Arte

Piero di Cosimo, quasi un “tedesco”

Antonio Natali, alla testa degli Uffizi, inanella un nuovo successo, dopo quello ottenuto con l’accoppiata Pontormo-Rosso, realizzando una perfetta mostra monografica dedicata a Piero di Cosimo (1462-1522), la prima che si fa in Italia da tempi immemorabile, e su un piede di autonomia rispetto a un evento parallelo tenutosi a Washington, National Gallery. Peccato che nell’occasione Natali rinnovi l’unico punctum dolens della manifestazione precedente, la ripulsa dell’etichetta di Manierismo, una curiosa costante della critica di matrice fiorentina, con ciò schierata contro un uso mondiale ovunque affermato. Forse è la diffidenza partorita da Longhi, con l’aiuto di un’influenza crociana, contro tutti gli “ismi” o etichette generaliste di carattere stilistico; forse, ed è l’unica ragione accettabile, ci sta il rifiuto della degenerazione verso turbe psichiche che, attraverso le letture del Vasari, sembra dover accompagnare inevitabilmente la qualifica di Manierismo. C’è però una nemesi, dato che anche per l’”innocente” Piero la famigerata etichetta rispunta, seppure di striscio, forse non voluta dal direttore ma dai suoi bravi curatori. Infatti la mostra risulta intitolata al “Pittore eccentrico fra Rinascimento e Maniera”. Il primo termine è abusato, onnivoro, e mi è già capitato più volte di consigliarne la soppressione, in quanto, dal Quattrocento in poi, non rinasce un bel niente, i lontani prototipi della pittura classica sono incerti, scuciti, imperfetti. Quanto al vedere affacciarsi nel titolo la Maniera, è quasi una nemesi, un revenant che si insinua dove non lo si aspetterebbe, ma in effetti anche in questo caso compare puntuale l’esegesi vasariana, pronta ad affliggere già Piero, come farà poi in dosi ben più massicce per il Pontormo e il Rosso, la nomea di bizzarria, di stravaganza, di vita da selvaggio. Ma forse il Vasari adottava queste chiavi patologiche semplicemente per denunciare proprio un vizio stilistico, una per lui preoccupante inclinazione verso l’arte tedesca, magari verso il per lui reprobo Alberto Duro. Questo infatti è il punto, Piero ci appare duro, solenne, scavato, plastico al massimo nei corpi, e soprattutto nei volti, nei ritratti, che in lui raggiungono proprio una forza dureriana, Caratteri che lo tengono ben discosto dai fiorentini che gli si possono accostare, dal maestro che ebbe in Cosimo Rosselli, affabile, aggraziato, ma nulla più. e dal gremito Filippino Lippi, troppo impegnato a seguire le orme del Botticelli. Mentre il Nostro compone in modi pausati, poche figure per volta. Semmai, a volergli ritrovare una parentela, si dovrebbe andare verso il più giovane, di più di un decennio, Lorenzo Lotto, su cui scatterà la solita congiura di scambiarne le propensioni “tedesche” per altrettante turbe psichiche. Fatto sta che è ben difficile accostare davvero Piero a qualche suo conterraneo, egli non procede verso un Fra’ Bartolomeo o un Andrea del Sarto, più composti, maestosi ed equilibrati, caso mai scatta una ulteriore parentela alquanto trasversale ed eteroclita che, guarda caso, lo porta nei pressi di un altro “tedesco” attivo al di quale dell’Appennino, Amico Aspertini. E in definitiva bisogna ammettere che il Vasari, punitivo verso di lui per un verso, lo beneficia per un altro di una spinta propulsiva portandolo dentro il territorio eletto della terza maniera, o maniera davvero moderna, il che però non è accettabile. Nulla da fare, solo Leonardo riuscì a compiere il miracolo, e nonostante quella sua nascita precoce ferma al 1452 riuscì a introdurre il fattore del tutto “moderno” dell’atmosferismo, nulla di ciò in Piero di Cosimo, e dunque non si può accreditare la sua pretesa ammirazione per il genio leonardesco, o se questa ci fu, rimase un atto privato senza riscontro stilistico. Altra caratteristica eccentrica rispetto al clima fiorentino fu la sua tendenza a diffondere il dipinto in orizzontale, come per delle maxi-predelle, il che gli permise di compiere il suo massimo capolavoro, “il Satiro che piange la morte di una ninfa”, della National Gallery di Londra, ma soprattutto gli diede ampi spazi per impiantarvi un suo zoo, che però, ancora una volta, nulla ha a che fare con l’acribia naturalistica di Leonardo, ma si tratta di animali favolosi, immaginari, di un bestiario in tutto degno delle wunderkammern, che saranno proprio tra i prodotti centrali della temperie manierista, e dunque ancora una volta bisogna andare esuli dalla sana e mediterranea terra di toscana, cercare paralleli con i favolosi bestiari d’oltralpe, attorno a Lucas Cranach il Vecchio, o addirittura Ieronimus Bosch, oppure indietrettagiare a Hans Memling, cioè alle visioni meticolose dei fiamminghi. E beninteso, nessuna vicinanza con i moderni autorizzati sul tipo di Fra’ Bartolomeo e di Andrea del Sarto, se non sia quando nelle Madonne di quest’ultimo compaiono taluni vezzi, boccucce con fossette, occhietti sprizzanti malizia, che poi verranno ripresi proprio dal Pontormo, verso cui il Nostro naviga, ma da lontano, e senza scostarsi troppo dalle rive del Quattrocento, nessun passo invece verso la grande rivoluzione leonardesca.
Piero di Cosimo. Pittore eccentrico fra Rinascimento e Maniera, a cura di E.Capretti, A. Forlani, D. Parenti, fino al 27 settembre. Cat. Giunti.

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Attualità

Come fermare l’immigrazione e altro

Il massimo problema dei nostri giorni è come reagire all’immigrazione per via di mare sulle famigerate barche degli scafisti. Si potrò dire che ancor più grave è la minaccia degli attentati, ma contro di questi non c’è alcun intervento lungimirante e a largo raggio che tenga, bisogna solo rafforzare la vigilanza e incrociare del dita, evitando di dire cose assurde come quella che saremmo in guerra, ma contro chi, e dove starebbe il nemico in armi? Ritornando alla questione degli sbarchi, ripeto quanto ho già detto più volte, in forza di un elementare buon senso.Il primo punto è che bisogna fermare l’ondata immigratoria, ritengo del tutto possibile che, attraverso servizi di intelligence, di sorveglianza satellitare o affidata a droni, le nostre navi, con l’aiuto di altre dell’eurozona, che a ciò non sembrano rifiutarsi, si facciano trovare al limite delle acque territoriali impedendo il passaggio delle barche. Non vedo perché questo dovrebbe essere considerato un atto di guerra, e poi, anche in questo caso, contro chi, contro quale governo legittimo della Libia? Si dirà che gli scafisti si affretterebbero a buttare in mare il loro carico, che ovviamente andrebbe recuperato con ogni cura, ma in seguito i battelli abbandonati, magari dopo attenta perlustrazione a bordo, potrebbero essere affondati. E soprattutto, si dovrebbe diffondere la sensazione che non si passa più, magari anche con ricorso a volantinaggio e ad altre modalità di diffusione della notizia.
Una volta cessata l’ondata immigratoria, o molto ridotta, credo che non sarebbe più un problema irresolubile al momento dare ricetto alle migliaia di profughi, senza pretenderne uno smistamento, difficile se non altro per aspetti logistici, in altri Paesi. E non si parli di riportare i poveri immigrati alle loro terre d’origine, notoriamente questi hanno bruciato i ponti alle loro spalle, non troverebbero nessuno ad accoglierli, a dargli ospitalità, e dunque ce li dobbiamo tenere, e curarne il reinserimento oculato, con calma, sia nella nostra forza lavoro come in quella dei Paesi confinanti. Non si dica che questi innesti sarebbero contro i nostri disoccupati, si sa che questi preferiscono la disoccupazione a certi lavori ingrati, che vengono assunti solo dai nuovi diseredati, e dunque averne una quota controllata fa bene, è quasi necessario per la nostra economia, l’ha detto perfino un destrorso come Ernesto Galli della Loggia
Mi comporto come certi emendamenti tutto fare del governo, quindi ficco qua dentro altre osservazioni che riprendono quanto da me già detto su altri argomenti. Finalmente la Consulta ha ragionato nel modo giusto, ha decretato che, sì, il blocco dell’adeguamento degli stipendi degli statali è illegittimo, ma non ha affatto preteso che il governo si accolli i miliardi di arretrati, ha accettato cioè il criterio che questo alto organo non è affatto indipendente ma deve commisurare le sue delibere agli interessi generali della nazione senza metterne a repentaglio gli equilibri. Spicca quindi ancor più grave la pronuncia di appena poco fa dove il solo presidente col suo voto valido il doppio ha voluto infierire, imporre un gravissimo provvedimento destabilizzante per l’intera nazione. Nessuno degli infiniti talk show da cui siamo afflitti ha osato dirci quale sentimento di vendetta, e contro chi, abbia indotto quel presidente a quel gesto infame e vergognoso.
Infine, siamo ancora all’intento di crocifiggere Renzi per certi esiti delle recenti consultazioni regionali e comunali. Se si parla del presidente della Campania De Luca, non si vede in che cosa la sua sorte sia distinta da quella del sindaco di Napoli De Magistris. Se lui è ancora al suo posto, non si capisce perché invece il suo dirimpettaio debba essere condannato alle dimissioni a furor di popolo. Se si dice che la sinistra Pd ha bocciato solennemente Renzi attraverso l’astensione, non si vede perché non siano andati a votare per Casson, candidato sindaco a Venezia e appartenente all’ultrasinistra. In quel caso, ahimé, c’è da temere che la sinistra moderata abbia reso pan per focaccia contro quelli come Cofferati che in Liguria con rara pertinacia hanno affossato la candidata renziana.

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Letteratura

Passigato, una ballata infinita

Voglio rendere omaggio a un talento volutamente solitario e marginale, Giovanna Passigato, che se ne sta a Medicina, nella bassa emiliana, a inseguire storie di povertà estrema e di fasto nobiliare, assediate ai fianchi da crisi di pazzia, o per troppa fame, o per troppa raffinatezza di sangue, immerse in un pigro scorrere delle stagioni ma anche scosse da conflitti, provenienti o da un lontano fragore medievale di armi o dalle sparatorie, dagli eccidi, dalle rovine dell’ultimo conflitto mondiale. Il tutto a contrasto con un’immagine di austerità burocratica con cui questa scrittrice mi era apparsa per anni, insediata in un incarico amministrativo della mia stessa Università, l’Alma mater di Bologna. Ma poi, sotto la crosta dell’ufficialità, avevo scoperto lo scorrere di questo rivo di prodotti autentici, a cominciare da una prova del tutto sorprendente. Infatti la Passigato aveva scritto un poemetto eroicomico, in rime degne della letteratura infantile del “Corriere dei piccoli”, elencando i fasti proprio di un banchetto nobiliare. Ora invece è passata a inanellare prose, come grani di un rosario, come ballate, come lacerti, testimonianze strappate a qualche ingiallito manoscritto, da far rivivere quasi più che con la scrittura, con recite orali, magari da tenersi nel tepore delle stalle o al caminetto, e confortare dal suono di strumenti, anch’essi talvolta rozzi e popolari, talvolta raffinati, di quelli che si tramandano come beni preziosi di padre in figlio. Per fortuna, in questa produzione non compare mai lo spettro del neorealismo, anche se talvolta si tratta di durissimi episodi di guerra partigiana. Meglio parlare piuttosto di realismo magico, di documentazione di antiche leggende quasi da fissare col registratore, come fanno gli studiosi del folclore e delle tradizioni antropologiche. Se si voglia trovare a tutto ciò un equivalente stilistico, si dovrebbe andare ai primi film di Pupi Avati, penso alla “Mazurca del barone, della santa e del fico fiorone”, alla “Casa delle finestre che ridono”, alle “Strelle nel fosso”. Ci sono antichi documenti storici, perfino una lettera che il Valentino, difendendo la sua reputazione così compromessa, scrive alla sorella Lucrezia Borgia. Ma più frequenti le storie di povertà assoluta, con tristi natali, funestati da corpicini che muoiono in culla, ma vengono sostituiti da miracolosi ritrovamenti di bambini apparsi nel pollaio, come uova di giornata (“Qualcosa nel pollaio”), che però dimostrano di saper vivere un’esistenza “altra dalle bassezze quotidiane. Qualcuna di queste vicende riesce a ingrossarsi, come un feto che ce la fa a sopravvivere per qualche tempo e mette fuori braccia e gambe, altre invece muoiono sul nascere, con la stessa precarietà delle bolle d’aria. A legare il tutto c’è la saga di qualche famiglia di grande casato, come quella dei Calcavillani, i cui rappresentanti, però, ci si presentano soltanto in una sfilata di pietre tombali, e siamo dunque all’”Elegia di un cimitero di campagna”, o a una “Spoon river” in formato dialettale nostrano. Tra le vicende che si ingrossano, ma per esprimere un contenuto, ahimé, in genere velenoso e mortale, ci sono quelle che si aggirano attorno ai cataclismi della seconda guerra mondiale, soprattutto per la dolorosa e nefasta appendice dello scontro all’ultimo sangue tra i tedeschi invasori, i repubblichini e i partigiani. Il racconto più complesso e articolato in tal senso è la vicenda che riguarda la contessa Raimonda Calcavillani, che patisce del disprezzo di un marito volgare, intruppato con i tedeschi vincitori, alcuni dei quali, invece, esprimono un arcano fascino ed eleganza, tanto che uno di questi la invita alla danza, con estrema educazione, ma così la dama è bollata per sempre come “Quella che ha ballato”, venendo disprezzata dalle domestiche, una delle quali milita nella resistenza, e finirà torturata, appesa a un gancio, su cui la triste matrona, nel dopoguerra, ritorna, afflitta, piena di rimorsi per quell’unico ballo improprio che si è concessa. Forse un riscatto, e un finale distensivo, viene dato da “Silenzio”, vicenda di un soldato che ritorna da un campo di prigionia ma ritrova un paese accasciato dalla penuria, dalla mancanza di ogni genere di conforto. Si tenta comunque di reagire con una festa malamente abborracciata, priva perfino di un’orchestra. Ma, impavido, il soldatino Ardelio invita lo stesso una dama a ballare appunto in totale silenzio, ed è un ballo che purifica e redime quello peccaminoso compiuto a suo tempo dalla contessa. Ma tanto, prima o poi, tutti vanno a dormire sulla collina.
Giovanna Passigato. Il paese infinito, Bacchilega Editore, pp.
237, euro 12.

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Attualità

Perché l”Espresso” è così anti-renziano?

Noto con meraviglia e preoccupazione che l’armata giornalistica costituita dalla “Repubblica”, come ammiraglia, e dall’”Espresso”, come punta d’attacco, sta esercitando una assidua contestazione ai fianchi della leadership di Renzi. Ovviamente, che il decisionismo renziano debba essere sottoposto a critiche anche ironiche è più che giusto e dovuto, in nome della libertà di stampa, soprattutto da organi pugnaci come i due sopra indicati. Ma se la critica si spinge troppo oltre, e sembra quasi rispondere a un disegno precostituito, dove vuole arrivare? Si intende affondare il governo renziano, ma con quali prospettive in alternanza? L’”Espresso” è quasi diventato un organo monografico dove il solo Marco Damilano arriva a stendere tre articoli, se almeno prendiamo in esame il n. 25, 25 giugno 2015, tutti di più o meno aspra reprimenda contro la “persona sola al comando”. Si giunge perfino ad apprezzare Salvini a vantaggio del presidente del consiglio, in una noterella a p. 21, “Se Salvini convince più di Renzi”, approfittando delle indubbie difficoltà che quest’ultimo incontra a proposito del problema immane degli immigrati che arrivano sulle nostre coste, a bordo delle fragili imbarcazioni degli scafisti. Bravo chi ha in mano una pronta soluzione alternativa, ignobile chi, come Salvini, specula su queste difficoltà per strappare voti all’avversario secondo le ricette del più scoperto populismo. Di sicuro è risibile la ricetta che in altra parte di quel numero, ma in tal caso non ad opera del Damilano, viene suggerita, anche qui se si vuole con un remoto tono di rimprovero a chi, proprio come Renzi, non sa imboccare la strada giusta, che sarebbe di impiantare delle industrie nei paesi allo sbando da cui i poveri emigranti fuggono. Ma chi sarebbero i nostri “capitani coraggiosi” disposti a investire soldi in stati in mano a oscure forze dittatoriali? Se si cercano vie per fermare l’esodo, questa appare la più lontana e improbabile, anche se, sulla carta, sarebbe la più giusta. Poi il solito Damilano va a intervistare Rosy Bindi, consentendole di presentare la sua famigerata lista di proscrizione emessa appena a un giorno dalle elezioni come un atto probo, giusto, da difendere, al punto da attendersi di ricevere le scuse del Pd per gli attacchi subiti. Beninteso l’intervistatore fa capire che, sotto sotto, la bellicosa Rosy ha ragione. Tanto più che, in un’altra noterella di passaggio, anche lui porta il sacrosanto attacco rituale di tutti gli anti-renziani all’aver tollerato la candidatura di De Luca alla presidenza della Regione Campania, un vero scandalo, su cui tutti gli antirenziani si uniscono e intingono il biscotto. Come se invece quella scelta non fosse stata un gesto di saggezza da parte del leader maximo, che forse non sarebbe portato ad amare quel personaggio, senza dubbio non scevro di ombre, ma in definitiva ha ben capito dove portava il vento del consenso popolare. Se poi si vanno a vedere le nequizie che renderebbero impresentabile il De Luca, si deve prendere atto che la sua situazione è del tutto simile a quella del sindaco De Magistris, lasciato però al suo posto di primo cittadino a Napoli, e che la legge Severino è troppo dura verso i dipendenti comunali, introducendo uno spareggio rispetto ai politici, questi ultimi esclusi dagli uffici pubblici solo quando l’iter accusatorio sia pervenuto al terzo e ultimo grado, mentre per gli altri la proibizione scatta subito alla prima condanna. Accanto a queste frecce inflitte al corpo renziano sulle colonne dell’”Espresso”, Damilano è come un banderillero ogni sera, quando figura da ospite quasi fisso nel salotto buono della Gruber. Da lontano e dall’alto vigila il comandante dell’armata, Eugenio Scalfari, con le sue oscillazioni a doccia scozzese, per cui qualche volta approva certi atti renziani, ma più spesso li disapprova, li condanna, li giudica forieri di minacce e insidie. E proprio domenica scorsa, 21 giugno, su “Repubblica”, nel suo consueto lenzuolo che viola tutti i precetti giornalistici volti a consigliare una certa sinteticità di esposizione, Scalfari tira fuori un argomento contorto ma insidioso, tanto per colpire come sempre l’odiato-amato interlocutore. Prende le mosse addirittura dallo scrittore portoghese José Samarago, che in un racconto di fantasia ha immaginato una via indiretta attraverso cui un’intera popolazione ha reagito alle imposizioni di un dittatore, proteso a costringere tutti alle urne, al che i cittadini si sono piegati, ma mettendo nell’urna una pioggia di schede bianche, in segno eloquente di tacito dissenso. Si capisce bene dove sta l’equazione, cara a tutto l’anti-renzismo: l’alto indice di non-voto manifestatosi nella recente tornata elettorale delle regionali è stato un modo di votare contro Renzi, contro il suo decisionismo, i vari interventi di forza cui costringe il Parlamento e la minoranza del suo partito attraverso vere e proprie coercizioni. Ma tutti questi punti di spillo dove vogliono arrivare? Certo gli astuti e avveduti toreadores come quelli qui indicati non vogliono “matare” il toro, non avendo in mano alcuna soluzione di ricambio, oppure questa c’è, e sfugge solo a uno sprovveduto come me?

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Letteratura

Fois, una ricaduta nel vecchio mondo antico

Mi dispiace di infierire nuovamente ai danni di Marcello Fois, ma il suo nuovo romanzo, “Luce perfetta”, Einaudi, mi appare perfino peggiore del precedente “Nel tempi di mezzo” del 2012 che avevo bollato con un “pollice verso” sull’”Immaginazione”. Mi dispiace in particolare di negare così facendo un minimo di solidarietà a chi pure, a quanto risulta, si è installato nella mia stessa città, non so bene per quali ragioni, ma rimanendo del tutto chiuso verso quanto una tale collocazione può implicare. Il mondo di Fois è barricato nel ricordo della Sardegna originaria, una regione che non porta bene ai suoi seguaci, se devo giudicare dalle prove molto simili, nella caduta nel negativo, della Murgia e di Niffoi. Ovvero, non si delinea la possibilità di una “nuova sardità”, come invece risulta una magnifica “nuova napoletudine” attraverso le opere di Ferrandino, di Lanzetta, e magari anche. pur nell’annacquamento complessivo, della Parrella. Qui l’insularità pesa come grave intralcio, trascina indietro, fa ritornare ai modi e ai copioni di Grazia Deledda, che magari nel loro tempo erano legittimi e apprezzabili, ma non possono essere ripresi a tanta distanza. Fra l’altro, Fois gioca una carta che si addiceva appunto alla narrativa ottocentesca, quando le ragioni di trama dominavano sovrane, e dunque, bastava mutarle per consentire di svolgere una nuova puntata, anche per rimettere a posto le cose compromesse nella puntata precedente, quasi in uno sfruttamento sistematico di tutte le combinazioni possibili, Oggi il”sequel” si concede solo alle telenovelas televisive, mentre una narrativa fiera delle proprie prerogative sa bene che la condizione umana, esistenziale muta continuamente i suoi termini e non si può ritornare sul luogo del delitto. Invece Fois ritiene che questa rivisitazione sia lecita e propizia, e dunque rimette in piedi personaggi già noti, replica su di loro le carte di un gioco già sfruttato. Ancora una volta c’è un fidanzamento ufficiale compromesso nell’ombra dal fatto che la sposa designata, Maddalena Pes, in realtà ama un altro, Cristian Chironi, al punto da concepire con lui un figlio, come intuisce una vegliarda che dei Chironi è la vivente vigile memoria. I due credono di aver ingannato il marito, Domenico Guiso, che fra l’altro è amico del cuore, quasi fraterno, di colui che gli ha sottratto l’affetto della donna. Ai nostri giorni si ammette una certa libertà nel ricorso al sesso, ma ciò non vale in un mondo soffocante di discendenza ottocentesca, e dunque scatterà un meccanismo di implacabile vendetta messo in atto dal marito e amico tradito, che sembrerà travolgere fino alla morte il rivale. Ma Fois non esita a ricorrere a tutte le più viete soluzioni del romanzesco, anche in deroga dei criteri di normale verosimiglianza, e dunque non serve che ci abbia fatto assistere in cronaca diretta alla fuga di Chironi, intrappolato dal subdolo avversario, dato in pasto alle forze dell’ordine dopo aver infilato nel bagagliaio del suo mezzo di trasporto un carico di armi di contrabbando. Crediamo, come tutti, che il baldo e ribaldo giovane sia annegato nella fuga, ma, ci insegna l’intera tradizione ottocentesca, mai fidarsi di un’ipotesi di morte per acqua, se non possiamo toccare con mano il cadavere. Infatti la vittima ricompare nel finale sotto altro nome, bello di fama e di sventura, divenuto un ricco possidente, quando peraltro il rivale ha già provveduto a uccidersi per rimorso. Quanto al figlio dell’unione illegittima, egli ha intuito il suo destino di irregolare, negato a un’esistenza di stampo normale, e fin da piccolo si è orientato verso l’ingresso in seminario e il sacerdozio, anche prima che la madre Maddalena venga a certificargli questa sua condizione. L’agnizione è collocata in apertura, infatti Fois ha l’illusione che basti rompere la sequenza dei fatti, imbrogliarla, farla procedere a salti, e così un po’ di interesse da parte dei lettori si può conquistare. L’unica consolazione è che in quest’opera vengono annullate tutte le possibilità di ripresa e di ulteriore svolgimento. Luigi Ippolito, il frutto del legame illegittimo, è ormai murato nella sua condizione di ecclesiastico, Maddalena, la madre fedifraga, si autopunisce addirittura sparendo alla vista di tutti. L’unica buona notizia è che non c’è più materia per proseguire nella saga e per abborracciarne una nuova puntata.
Marcello Fois, Luce perfetta, Einaudi, pp. 306, euro 20.

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Arte

Li Songsong: una nuova sfida alla fotografia

Gianfranco Maraniello, direttore del Mambo di Bologna fino a questi giorni, prima di passare a dirigere il MART di Rovereto, ha concluso questa sua fase alla testa del museo petroniano proponendo due monografiche di artisti poco noti ma stimolanti, uscendo fuori da una rotta più usuale negli omaggi a figure già ben conosciute nel mondo dell’arte recente. Tra la fine dell’anno scorso e gli inizi di questo ha ospitato una monografica di Lawrence Carroll, forse troppo diluita sia nel numero sia nella consistenza dei pezzi, contro cui contrasta l’esiguità degli interventi, però fini e sensibili, e dunque non del tutto estranei alla personalità di Morandi cui questo artista si vuole richiamare. Ancora più intrigante l’attuale mostra del cinese Li Songsong, che mi permette di ricollegarmi a quanto osservavo la settimana scorsa con riferimento all’arte della Dumas, accennando a un riaprirsi del “combattimento per un’immagine”, tra pittura e fotografia, che sembrava essersi ormai chiuso a vantaggio esclusivo della seconda, con cancellazione della prima. Ora invece la “vecchia signora” si riaffaccia sulla scena, ma senza prendere vie in proprio, bensì esercitando proprio un tallonamento della rivale, colpo su colpo, col proposito di riscattare l’approccio fotografico dai rischi di impersonalità, insensibilità, stereotipia cui cede quasi per costituzione. Anche questo artista di Pechino, nato nel 1973, viaggia di conserva rispetto ai responsi della fotografia versata sull’attualità, a cominciare dagli aspetti più anonimi e ufficiali: leader politici in posa, sfilate per le strade, vedute urbane, il tutto nel nome di una sciatta prosaicità. Ma mentre la foto omogeneizza, l’artista vuole ridare consistenza, singolarità, spicco individuale ai diversi momenti della visione, spezzettandoli, effettuandone come dei prelievi parziali, così come si estraggono dei campioni di tessuto o di terreno per sottoporli a qualche analisi. E così, la totalità di visione viene scomposta, divisa in riquadri, onde poter ridare a ciascuno di essi una qualche consistenza specifica, attraverso una copertura con pigmenti di grande spessore, quasi una cura per il contrario: quanto la foto appiattisce, livella, anonimizza, altrettanto l’intervento pittorico si propone di ridare consistenza, presenza incombente, presa sui sensi, avvalendosi anche di pratiche disgiunte. Ovvero i diversi campioni prelevati vengono sottoposti a trattamenti differenziati, approfittando dei poteri della pittura di dare importanza alle epidermidi, quasi di prelevarle dalla realtà e di trapiantarle nell’opera subendo un minimo scarto nel trasferimento. E’ anche come dare alle immagini una sorta di terza dimensione, un rilievo, una piena evidenza. Forse questo è l’unico modo di interpretare il titolo assegnato all’esposizione, “Historical Materialism”. La storia non c’è, oppure compare solo attraverso ritratti dei grandi rivoluzionari, da Marx a Mao, ma del tutto convenzionali, come avviene nella dominante cultura popolare, quella stessa di cui si è valso pure Warhol per i suoi interventi in contropiede. Ma a riscattare appunto tanta convenzionalità interviene appunto l’altra parte del titolo, il materialismo degli strati di colore, così massiccio, sfacciato, incombente.
Li Songsong, Historical Materialism, a cura di Gianfranco Maraniello, Bologna, MAMbo, fino al 30 agosto.

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Arte

Bentornata signora pittura

Parlando dell’attuale Biennale di Venezia ho già detto che tra le cose più belle da ammirare nel Padiglione centrale è la saletta in cui la sessantenne artista sudafricana Marlene Dumas (1953) schiera una fila di teschietti assai espressivi. Non c’è alcun merito particolare da parte di Enwezor nell’averla inserita, visto che da tempo la Dumas appartiene alla lista degli eletti, al punto che in contemporanea riceve un omaggio alla Fondazione Beyeler di Basilea attraverso una retrospettiva a tutto campo, e si sa bene come mostre di questo genere in un sito così titolato corrispondano a una consacrazione ufficiale. Caso mai, sono io personalmente che fino a poco tempo fa ero restio a concederle un posto molto in altro nella mia stima, mentre ora mi sono ricreduto, anche a mio proprio vantaggio personale, di modesto autore che, sessant’anni dopo, ha ripreso i pennelli in mano. Questo infatti il punto, oggi “si può fare”, ovvero è da superare l’interdetto scagliato contro i riti del pennello da Joseph Kosuth, che nello stabilire la trinità dei mezzi consentiti, nel cuore del ’68, mentre legittimava foto, scrittura e oggetti stessi, escludeva appunto una qualche via di rappresentazione con i vecchi strumenti del disegno o della pittura. Sembrava cioè che la fotografia avesse vinto definitivamente il “combattimento per un’immagine” iniziatosi con gli Impressionisti, e che i rivali pittori dovessero abbandonare il campo, darsi all’astrazione, alla decorazione, a quanto si voglia, ma la sfida sul campo, no. Invece si manifesta pur sempre una incontenibile attrazione del vero, della realtà, senza arrivare agli estremi di un filosofo quale Maurizio Ferraris che vorrebbe addirittura ritornare a prima di Kant, ristabilire l’illusione che si possa accedere al vero in tutta innocenza e limpidezza di sguardo. E invece no, il filtro deve funzionare, ma tallonando i referti fotografici, in una gara che si riapre. Per carità, il cammino della foto resta ampio e maestoso, appena qualche giorno fa ne celebravo la magnificenza nella persona di Lachapelle, ma appunto la nostra Dumas rosicchia ai fianchi il responso delle fotine di famiglia, o dei reportage della cronaca, affrettandone per così dire la consunzione, l’affondo in un baratro di oblio, o tentando di riscattare figure e cose con qualche tocco opportuno. In fondo, si conferma un costeggiamento dell’operazione fotografica, tanto che è lecito stabilire una affinità tra i riporti della Dumas, che sanno farsi così precari e consunti, e quelli che proprio con la “camera” ottiene, o otteneva, Boltanski, lasciando quasi che le foto-ricordo impallidissero imprigionate nei cassetti, o venissero sottoposte a ingrandimenti feroci che le sgranavano. La Dumas sembra inondare i negativi, le stampe, con qualche acido corrosivo che fa dileguare la maggior parte delle sagome, lasciandone però emergere i tratti fisionomici rilevanti, che assumono così un sapore spettrale, quasi onirico. E’ un modo di forzare la fotografia spingendola ad andare oltre di sé, a spremere fuori l’inconscio, quasi a gara con i sondaggi misteriosi di cui è capace il pennello massimamente virtuoso di Bacon.
Sempre a Venezia, ci si può portare al Palazzetto Tito dove, a cura della Fondazione Bevilacqua La Masa, espone lo scozzese Peter Doig, 1959, anche lui dunque quasi-sessantenne. In questo caso, posso ricollegarmi alla lettura che sempre in questi appunti del tutto privati ho condotto su Bonnard, dichiarandolo in ripresa sul rivale Matisse. Da quest’ultimo la pittura non ha nulla da recuperare, in quanto egli aveva spremuto il limone dell’immagine fino all’estremo, caso mai passando la parola, è il caso di dirlo, ai “writers”, ai graffitsti e muralisti, mentre Doig riparte dal fascino delle pareti di interni, dagli intonaci larghi, estesi, imbevuti di luce, del resto concependoli come scene vuote che evocano quasi per magia la comparsa di personaggi, i quali invece si avvalgono delle asprezze aggressive della tradizione espressionista, così magari collegandosi alla discendenza dei Nuovi selvaggi, tra cui anche Georg Baselitz è ritornato prepotentemente in pista, chiudendo con energia il percorso della Biennale nel settore delle Corderie. Ma Baselitz si allontana decisamente dal “combattimento” con il nemico costituito dall’obiettivo fotografico, mentre il rapporto di competizione ritorna con un’artista poco più che quarantenne, Chantal Joffe (1969), che abbiamo visto poco tempo fa a Reggio Emilia, Collezione Maramotti. Nel suo caso si può parlare di un’abile scannerizzazione dell’immagine fotografica, che la svuota dei contenuti materici evidenziando invece sagome, profili, contorni, attaccandosi con bramosia agli elementi decorativi degli abiti, stoffe a righe, camicette, tutto quanto fa macchia e attira magneticamente gli sguardi. Niente da dire, la signora pittura è tornata al ruolo di protagonista, il triangolo di Kosuth si deve arricchire di un’altra punta d’attacco, non è più solo una terna bensì una quaterna.
Marlene Dumas, The Image as Burden, a cura di L. Coelewij, H. Sainsbury, T. Usher. Basilea, Fondazione Beyeler, fino al 6 settembre.

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Attualità

Una visita all’Expo

Credo che ogni cittadino italiano abbia il dovere morale di andare in visita all’Expo di Milano. Io questo rito l’ho compiuto mercoledì 10 giugno, e quanto segue intende esserne una fedele cronaca. Molto bene l’accesso, che consiglio di effettuare con la linea 1 della metropolitana, la Rossa, fino a Rho Fiera, dove, almeno quel giorno, c’era un gran numero di ingressi attraverso cui sono passato subito, seppure con l’inevitabile noia del controllo degli effetti personali, al modo degli aeroporti. Poi, una lunga camminata, ed eccomi nel cuore del sistema, a percorrere il cosiddetto decumano, ad ammirare gli edifici allineati su un lato e sull’altro. Dico subito che non mi sono quasi mai spinto al loro interno, dato che in tal caso avrei dovuto sottostare quasi ovunque a file, a tempi d‘attesa, e poi, diciamolo pure, ero del tutto indifferente all’offerta, si sa bene che questa edizione di Expo si pone il problema di “nutrire il pianeta”, così come prossime edizioni si potranno proporre di vestirlo, arredarlo, divertirlo, porlo in sicurezza, e via elencando, Non sono certo uno specialista di economia, nutrizionismo, dietetica. Invece, da addetto alle arti visive, mi interessano gli aspetti architettonici di ogni manifestazione. Ebbene, sotto questo punto di vita l’Expo è felice e merita un buon voto. Percorrendo il decumano, mi sono ricordato della Strada Novissima proposta da Paolo Portoghesi nella Biennale di Venezia del 1980, inaugurando il ricorso alle Corderie, e allora fu una imponente manifestazione del postmoderno in architettura, sotto la specie del citazionismo, del recupero di stilemi dal passato, contro i rigori del Movimento moderno. Qui, se si vuole, il postmoderno compare in versione geografica, etnica, folclorica, con il vantaggio che non ci si limita a facciate ma in ogni caso sono stati eretti organismi a 3D, in cui si è invitati a entrare per condurre visite e fruizioni varie, anche se io personalmente un invito del genere l’ho declinato. Entrando dall’ingresso Ovest, si parte bene, si incontra uno Spazio zero di benvenuto, con un’ottima architettura dovuta a Michele De Lucchi che propone come dei trulli o dei tucul giganteschi, eretti in modi agili, con connessure a vista, come per accampamenti nomadici pronti a mollare gli ormeggi. In quel caso ho anche avuto la sventura di entrare per venirvi sopraffatto da un banale spettacolo “sons et lumière” a cura di Davide Rampello, tutto sfarzo barocco di superficie, il che mi ha confermato nel proposito di non mettere piede in altri interni. E un potere apotropaico stavano per esercitarlo anche i bambocci, i pupazzi arcimboldeschi eretti da Dante Ferretti, altro spettacolo di mediocre effettismo. Ma poi, i padiglioni sì, in genere mi sono apparsi avvincenti, a cominciare da quello del nostro Paese, posto quasi al termine della sfilata, ma a consacrare proprio il carattere dominante, di costruzioni leggere, come embricature costruite con carte da gioco, lasciando apparire gli elementi componenti, e tanti interstizi, tanta aria circolante tra i vari pannelli. Ci sarebbe da snocciolare una lunga sfilata, quasi sempre nel segno di questa felice precarietà: le vele del Messico, la pagoda della Cina, la Francia, anch’essa affidata a tasselli aerodinamici che lasciano apparire a nudo lo scheletro, la Russia terminante con una enorme superficie a specchio che raccoglie e proietta in alto l’immagine dei visitatori in entrata, gli Stati Uniti cinti da una parete fatta di zolle di suolo agricolo e di colture verdeggianti, la Polonia che edifica addirittura con le cassette in cui si raccolgono e si offrono gli ortaggi al mercato, il Brasile che offre un enorme spazio aperto occupato da una rete molle ed elastica su cui chi vi si avventura può quasi rimbalzare, e mi spiace di non poter menzionare i tanti altri Stati meritevoli di citazione. Si deve constatare con piacere che in tutti questi progetti risulta sconfitto e rimosso il modello tipo Movimento moderno, non si incontrano quasi parallelepipedi, scatole spigolose e a diedri rettilinei. Il curvo, il flesso, il plasticamente snodato dominano sicuri, e dunque è in ritardo o in controtendenza la Fondazione Prada che invece ha affidato all’architetto Koolhas il compito di confezionare una scatola troppo rigida e compassata. Magari, si darà un enorme problema quando l’Expo avrà termine, molte di queste costruzioni, fascinose proprio per il carattere fresco ed estemporaneo con cui sono state concepite, non reggeranno alla prova del tempo e dovranno essere smontate, come e che cosa le sostituirà? Ecco una assillante questione cui la città di Milano dovrà rispondere.

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Attualità

Lo Stato deve intervenire o no?

Il “Corriere della sera” di domenica 14 giugno conteneva almeno tre articoli relativi a un tema cruciale: lo stato, ovvero l’intervento pubblico, deve o no entrare in campo nei momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo? Uno di questi articoli, anzi, addirittura l’editoriale del foglio, era a firma di Francesco Giavazzi, impenitente, pervicace liberista, al cui avviso lo Stato è sempre il guaio, il pericolo immanente, lo si tenga lontano, e le forze taumaturghe del libero mercato rimedieranno da sé. Infatti Giavazzi è, con un ritardo di due secoli, un convinto assertore del “laissez faire” della Scuola di Manchester. E’ arrivato a svolgere proprio sul “Corriere” una tesi assurda ed ereticale che Roosevelt, intervenendo nel ’29 col suo celebre new deal, ha sconvolto il mercato, ha impedito che le banche si raddrizzassero da sé. Il bello è che in quelle medesime ore Hillary Clinotn, nell’affacciare la sua candidatura alla presidenza degli Usa, ha scelto, simbolicamente, proprio un parco newyorkese intitolato al ricordo del grande e benemerito presidente, invocato anche dall’attuale dirigenza della Grecia, come ammonizione verso un’Europa che invece di quell’eredità pare proprio non volerne sapere. Si sa che allora ci fu perfino uno scambio di amorosi sensi tra Roosevelt e Mussolini, non del tutto dimentico della sue remote radici socialiste, e memore che il suo regime era pur sempre sorto per rimediare alle deficienze del sistema borghese. Allora era nata l’IRI, un mostro, nella visione destrorsa di Giavazzi, vade retro Satana, e sempre sulle pagine del “Corriere” gli fanno usualmente sponda gli ugualmente destrorsi Galli della Loggia e Panebianco, mentre per fortuna le firme di alcuni “interni” come Rizzo, Stella, Cazzullo mi rendono leggibile quel giornale. Lo spunto del momento è la Cassa Depositi e Prestiti, che si scordi di funzionare al modo del detestabile IRI, questa non è l’ammonizione del solo Giavazzi, ma viene prontamente rinforzata, sempre in quell’uscita domenicale, da Giuseppe Guzzetti. Il tutto a lode dei nostri “capitani coraggiosi”, vigili espressioni della libertà d’impresa, ma ahimé pronti a fuggire trasferendo le loro fortune nei paradisi fiscali e a licenziare gli operai. Negli anni postbellici si era trattato di grandi firme come Motta e Alemagna, ora l’atto d’accusa può essere portato a Omsa, Indesit, Ilva, Alitalia. Ma non importa, lo Stato stia a vedere inerte, a braccia incrociate, non osi intervenire, tanto, il sistema privato ha la virtù di rimettersi in piedi da sé, anche se ricorrendo a opportuni salassi inflitti ai dipendenti, tanto simili alle vecchie pratiche mediche quando ci si affrettava a cavar sangue agli ammalati. Un po’ di disoccupati giovano alla causa delle aziende, le aiutano a rimettersi in sesto.
Per fortuna, nel suo equilibrismo quasi istituzionale, il “Corriere” di domenica scorsa ospitava un articolo assai più sensato e centrato di Antonio Polito, che notava appunto come il potere localista dei sindaci sia in declino. Quando i tempi si fanno duri e le risorse scarseggiano, la parola passa alle istituzioni centrali, che sono in grado di far affluire il sangue, cioè le risorse economiche, nelle casse statali, vedi appunto il caso della Cdp. Naturalmente, resta il problema di farne un uso ragionevole, di evitare gli sprechi, gli assalti alla diligenza, le ruberie eccetera, che senza dubbio hanno funestato in passato i carrozzoni statalisti. Ma forse che le fughe dal mercato dei capitani non coraggiosi sono preferibili? Questo forse il confine che passa ancora tra destra e sinistra, alla faccia di quanti predicano che ormai un confine del genere è stinto e sorpassato.

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Nel regno incantato di Lachapelle

Per me è sempre una festa recarmi a visitare una mostra di David Lachapelle, festa raddoppiata quando, come ora, viene allestita, col suo travolgente fasto super-barocco, in un città barocca nel profondo dell’anima come Roma. Solo pochi altri artisti statunitensi al momento sono in grado di offrire un simile alto spettacolo, riuscendo anche a mantenere il prestigio newyorkese nei confronti dell’assedio che attualmente proviene da tanti altri paesi del mondo. Penso a Jeff Koons, a Matthew Barney, quando non si disperde troppo nei percorsi tentacolari dei suoi film. A dire il vero, non è che Lachapelle cambi molto ricette, tecniche, modalità da una sua apparizione all’altra. Sono andato a rileggere quando già scrivevo per una sua mostra al milanese Palazzo Reale, quasi un decennio fa (2007-8), e i termini del mio consenso non mutano di molto, ma certo si allargano, si potenziano in misura crescente. Infatti non per nulla la parola chiave nel titolo di questa mostra è il diluvio, e mettiamolo pure nella versione più aggiornata e nello stesso tempo catastrofica: il nostro artista amministra una sorta di tsunami che tutto travolge sul suo passaggio, senza però compromettere la ridda di oggetti, volti, figure, cibi, abiti trasportati. Questi restano a splendere nella loro pienezza, come li confezionano la merceologia, il consumismo dei nostri giorni, e come ce li rende con infinita sapienza il sistema pubblicitario, di cui beninteso Lachapelle è figlio prediletto, pienamente consapevole di tutte le risorse che gli vengono offerte. Se si vuole, devo riattaccarmi alla formula pur sempre efficace dell’ossimoro, ovvero della congiunzione degli opposti che è al centro di tutta la sua produzione, a cominciare proprio dalla nozione di diluvio. Essa infatti contiene un’anima positiva, sta a significare quanto appunto siamo soliti definire come società affluente, opulenta dei nostri giorni, dove tutto si presenta in una pienezza e perfezione che divengono perfino ottuse: profferte erotiche, seni turgidi, foranti, prominenti, simili del resto a pasticcini, a cibi macroscopici, fatti per nutrire una bulimia incontenibile. Questa è la componente positiva che accompagna il concetto stesso del diluvio, di un’onda piena come più non si potrebbe, ma che nello stesso tempo è pure distruttiva, ovvero quel profluvio contiene i germi della sua condanna, della sua distruzione, dell’abbattersi di una sciagura che spazza via tutti questi corpi opulenti rendendoli piuttosto testimoni di una rottamazione infernale. Dopotutto, proprio la mostra milanese di Lachapelle si poneva sotto il segno di un simile ossimoro, invocando un pronto voltafaccia dal Cielo all’Inferno. Col che entriamo in una dimensione biblica, il diluvio è quello universale del Vecchio Testamento, contro cui bisogna salvare le specie animali, ma anche oggettuali, merceologiche, imbarcandole una per una su un’arca protettiva. O più ancora, è il crollo della Torre di Babele, o una pioggia di lingue di fuoco a punire le nostre colpe dell’orgia consumista, di un Sodoma e Gomorra perfino troppo compiaciuti di se stessi, delle loro imprese portate al limite. Ma l’inferno a sua volta reca con sé un’ipotesi di risalita paradisiaca, e dunque da questo spettacolo di rovine, di degrado fisico e morale, è pur giusto che si innalzi l’immagine di un Cristo redentore, purché un momento prima sia salito anche lui sulla croce, e dunque si presenti come il più umile degli essere umani, intento a frequentare tutti i bassifondi dell’inferno metropolitano, dove si dibattono misere esistenze di drogati, affamati, “coloured”, tallonati dai nuovi farisei che sarebbero i policemen, le forze dell’ordine. Lui spicca per energia, per incontenibile forza giovanile, e forse basta un suo cenno per “risvegliare” dal sonno della perdizione le anime che gli credono. Infatti, dal tetro banchetto dei riti dell’opulenza e del degrado si innalzano i corpi degli “Awakened”, di coloro che levitano per impulso divino remigando verso l’alto, sottraendosi al grigiore dell’inondazione livellante. Certamente la religiosità cui questo artista si ispira è di natura del tutto laica e personale, tanto da permettergli di intitolare una di queste serie a un suo “Gesù privato”, come forse ciascuno di noi si dovrebbe costituire, e custodire tra i vari santini, selfies, foto scattate sugli stupori e inganni della quotidianità. Caduta, cedimento alla libidine, a tutte le lusinghe dei sensi, delle apparenze più seducenti, e in questo senso basterà perdersi nella contemplazione della “Terra che ride nei fiori”, dove si rinnovano le meraviglie dei trofei alla Arcimboldi, o delle “bodegas”, delle “still lifes” tipiche della stagione del barocco più maturo, ma proprio per questo a un passo dal divenire marcescenti. Questa infatti è l’interna dinamica che regola tutto l’universo del nostro super-fotografo, spingere ogni visione a un punto massimo di perfezione, ma poi operarne il capovolgimento, dal celestiale al demoniaco, andata e ritorno. Lo si scorge molto bene in una delle serie recenti che l’artista ha aggiunto a quanto già magnificamente realizzato in passato, mi riferisco alle “Stazioni di rifornimento”, nulla più di un catalogo dei luoghi dove facciamo il pieno di benzina, ma che nello stesso tempo ci forniscono ogni piacere per i nostri palati, e soprattutto ci attraggono in una fantasmagoria di luci, castelli incantati, labirinti in cui saremo catturati per sempre, porte aperte per una discesa senza ritorno agli inferi. O forse no, fidando nell’aiuto di qualche Gesù privato chissà che non riusciamo a riportarci a galla con un colpo di tallone? Forse c’è in ognuno di noi la possibilità di ricevere la grazia, di divenire un “awakened”, magari salendo in uno degli aerei che, nell’ultima serie intitolata alla “Aristocrazia”, vorticano in una purezza azzurrina di cieli. O forse no, anche lassù li raggiunge un’onda dannata di nubi accese, sulfuree, che li cattura e li trascina verso gli abissi. Salvezza e caduta in questo mirioarama sono sempre in bilico, pronte a capovolgere le sorti rispettive.
David Lachapelle, Dopo il diluvio, a cura di Gianni Mercurio. Roma, Palaexpo, fino al 13 settembre. Cat. Giunti.

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