportarsi come si fa proprio con i due vecchi mali di Bacco e Tabacco, vietare di farvi ricorso in uffici, scuole, luoghi di riunione. Nel caso delle droghe si potrà procedere a regolari controlli su personale pubblico, docenti, discenti, prendendo gravi provvedimenti in chi venga scoperto colpevole. Ma poi, in privato, liberi tutti di comportarsi secondo coscienza e prudenza, esattamente come col fumo e con gli alcolici. D’altronde, l’attuale cocciuta lotta contro consumatori e spacciatori è perduta fin dall’inizio, leggiamo, ascoltiamo ogni giorno di maxi-retate delle forze dell’ordine volte a sequestrare chili, quintali di sostanze proibite, ma il giorno dopo si ricomincia di nuovo, senza fine, e risulta manifesto che questo è il terreno attualmente più favorevole alla malavita organizzata, con effetti rovinosi sui poveri assuefatti che per procurarsi la fatidica dose, oggi carissima proprio per lo stupido divieto, sono pronti a rubare, aggredire, prostituirsi. Insomma, l’abolizione di quell’inutile blocco sarebbe un provvedimento straordinariamente salutare, da adottare senza indugio.
Visto che ci sono, inserisco un foglio in un dossier già da tempo apprestato. Un altro fatto del giorno sono le reazioni spropositate degli abitanti di certi quartieri quando si tenta di inserire nelle loro comunità qualche scampato dai naufragi sulle nostre coste. Queste reazioni, cinicamente fomentate da Lega e Casa Pound, dalla peggiore feccia di destra, sono esecrabili, però ha pure ragione un conduttore di buon senso come Enrico Mentana quando osserva che le prefetture potrebbero collocare questi profughi in caserme abbandonate, ce ne sono tante, senza sfidare certa prevenuta opinione pubblica dovendo ricorrere alle forze dell’ordine. In fondo, non si tratta di dare a questi profughi una sistemazione definitiva, ma di accertare il loro status e di decidere come farne una distribuzione sensata e razionale. Si tratta cioè di parcheggiarli in luoghi di attesa e di smistamento, seppure provvisti di adeguate strutture di civile accoglienza.

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Leoncillo e Moreni: il riscatto del “meno” verso il “più”

Nei giorni scorsi si sono tenuti importanti convegni per ricordare due figure dominanti del nostro secondo Novecento, Mattia Moreni e Leoncillo Leonardi. Parto dal secondo dei due, anche se venuto un momento dopo, il 9 e 10 luglio, ottimamente organizzato a Spoleto da una docente dell’Università di Perugia, Stefania Petrillo, e da una nipote dell’artista, Anna Leonardi, senza dubbio più ricco dell’altro, in quanto dalla natia Umbertide Leoncillo si è spostato e ha svolto quasi tutta la sua purtroppo breve carriera a Roma, e dunque attorno alla sua memoria si è stretto il fior fiore della critica dell’Urbe, anche se per ragioni contingenti un trio dominante, Calvesi, Crispolti, Boatto, si sono limitati a inviare testimonianze in assenza, ma c’erano Rubiu, Corà, Mantura, Claudia Terenzi, Fabio Sargentini, e poi via via, a cerchi allargati, Toscano, Bonomi, Tomassoni, Messina, e pure più giovani presenze come Tonelli. Tuttavia, pur nel coro unanime delle lodi, traspariva una punta d’amarezza nel riconoscimento che no, Leoncillo non ce l’ha fatta a diventare un nome di riferimento di prima classe, anche a livello internazionale, al pari del conterraneo Burri o di Fontana. Ancora peggio se l’attenzione si sposta sull’altro grande protagonista a Nord quale fu Mattia Moreni, ricordato nel week precedente in un luogo magnifico ma decentrato e solitario sulle colline del Monferrato, in una residenza di famiglia in cui una delle due figlie dell’artista, Francesca, ha raccolto una impressionante testimonianza delle molte tappe del genitore, ma ha dovuto fare tutto da sé, col solo intervento, se si parla di critici di professione, di Martina Corgnati e dello scrivente. Questa solitudine moreniana è il derivato di un’esistenza nomadica, con degli alti picchi di notorietà e volontarie cadute in assoluta antitesi a quanto richiedono i fasti della notorietà. Eppure, a un’indagine statistica, Moreni risulterebbe il nostro artista più promosso su una ribalta internazionale, o quanto meno parigina, per tutti gli anni Cinquanta, lui emerso da una Torino che era pur sempre il terzo polo della nostra vita culturale, dove aveva fatto a tempo a ricevere l’eredità dell’artista più contrario alla dittatura di Felice Casorati, cioè Luigi Spazzapan, per poi trasmettere quei lieviti al capofila della futura Arte povera, Mario Merz, che comincia proprio come continuatore delle scariche energetiche di Mattia. Inoltre Torino era la sede eletta del fondatore dell’Informale europeo, Michel Tapié, che infatti fu pronto a trasportare Mattia sulle rive della Senna e a farne un astro internazionale, esponendolo assieme a Fautrier, Dubuffet, Pollock, Tobey, i Cobra, su un piede di totale parità con Burri e Fontana. Allora, nella Ville Lumière, il grande Mattia risiedeva addirittura in una vecchia sede del Moulin Rouge, da cui però decise a un tratto di andarsene per ristabilire un contatto diretto e davvero bruciante con i valori della terra, ricercata in Romagna fino alla fine dei suoi giorni.
Presente, con infinita devozione verso questi due grandi protagonisti in entrambe le occasioni, mi sono chiesto, coram populo, perché le loro attuali quotazioni, di critica e anche di mercato, siano alquanto scarse, se confrontate rispetto a quelle dei compagni di via sopra menzionati. Mi pare che la critica, nazionale e internazionale, col famigerato seguito o prolungamento dei “curators”, sia vittima di un pregiudizio paradossalmente anacronistico. Tutti ammetterebbero che i nostri tempi sono caratterizzati dal clima postmoderno, salvo poi ad aprire una querelle nel tentativo di fissarne i connotati, comunque di rottura e contrapposizione col modernismo, direbbe la critica USA, o col Movimento moderno, come si disse in architettura fissando al meglio i tratti delle prime avanguardie storiche. Si sa che proprio quel clima si concentrò nel detto “less is more”, e cioè, “meno fai e meglio è”, da qui una prelazione continua a favore del monocromo, di opere che tendano a uno zero, sia cromatico che gestuale. Per fortuna il postmoderno, per esempio per la bocca di Bob Venturi, architetto dominante di questa attuale temperie, ha capovolto la frase dichiarando che “less is boring”, cioè questa opzione a favore del “meno” è una noia da respingere. Si potrebbe anche aggiungere la massima in romanesco “Come te movi, te furmino”. Ebbene, i nostri due sono vittime di questo dominante, per quanto fuori tempo e luogo, pregiudizio. Leoncillo è stato un esempio di volontà estrema a caricare comunque le opere, a renderle parossistiche, frementi di vitalismo, a cominciare dalla scelta univoca di un materiale per se stesso vitale, organico come la creta-ceramica-terracotta, antimodernista per eccellenza, tale cioè da eliminare da sé la grammatica del diedri, del geometrismo a facce ben squadrate, meglio ottenibile invece col marmo o col bronzo. Una opzione del genere, senza volerne fare qui la ricca storia nell’arte nostrana, è stata altrettanto bene sostenuta proprio da una di quelle esistenze vicine a Leoncillo, ma che ora riescono ad andare più lontano. Mi riferisco alle magnifiche ceramiche di cui è stato esecutore Lucio Fontana sul finire degli anni Trenta, quando sviluppò, per dirla con Crispolti, una magnifica carriera barocca, di cui però gli attuali cultori del “meno” vorrebbero scordarsi, o quasi depennare dal suo profilo per renderlo più degno di confluire nel main stream di un monotono formalismo. Nell’occasione ho dichiarato che darei tutti i noiosi, ripetitivi, stereotipati tagli cui Lucio poi si è dato a favore di una ben assortita selezione di ceramiche barocche, le stesse che poi rendono credibili i tagli quando vengono inflitti dal maestro italo-argentino sulle Nature, aprendo in esse degli oscuri penetrali nei segreti della vita e della materia. Senza però nulla togliere alla forza dei neon, che Fontana sapeva infliggere così bene come laceranti scudisciate nello spazio. Quanto a Burri, non dimentichiamo che nella seconda parte della sua carriera ha lasciato cadere la forse falsa e abusiva maschera informale, del pur esaltante periodo delle tele di sacco e delle combustioni, per approdare al cimitero mortuario dei cellotex, come dire, pane, anzi ostia consacrata per i denti, per gli stomaci asfittici degli appartenenti all’international system, pronti a comunicarsene devotamente, mentre riesce loro assai arduo ingurgitare i frementi grumi leoncilliani.
Lo stesso, e ancora peggio, va ripetuto per l’altro “assentato” d’ufficio dalla nostra scena, Moreni, che certo in ogni momento della sua attività ha inseguito il “più”, un urlo, un diapason di energie, inoltre è incorso in un secondo reato, forse ancor più grave, di cui invece non può essere incolpato Leoncillo, artista di ferrea coerenza nelle sue mosse. Moreni, al contrario, di stagione in stagione ha mutato pelle, come certi insetti, e dunque dopo la fase informale ha preso di mira gli oggetti, naturali o artificlali, dagli alberi di mele alle angurie, in dialogo lontano con i Pop, con Oldenburg, per esempio. E poi ancora è entrato in collusione con i graffitisti statunitensi, con i “writers”, quasi emulo dei bellissimi murali di Basquiat, percorsi pure da scritture tracciate con una corsività volutamente elementare. Tante fasi che hanno disorientato la critica, abituata a immobilizzare la propria preda e a ingerirla in tutta tranquillità. Per l’internazionale della critica è molto meglio avere a che fare con Emilio Vedova, che in definitiva ha sempre continuato il suo gioco delle non so quante carte, movimentandole agli occhi del pubblico, e inoltre non dimentichiamo che alle sue spalle c’è sempre stata la nobile Venezia, mentre Moreni si è ficcato in località marginali e fuori mano. Dunque, in conclusione, inutile incolpare fattori esterni, il mercato, le strutture espositive sia pubbliche che private. La colpa maggiore della non adeguata valutazione di questi nostri due grandi sta nel manico, nella mentalità “minimalista” dell’intero attuale sistema dell’arte, nel suo stomaco abituato solo a una dieta per anoressici, fatta di brodini e di smunte bistecchine.

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Attualità

Riflessioni su Grexit e Borsa

Oggi nessun tema dominante, ma solo nuovi appunti da inserire nei dossier già istruiti. Domina ovviamente il tema del “Grexit”, con la sua estenuante doccia scozzese, un giorno tutto sembra essere risolto, ma il giorno dopo, oggi 11 luglio per esempio, il cielo si annuvola di nuovo perché la “cattiva” del gioco, la Germania, non vuole, il più cattivo dei tedeschi,il Ministro Schäuble, propone addirittura una soluzione demenziale: la Grecia esca per alcuni anni dall’Euro, faccia i compiti a casa, per poi rientrare. E’ chiaro invece che, una volta fuori, quel Paese andrebbe a picco, come buttar già da una nave un disgraziato passeggero e pretendere che poi rientri a nuoto. La Germania è colpevole di aver ammesso allora la Grecia, quando non aveva i conti in ordine, e questo per l’ingordigia di conquistare quel mercato, ammanettandolo e impedendogli di sfuggire alla stretta implacabile tramite la svalutazione della dracma, che poi è la stessa ragione che ha consigliato di ammettere anche noi. Ora c’è un’unica soluzione, andare alla “ristrutturazione del debito”, ovvero al suo taglio, al suo condono per qualche miliardo, o a una sua proroga a tempi lunghissimi. Sento dire che nell’immediato dopoguerra la Germania beneficiò di un gesto di generosità di questa specie, converrebbe ricordarlo all’opinione pubblica, soprattutto tedesca, nei suoi termini esatti.
Nell’occasione si rivedano tutti i parametri dell’appartenenza all’UE, a cominciare dall’età del pensionamento, è giusto pretendere che la Grecia, se vuole aiuti, accetti l’età pensionistica esistente negli altri Paesi, ma poi, chiediamoci, esiste davvero una simile unità su un ganglio essenziale per garantire la possibilità di procedere assieme? Gli appelli che da tante parti provengono verso gli eurocrati a non essere troppo rigidi assumono spesso toni lagnosi e retorici, si abbia il coraggio di essere precisi, si indichino le perequazioni sui nodi essenziali di portata socio-economica su cui è necessario darci uno standard di quasi assoluta equipollenza.
Un altro tema del giorno potrebbe venire dai predicozzi che i destrorsi del “Corriere della sera” ci servono quasi ogni volta. Ho già più volte espresso le mie dure reazioni al liberismo spinto da cui è dominato Francesco Giavazzi, cui si aggiunge subito Angelo Panebianco, pronto anche lui a predicare la giaculatoria del meno stato, più privato, ma il bello è che in un editoriale odierno (11 luglio) se la prende con la magistratura, colpevole dell’aver bloccato i lavori sia all’Italcantieri di Monfalcone sia all’Ilva di Taranto, ma non mi risulta che la magistratura si indentifichi col governo, il quale anzi è subito intervenuto per rintuzzare lo zelo di qualche giudice in vena di esibizionismo, così come ha tentato di difendersi dagli inutili rigori della Consulta. Infine, leggendo un Giavazzi di qualche giorno fa, mi si è illuminata la mente, è sempre utile prendere a rovescio i suoi fervorini a favore della libera iniziativa. Si sa che la borsa cinese ha conosciuto di recente una grave crisi, questo per colpa degli speculatori, rei di commettere un delitto cui forse andrebbe tutta l’approvazione di Giavazzi, cioè di vendere o acquistare titoli allo scoperto, così variandone a piacimento il valore e restituendoli riacquistati con quotazioni divenute favorevoli. Pare che la Cina, in questo fortunatamente ancora statalista, abbia proibito questo gioco perverso, colpendo i pubblici amministratori rei di essersi dati a un simile stratagemma tipicamente capitalista. Siamo riusciti a fare anche noi altrettanto, o i nostri speculatori restano “liberi” di sfruttare una modalità così perversa e delittuosa?

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Letteratura

Attorno al Premio Strega

Qualche riflessione in merito alla recente premiazione dello Strega. Il mio preferito era Covacich, coi suoi magistrali racconti della “Sposa”, degno anche per una carriera alle spalle già ricca di sostanziosi successi e traguardi, al punto che noi stessi, nella fortunata stagione di RicercaRE, il “Laboratorio di nuove scritture” organizzato a Reggio Emilia, restii ad assegnare premi, avevamo invece creato un’eccezione per richiamare il pubblico, e conferendo un altisonante Premio del Tricolore a uno dei romanzi più riusciti di Covacich, “A perdifiato”. Purtroppo la cittadinanza reggiana ci snobbò, inducendo l’assessore alla cultura del momento a licenziarsi. Però ho la consolazione di vedere che la vittoria, andata a Nicola Lagioia e alla sua “Ferocia” ha pur sempre premiato un autore apparso anche lui ai per me magici e inarrivabili appuntamenti reggiani, seppure quasi al loro termine, tanto è vero che, intervenendo in altra sede, sull’”Immaginazione”, unica possibilità cartacea che mi resta, ho espresso un “pollice recto” a favore di quest’opera, con la consolazione di aver visto invece soccombere la prova estenuata, esangue, inutilmente diluita della misteriosa Ferrante, ostinata a nascondere la sua peraltro assai scarsa personalità. Probabilmente ha ragione Elisabetta Sgarbi, direttrice della Bompiani presso cui Covacich è uscito, nell’osservare che forse la mancata vincita del suo autore dipende dal fatto di essersi presentato con una raccolta di racconti, mentre in genere per tradizione si preferisce la solidità e compattezza del romanzo, doti che non sono certo mancate alla prova di Lagioia.
Visto che siamo in tema di Strega, nella mia qualità di non-votante, ma non sono ammesso a nessuna giuria di premi letterari in quanto notoriamente critico “inesistente”, già defunto o forse mai nato a un’anagrafe ufficiale, osservo con qualche compiacimento che una serie di premiazioni è andata proprio ad autori già apparsi a RucercaBO: Scarpa, Ammaniti, infine, l’anno scorso, Piccolo. In merito a quest’ultima assegnazione, andata al “Desiderio di essere come tutti”, ci stanno due considerazioni: mi ero espresso a suo favore in un “pollice recto” affidato alla solita “Immaginazione”, prima ancora che ricevesse il riconoscimento ufficiale. E del resto credo di aver recensito favorevolmente quasi ogni sua uscita precedente, potrei farlo anche per l’opera post-Strega uscita quest’anno, “Momenti di trascurabile infelicità”, forse con qualche riluttanza perché Piccolo insiste ormai troppo sulla sua peraltro arguta e divertente “morra cinese” in modi ormai ben noti e collaudati, rischiando così di ingenerare un effetto di ridondanza quale non ho mancato di imputare pure all’ultimo Benni. Ma ritornando all’opera precedente laureata allo Strega dell’anno scorso, forse non ne è stata messa in pieno risalto la portata “politically incorrect”, dove nella sua autonarrazione Piccolo confessa di aver pianto alla morte di Berlinguer, e inveito, o lanciato simbolicamente monetine, contro Craxi all’uscita del Raphaël, ma poi si ricrede osservando che in definitiva Berlinguer ha ritardato lo sbocco del PCI verso la socialdemocrazia. Col che posso ricongiungermi alle riflessioni che ho riversato nell’altro contenitore. La diagnosi di Piccolo, al di là delle sue fin troppo collaudate tecniche umoristiche, è esatta e attualmente confermata attraverso un rivendicatore quale Renzi, che ha messo nell’angolo gli eredi di Berlinguer, ovvero i continuatori della tradizione dura e pura risalente al PCI, nonostante le successive aperture e stemperamenti. Per la prima volta in tutta la storia del dopoguerra nostrano la sinistra si è riscossa dalla dominazione di specie, checché si dica o si voglia attenuare, di specie comunista, tanto che i vari Bersani, D’Alema, Cofferati ecc. sono stati messi nell’angolo, e perfino l’incrocio catto-comunista della Bindi ha subito sconfitte contro cui ha tentato di reagire malamente. Renzi, nonostante le sue matrici democristiane, è un autentico rilanciatore della causa di quella povera socialdemocrazia messa nell’angolo, strapazzata, rigettata da una sponda all’altra, tra i due dominatori per più di mezzo secolo, DC e PCI. Per questa ragione invitavo l’attuale segretario nazionale del PSI a sciogliere la sua formazione e a riconoscersi pienamente rappresentato dal Pd in versione renziana. Tra i vari paradossi e giochi all’incontrario di cui Piccolo è instancabile ricamatore ci sta pure questo, anche se per ortodossia di sinistra non gli si è voluto dare troppo rilievo.

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Arte

Patella: magia di una ricerca totale

L’intera opera di Luca Maria Patella (1934) sta a dimostrare quanto sia vana o addirittura dannosa la pretesa di porre al centro di tutte le avventure recenti l’Arte povera, con i suoi undici protagonisti ufficiali, visto che in questo elenco canonico non possono essere formalmente collocati Patella appunto, e assieme a lui tanti altri outsider, a cominciare da talune presenze romane allora in pieno servizio come Eliseo Mattiacci e i Dioscuri De Dominicis-Vettor Pisani, senza dimenticare altre favolose partecipazioni al Nord come Vincenzo Agnetti, Franco Vaccari, Claudio Parmiggiani, un complemento obbligatorio a disegnare l’intera squadra degli artefici della rivoluzione sessantottesca, l’ultima compiuta in Occidente, prima di passare la parola ai Paesi emergenti delle altre parti del mondo, ma messi in orbita proprio grazie ai lasciti ricevuti da questi nostri illuminati operatori, in piena sintonia, e talora addirittura in anticipo, rispetto ai confratelli attivi al di là dell’Atlantico. Una recente mostra al MACRO di Roma, tra le tante che Luca imbastisce con insistente tenacia, ha permesso di ripercorrere le sue imprese premonitorie compiute nel periodo 1964-84. La mostra è conclusa da tempo, ma solo ora ne esce il catalogo. Giustamente Patella si vanta di un riconoscimento ricevuto poco tempo fa negli USA, quale anticipatore della Land Art, quando appunto, in compagnia della moglie Rosa, si dava a misurare con riporti fotografici delle estensioni di terra arata, quasi a dimostrare l’inanità dell’intervento umano rispetto all’immensità della natura. Tanto più che accanto alla misurazione della terra ci poteva stare anche quella delle distese d’acqua, magari con ingigantimento di un mare di bollicine, a donare un delizioso contrappunto, un arabesco, alle chiacchiere che intanto Luca poteva scambiare a tavolino con qualche amico. Uno dei meriti costanti dell’azione del Nostro è stata la capacità di rovesciare i suoi interventi da un carattere di materialità esasperata a uno opposto di incantamenti magici, ottenuti quasi con qualche atto stregonesco, con qualche colpo di bacchetta magica. E così, la terrestre Land Art si è espansa lungo le vie della volta cosmica, trapunta di astri con le loro traiettorie, da cui si potevano ricavare delle calotte astronomiche spaccate in due come un frutto giunto a maturità. E beninteso, a dominare simili itinerari astrali venivano posti i due signori di questo universo incantato, lui stesso e Rosa, assunti in cielo, come stelle fisse accanto a tanto peregrinare di corpi celesti. Naturalmente Luca è sempre stato convinto che i nostri poteri di dominazione fisica dell’ambiente dovessero essere integrati dalle risorse tecnologiche, ed ecco quindi la perfetta unione tra la presenza bruta-materiale di alberi o muri e il miracolo di renderli parlanti. Basta avvicinarsi a loro, tendere l’orecchio per ascoltare lo sgorgare, da nascoste cavità, di arcani messaggi, anche in questo caso con netto anticipo sui borbottii che poi lo statunitense Oursler avrebbe fatto uscire dai suoi gnomi video-proiettati su tavolini e schienali di poltrone. Far parlare il caso, renderlo portatore di messaggi, questo un compito lungimirante da sempre perseguito dal nostro Luca, e affidato in particolare all’illusionismo sapiente dei “vasi fisionomici”, a prima vista delle coppe di fasto antiquato, tratte da un museo di porcellane o di altri preziosi cimeli del buon tempo antico, con ostentazione di profili arcuati, sinuosi, ondulati, ma poi con sorpresa vi si decifrano i tratti fisionomici di persone che magari conosciamo bene, magari compare perfino il nostro ritratto. E beninteso ad aprire la sfilata ci sono loro due, Luca e Rosa, in una congiunzione che celebra il sogno androgino coltivato dai miglior talenti novecenteschi, Duchamp per le arti visive, Musil per la letteratura. Altro aspetto fondamentale della officina patelliana, lo sconfinamento verso tutti i settori della ricerca estetica, il visivo prima di tutto, ma subito accompagnato dalla sonorità dei messaggi uscenti da alberi e muri, e poi l’alfabeto, sollecitato a esprimere tutte le associazioni possibili. C’è in Luca, accanto all’operatore visivo, uno scrittore che anche in questo campo segue le ricette più avanzate, quali dettate dall’ultimo Joyce del “Finnegans Wake”, dove ogni parola del vocabolario si spezza, come un verme segmentato, svolge da sé tanti mozziconi che se ne vanno via in libertà catturando sensi ulteriori. Io stesso, nel 1975, ho avuto la ventura di tenere a battesimo, presso la Nuova Foglio, uno di questi volumi, “Io sono qui, avventura e cultura”, colmi di ogni saggezza e capacità di metamorfosi, di fuga verso l’altro, di cattura di sensi riposti: un tipo di esercizio che in Luca diventa qualcosa di quotidiano, tale da richiedere emissioni periodiche, al punto da pubblicare una sua propria Gazzetta Ufficiale, in totale contrappunto rispetto a quella che esce a cura dello Stato, orrido coacervo di sentenze burocratiche, mentre l’antifrastica Gazzetta di Luca è invece una palestra continua di ogni esercizio immaginativo, di ogni creazione ad angolo giro, rivolta verso tutti i punti dell’orizzonte, dei sensi, dell’intelletto, dell’immaginazione.
Luca Patella. Ambienti proiettivi animati 1964-1984, a cura di B. Carpi De Resini e S. Chiodi, Quodlibet, euro 22.

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Attualità

La partenza sbagliata dell’UE

Francamente non so valutare il peso dell’esito vincente dei no nel referendum greco appena concluso. Probabilmente esso rafforza la causa della generosità che l’Eurozona dovrà riservare al Paese ribelle, ovvero gli si dovrà fare un massiccio taglio del debito di parecchi miliardi di euro, questo è in definitiva il significato della richiesta, da Tsipras e Vaorufakis, di ottenere la cosiddetta “ristrutturazione” di quanto dovuto. Al di là di queste riflessioni contingenti, mi pare che si affermi una questione lampante, l’Unione Europea è partita col piede sbagliato, ovvero dalla coda, adottando in prima istanza l’unione monetaria. Questo invece doveva essere l’atto finale, preceduto da seri tentativi di rendere paritari il più possibile taluni pilastri della vista socio-economica delle nazioni candidate all’Unione, quali il sistema pensionistico, il sanitario e lo scolastico. Come sperare che l’unità monetaria potesse reggere se introdotta in Paesi procedenti ciascuno con un proprio passo in questi ambiti cruciali, senza che prima o dopo si manifestassero scompensi, ritardi, disuguaglianze? Purtroppo l’aver dato la precedenza all’unità monetaria non è stato un errore innocente, bensì l’astuto piano dei poteri forti (banche e governi più influenti, a cominciare dalla Germania) di ingabbiare i confratelli più deboli, togliendogli l’arma di ricatto e di sopravvivenza, cui noi stessi avevamo fatto ricorso più volte, ovvero la svalutazione delle rispettive monete. In vista di questo traguardo, vantaggioso per chi avesse i conti a posto ma pernicioso per gli altri, non si è stati a guardare per il sottile, ammettendo prontamente anche stati che non avessero fatto prima i giusti “compiti per le vacanze”, tra questi il più disastrato, già allora, era proprio la Grecia. E anche noi, ricordiamolo, siamo entrati per il rotto della cuffia, attraverso un prestito forzoso dei cittadini privati alle casse pubbliche. Ora, c’è poco da fare, non c’è alchimia finanziaria che tenga, se non si affrontano questi nodi, dandoci cioè sistemi pensionistici, sanitari, educativi davvero simili, ancor prima di tentare di raggiungere una ancor più difficile unità nella politica estera e negli armamenti. L’unica speranza è che non sia troppo tardi, e che si marci in questa direzione, l’unica che può dare davvero forza e spirito unitario all’UE.

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